Bologna, 110 anni di gloria e di vita vissuta

Festa – Sette scudetti, il trofeo dell’Esposizione, ma anche retrocessioni, fallimenti e cadute fino alla recente resurrezione

GLORIA e baldoria, scudetti (sette) e scalate al tetto d’Europa, come il Trofeo dell’Esposizione di Parigi del 1937, che è il punto più alto dei successi del club in campo internazionale. Ma anche retrocessioni, fallimenti, cadute e resurrezioni. E poi imprese leggendarie firmate da bomber d’altri tempi che scendevano in campo coi capelli impomatati e fissati dalla retina (Angelo Schiavio, detto ‘Anzlein’, il più grande di tutti), con la castagna incorporata (Gino Pivatelli), con gambe malconce, ma baciate dal dio pallone (Ezio Pascutti), con l’ascensore in dotazione per segnare gol di testa a grappoli (Beppe Savoldi), col pennello d’artista nella valigia (Roberto Baggio) o col fiuto degli ultimi fatali, undici metri, quelli che fanno di un attaccante qualsiasi un cannibale del gol (Beppe Signori e Marco Di Vaio, per citare i più recenti). C’è tutto questo, e molto altro ancora, nei centodieci anni di storia che il Bologna si appresta a celebrare. Da quel 3 ottobre 1909 che radunò i fondatori del club attorno ai tavoli della Birreria Ronzani, in quella via Spaderie che per motivi urbanistici non è sopravvissuta al secolo lungo rossoblù, tanta acqua è passata sotto i ponti e altrettanta promette di transitarne. Lo promise, sommessamente, Joey Saputo, quando cinque anni fa si insediò al timone del club: «Se i bolognesi avranno la pazienza di aspettare riporterò il club agli antichi fasti». Processo lungo e nient’affatto scontato, giacché a queste latitudini si è sempre banchettato con la Storia. Ancora non lo potevano sapere i pionieri che all’alba del Novecento tiravano due calci al ‘fotbal’ (a queste latitudini i vecchi saggi il pallone lo chiamano ancora così) prima ai Prati di Caprara, poi alla Cesoia e a seguire allo Sterlino. Ma certo calpestavano già percorsi di gloria Raffaele Sansone e Francisco Fedullo, alfieri, negli anni Trenta, dello squadrone che, al Littoriale, «tremare il mondo fa».

TRENT’ANNI dopo lo saprà bene anche la Bandiera per antonomasia, al secolo Giacomo Bulgarelli, e con lui gli eterni ragazzi del ‘64, fulgidi protagonisti dell’ultimo scudetto molti dei quali passati ad orizzonti di gloria ultraterrena. Certo la storia rossoblù è fatta anche di retrocessioni e fallimenti in tribunale, nonché di scivoloni nel pantano del calcioscommesse, pagine dolorose scritte comunque nella memoria collettiva del popolo rossoblù. Dopodiché, trattandosi di un compleanno, sarà giusto dare spazio ai trionfi. Con le tre mostre parallele (al Museo civico Archeologico, al Museo civico medievale e a Villa delle Rose) che inaugureranno proprio il 3 ottobre, con la partita delle stelle al Dall’Ara a stretto giro di posta e, più avanti, con il varo della ‘Hall of fame’: la casa comune degli eroi di centodieci anni indimenticabili.


Saputo ha una punta in più
Sabatini per decollare

Staff – Bigon resterà a stretto contatto con la squadra

SE L’ASPETTAVANO molto diverso, da Joey Saputo in giù, questo inizio della stagione del decollo. La malattia di Mihajlovic ha cambiato tante cose, perché uno dei cardini di tutto il progetto deve occuparsi di una cosa più importante come la sua vita. Ma l’assenza di Sinisa non ha modificato una scelta di fondo del club. La paura della passata stagione, l’esperienza vissuta in prima persona andando a parlare ai tifosi inferociti dopo il disastro col Frosinone, tra poliziotti in assetto antisommossa e una curva che urlava la sua rabbia, ha convinto il patron a voltare pagina, a cambiare marcia.

E’ CORRETTO riconoscere che le mosse successive al famoso videomessaggio nel quale Saputo annunciava cambiamenti sono state coerenti con quelle promesse. Il che non significa garanzia di risultato tecnico, nel calcio non ce l’ha la Juventus, figuriamoci gli altri. Però mentre la gestione di Mihajlovic raddrizzava la stagione e metteva in una luce diversa anche l’operato in particolare di Bigon, il magnate canadese dava seguito alle intenzioni coinvolgendo nel nuovo assetto societario Walter Sabatini. «Walter is a legend», è una leggenda, lo presentò quando il finale travolgente aveva portato in dote il decimo posto.

IN REALTÀ finora il ruolo di Sabatini è stato soprattutto quello di front-man. In tutti i sensi, perché i bolognesi hanno già iniziato a conoscerne le qualità di istrione. A partire dal giorno della sua presentazione, nel quale citò capi della tifoseria e giocatori rossoblù come se fosse stato sempre in curva Andrea Costa in tutti questi anni. Per passare alla serata teatrale in piazza Verdi, dove ha letto passi di Pasolini, in una delle serate organizzate per celebrare i 110 anni del club. Inalterato il ruolo di Fenucci, al quale spetta l’ultima parola, ma aver inserito nel gruppo di comando una persona di fiducia e nota da tempo non ha fatto altro che velocizzare le decisioni, da questo punto di vista.

SUL PIANO strettamente operativo, in realtà, il mercato fatto è quello che avevano già avviato da tempo Di Vaio e Bigon. E al di là di Sabatini, la vera svolta è stata aver dato via libera a investimenti importanti da parte del patron: dopo due mercati fatti con l’autofinanziamento delle cessioni di pezzi pregiati come Diawara, Verdi e Masina, stavolta il Bologna ha fatto scelte diverse perché i suoi dirigenti hanno avuto le mani piene di…opzioni. Qualcosa è cambiato anche nella ridistribuzione dei compiti. Con Sabatini che gradualmente si sta insediando sulla plancia del mercato di entrambi i club di Saputo, la promozione di Marco Di Vaio a capo del settore scouting e l’avvicinamento di Riccardo Bigon alla squadra, reso ancor più necessario dalla vicenda Mihajlovic, ha di fatto fissato compiti più definiti per entrambi. Una organizzazione del lavoro che non cancella la famosa ‘condisione’, nel senso che chiaramente tutti i dirigenti si confrontano sulle decisioni e il referente di Saputo rimane Claudio Fenucci. Ma adesso ognuno ha settori specifici più delimitati, nei quali incidere più a fondo.