«Anno di consolidamento,
poi pensiamo all’Europa»

Casini «Non vogliamo più soffrire, ma divertirci»

«IL BOLOGNA è una fede». Non ha dubbi Pier Ferdinando Casini. E non si tratta di una dichiarazione di facciata: il senatore ha sempre la sciarpa rossoblù al collo. E anche oggi qualcosa di Bologna c’è. Come il distintivo al bavero della giacca.

Senatore, il Bologna è…

«Che sia una fede lo abbiamo già detto. Il complimento più bello, però, me l’ha fatto mio figlio».

Che cosa le ha detto?

«Che ho il sangue rossoblù».

Tifoso sempre, anche nei momenti più bui.

«Il Bologna fa parte della nostra città. Il Bologna è parte integrante della città come i portici, San Petronio o la basilica di San Luca».

Il primo Bologna che le viene in mente?

«Non lo ricordo sono troppo vecchio. A casa mia c’era un comò: aprendo un cassetto trovavo la foto di Bulgarelli. Sono stato fortunato, poi, sono diventato amico di Giacomo e di Guazzaloca, con cui Bulgarelli giocava. Il Bologna è una storia di amicizie. La mia e di Franco Colomba che usavamo lo stesso autobus, il 44, per tornare a casa».

Come le sembra la squadra?

«Vorrei rivederla più avanti. Qualche problema a centrocampo c’è».

Gli investimenti non sono mancati.

«Servivano, dopo l’ultima stagione horror».

Il sogno?

«Tutti direbbero Europa».

E lei?

«Pure. Per quest’anno basterebbe essere più tranquilli. Come la Samp, il Sassuolo».

Se guarda all’anno scorso?

«Ero rassegnato, non ci credevo».

Ma non è mai mancato allo stadio.

«Il Bologna lo si segue sempre. Anche quando era in B o in C. Mihajlovic ha fatto il miracolo. Adesso siamo noi che dobbiamo spingere Sinisa».

Passiamo ai giocatori.

«Qualche perplessità su Skorupski ce l’ho. Ma comunque il reparto difensivo non mi dispiace».

Le certezze?

«Orsolini, Palacio. Ho apprezzato Kingsley. E Poli è una sicurezza».

E Destro?

«Forse bisognerebbe cambiare qualcosa in lui. Ma in rapporto ai minuti giocati ha segnato molto».

Torniamo su Palacio?

«Un grande. Amo l’Argentina, tifo Boca, ho una figlia che abita là».

Dovesse scegliere un’impresa per questa stagione?

«Beh, credo che a qualsiasi tifoso del Bologna piacerebbe battere l’Inter, ricordando il 1964».

E un’altra impresa, magari contro la Juventus?

«Mi verrebbe da dire che in politica, Casini a parte, si è cambiato molto. In serie A no: vince sempre la Juventus. Sarebbe ora di cambiare qualcosa nel contesto calcistico».

Il rimpianto?

«Donsah, un ragazzo d’oro. Chi lo acquista farà un affare. E spero esploda Mbaye».

Il simbolo del Bologna? «Dire Palacio è scontato…».

Quindi?

«Da Costa. Serio, fa il dodicesimo con grande umiltà. E quando viene chiamato in causa, non tradisce. E integrato nella nostra cara Bologna. Ha sempre un atteggiamento positivo. Tipico della città».

E in futuro?

«Quest’anno il consolidamento, poi l’Europa».


«La lezione di Mihajlovic:
si vince solo tutti uniti»

Zuppi «Per il Bologna sarà un campionato speciale»

«LE CENTINAIA di bolognesi che sono salite al Santuario della Beata Vergine di San Luca dimostrano che quest’anno la squadra del Bologna giocherà un campionato nel campionato», commenta l’arcivescovo Matteo Zuppi che tutti i primi sabati del mese, insieme con chi vuole e alla «sabattine» alle 6 di mattina inizia la giornata pregando per la vita insieme con Colei che ha dato la vita al suo creatore e ci insegna ad amarla sempre e per tutti.

