Da Fangio e Farina a Raikkonen,
l’Alfa si riprende il mito della F1

Dopo un anno di rodaggio il Biscione torna a tutti gli effetti protagonista

Leo Turrini

IL NOME Alfa Romeo viene associato alla suggestione fascinosa delle corse da oltre un secolo. Erano macchine dell’Alfa Romeo quelle che Enzo Ferrari faceva gareggiare con la sua scuderia quando al volante si presentavano eroi del brivido come Tazio Nuvolari ed Achille Varzi. Epopea remota dell’Italietta fascista, echi di un passato doloroso e struggente. Ancora. Alfa Romeo è all’origine del mito stesso della F1, perché guidando le monoposto del Biscione l’italiano Nino Farina e l’argentino Juan Manuel Fangio si laurearono campioni del mondo. Qui eravamo già al secondo dopo guerra, quando Ferrari si era messo in proprio e sfidava con le vetture che portavano il suo nome le macchine del Biscione. Ferrari diceva di considerare l’Alfa come una mamma, alla quale si era ribellato per conquistare una emancipazione non più rinviabile. Il resto di una leggenda si fece successivamente cronaca spicciola. Alfa Romeo, ormai controllata dallo Stato, stentava a conservare la sua identità originale. Ma è giusto riconoscere che questo marchio prestigioso, ancora per qualche tempo, continuò a legare il suo nome alle competizioni. Carlo Chiti, ingegnere toscano già capo del reparto corse della Ferrari, portò l’Alfa al trionfo, siamo negli anni Settanta, nel campionato mondiale prototipi, riservato a vetture con le ruote coperte. Non solo. Chiti, nonostante i condizionamenti di una proprietà che rispondeva al governo, si spinse prima a realizzare un motore per monoposto di F1, avendo la soddisfazione di vincere il Gp d’Italia 1978 a Monza con la Brabham di Lauda. E quindi sperimentò un’auto da Gran Premio interamente Alfa, telaio e propulsore, affidandola a piloti italiani come Giacomelli e De Cesaris. Fu il canto del cigno. Nel 1986, le dinamiche dell’economia nazionale spinsero il governo a vendere Alfa Romeo al gruppo Fiat. Purtroppo, la miopia del gruppo torinese determinò il progressivo declino del reparto corse dell’azienda milanese, che invece, proprio per valorizzare il marchio, avrebbe avuto bisogno di restare fedele alla sua tradizione nelle corse. Fu un clamoroso errore di prospettiva, interamente imputabile alla negligenza degli Agnelli e dei loro manager. Alfa Romeo in pista avrebbe potuto rappresentare una sorta di junior partner, una… sorellina, della Ferrari, salvaguardando un patrimonio culturale che è stato invece tristemente disperso.

È UN MERITO di Sergio Marchionne avere intuito che una tale dissipazione di prestigio poteva e doveva essere interrotta. Così, è nata l’idea di sfruttare la geometrica potenza della Ferrari per rilanciare il marchio di Alfa Romeo servendosi delle corse. La storica collaborazione tra la casa di Maranello e il team Sauber si prestava bene ad una combinazione di marketing, politica industriale, valorizzazione delle risorse interne, utilizzo di piloti che per ragioni diverse hanno, come Raikkonen e Giovinazzi, un legame importante con l’Italia. Oggi Sauber si chiama Alfa Romeo Racing. Riporta sull’asfalto il brand che tenne a battesimo la F1, nei giorni di Farina e Fangio. Naturalmente occorre mettere le cose in prospettiva, si parla di dimensioni distinte e distanti, da una parte ci sta la leggenda e dall’altra una incerta, tenera promessa. Ma è una bella storia, questa dell’Alfa Romeo che torna a casa, cioè nel box di un Gran Premio.


Giovinazzi tinge d’azzurro il Circus
otto anni dopo Trulli e Liuzzi

Ha realizzato il suo sogno grazie a un’intuizione di Sergio Marchionne

ANTONIO Giovinazzi aspettava questo momento da una vita. Nel senso letterale della frase. Maniaco del volante sin da bambino, il ragazzo pugliese è cresciuto inseguendo il sogno di trovare un posto fisso in F1. Adesso ce l’ha fatta, grazie ad una intuizione del compianto Sergio Marchionne. L’allora presidente della Ferrari si era impegnato, già nel 2014, a riportare nelle corse il marchio Alfa Romeo. Pochi avevano preso sul serio il suo progetto, ma Marchionne lo ha realizzato, sposando il marchio del Biscione ad una Scuderia Svizzera, la Sauber. Il piano si è concretizzato con un supporto tecnico inaugurato dalla fornitura del motore di Maranello. Poi c’è stato un travaso di competenze tecniche, con la nomina di Simone Resta, già progettista delle Rosse, a direttore tecnico del team. L’ingaggio del veterano Kimi Raikkonen ha dato un tocco di nobiltà alla operazione. Restava da rimuovere il buco nero del pilota italiano. Era dal 2011, da quando Trulli e Liuzzi parteciparono al mondiale di F1 guidando monoposto invero modeste, che un driver tricolore non inaugurava la stagione sulla griglia di partenza dei Gran Premi. Giovinazzi merita questa occasione per tanti motivi. Innanzitutto, ha avuto pazienza. Non si è scoraggiato quando la mancanza di adeguati supporti economici gli impediva di trovare una adeguata collocazione. Nell’automobilismo, i soldi sono come la benzina, se non li hai il talento rischia di valere zero. Inoltre, il pugliese ha guadagnato questa opportunità battendosi come un leone nelle categorie minori. Ha vinto spesso, sempre manifestando una maturità degna di un veterano. La sua tenacia è stata premiata. Negli ultimi anni, ha lavorato tantissimo al simulatore della Ferrari, dando una grossa mano ai piloti titolari.

HA PARTECIPATO agli sforzi del gruppo con discrezione, guadagnando il rispetto degli ingegneri e dei meccanici. Con l’Alfa Romeo, Giovinazzi ovviamente non potrà lottare per le prime posizioni. L’obiettivo è un graduale inserimento a ridosso delle scuderie più veloci e più potenti. La collaborazione con Raikkonen gli sarà preziosa: dal finlandese il pugliese potrà imparare i segreti del mestiere, senza lasciarsi condizionare dalla pressione. Le piste le conosce, la macchina non è andata male nei test precampionato a Barcellona. Le premesse sono incoraggianti, a patto di non coltivare inutili illusioni. Per il resto, sognare non fa mai male. L’ultimo italiano a laurearsi campione del mondo fu Alberto Ascari nel lontanissimo 1953. L’ultimo italiano a vincere un Gran Premio è stato Giancarlo Fisichella, in Malesia nel 2006. Sarebbe ora di colmare la lacuna.

Leo Turrini