C’è un uomo solo al comando:
il Dna Ferrari per il sorpasso

Scelto da Marchionne, l’addio di Arrivabene gli dà tutte le responsabilità

Leo Turrini

PER FAR CAPIRE l’indole del soggetto, forse il caso di raccontare una cosa allegra. I compagni di scuola dei figli di Mattia Binotto credono che il padre dei colleghi di banco faccia, di mestiere, il meccanico. Naturalmente, alla Ferrari. L’aneddoto serve per illustrare il carattere del personaggio che, due mesi fa, ha sommato alla carica di direttore tecnico, già ricoperta, la qualifica di responsabile dell’intero reparto corse. Un doppio ruolo che nella storia recente del Cavallino sempre era stato diviso tra figure diverse. È stata la incompatibilità umana con Maurizio Arrivabene a determinare la svolta. Chi comanda a Maranello non ha avuto dubbi. Nei fatti, adesso in Ferrari c’è un uomo solo al comando. Gli equivoci, pericolosissimi per l’equilibrio della scuderia, sono stati spazzati via. E questa è indiscutibilmente una buona cosa. A patto di sapere, ma del resto il diretto interessato lo sa perfettamente, che sono finiti anche gli alibi. Mattia Binotto deve essere l’uomo del sorpasso nei confronti di una Mercedes ingorda e spietata, capace di collezionare 10 titoli mondiali consecutivi, fra piloti e costruttori. Non si tratta ancora di un record, perché la Ferrari ne vinse 11 ai tempi gloriosi di Michael Schumacher. Ma Toto Wolff e Lewis hanno già prenotato quota dodici… Binotto lavora per la casa di Maranello ormai da quasi un quarto di secolo. In pratica, portava ancora i calzoni corti. Era fresco di laurea in ingegneria, con la famiglia si era stabilito a Reggio Emilia. Non si è più mosso. Ha fatto, come si dice, la gavetta. Specializzato in motori, ha contribuito ai trionfi Rossi all’epoca della premiata ditta Montezemolo-Todt.

MITE DI CARATTERE, ma molto ambizioso, ha trovato in Montezemolo prima e in Marchionne poi i punti di riferimento per una crescita professionale costante. Fu il manager con il pullover a nominarlo direttore tecnico nell’estate del 2016, avendone apprezzato il lavoro sulle power unit. E in tempi recentissimi sono stati John Elkann e Piero Ferrari a risolvere in suo favore il confronto con Arrivabene. “Mattia ha il DNA Ferrari e ci fidiamo di lui-hanno detto all’unisono presidente e vicepresidente – Ci fidiamo della sua competenza e del suo entusiasmo”. Innamorato perso dell’Inter, che considera una fonte di angoscia permanente, Binotto non è attratto dalle luci della ribalta. Ho sempre cercato di mantenere un profilo basso, anche se adesso si rende conto che non gli sarà più possibile girare alla larga dei microfoni e delle telecamere. In compenso, ci tiene sempre a sottolineare una cosa: nella sua filosofia, una macchina da corsa è il frutto di un lavoro collettivo, dell’impegno continuo e costante di un gruppo chiamato a diffidare delle suggestioni generate dall’individualismo. Le premesse sono incoraggianti. Le promesse, invece, non ci sono proprio. Nel senso che Binotto non crede agli oroscopi che annunciano, chissà perché, una Mercedes in difficoltà. Ha detto: “Mi aspetto una stagione tiratissima, dovremo essere bravi a non commettere errori”. Buona fortuna.


Poteva andare alla Mercedes
Mick ha scelto la Rossa per papà

Il sì ponderato e romantico del talento che ha preso tutto da Michael

NON LO VEDREMO al via di un Gran Premio. Non ancora. Una cosa di sicuro Mick Schumacher ha preso da papà. Il pragmatismo. La capacità di ponderare con serenità le scelte. Per non avere, dopo, rimpianti inutili. Così, una volta conquistato il titolo europeo della Formula 3, Schumi 2 ha garbatamente respinto le sollecitazioni di chi era pronto a sfruttare il cognome magico. Lo volevano subito in Formula Uno. No, ha risposto il giovanotto. Non sono pronto per una avventura tanto grande e tanto gravida di imprevedibili conseguenze. Ho tante cose da imparare. Ho molta esperienza da acquisire. Così è nato il progetto Ferrari. A Maranello hanno una bella scuola per giovani promesse del volante. La stessa Accademia che ha svezzato Carletto Leclerc e che in precedenza aveva allevato Jules Bianchi, poi stroncato dal maledetto incidente di Suzuka 2014. Mick poteva optare anche per una proposta della Mercedes, a sua volta interessata a seguire da vicino il processo di crescita del ragazzo. Ma al cuore non si comanda. Suo padre era di casa in Emilia e cinque titoli iridati più settantadue Gran Premi trionfali hanno lasciato una traccia indelebile, anche nel patrimonio emotivo di una famiglia che da oltre cinque anni convive con la dolorosissima convalescenza del Campionissimo. Sarebbe bello sostenere che è stato il genitore ad indirizzare l’erede verso Maranello. Sarebbe romantico ma la verità malinconica non consente di imbrogliare le carte. Certo, comunque, è il gradimento della mamma. La signora Corinna non interferisce sulle scelte professionali del figlio ma con garbo ha sempre mantenuto una linea di collegamento con la gente della Ferrari. E i ferraristi, che Mick l’hanno visto nascere, sono felici di poter contribuire alla realizzazione di un sogno.

IN QUESTA STAGIONE, Mick parteciperà al campionato di Formula Due, per conto del team Prema, una eccellente squadra italiana. Cercherà di consolidare una progressione che ha suscitato l’ammirazione degli addetti ai lavori. Schumi 2 è un allievo che impara in fretta. Buon segno. Per quanto riguarda la Formula Uno, possibile è il debutto nel corso dei tre mini test autorizzati dalla federazione Internazionale durante il campionato. Le regole impongono l’impiego di un debuttante assoluto. La Alfa Romeo ha già manifestato il suo interesse, in Ferrari non escludono di ricorrere a Mick per un collaudo. Un nuovo Schumacher sulla Rossa. Come si fa a resistere alla suggestione?

Leo Turrini