«I tifosi rossoblù hanno spontaneamente percorso quel portico che unisce l’alto e il basso, il cielo e la terra, l’amore con le nostre difficoltà quotidiane, che ci rende vicini tra noi e ci aiuta a salire ma anche a scendere verso il prossimo e verso il nostro io. Hanno chiesto la guarigione per l’allenatore della propria squadra. Questo gesto mi ha confermato di questa presenza così importante per la nostra città che, come diceva il cardinale Biffi, ci fa sentire tutti a casa. Sì , una famiglia che partecipa delle gioie e delle sofferenze, che non lascia soli, soprattutto nelle difficoltà. Certo, questo assegna ai giocatori rossoblù un compito molto particolare».

Quale?

«Quello di dimostrare che in campo come nella vita per vincere si deve lottare insieme. Mi hanno colpito le parole di Sinisa quando ha voluto lui spiegare la sua malattia e la sua condizione. Prima si sentiva invincibile e il male gli sembrava impossibile. Nessuno può vivere senza avere bisogno degli altri. Sapere chiedere aiuto e saperlo dare è sempre fondamentale. Accettare la nostra fragilità e avere l’umiltà di non sentirsi autosufficienti in realtà, anche se all’apparenza sembriamo più fragili, umiliati, fa sì che la debolezza diventi forza vera. Siamo grandi proprio nell’affrontare le avversità e nell’aiutare gli altri a farlo».

Quando si parla di calciatori si pensa a uomini, ma in realtà sono dei ragazzi poco più che ventenni. Crede che la squadra avrà questa maturità?

«Penso proprio di sì. Affrontare così la difficoltà ci rende più maturi e consapevoli. E’ vero che sono ragazzi, ma hanno chiaro che solo allenandosi, sacrificandosi, imparando a essere squadra, ad avere sintonia e valorizzare le proprie doti mettendole a disposizione degli altri, la propria classe per rendere tutti di classe: solo così si può vincere e anche si impara a perdere, ma senza arrendersi. Spesso dello sport professionistico si vedono sono i lati negativi, ma ad esempio il calcio consente a chi lo pratica di imparare a giocare per davvero in campo e fuori il bellissimo gioco della vita e a non essere virtuali! Bisogna essere affiatati con gli altri, passando il pallone al proprio compagno e per farlo lo devi conoscere e solo se ti sforzi di servirlo nel miglior modo possibile la squadra ne avrà un vantaggio. E’ il contrario dell’isolamento o dell’individualismo!».

La malattia di Sinisa ci ha aiutato a riscoprire la dimensione umana del mondo del calcio: un gioco fatto di persone che hanno motivazioni comuni e che nello stare insieme devono accettarsi e accogliersi.

«E’ vero, quando si vuole bene a qualcuno si ha meno paura e si da il massimo, ci si mette l’anima e volentieri, si mette da parte quello che è inutile e così le cose difficili diventano molto più facili».

Papa Francesco ha chiesto ai giocatori già affermati di essere di esempio ai più giovani. Anche lei chiede questo al Bologna?

«Certo, dare il buon esempio è così importante. Pensi a Felice Gimondi e al suo essere uomo vero, ai valori che ha trasmesso. Non si vince sempre nella vita. Ma se si gioca bene, se si da tutto per gli altri si vince comunque. I gruppi che credono nel loro lavoro e dove ogni giocatore non scarica sugli altri le difficoltà e si assume la responsabilità di quanto succede sono quelli che più facilmente superano gli ostacoli. E si divertono di più e fanno divertire comunque, a prescindere anche dai risultati! Anche stare in panchina è importante se tutti pensano a dare il meglio di sé per il bene della squadra. Dare il massimo in quello che si fa è la migliore lezione che si può dare ai giovani ed è quello che auguro al Bologna, per sé, per tifosi e soprattutto per Sinisa, che vinca la sua battaglia e che la squadra faccia lo stesso in campo!».