Monza, scrigno di emozioni
Hamilton l’ultimo vincitore

Il gp che ha fatto la storia è a rischio in futuro per i costi

Leo Turrini

MONZA, AMORE MIO. Da più di un secolo, un angolo di Brianza si trasforma, una volta all’anno, nel luogo magico che raccoglie le emozioni figlie della velocità. Monza ha smesso da tempo di essere un sito geografico. Monza rappresenta la tradizione, la storia, la cultura dell’automobilismo. Ne sono tutti consapevoli, persino quanti, peraltro legittimamente, non amano le macchine, i motori, i rumori, i fragori. Eppure, allo stato dell’arte non c’è alcuna certezza sul futuro del Gran Premio d’Italia nel parco brianzolo, accanto alla Villa Reale. In questo 2019, no problem, esiste un contratto firmato, c’è’ un contributo stanziato dalla Regione Lombardia, eccetera eccetera. Fin qui, tutto bene. Ma dopo? Il dopo è un gigantesco punto interrogativo. Mancano garanzie adeguate. Gli americani di Liberty Media, che hanno sostituito Bernie Ecclestone nella gestione del Circo a quattro ruote, continuano a dichiarare che non intendono rinunciare a Monza, a un Gran Premio carico di gloria e di memoria. Ma sono parole, non necessariamente suffragate dai fatti. In sintesi. Organizzare una gara di Formula Uno non assicura ritorni economici. I costi fissi sono elevatissimi. Chiudere il bilancio in parità quasi sempre si rivela una impresa impossibile. Il meccanismo ideato a suo tempo da Ecclestone strangola, nei fatti, lo spirito imprenditoriale dei promoter locali. Gli eredi statunitensi del piccolo Bernie non hanno modificato la filosofia. Risultato: il Messico ha già fatto sapere che uscirà dal giro nel 2021 e persino Silverstone, sede storica del Gp inglese, non esclude di gettare la spugna. La cosa bizzarra, per non dire di peggio, è che Liberty Media ha garantito un cospicuo sconto a Singapore, con la scusa delle ingenti spese sopportate per l’impianto di illuminazione. E aveva fatto balenare l’ipotesi di un Gran Premio a costo zero per Miami, con il pretesto di portare Ferrari, Mercedes e Red Bull a battagliare sul litorale della Florida.

NON SOLO. Gli americani vorrebbero un mondiale distribuito su venticinque tappe, in pratica tolta la pausa Natalizia ogni due settimane ci sarebbe una corsa, con buona pace dello stress lamentato da piloti, meccanici e ingegneri. In tutto questo, il Gran Premio d’Italia a Monza, con le sue perdite non compensare dal benefico effetto dell’indotto su alberghi e ristoranti, rischia di fare la fine del vaso di coccio tra i vasi di ferro. Sarebbe un peccato, perché l’Inghilterra mai rinuncerebbe al tennis sull’erba di Wimbledon o la Francia alle pietre della Roubaix nel ciclismo. Sarebbe un peccato per chi conosce il mito degli Ascari e di Schumacher, di Lauda e di Senna, di Villeneuve e Mansell, di Vettel e di Hamilton. Ma viviamo un tempo in cui i sentimenti contano fino ad un certo punto. Ed è giusto saperlo prima che accada l’irreparabile.


Spa e Suzuka gli esami
per laurearsi campioni

I circuiti più amati dai piloti. Montecarlo fuori dal tempo

Leo Turrini

«SONO DUE i circuiti che amo di più, i più belli per chi fa il mio mestiere. Spa e Suzuka… ». La frase del leggendario Michael Schumacher non era figlia del caso. Si legava sicuramente ad indelebili ricordi personali. Sul tracciato belga il pilota tedesco aveva debuttato nel 1991 e del 1992 aveva conseguito in quel luogo il primo successo di una carriera che lo avrebbe portato a battere ogni record. Invece in Giappone, sulla pista creata da Soichiro Honda, l’Enzo Ferrari dell’estremo oriente, Schumi aveva vissuto due delle emozioni più grandi. Nel 2000, al volante della Rossa, aveva spezzato un digiuno iridato che per la azienda di Maranello si protraeva dal remoto 1979. E nel 2003, nello stesso posto, era diventato il Campionissimo, scalzando Fangio dalla lista dei plurivittoriosi. Ma non c’era soltanto la forza della memoria, dietro le parole di un personaggio che ha cambiato la storia della Formula 1. Anche chi non è mai salito sul gradino più alto del podio, non ha dubbi. Spa e Suzuka fanno la differenza. Sono tesi di laurea per chi ha scelto una vita da driver. Le caratteristiche naturali dei tracciati esaltano il coraggio di chi guida, imponendo però sempre un supplemento di attenzione. Al minimo errore, sei fottuto. In Belgio si corre in mezzo alle Ardenne. Nel cuore di una boscaglia. Il meteo è tipicamente incerto. Può accadere che su un tratto del circuito splenda il sole, mentre due chilometri più in là sta già piovendo. Se non sei lucido, in un amen passi dalla euforia alla depressione. Soprattutto, a Spa impari che cosa sia la leggenda della velocità. La curva strozzata della Eau Rouge, in fondo ad una discesa che precede una impennata quasi verticale, è uno spasmo permanente. A Suzuka stai in apnea dal primo metro all’ultimo. La varietà del tracciato sollecita macchine e uomini senza soluzione di continuità. Non per niente il Gp del Giappone fu il palcoscenico degli epici duelli rusticani tra Alain Prost e Ayrton Senna. Lo scenario li spingeva oltre il limite della razionalità, con esiti controversi.

LA MAPPA. Il calendario del mondiale di Formula Uno prevede ventuno tappe. La globalizzazione ha introdotto nuove sedi. Lasciamo stare Montecarlo, che può contare sul fascino della tradizione. Ma che senso ha correre di notte tra i guardrail e sui tombini di Singapore? E davvero è utile alla credibilità della Formula Uno fare sfrecciare le monoposto davanti al castello di Baku? Anche no, a prescindere dalla componente finanziaria. In verità, tra i tracciati che in tempi recenti hanno trovato ospitalità sulla mappa del mondiale, l’unico che piace è quello di Austin, nel Texas. È moderno ma rimanda alle curve dei circuiti antichi. Vedremo cosa hanno in serbo gli organizzatori per l’avvenire.