Anno in chiaroscuro, pesa il calo della frutta

Male il raccolto delle pere, minato dalla cimice asiatica e da altre fitopatie. Tra le note positive il Parmigiano Reggiano

I conti si faranno a fine anno, ma è difficile che la ricchezza verde 2019 dell’Emilia Romagna possa replicare il 2018 quando – dopo aver raggiunto nel triennio 2015-2017 numeri da primato – il valore della produzione agricola (PLV) di campi ed allevamenti rallentò il ritmo di crescita, fermandosi a 4,7 miliardi di euro (+0,4%). Grazie alla multifunzionalità (agriturismi, fattorie didattiche, energie alternative e altre attività di servizio) il settore agricolo allargato raggiunse nel 2018 i 7 sette miliardi di euro: un valore che quest’anno potrebbe essere uguagliato. Il perché del calo della ricchezza verde va ricercato nelle tante criticità (cali/crolli produttivi e prezzi bassi all’origine) che hanno colpito le produzioni agricole durante il 2019. Il settore più colpito è certamente la frutta con una campagna di frutta estiva disastrosa per i prezzi di pesche, nettarine e albicocche e una campagna autunnale che ha visto un crollo della produzione di pere e un forte calo del kiwi. Il raccolto, nella regione-simbolo del settore pericolo italiano (qui il 70% della produzione totale) si è quasi dimezzato causa cimice asiatica e altre fitopatie, con la varietà regina, la Abate Fetel, che è passata da 247 a 106 mila tonnellate. Confagricoltura stima una perdita produttiva di quasi 100 milioni di euro e un danno di oltre 22 milioni di euro per decadimento qualitativo, che va ad aggiungersi alla débacle dell’indotto (post raccolta, confezionamento, logistica e manodopera) stimata intorno agli 87 milioni di euro. Non meglio è andata per la frutta estiva on una perdita stimata di 3-4.000 euro/ettaro , causa quotazioni medie sui 35-40 cent/chilo per le albicocche; 20-25 cent per le pesche; 25-30 per le nettarine e circa 20-25 per le susine. Rese produttive e prezzi in calo anche per i cereali, dai frumenti al mais all’orzo. Basse rese ad ettaro anche per il pomodoro da industria con una Plv media al di sotto dei costi di produzione, al limite della sostenibilità economica. Fra le note positive il trend positivo della filiera latte-Parmigiano Reggiano. Il re dei formaggi a pasta dura si conferma il primo prodotto Dop con un prezzo medio che durante l’anno è rimasto tra gli 11 e i 13 euro/chilo. Il giro d’affari dovrebbe superare i livelli del 2018: 1,4 miliardi di euro di valore alla produzione e 2,4 miliardi di euro al consumo, una quota export che supera il 40% (+5,5% crescita a volume rispetto al 2017) e 3,7 milioni di forme prodotte (+1,35% sul 2017). La filiera del Parmigiano vale più di un terzo della Plv regionale; se al latte aggiungiamo le altre produzioni zootecniche (carni suine, bovine, avicole) la zootecnia nel suo insieme vale quasi 2,5 miliardi, cioè più della metà della Plv regionale. Una annata in chiaroscuro il 2019 , sofferente per le bizzarrie del clima e le tante avversità che hanno colpito i raccolti . Si spera in un aumento delle attività legate alla multifunzionalità (agriturismi, fattorie didattiche, energie alternative e altre attività di servizio) che nel 2018 permisero al settore primario di raggiungere i 7 miliardi di euro. «L’agricoltura regionale soffre – commenta Eugenia Bergamaschi, presidente Confagricoltura Emilia Romagna – perché costretta a sopravvivere alle fasi emergenziali, senza una reale politica di pianificazione e prevenzione a sostegno delle produzioni. I cambiamenti climatici stanno stravolgendo i tempi e i modi di coltivare; viviamo in balia degli eventi atmosferici, improvvisi e devastanti ». Guardando al futuro Bergamaschi chiede «di sfruttare al meglio gli strumenti della scienza e della ricerca, introdurre tecniche di miglioramento genetico ». Infine le tasse ‘verdi’ nella manovra finanziaria: «L’agricoltura rischia anche di pagare un prezzo insostenibile per scelte fiscali sbagliate che danneggiano le filiere agroalimentari più competitive o addirittura minano interi comparti come quello dello zucchero».

Lorenzo Frassoldati


Uno strumento in più per la promozione

Ecco i distretti del cibo

La Giunta ha reso operativa una norma nazionale.
Tra gli scopi c’è anche la salvaguardia del paesaggio

Il sistema della qualità agroalimentare dell’Emilia Romagna avrà uno strumento in più per organizzarsi e promuoversi: i distretti del cibo. La Giunta regionale, in considerazione del forte livello organizzativo del territorio, ha deciso di rendere operativa una norma nazionale che potrà aumentare ancora di più i meccanismi di valorizzazione e promozione. Possono richiedere il riconoscimento di Distretto: le forme d’impresa societarie o consortili, le associazioni riconosciute dotate di personalità giuridica e le reti d’imprese soggetto, oltre a enti pubblici, Camere di commercio, enti di ricerca, il mondo delle Università e gli altri soggetti pubblici legati ad attività funzionalmente inerenti alle finalità del Distretto. Possono inoltre far parte dei distretti le organizzazioni professionali agricole, le associazioni di categoria e altri soggetti privati in forma associativa che perseguono gli obiettivi del Distretto. Tra gli obiettivi anche quello di salvaguardare il territorio e il paesaggio rurale, oltre a valorizzare le produzioni agroalimentari di qualità favorendo l’integrazione di filiera. «Le nostre imprese esprimono un forte dinamismo e una grande capacità di innovare lavorando insieme – spiega l’assessore regionale all’Agricoltura, Simona Caselli -. Con questo provvedimento vogliamo dare un’ulteriore leva di crescita e di aggregazione su scala territoriale con il massimo di semplificazione possibile. Per coloro che sono già attori di un percorso aggregativo su una specifica produzione, come ad esempio le Dop o Igp, basterà una semplice istanza». In particolare per i Consorzi di tutela delle Dop e Igp è una opportunità in più per le imprese da Piacenza a Rimini di ottenere finanziamenti attraverso la partecipazione al bando nazionale dedicato ai ‘progetti di distretto’ del Ministero delle Politiche agricole di prossima emanazione.

l.frass.


Meno bottiglie, grande qualità: il vino eccelle

L’ultima vendemmia riporta i numeri nella media: 7,5 milioni di ettolitri. Molto soddisfacente l’aspetto sanitario delle uve

di Lorenzo Frassoldati

Quantità minore ma qualità ottima. La vendemmia 2019 in Emilia Romagna riporta la produzione di vino nella media: 7,5 milioni di ettolitri (erano 9,22 nel 2018 -20%, stime Assoenologi- Ismea-UIV). Dai colli piacentini alla Romagna le uve raccolte presentano in generale un tenore zuccherino inferiore in media di un grado rispetto al 2018, ma spesso un buon grado di acidità, in particolare per i Lambruschi e le uve a bacca bianca romagnole e piacentine. Molto soddisfacente anche l’aspetto sanitario delle uve; in particolare quest’anno si è registrato un netto contenimento dei danni da cocciniglia, grazie al lancio di insetti antagonisti su circa 1.800 ettari di vigneto nel Modenese e nel Reggiano. Tornando ai risultati quantitativi nelle principali macro-aree regionali, in Romagna il calo produttivo ha interessato sia le zone collinari, sia la pianura. In Emilia ad accusare il colpo sono stati soprattutto i vitigni a bacca bianca, mentre si sono difesi meglio quelli a bacca rossa come i Lambruschi, che rappresentano circa il 65% della superfice coltivata a vite tra Bologna e Piacenza. Il calo produttivo si è tuttavia distribuito in maniera abbastanza disomogenea sul territorio regionale. Così mentre la Romagna accusa un calo delle rese tra il 25% e il 32%, più accentuato per le uve rosse, l’area emiliana che comprende Bolognese, Modenese e Reggiano contiene la flessione nel 15% in meno, tuttavia assai più marcata nel caso dei vitigni a bacca bianca, come il Pignoletto. Infine spostandosi più ad ovest, l’area Piacenza- Parma registra una diminuzione delle rese del 20%, a causa soprattutto del freddo primaverile e, in parte, anche per i danni provocati nelle vigne dalle violente grandinate dell’estate scorsa. In Emilia-Romagna le superfici a vite (dati al 31 luglio 2019) si estendevano su oltre 51.420 ettari, 580 in più rispetto all’anno prima. La regione resta nella top ten delle principali regioni viticole italiane, dopo Sicilia (circa 97.000 ettari), Veneto (94.300), Puglia (88.400) e Toscana (60.500 ettari). I vitigni più diffusi sono il Trebbiano di Romagna (15.200 ettari), seguito dal Sangiovese di Romagna (6.645), Lambrusco Salamino (5.100), Lancellotta (4.480) e Pignoletto (circa 2.410 ettari). In due incontri tra l’assessore regionale all’Agricoltura, Simona Caselli, e il mondo del vino regionale (produttori e consorzi), il primo in Romagna a «Poderi dal Nespoli» a Civitella di Romagna (FC), il secondo nell’azienda vitivinicola Torre Fornello, a Ziano Piacentino, si è fatto il punto sulle prospettive del vino tra Piacenza e Rimini. «Dopo l’exploit del 2018 – sottolinea la Caselli – con la vendemmia di quest’anno siamo rientrati nella media produttiva degli ultimi anni, complice un andamento meteorologico sfavorevole. Come qualità, tuttavia, la vendemmia 2019 ha tutte le carte in regola per ottenere vini di eccellenza». Il settore vuole crescere. «Per sostenere i progetti di sviluppo delle imprese – aggiunge la Caselli – attraverso i fondi europei dell’Ocm vino stiamo mettendo in campo un consistente pacchetto di risorse finanziare che s’aggira mediamente sui 24-25 milioni di euro all’anno. Gli obiettivi: promuovere i nostri vini sui mercati esteri, in particolare quelli emergenti del sud-est asiatico e del Nord America, favorire la ristrutturazione e riconversione dei vigneti, finanziare l’ammodernamento tecnologico e gli investimenti in cantina».


Aceto balsamico, storico patto tra i consorzi

Collaborazione suggellata dall’accordo per condividere strategie e operatività

Storica intesa tra i due Consorzi dell’aceto balsamico: Modena Igp e Tradizionale Dop per condividere strategie ed operatività. L’accordo fa seguito a una collaborazione che si è fatta sempre più intensa e che si è concretizzata nella gestione congiunta di procedimenti legali, nell’organizzazione dell’evento annuale «Acetaie Aperte», fino a creare uno spazio condiviso denominato «Le Terre del Balsamico » al parco agroalimentare Fico di Bologna. Il protocollo d’intesa istituisce un comitato di coordinamento in cui i presidenti e i vice dei due enti si potranno confrontare con regolarità. Il presidente del Comitato per il primo biennio sarà Enrico Corsini attuale presidente del Consorzio Aceto Balsamico Tradizionale di Modena. A livello strategico e operativo, gli obiettivi dell’accordo coinvolgono la tutela, la comunicazione e la promozione dei prodotti, delle rispettive denominazioni e del territorio, le pubbliche relazioni, il rapporto con i media e le istituzioni. «L’accordo siglato dai due consorzi dell’Aceto Balsamico di Modena, quello Igp e quello Tradizionale Dop, per azioni comuni sul fronte della tutela giuridica delle rispettive denominazioni, della comunicazione e della promozione è una notizia molto positiva che va nella direzione da noi sempre auspicata di una collaborazione sempre più stretta tra i due organismi, con l’obiettivo comune di valorizzare l’immagine complessiva di un comparto, quello del Balsamico, che non ha paragoni nel resto del mondo», è il commento dell’assessore regionale all’Agricoltura, Simona Caselli. «La condivisione di strategie e obiettivi sancita dalla firma del protocollo di intesa- sottolinea la Caselli- rappresenta un valore aggiunto per l’intero mondo del Balsamico e va a rafforzare l’immagine complessiva di un territorio vocato alle produzioni agroalimentari di qualità». «Sono convinta che l’intesa – conclude l’assessore – darà ancora più spinta alla crescita del comparto ed aiuterà le due rinomate specialità ad affermarsi sempre di più sui mercati di tutto il mondo, come in effetti sta già avvenendo ».

l. frass.


«Siamo giovani e più produttivi,
la Pac dovrà tenerne conto»

Bertinelli (Coldiretti): «Il nostro valore aggiunto per ettaro è due volte più alto della media europea. E sull’etichettatura obbligatoria abbiamo raccolto 1,1 milioni di firme: è una questione di sicurezza»

Nicola Bertinelli, presidente di Coldiretti Emilia-Romagna, cos’è l’agricoltura oggi?
«Il comparto agroalimentare italiano nel 2018 ha fatturato oltre 538 miliardi. È la filiera con maggior impatto economico in Italia. La componente agricola è il cuore pulsante della filiera».
Che periodo storico è per l’agroalimentare italiano?
«Il nostro cibo è sotto attacco, il 18 ottobre scorso sono entrati in vigore i dazi imposti dagli Usa all’Europa. Per quanto riguarda l’Italia sono stati colpiti i formaggi Dop prodotti con il latte vaccino. L’Emilia-Romagna destina circa l’ 86% della sua produzione di latte ai formaggi Dop. Il Parmigiano Reggiano, da solo, pagherà il 25% dei dazi che colpiranno l’Italia. Coldiretti sta lavorando per far sì che l’Europa risponda a queste misure. Abbiamo rassicurazioni sul fatto che il fondo europeo di gestione delle crisi passerà dai 500 milioni attuali al miliardo di euro».
A proposito di Europa, quale Pac vuole Coldiretti?
«C’è l’esigenza di ‘riequilibrare’ la spesa facendo in modo che la Pac possa recuperare con forza anche il suo antico ruolo di sostegno ai redditi e all’occupazione agricola per salvaguardare un settore strategico per la sicurezza e la sovranità alimentare della Ue e per contribuire alla crescita dell’intera economia europea. Vanno ribaltati anche gli attuali parametri per l’assegnazione delle risorse. L’Italia dovrebbe incassare di più: il valore aggiunto per ettaro nazionale è più del doppio della media Ue, oltre il triplo di Germania e Regno Unito, il 58% in più rispetto alla Spagna e il 153% in più dei francesi».
L’agricoltura dell’Emilia Romagna è sempre più caratterizzata dalla presenza di giovani.
«Dal 2015 a oggi sono entrati in agricoltura oltre 1.600 under 40 e questo è anche dovuto al nuovo modo in cui i giovani percepiscono il lavoro in agricoltura. Come Coldiretti abbiamo istituito un apposito premio denominato Oscar Green dove ogni anno premiamo i giovani che si sono distinti per idee imprenditoriali innovative. I costi della terra per ora non sono proporzionati alla sua redditività. È essenziale che la futura Pac venga incontro a chi vuole iniziare a lavorare in agricoltura».
Come vi ponete rispetto alla Plastic tax?
«Tassare chi produce e utilizza plastica non porta da nessuna parte. Se non ci sono alternative alla plastica è più importante incoraggiarne il riutilizzo, non tassare chi la usa. Ma in generale è necessario incentivare la ricerca per trovare materiali alternativi. Tassare le aziende farebbe solo aumentare i costi produttivi, rendendole meno competitive nello scenario internazionale. Stesso discorso per il gasolio agricolo: gli agricoltori sono costretti a usarlo, anche perché non c’è un’alternativa».
Un grande successo di Coldiretti nel 2019: la petizione europea per l’etichettatura obbligatoria degli alimenti.
«Abbiamo raccolto 1,1 milioni di firme per ottenere che Consiglio, Parlamento e Commissione europei affrontino il tema dell’etichettatura obbligatoria. Vogliamo che tutte le produzioni europee siano tenute a indicare in etichetta la provenienza della materia prima. È essenziale superare il paradosso per cui l’origine di un prodotto dipende solo dalla sua ultima trasformazione. L’agricoltura italiana è la più sicura d’Europa, è una questione di salute dei consumatori, oltre che di reddito per i produttori ».
Questo è stato l’anno di problemi come le catastrofi atmosferiche e l’aumento dei danni da fauna selvatica.
«I cambiamenti climatici sono una realtà. Si alternano lunghi periodi di siccità ad altri di grandi piogge. Serve una politica di costruzione di nuovi invasi per meglio gestire le risorse idriche. Molti danni sono causati dalle nutrie che scavano le tane negli argini indebolendoli. Riguardo i danni da fauna selvatica, fra il 2012 e il 2019 in Emilia-Romagna a causa degli ungulati si sono verificati oltre 5.000 incidenti, alcuni mortali. Non si tratta più di un problema dell’agricoltura, ma di sicurezza dei cittadini. Il 7 novembre a Montecitorio abbiamo manifestato chiedendo che vengano accolti nella legge di bilancio i nostri emendamenti perché le Regioni possano fare piani di contenimento del cinghiale. Se non saranno accolti ci rifaremo sentire».
Due terzi del territorio è collinare e montano.
«L’agricoltura di montagna va incentivata. È un territorio prezioso e produce distintività. Se non ci sono agevolazioni per gli investimenti e nelle infrastrutture logistiche è solo un luogo in cui produrre costa di più. E invece è un’opportunità unica per quello che offre. Grazie alla legge di orientamento voluta da Coldiretti, ora in montagna si può fare agricoltura sociale, si possono aprire agriasilo e quando nevica si possono impiegare gli agricoltori che possono usare i trattori come spazzaneve».
Come vede l’agricoltura nel futuro?
«In Emilia-Romagna si è sviluppato un hub eccezionale a Bonifiche Ferraresi dove si lavora per il precision farming. Un aspetto determinante è l’ecosostenibilità, la materia organica deve tornare nel suolo per garantirne la fertilità. Vedo un modello in cui le nuove tecnologie permettono all’agricoltura di produrre prodotti distintivi nel rispetto dell’ambiente con un contributo alla città, mantenendo la redditività delle piccole e medie aziende. Questo permetterà il mantenimento sul territorio delle famiglie».


«Sostenere gli investimenti aziendali»

Bergamaschi (presidente Confagricoltura): «No alla guerra dei dazi, servono tutele e protezioni per le nostre Dop e Igp»

Eugenia Bergamaschi, presidente di Confagricoltura Emilia- Romagna, a gennaio ci sono le elezioni regionali. Che cosa si aspetta dalla nuova Giunta?
«Una pubblica amministrazione con un’agenda all’insegna della concretezza, al fianco delle imprese e capace di intercettare bisogni e criticità dell’agricoltura, capace di adottare politiche sostenibili sul piano economico, ambientale e sociale, per traghettare il sistema regionale verso la globalizzazione. Un percorso intrapreso dall’attuale Giunta che deve continuare con attenzione sempre maggiore al mondo produttivo e alle insidie della difficile congiuntura».
Quali sono i passaggi obbligati?
«Uno su tutti: eliminare gli ingranaggi arrugginiti della burocrazia. Ci attendiamo una reale semplificazione oltre che una fattiva trasposizione degli indirizzi politici ai soggetti incaricati all’attuazione. Poi chiediamo di non abbassare la guardia sulle risorse da destinare al nuovo Piano di sviluppo rurale».
Cosa non deve mancare nel Piano di sviluppo post 2020?
«Questo strumento regionale va finalizzato a sostenere gli investimenti aziendali, prevedendo una congrua allocazione di fondi per potenziare strutture, innovazione e conoscenza. Al contempo bisogna sostenere i percorsi di aggregazione delle imprese puntando su progetti di filiera e interprofessione, così da contrastare l’eccessiva frammentazione del sistema e accompagnare il processo di internazionalizzazione con un buon gioco di squadra, al fine di valorizzare le produzioni Dop e Igp ma non solo».
Che ruolo giocano i Consorzi di tutela nell’internazionalizzazione delle imprese?
«Una strategia di valorizzazione del prodotto è vincente se concertata lungo la filiera. Il consorzio di tutela dovrebbe coinvolgere la parte produttiva nella programmazione, nelle scelte, come pure nella definizione del disciplinare. Lo ha fatto il Consorzio del formaggio Parmigiano Reggiano con risultati ben visibili soprattutto sui mercati esteri, invece il Consorzio del Prosciutto di Parma pare aver imboccato un’altra strada».
Export. La Regione Emilia-Romagna si è schierata contro i dazi di Trump. Qual è la posizione di Confagricoltura?
«Confagricoltura dice ‘no’ alla guerra dei dazi. L’agrifood dell’Emilia-Romagna ha bisogno di un sistema forte e coeso nel quadro di crescita delle esportazioni; chiede maggiori tutele e protezioni per le Dop e Igp, che vanno garantite da accordi bilaterali di libero scambio tra Ue e paesi terzi».
I cambiamenti climatici stravolgono i tempi dell’agricoltura, come reagire?
«Se vogliamo sostenere l’agricoltura in maniera ecosostenibile, allora non abbiamo altra scelta che ricorrere alla ricerca scientifica e sperare in un nuovo indirizzo politico in grado di catalizzare investimenti. Climate change e parassiti ci inducono a cambiare il modo di coltivare. Non possiamo più adottare le tecniche d’un tempo. I danni sull’annata agricola 2019 sono stati devastanti, in particolare per la frutticoltura. Serve una lotta chimica più mirata, per questo chiediamo di tenere attive le poche molecole ancora disponibili – tra queste alcune in corso di revisione –, cioè una sorta di moratoria affinché non siano poste ulteriori limitazioni al loro utilizzo, perlomeno fino al termine di questa fase emergenziale. Siamo anche contrari al Piano d’azione nazionale in via di definizione: troppi divieti e vincoli spingerebbero molte aziende agricole alla chiusura».
Confagricoltura promuove l’utilizzo di nuove tecnologie di miglioramento vegetale.
«Occorre rivedere assolutamente l’approccio alle nuove tecnologie. La scienza, la ricerca e la sperimentazione sono indispensabili. Introdurre nuove tecnologie di miglioramento dei vegetali, come l’editing del genoma col sistema Crispr, significa dare una risposta concreta non solo alle esigenze della produzione, ma anche all’elevata domanda di sostenibilità ambientale e sicurezza alimentare»


IL POMODORO

«Luci e ombre, ora cambiamo»

Prodotto da industria, anno difficile: bisogna intervenire

Il 2019 si chiude male anche per il pomodoro da industria. «Poteva andare peggio – sottolinea Bergamaschi –: è stato sottoscritto un quantitativo di pomodoro contrattato di 29 milioni di quintali, molto superiore a quello che può essere trasformato dall’intero bacino delle industrie del Nord. Dobbiamo quindi ringraziare il maltempo, che ha fatto precipitare la produzione del 18% rispetto al quantitativo contrattato nella programmazione annuale. Adesso, però, i produttori chiedono di lavorare subito alla programmazione 2020 per arrivare a definire un quantitativo di pomodoro tale che possa garantire loro una congrua marginalità e scongiurare eventuali produzioni invendute. Vanno ridisegnate le organizzazioni di produttori (Op) perché attualmente svolgono un’opera di intermediazione, ma non è sufficiente. Vanno rivisti i criteri di rappresentanza sindacale».


Fauna selvatica

«Ungulati, i rischi sono seri»

«Sono il primo vettore di trasmissione della peste suina»

Modificare anzitutto il quadro normativo nazionale e sperare che le associazioni venatorie svolgano il proprio compito nell’attuazione dei piani di contenimento, come previsto dal Piano faunistico regionale. Lo sostiene Confagricoltura Emilia Romagna. «Bisogna riconoscere alla Regione l’impegno profuso – precisa Bergamaschi – ma non vogliamo rivivere l’incubo della ‘cimice asiatica’ con conseguenze inarrestabili sulla tenuta economica e sociale del territorio. L’emergenza va affrontata: gli ungulati sono il principale vettore di trasmissione della peste suina; diversi quindi gli ambiti da attenzionare per garantire la sicurezza e la salute pubblica, a difesa anche della filiera delle carni suine che è strategica per l’Emilia-Romagna». Bergamaschi chiede «interventi rapidi e puntuali per il contenimento del numero di capi».


La crisi del comparto frutta

«Danni per 350 milioni di euro»

Albano Bergami: «Vanno sospesi i mutui e riviste le normative»

«Il comparto delle pesche, nettarine e pere ha subito quest’anno un danno alla produzione di oltre 350 milioni nel Centro Nord, però da Futurpera arriva un segnale di reazione: è boom di espositori». Lo dice Albano Bergami (nella foto a sinistra), presidente dei frutticoltori di Confagricoltura Emilia-Romagna. «Confagricoltura ha chiesto attenzione fin dalle prime fasi di raccolta della frutta estiva, tuttavia – incalza Bergami – le aziende frutticole danneggiate attendono ancora una risposta concreta alle richieste formulate negli ultimi mesi: sgravi fiscali e previdenziali; la sospensione dei mutui nonché la revisione della legge sulle ‘calamità naturali’ e il rifinanziamento del Fondo di solidarietà. Nella legge di bilancio 2020 sono previste risorse per il ristoro dei danni, ma non sono sufficienti».


«Date un sostegno reale ai produttori»

Carlo Piccinini (Confcooperative Emilia-Romagna): «Se non cambia qualcosa, rischiamo di trovarci con un’altra immagine della regione»

Le inondazioni delle ultime settimane sono solo l’ultimo colpo inferto agli agricoltori dell’Emilia- Romagna dopo un’estate davvero difficile tra il flagello della cimice asiatica, patologie sempre più aggressive come l’alternaria e il ragnetto rosso e andamenti climatici sfavorevoli che hanno penalizzato diverse colture (un esempio su tutti: i danni causati al pomodoro dal maltempo di maggio). «Ecco, in questa situazione già di per sé molto problematica – ragiona Carlo Piccinini, presidente di Confcooperative FedAgriPesca Emilia-Romagna, federazione regionale che riunisce 425 cooperative agroalimentari con 55.000 soci – spuntano anche i dazi all’export, le nuove tasse sulla produzione e i tagli paventati alla Pac. Se non cambia qualcosa, rischiamo davvero di trovarci con un’altra immagine di Emilia-Romagna».
Quale immagine, presidente?
«Ad esempio, con una frutticoltura pesantemente ridimensionata, come già accaduto negli ultimi 10 anni dato che la superficie agricola per pesche e nettarine si è più che dimezzata e per le pere si è ridotta del 24%. Senza un sostegno reale ai produttori, ci sarà un’ulteriore riduzione della pericoltura devastata dalla cimice asiatica».
La ministra Bellanova ha promesso un primo stanziamento di 80 milioni di euro per i prossimi tre anni.
«È un buon inizio, ma non basta: il Cso ha calcolato 350 milioni di danni della cimice asiatica solo per il Nord Italia nella campagna 2019. I soci delle nostre cooperative ortofrutticole ci chiedono cosa fare con i loro campi di pere: se non gli si consente di combattere la cimice, anche con azioni più tempestive di quanto può fare la vespa samurai, è evidente che tanti si troveranno costretti ad abbattere le piante. Per la sola Xylella in Puglia sono stati stanziati dal Governo 300 milioni. Abbiamo bisogno di misure straordinarie, sia nazionali che europee, per combattere la cimice asiatica, e insieme a questo occorre dare ai produttori la possibilità di difendersi accedendo a prodotti fitosanitari sostenibili».
Per ora dal Governo arrivano invece nuove tasse. Vi siete scagliati contro plastic tax e sugar tax. Perché?
«Perché penalizzano il nostro sistema agroalimentare. La plastica viene utilizzata per valorizzare le produzioni agricole emiliano- romagnole così da venderle in tutto il mondo; invece di incentivare le imprese alla riconversione industriale per ridurre l’impatto ambientale, si aggiunge una tassa solo per fare cassa e senza produrre benefici. La sugar tax poi ha l’effetto di raddoppiare il danno per i nostri agricoltori: danneggia la filiera bieticolo- saccarifera, con l’ultimo baluardo dello zucchero 100% italiano rappresentato dalla cooperativa bolognese Coprob, e danneggia le industrie alimentari che utilizzano frutta italiana per i succhi».
Di fronte alla difficoltà dei consumi alimentari interni, spesso si dice di puntare sull’export.
«Verissimo, ma anche qui la politica dovrebbe aiutarci ad aprire nuovi mercati, non a chiuderne come accaduto con l’embargo russo. Sui dazi Usa che colpiscono nostre Dop come Parmigiano Reggiano e Grana Padano abbiamo chiesto ai nostri rappresentanti nella Ue di ottenere misure azzera-dazi per i prodotti colpiti».
Lei è un imprenditore del vino, quali le priorità per questo comparto?
«Anche qui bisogna puntare su internazionalizzazione e aggregazione. Servono aziende con le spalle larghe per affrontare la sfida della competitività sui mercati internazionali e servono accordi commerciali che favoriscano l’ingresso senza barriere dei nostri prodotti».


«Finanziamenti comunitari, siamo troppo indietro»

Patrizia Marcellini (Marche): «Puntiamo troppo sul piccolo e poco sull’aggregazione»
Patrizia Marcellini, presidente di Confcooperative FedAgri- Pesca Marche, qual è il problema più grosso che pesa sul comparto?
«Il tema dei finanziamenti comunitari a cui le aziende accedono per i programmi del Psr: abbiamo una grande capacità come imprese di progettare, ma attualmente la Regione si trova a rischio disimpegno. L’avanzamento di spesa, aggiornato allo scorso ottobre, è infatti pari solo al 22,43%: su un totale di circa 670 milioni di euro sono stati finora spesi solo 156 milioni. Ci sono grossi problemi nella gestione burocratica».
E altri aspetti?
«L’altro problema è la quasi totale assenza di aggregazione. Puntiamo troppo sul piccolo e troppo poco sull’aggregazione e così si finisce per agevolare solo le nicchie e non i grandi numeri. Siamo una regione fortemente ‘individualista’ e ciò spiega come mai abbiamo un tessuto imprenditoriale costituito prevalentemente da piccole o medie imprese, salvo qualche eccezione come la cooperativa Cooperlat. Viviamo in un contesto macroeconomico difficile e la dimensione imprenditoriale conta ».
In quale situazione si trova il comparto del vino?
Anche il settore del vino, salvo poche eccezioni, è fatto di imprese assai piccole. E anche da troppe Doc regionali. La superficie media di ogni doc è di circa mille ettari. È assai difficile fare attività e politiche promozionali quando il prodotto viene da solo un migliaio di ettari».
Da dove vengono i segnali più interessanti dell’agroalimentare regionale?
«Il settore seminativi è forse il più avanzato perché si stanno avviando contratti di filiera grazie alla presenza di un molino Barilla a Castelplanio e di un nuovo molino di proprietà dell’azienda Casillo a Santa Maria Nuova, sempre nell’anconetano, arrivato da 5-6 mesi».
Non c’è altro?
Possiamo sicuramente annoverare tra le note positive che siamo una delle regioni in cui si si sta fortemente sviluppando il settore del biologico, per il quale vantiamo una tradizione storica ».