Seb inizia il quinto anno in Rosso
«Dobbiamo essere noi la preda»

Schumi fu iridato dopo 5 assalti. Binotto sicuro sulle chances del tedesco

Leo Turrini

VETTEL, anno quinto a Maranello. Allo scadere del lustro, il suo idolo d’infanzia, un certo Michael Schumacher, realizzò l’impresa iridata di Rosso vestito. Questo per dire che, volendo, di tempo ancora ce ne sarebbe. Pure con l’arrembante Leclerc accanto. Tira una strana aria, intorno al tedesco. Figlia del 2018. Mi spiego. Certo non intendo negare quanto accaduto nella passata stagione. Seb Vettel ha commesso più di un errore. Penso alla Germania. Penso al primo giro di Monza. Penso alle penalizzazioni rimediate in pista, per eccesso di esuberanza, mettiamola così. Quindi, come diceva Antonio sul cadavere di Cesare, io non vengo per lodare il quattro volte campione del mondo. E nemmeno mi passa per l’anticamera del cervello di ignorare gli sbagli che certamente Vettel ha commesso. Però, scusate, qui e ora sommessamente mi chiedo: ha senso, da un punto di vista Ferrari, sostenere che, con un altro pilota al volante (leggi: Hamilton) la Rossa avrebbe tranquillamente conquistato il mondiale? Davvero è utile alla causa (del Cavallino) fare passare il messaggio che il vero problema sta in chi guida la macchina? Ma stiamo scherzando? Sinceramente: la penso in maniera diametralmente opposta. Ripeto: non contesto il fatto, statisticamente e cronisticamente comprovato, che Seb abbia sbagliato più di Hamilton, in questo doloroso 2018. Lo sa anche lui, per inciso. Quella che io respingo è la deduzione, che sfocia nella desolante ammissione che la Ferrari non deve più fidarsi del suo top driver (perché è questa la conseguenza implicita del ragionamento, inutile stare a girarci attorno).

HA FATTO quindi benissimo Mattia Binotto, alla vigilia del nuovo campionato, a ribadire le gerarchie. Vettel in partenza è il capitano. Con tutto il rispetto per Carletto Leclerc, che di sicuro ci farà divertire, perché è bravo sul serio, immagino che sia nell’interesse del team avere un punto di riferimento affidabile e sicuro. A meno di non credere che l’esperienza, ai massimi livelli, in Formula Uno si sia trasformata in un optional. Va bene che vanno di moda le rivoluzioni in salsa giovanilista, ma conviene non esagerare. Del resto, in altri mondi mi pare che i rottamatori siano finiti rottamati… Di più. Io sto con Vettel perché diffido del concetto stesso di rottamazione, che spesso è un trucco per attribuire all’anagrafe colpe che invece risiedono altrove. E in questo mi aiuta la memoria, che mi riporta al via. Chi si ricorda di Michael Schumacher? Non quello dei giorni dorati, dei trionfi a ripetizione: è troppo facile da ricordare, quello. No. Io mi riferisco allo Schumi del 1997, del 1998, del 1999. Era già di Rosso vestito e siccome per un motivo o per l’altro non riusciva a conquistare il titolo, ecco che a lui veniva attribuita, in modo infantile, la proroga di un digiuno infinito. Da Jerez97 a Spa98, comprendendo la partenza di Suzuka99 con il mondiale di Irvine in ballo, ogni scusa era buona per gettare la croce sul tedesco di allora. Taluni babbei addirittura auspicavano la cacciata del marito di Corinna…. In circostanze difficilissime, in quel tempo chi comandava in Ferrari fu in grado di fare quadrato. Intorno al campione cui l’azienda aveva affidato la bandiera della speranza e il sogno della riscossa. Aspettando il boom di Leclerc, la strada da seguire sempre quella è.


Donne, selfie, social e Hollywood
Lewis il Re moderno senza limiti

Convinto della superiorità su Vettel, ha però perso nel 2016 con Rosberg

Leo Turrini

HAMILTON, chi era costui? O meglio: fino a che punto il campione del mondo in carica, cinque volte iridato, continua a considerarsi in competizione con i suoi contemporanei? La domanda non nasce per caso. Avendo seguito l’intero sviluppo della carriera del personaggio, forte è il sospetto che il Re Nero appartenga ormai ad una dimensione parallela. Nella quale la sfida viene portata direttamente a cospetto degli eroi del passato. Un passato che Lewis coniuga al presente. Quasi ignorando i rivali del presente. Mi spiego. Con la conquista del quinto titolo mondiale, Hamilton ha raggiunto, nella graduatoria dei pluri vittoriosi, l’argentino Juan Manuel Fangio. Ha lasciato alle spalle sia Prost che Vettel. A questo punto, tra il pilota britannico e la leggenda assoluta rimane soltanto un bersaglio, un punto di riferimento, un traguardo ideale da tagliare senza alcun complesso di inferiorità. Sto parlando di Michael Schumacher. La storia a volte fa dei giri immensi, per poi tornare al punto di partenza. Hamilton ha debuttato nelle corse quando il campionissimo tedesco aveva deciso di concedersi una sosta. Poi i due, figli di generazioni distinte e distanti, si sono ritrovati avversari in pista, quando Schumi si appropriò del volante della Mercedes. E fu Hamilton a prenderne il posto, nel 2013.

VOGLIO dire questo, a proposito del Re Nero. È evidente, del suo atteggiamento mentale e del suo comportamento pratico, che il soggetto si ritiene nettamente superiore a quanti stanno tentando di creargli problemi in pista. Il vantaggio di Hamilton su uno come Vettel è sostanzialmente psicologico. Lewis reputa di avere già vinto la partita prima ancora di giocarla. Non ha dubbi sulla sua identità di fuoriclasse intoccabile. E infatti, fateci caso, nelle interviste e nelle esternazioni di chi parla, di chi si preoccupa? Di Seb? No di certo. Di Verstappen? Per carità. Di Leclerc? Manco lo conosce. In breve. Hamilton si proietta verso l’Eterno. Cita Senna. Evoca le sette corone di Schumi. Immagina per se stesso l’infinito. Ha ragione? Ha torto? Può permetterselo? Lo scopriremo solo vivendo. E lui, lo scoprirà soltanto correndo. Forse questa alterigia tracimante nella spocchia dipende dalla potenza della Mercedes, dalla consapevolezza di disporre di una macchina straordinaria, gestita da una organizzazione eccezionale, interamente al suo servizio. Oppure può trattarsi, banalmente, di una reazione emotiva alla amarezza incancellabile. Perché può darsi che Lewis Hamilton riesca persino a superare i sette titoli di Schumi, però resterà sempre la macchia di un campionato perso contro il numero due della scuderia, cioè contro Nico Rosberg nel 2016… Vedremo e vedrete. Di sicuro questo Hamilton così social, un giorno a Hollywood e un giorno ai Caraibi, una fidanzata diversa ogni mese, un post con il cane Roscoe e un selfie con una attricetta da soap opera, ecco, questo Hamilton è un mito della modernità. Tocca a Vettel, a Leclerc e alla Ferrari farlo sentire un mitomane, magari.