#INDUSTRIA     #ARTIGIANATO     #COMMERCIO
#COOPERATIVE     #AGRICOLTURA

 

INDUSTRIA

«I nostri imprenditori sono ottimisti
Ma la politica deve aiutarli di più»

Pietro Ferrari, presidente di Confindustria Emilia Romagna: «Siamo ancora la prima regione per crescita. C’è ottimismo, ma bisogna reagire all’incertezza internazionale e alle barriere commerciali per una svolta»

di Marco Principini

Confindustria Emilia Romagna guarda al futuro. E lo fa con una punta di «ottimismo», come emerge dalle parole del presidente Pietro Ferrari: «Saremo ancora la prima regione italiana per crescita, con l’export a fare da traino. Ma non siamo un’isola e continuiamo a risentire del sistema Paese».
Presidente Pietro Ferrari, quali sono le aspettative dell’imprenditoria regionale per il 2020?
«Gli imprenditori sono ottimisti per definizione, ma la nostra è una regione fortemente esportatrice e i segnali internazionali non sono rosei. L’economia mondiale sta rallentando per l’incertezza geopolitica, le crescenti barriere commerciali e fattori strutturali, come la bassa crescita della produttività, che caratterizzano le economie avanzate. Le previsioni stimano un aumento del Pil regionale dello 0,8%, mentre quello nazionale si fermerebbe allo 0,5%. Se confermato, l’Emilia Romagna sarà anche quest’anno la prima regione del Paese quanto a crescita. Però noi emiliano-romagnoli non ci accontentiamo di una cifra con lo zero davanti».
Il 2019 è stato davvero un anno di luci e ombre?
«La produzione regionale ha mantenuto un trend positivo, in particolare grazie alle esportazioni, che sono cresciute percentualmente quasi il doppio della media nazionale. Abbiamo i fondamentali economico-produttivi solidi, ma l’Emilia Romagna non è un’isola e risente del sistema Paese. La congiuntura nazionale stenta a mostrare veri segnali di ripresa, i consumi sono frenati e gli investimenti in calo, a partire da quelli pubblici ».
L’Emilia Romagna è appena uscita dalle elezioni: quali richieste fate, come imprenditori, alla politica regionale?
«Imprese e innovazione, capitale umano, reti internazionali, benessere e qualità della vita: sono i capisaldi dello sviluppo futuro al centro del Progetto Traiettoria 2030, con la collaborazione scientifica di Prometeia. Con questa analisi abbiamo voluto fornire alla politica un’agenda utile a definire le strategie e le politiche regionali avendo una visione a medio-lungo termine. Le nostre proposte non si limitano all’economia, perché come imprenditori siamo preoccupati anche per fattori sociali come il calo di nascite e l’invecchiamento demografico. Puntiamo allo sviluppo sostenibile in chiave green, ad attrarre investimenti e talenti, a un sistema formativo in grado di offrire competenze avanzate, a una regolamentazione regionale certa e chiara, a una crescita dimensionale e dei modelli di business, a qualificare la rete dell’alta tecnologia e rafforzare le imprese sui mercati globali. Già ora le nostre performance economiche e sociali ci pongono ai primi posti tra le migliori regioni europee: vogliamo diventare la prima regione in Europa».
C’è un ‘metodo’ Emilia Romagna?
«Il valore aggiunto del nostro territorio è la capacità di lavorare assieme e fare sistema, assumendo responsabilità sulla base dell’interesse generale. I risultati che abbiamo raggiunto in questi anni sono anche il frutto del lavoro continuo e coerente da parte delle imprese, delle parti sociali e delle Istituzioni. Non a caso siamo la seconda regione manifatturiera d’Italia, abbiamo un ecosistema della ricerca e dell’innovazione che è un vero e proprio punto di forza, e anche una qualità della vita invidiabile. È il motivo per cui molte multinazionali hanno scelto di venire in Emilia Romagna, perché qui hanno individuato un contesto fertile, una filiera produttiva di qualità e una serie di asset che evidentemente non hanno trovato altrove».
La questione infrastrutturale: auspica che il 2020 possa finalmente essere l’anno dell’uscita dall’impasse per opere come Passante di Bologna, Cispadana e bretella Campogalliano-Sassuolo?
«Gli investimenti in infrastrutture, anche quelle immateriali, sono una priorità per tutti, non solo per gli imprenditori. Una regione che si candida a essere ai primi posti dell’eccellenza non può impiegare venti o trent’anni a vedere realizzate opere già decise. Ormai è evidente che il problema non sono le risorse, ma l’incapacità di assumere decisioni in questo Paese».
Una considerazione sul sistema regionale di Confindustria: dopo l’Emilia, anche la Romagna è diventata unica. Come sta cambiando la rappresentanza delle imprese industriali?
«Oggi abbiamo una grande responsabilità: dare risposte sempre più efficaci alle imprese dei nostri territori. Per questo il sistema della rappresentanza sta cambiando profondamente. Noi imprenditori non possiamo che avere valori e obiettivi comuni: dobbiamo costruire un ambiente competitivo e favorevole all’impresa e allo sviluppo del territorio».

FOCUS

Le richieste a viale Aldo Moro

Dopo le elezioni regionali, all’amministrazione si chiede un segnale forte

1- I capisaldi
Imprese e innovazione, capitale umano, reti internazionali, benessere e qualità della vita: sono i capisaldi dello sviluppo futuro secondo Confidustria Emilia Romagna.

2- L’agenda
Il Progetto Traiettoria 2030, con la collaborazione scientifica di Prometeia, vuole fornire fornire alla politica un’agenda utile a definire le strategie e le politiche regionali, avendo una visione a medio-lungo termine.

3- Prospettive
Confindustria pensa anche a fattori sociali come calo di nascite, sviluppo sostenibile, oltre ad attrarre investimenti, a un sistema formativo che offra competenze, a una regolamentazione certa, a una crescita dei modelli di business e altro ancora.


«Infrastrutture, investimenti, ricostruzione:
il quadro delle Marche ci preoccupa»

Claudio Schiavoni, presidente regionale di Confindustria: «Ma come imprenditori siamo ’condannati’ all’ottimismo»

I dati preoccupano, la vocazione induce all’ottimismo. E non solo quella. A fronte di settori in calo come il calzaturiero, infatti, ce ne sono altri, la nautica ad esempio, che brillano sui mercati esteri. Insomma, per Claudio Schiavoni, presidente di Confindustria Marche, il 2020 sarà un anno di sfide.
Presidente Schiavoni, il 2020 si è aperto con il problema dei trasporti in A14. Quanto pesa il gap infrastrutturale?
«Le imprese delle Marche sono fortemente penalizzate dalla presenza di infrastrutture inadeguate rispetto ai livelli di attività economiche che caratterizzano la regione. Oggi più che mai su un tema così trasversale e strategico è necessario e urgente che tutte le forze economiche del territorio si uniscano in una battaglia comune. La posta in gioco è altissima: avere un territorio più moderno, inclusivo e collegato con tutte le altre aree del Paese è infatti precondizione indispensabile per cogliere le opportunità di crescita e di cambiamento per l’intera comunità. In particolare, sulla questione dei disagi sul tratto sud della A14, Confindustria è intervenuta con forza attraverso la territoriale di Centro Adriatico: il presidente Simone Mariani si è fatto parte attiva scrivendo ai ministri dell’Economia, dei Trasporti e della Giustizia per ottenere qualsivoglia iniziativa concreta volta a limitare i danni al sistema produttivo locale. A tal fine è stato attivato un Comitato per le infrastrutture per presentare la proposta di arretramento dell’autostrada e della ferrovia e puntare così ad avere la terza corsia dell’A14 anche nel Piceno e l’alta velocità su rotaia».
In generale, si può essere ottimisti per l’anno appena iniziato?
«I dati non ci confortano: anche se le previsioni delle imprese marchigiane per il quarto trimestre dell’anno appena chiuso erano risultate in leggero miglioramento, il quadro congiunturale della nostra regione continua a preoccuparci. Sono tornate a salire, rispetto al trimestre precedente, la quota di aziende che prevede un incremento dei livelli produttivi e delle vendite sul mercato interno, ma anche quella che prevede una flessione. E’ migliorata anche la dinamica prevista per le vendite sul mercato estero, mentre si è contratta la quota di imprese che prevede di effettuare investimenti. Nonostante questo, come imprenditori siamo ