«Caporalato e finti subappalti,
contrastiamoli con la certificazione»

Pier Paolo Redaelli, presidente dell’Ordine dei consulenti del lavoro

di FRANCESCO MORONI

«LA NOSTRA missione è certificare quali sono le aziende virtuose, sia da un punto di vista lavorativo che di trasparenza». A spiegare l’attività dei consulenti del lavoro è Pier Paolo Redaelli, presidente dell’Ordine, che illustra una figura professionale sempre più in evoluzione, con un occhio particolare al territorio emiliano-romagnolo.

Redaelli, chi sono i consulenti del lavoro?

«Tutori della fede pubblica, essendo un Ente di diritto pubblico: liberi professionisti con competenze specifiche nell’area giuridicoeconomica, dalle nozioni di ragioneria all’applicazione pratica delle leggi. Lavoro, occupazione, ricollocazione, asseverazione delle aziende soprattutto».

Ci spieghi meglio.

«Ci occupiamo di tutto quello che riguarda il rapporto tra il lavoratore e il proprio datore, e siamo controllati dal ministero di Giustizia e da quello del Lavoro. In Italia questa figura è particolarmente richiesta, perché esiste un sistema di norme che regolano il lavoro molto complesso dal punto di vista amministrativo».

Questo cosa comporta?

«Buste paga, imposte, contributi: c’è bisogno di una specializzazione che neanche la scuola e l’università riescono a dare».

Bisogna investire sui giovani, quindi?

«Certo, abbiamo anche firmato un protocollo per far entrare nel mondo accademico con un inquadramento maggiore la nostra figura. Molto spesso i ragazzi che escono dai corsi di laurea ignorano totalmente quali siano le mansioni di cui si occupa un consulente, si sentono come dei pesci fuor d’acqua».

Qual è il vostro obiettivo?

«Noi, come ordine professionale, organizziamo seminari e incontri di orientamento, cercando, appunto, di integrare quelle nozioni che le nostre facoltà non riescono a dare ».

E per quanto riguarda, invece, il rapporto con le aziende?

«Come dicevo prima, una delle nostre attività principali è garantire la legalità delle imprese che gestiamo. Non è un lavoro di vigilanza, ma piuttosto di controllo e certificazione: la denominazione corretta è Asse.co, asseverazione contributiva. Una specie di bollino blu che forniamo alle aziende virtuose, sia per quanto riguarda la trasparenza sia i rapporti di lavoro. In questo modo, il Ministero sa già quali sono le imprese iscritte all’interno di una sorta di lista bianca».

Una garanzia importante.

«Questo è un argomento estremamente di attualità: purtroppo c’è bisogno di una certificazione sempre maggiore per imprese, a causa di alcune realtà come caporalato e appalti illeciti. Immaginiamo questi come problemi lontani, ma in realtà sono molto vicini a noi e ben radicati anche nel nostro territorio ».

Un esempio?

«Basta pensare alla Riviera e a tutti i problemi legati al costo del lavoro: qui il caporalato è diffuso più di quanto non si pensi. C’è un fenomeno, poi, che sta emergendo con forza ogni giorno: è la somministrazione nei pubblici esercizi».

Come funziona?

«Il gioco è semplice: una società si rivolge a un albergatore e chiede quanti sono i dipendenti. Questi si dimettono, e vengono assunti da una società che li somministra all’albergatore tramite un appalto per la gestione del servizio».

Così nasce l’appalto illecito?

«I dipendenti prenderanno così lo stesso stipendio di prima, ma la metà figurerà come rimborso spese di viaggio, che è esente da contributi e imposizione fiscale: è in questo modo che riescono a mantenere i costi, attraverso una busta paga fittizia».

Come si puo’ arginare il fenomeno?

«Sicuramente, non è facile. Garanzia e trasparenza, prima di tutto. La normativa nel nostro Paese è regolata da una serie di leggi ben definite: io posso appaltare la pulizia dei miei uffici a un’azienda, e questo è regolare. Ma i casi di appalti illeciti spuntano fuori di continuo, è un gioco fraudolento».


CARLO BALLARDINI (ANCL BOLOGNA)

«Noi al fianco degli imprenditori
nella giungla della burocrazia»

«AIUTIAMO e sosteniamo i nostri iscritti nel difficile e complicato rapporto con gli istituti pubblici, coadiuvandoli nella loro professione ». Carlo Ballardini è il presidente provinciale di Ancl Bologna (l’Associazione nazionale dei consulenti del lavoro), sindacato che si occupa di tutelare la figura professionale dei consulenti.

Ballardini, come nasce il sindacato?

«Innanzitutto ha una storia del tutto particolare e inusuale rispetto a tante altre realtà: la nostra associazione nasce prima della costituzione dell’Ordine professionale dei consulenti del lavoro».

Ci dica di più.

«In realtà, è proprio il sindacato che ha spinto affinché questa figura venisse riconosciuta e inquadrata istituzionalmente. E poi è unico nel suo genere».

L’unico di questo tipo?

«Sì, ne esiste solo un altro simile, ma comprende solo i colleghi che lavorano nella provincia di Roma o nel Lazio».

Cosa ha portato alla costituzione dell’Ordine?

«All’epoca, abbiamo raccolto tantissimi consulenti a livello nazionale. La denominazione della professione non era nemmeno questa, si chiamavano tributari dei libri paga. Poi, nel 1979, è stato costituito l’Ordine: oggi, ovviamente, il ruolo del consulente ha molte più sfaccettature e contorni».

Qual è il vostro impegno principale, oggi?

«A livello nazionale, ci occupiamo di aiutare i professionisti a dialogare con gli istituti pubblici, come l’Inps o l’Inail. Purtroppo ci ritroviamo schiavi di un sistema che non sempre facilita il lavoro e che richiede un aiuto ulteriore».

Un problema diffuso in tanti ambiti.

«Ci sono cose che proprio non possono andare: nel 2019, è ancora impossibile riuscire a contattare telefonicamente certi istituti. Gli operatori o non rispondono, oppure 9 volte su 10 non sono in grado di risolvere il problema e aiutare i professionisti. Parlare con gli uffici di cassa integrazione, ad esempio, non è fattibile».

Qualche altra attività?

«Aiutiamo i consulenti a districarsi anche in quelle situazioni critiche, quando si trovano di fronte a esempi di caporalato o appalti illeciti. Se un professionista si trova di fronte a una società che ha somministrato i propri dipendenti a un’altra impresa, dovrà fare i conti con tante buste paga falsate, su cui è impossibile lavorare».

L’aspetto della formazione è sicuramente rilevante.

«Certamente. Per i nostri iscritti, organizziamo corsi di formazione appositi, in aggiunta a quelli già messi a regime dall’Ordine. Non comprendiamo la totalità degli iscritto all’Ordine, ma i nostri associati sono comunque in numero consiste e il nostro è un rapporto diretto».

Questo è un valore aggiunto?

«E’ fondamentale investire sui giovani e abituarli a nuove dinamiche e competenze. Questo avviene soprattutto a livello provinciale».

f. m.


«Terra di imprenditori illuminati»

Alessandro Bonazzi (Coordinamento regionale dei commercialisti)

DAL 2008, i nove Ordini dei Dottori commercialisti dell’Emilia- Romagna sono riuniti in un Coordinamento regionale. Il cui scopo, fra gli altri, è coordinare le attività degli aderenti, favorire l’aggregazione, l’esame e lo studio di problemi comuni. «La nostra regione è un modello di struttura industriale avanzato, vincente rispetto a molti Land tedeschi con capacità umane e tecniche notevoli, valenti imprenditori spesso all’avanguardia e un sistema virtuoso nei rapporti tra le parti sociali », afferma Alessandro Bonazzi, presidente dell’Ordine bolognese e del Coordinamento regionale. Operare in questo territorio rappresenta «una grande sfida, che necessita di commercialisti all’altezza della situazione».

Come vi muovete, in questo contesto?

«Il sistema fiscale e la nostra professione non dovrebbero fare altro che assecondare la spinta alla ricerca, all’innovazione, in una parola all’internazionalizzazione, che passano anche attraverso strategie di aggregazione tra imprese ». Qual è il vostro rapporto con la politica?

Non sempre è stato sereno.

«È indispensabile recuperare il rapporto tra le professioni e la politica, con una corretta interlocuzione tra le parti. In passato abbiamo visto venire alla luce norme senza un giusto confronto e senza un corretto ascolto delle professioni, con risultati di scarsa efficienza e/o di difficile applicabilità».

Parliamo di un tema spinoso, che vi vede in prima linea: il rapporto tra fisco e imprese.

«Una premessa: le imprese vanno bene se sono ben gestite. La leva fiscale è un mezzo che può agevolare il raggiungimento del fine; oppure ostacolarlo».

Qual è la situazione, nel nostro Paese?

«Il tema della fiscalità è la base impositiva, non l’aliquota settoriale. La tassazione sulle società oggi è a valori non così diversi dagli altri Paesi omogenei per sviluppo e mercato».

Dunque, qual è il problema?

«È che quella aliquota è solo una piccola parte del peso fiscale, cioè il cosiddetto cuneo, che rappresenta quasi due terzi del reddito. Credo che l’ impegno debba essere concentrato su questo aspetto, che costituisce un rilevante peso per la competitività delle nostre imprese».

Molti hanno storto il naso di fronte alla fatturazione elettronica. Che ne pensa?

«Credo che questa sia più un’opportunità che un peso. I maestri della professione ci ricordano che anche nel 1972, quando nacque la fatturazione, ci si ponevano gli stessi problemi».

Che ruolo ha il commercialista, quando si introducono novità come questa?

«Il tema attuale e futuro è che il commercialista deve essere un consulente in grado di aiutare a risolvere i problemi dell’impresa sia sul versante amministrativo sia su quello gestionale. E deve saper consigliare, interpretando in anticipo le esigenze del cliente».

Si discute spesso del ruolo degli Ordini professionali. Qual è il suo punto di vista?

«L’Ordine è posto a tutela della fede pubblica, è istituito a garanzia dei terzi. Deve quindi assicurare la adeguata formazione e la deontologia professionale degli iscritti. È garante della legalità, e assiste e incentiva il sistema produttivo e imprenditoriale».

Operare in l’Emilia-Romagna offre prospettive professionali migliori che altrove?

«Il nostro territorio è caratterizzato da imprenditori illuminati, che hanno creato interessanti condizioni di ripresa dell’economia. Possono quindi crescere opportunità anche per i commercialisti, nei ruoli attuali e in quelli futuri attraverso i nuovi stimoli dati dalle imprese».

Luca Orsi


IL CODER

«Siamo interlocutori con le
istituzioni e le altre professioni»

ALESSANDRO Bonazzi – 52 anni, presidente dall’Ordine dei commercialisti e degli esperti contabili di Bologna – per l’anno in corso è rappresentante del coordinamento tra gli Ordini dell’Emilia Romagna. L’obiettivo del coordinamento è «rafforzare il ruolo di interlocutori con le istituzioni locali e con le altre professioni, in uno scenario economico alle prese difficoltà ma anche con nuove sfide». I presidenti degli altri Ordini in regione sono: Gianfranco Gadda (Ferrara), Aride Missiroli (Forlì-Cesena), Stefano Zanardi (Modena), Emanuele Favero (Parma), Marco Dallagiovanna (Piacenza), Gianandrea Facchini (Ravenna), Corrado Baldini (Reggio Emilia) e Giuseppe Savioli (Rimini).


IL CASO NATO NEL 2014, VI HANNO ADERITO TUTTI I NOVE ORDINI DELLA REGIONE

Coder Area lavoro, sinergie e collaborazioni

IL LAVORO e la materia giuslavoristica sono, da sempre, oggetto di studio di chi esercita la professione di commercialista. Nel 2014, nella nostra regione è nato il Coder Area lavoro – Coordinamento Ordini dei Dottori commercialisti e degli Esperti contabili dell’Emilia Romagna – Area Lavoro. Vi hanno aderito tutti i nove Ordini del territorio: l’Emilia Romagna è l’unica regione completamente rappresentata in ambito nazionale. Il Coder Area lavoro è nato per colloquiare e collaborare con le istituzioni e le università; e per uniformare le modalità di comportamento con istituti previdenziali e assicurativi, ispettorati del lavoro, uffici regionali preposti al lavoro. L’obiettivo dell’attività del Coder Area lavoro è favorire un migliore funzionamento del mercato del lavoro, semplificare e uniformare le procedure in ambito regionale, creare sinergie e collaborazioni tra e con le istituzioni. Il rapporto con la Regione – sempre in tema lavoro – è particolarmente proficuo. Negli incontri con i funzionari dell’area formazione e lavoro sono stati trattati argomenti come: situazione delle linee guida sui tirocini e su Garanzia giovani; sperimentazione del nuovo SARE; apprendistato di alta formazione svolto durante il periodo di pratica per l’abilitazione all’esercizio della professione; lavoro e disabilità; lavoro e immigrazione; crisi occupazionale. È stata anche condivisa l’iniziativa di organizzare, in collaborazione, un evento formativo/informativo in materia di tirocini, a seguito di una delibera della giunta regionale del 2018.

È ATTIVA anche una collaborazione con l’Università di Modena e Reggio Emilia, con l’obiettivo di organizzare incontri con gli studenti per illustrare la professione del commercialista, con particolare riferimento alla materia giuslavoristica: una concreta opportunità di lavoro per i giovani. Tutti gli Ordini dei Dottori commercialisti e degli Esperti contabili dell’Emilia Romagna hanno anche condiviso un percorso formativo per i propri iscritti e collaboratori (praticanti, dipendenti) in materia di lavoro alla luce – all’epoca – dei nuovi provvedimenti del Jobs Act. È stata data così la possibilità di entrare nel merito di una materia da sempre fondamentale nella vita delle aziende assistite dai commercialisti.


«La differenza la fanno le persone»

Francesco Rossi, coordinatore nazionale divisione Risorse umane del gruppo

di CRISTINA DEGLIESPOSTI

«PARTIAMO da un dato: la differenza, nelle aziende, la fanno le persone. E il candidato migliore non è necessariamente quello tecnicamente più preparato». Francesco Rossi, Senior Partner e coordinatore nazionale della divisione Risorse umane di Praxi, è uno dei massimi selezionatori di manager lungo tutta la penisola e l’Emilia-Romagna «da territorio tradizionalmente legato al prodotto e alla tecnica, si sta affacciando un approccio più incentrato alla persona».

Qual è il cliente tipo?

«Lavoriamo con chi, come noi, crede che nelle aziende il fattore critico di successo siano le persone non i prodotti, i brevetti, la finanza, gli impianti, le vendite, perché tutti questi fattori sono portati, creati, migliorati dalle persone ».

A questi clienti cosa offrite?

«Selezioniamo profili manageriali ed executive, ovvero quadri e dirigenti, cioè i livelli più alti delle organizzazioni. E per questi livelli i fattori differenzianti sono le competenze comportamentali – o “soft skill” o “competenze manageriali” che dir si voglia – ed i valori ».

Faccia qualche esempio.

«Tra un manager eccellente e uno non efficace la differenza non è quasi mai data dal fatto che quello eccellente è più preparato tecnicamente. La differenza è data da come si comporta. È una persona che mantiene la parola data? È credibile, in grado di conquistare la fiducia dell’interlocutore? È orientato al cambiamento, all’apprendimento, all’innovazione? Quando è sotto stress accusa gli altri e perde il controllo o è capace di “gestirsi” e badare a ciò che conta davvero? È focalizzato a raggiungere gli obiettivi difficili e di lungo termine o si perde per strada e si scoraggia davanti alle difficolta? ».

Insomma, conoscere le regole di un bilancio non basta.

«No, perché quelle si devono conoscere per mestiere se uno è direttore amministrativo. Le persone e le loro capacità sono ciò che fa la differenza, ed è questo l’oggetto del nostro interesse e delle nostre valutazioni come selezionatori ».

Come vi relazionate con l’orizzonte sempre più internazionale richiesto dalle aziende?

«Oggi una crescente percentuale di realtà imprenditoriali fattura più all’estero che in Italia, e questo vale per tanti diversi settori e per realtà anche medio-piccole. Per questo ci siamo attrezzati con il network Praxi Alliance per supportare le aziende anche sulle ricerche all’estero».

Quale è la sfida maggiore oggi?

«Finalizzare la selezione. In passato la fase critica nel nostro lavoro era la partenza, la fase iniziale delle selezioni: trovare i candidati, ricevere i curricula giusti. Si procedeva con annunci, non c’erano le opportunità tecnologiche di adesso, i candidati andavano informati e trovati. Oggi è, invece, molto critica la fase finale: giungere a una positiva conclusione della ricerca e seguire i candidati nel loro processo di inserimento nella nuova azienda».

Perché c’è chi rifiuta le opportunità proposte, dopo aver partecipato alle selezioni?

«Sì, purtroppo a volte l’opportunità viene usata per contrattare con l’azienda di provenienza condizioni migliorative, senza reale intenzione di cambiare. Altre volte il processo negoziale non è gestito al meglio e non si giunge ad un accordo. Oppure, semplicemente, il candidato non si appassiona al progetto ed all’azienda e rifiuta l’offerta. Tutto ciò in misura molto superiore rispetto al passato».


DANIELA GAMBERINI (ORGANIZZAZIONE)

«I compartimenti stagni affossano
le imprese. Sì ai processi trasversali»

«IL NOSTRO compito? Lavoriamo per autoeliminarci». Sembra un paradosso, ma la vittoria del consulente Praxi passa proprio da questo, dal risolvere il problema per cui l’azienda – grande o piccola che sia – si era rivolta a dei professionisti. Ne sa qualcosa Daniela Gamberini, Senior Consultant della divisione Organizzazione di Bologna, che in questi anni si è occupata delle situazioni più disparate, ma tutte legate da un filo rosso: «I progetti spesso naufragano non per motivi tecnici, ma per le persone».

Qual è la problematica che accomuna la piccola azienda alla multinazionale?

«La perdita di efficienza per l’esistenza di silos: ogni ufficio, funzione o reparto tende a ottimizzare se stesso, senza guardare al processo trasversale, che poi è quello che produce il valore per il cliente».

Come funziona il vostro intervento?

«Il nostro lavoro non è analizzare i dati ed elaborare risposte, perché lo stesso identico problema nell’azienda A è diverso dall’azienda B. E questo perché le aziende sono fatte di persone. Quindi procediamo in tre fasi». Le elenchi. «C’è una prima fase di mappatura della situazione attuale, coinvolgendo tutti gli attori del processo, poi elenco e analisi sprechi e problemi, infine si lavora al raggiungimento di risultati tangibili, non fogli Excel ma elementi concreti di soddisfazione dei clienti e delle persone».

Non è una sconfitta della dirigenza aziendale chiedere l’intervento di consulenti per risolvere problemi interni?

«No, perché il valore aggiunto è guardare la situazione con un punto di vista diverso che da dentro non è possibile avere».

I clienti sono solo privati?

«No. L’anno scorso con il Comune di Modena abbiamo seguito un progetto per ridurre di un mese il tempo per produrre le graduatorie degli asili nido».

c. d.


«Il dialetto economico,
una lingua essenziale
per il manager di oggi»

Paolo Longobardi, membro cda Praxi

di CRISTINA DEGLIESPOSTI

«E’ LA METAFORA del manager poliglotta. I manager di oggi devono conoscere bene almeno tre lingue: un buon italiano, una lingua internazionale e, anche, il dialetto economico dell’ imprenditoria e del management locali». Anni di selezione top executive hanno reso Paolo Longobardi, Senior partner della sede bolognese di Praxi (ma è anche presidente di Manageritalia Emilia-Romagna) un esperto nel settore, tanto da sostenere con forza che in un mondo sempre più globalizzato «anche la questione delle radici territoriali può fare la differenza».

Partiamo dall’inizio. Cosa rende vincente un candidato?

«Diversi fattori, ma che possono essere riassunti in queste caratteristiche: multilingue, professionalmente multidimensionale e internazionale ».

Pensando alle lingue, quante occorre conoscerne?

«Ovviamente servono un’ottima conoscenza dell’italiano e di una lingua internazionale, l’inglese: con questo intendo dire ragionare in chiave internazionale e globale, non solo parlarlo».

Insomma, un orizzonte di ben più ampio respiro.

«Il mercato oggi non è più quello della città o della regione di appartenenza: il cortile di casa è diventato l’Europa intera. Anche nella pubblica amministrazione oggi una gara può essere vinta da realtà con sedi a Lione o Francoforte. E occorre, ovviamente, essere pronti a spostarsi».

La cosiddetta fuga dei cervelli?

«Non proprio. I cervelli vanno dove il mercato chiama e su questo incidono aspetti sia di trattamento economico, sia di contenuti e di sviluppo professionale personale. Tocca a noi fare retention in maniera intelligente, creare le condizioni perché le competenze siano premiate e i talenti trattenuti ».

Siamo già arrivati a questo punto?

«Forse non a livello nazionale, ma in Emilia-Romagna siamo attrattivi in diversi settori: automotive o packaging, ad esempio. Molti “stranieri” scelgono le imprese della Motor Valley come sede di lavoro».

Un’inversione di tendenza notevole.

«Sì. Un tempo il triangolo industriale nazionale era Milano-Genova- Torino, ora Emilia-Romagna- Lombardia-Veneto. Il nostro territorio è frutto di una profonda “intelligenza di comunità”. Tuttavia, alcune cose non funzionano ancora a dovere: ad esempio, la meccatronica è fondamentale nella nostra regione, ma si fa fatica a trovare specialisti di livello medio, o medio-basso. E poi il turismo ».

Qual è la falla di questo settore?

«È una risorsa potente, per l’economia regionale, ma mancano figure manageriali, sul fronte ricettivo, mentre sono più spesso al passo le strutture culturali».

Se guardassimo al fronte della formazione, quali restano i settori più interessanti?

«Premesso che la formazione oggi deve essere continua, per tutta la vita lavorativa, abbiamo Atenei con ottime facoltà tecniche ed economiche. Ma oggi, sempre di più, anche queste non bastano: queste conoscenze vanno impiantate su una base umanistica, non sempre riconosciuta».


LAURA MARTINELLI (FORMAZIONE)

«I dati non bastano più
Il capo di successo
sa valorizzare la squadra»

«COS’È un manager oggi? Un facilitatore, colui che sa mettere le persone nelle condizioni di esprimere al massimo il propri potenziale». Laura Martinelli, Partner e responsabile divisione Formazione & sviluppo risorse umane di Praxi Bologna, opera ogni giorno per allineare l’organizzazione alla strategia di business. E in quest’ambito le persone sono il focus principale della sua attività.

Di cosa si occupa?

«Mi occupo di sviluppo organizzativo, in particolare di sviluppo delle organizzazioni attraverso processi che passano dallo sviluppo delle persone ».

In particolare?

«Le nostre attività si basano sullo sviluppo individuale, dei team e delle organizzazioni. I progetti con cui realizziamo questo obiettivo vanno dal disegno della struttura e dei processi alla definizione dei ruoli, dai sistemi di gestione delle perfomance all’assessment del potenziale, dallo sviluppo delle competenze attraverso la formazione al coaching individuale e di team».

Un lavoro incentrato sulle persone quindi?

«Sì, il nostro è un approccio di co-design, con la convinzione che disegnare insieme il cambiamento sia la chiave per implementarlo con successo, e di embedded training, in quanto mettiamo a disposizione delle metodologie di cui siamo i facilitatori affinché le persone possano continuare a utilizzarle in autonomia».

Qual è il segreto per sviluppare le organizzazioni?

«Servono una visione chiara, un dialogo costante tra capo e collaboratore e un contesto di lavoro che renda le persone libere di utilizzare la propria intelligenza». Quali sono i maggiori risultati che ha conseguito? «I nostri migliori risultati li otteniamo quando migliorano nello stesso tempo i KPI dell’azienda e l’engagement delle persone. Quando si riesce ad intervenire sul modo di fare le cose, cambiando la cultura anche in contesti in cui poteva sembrare difficile anche solo provarci».

c. d.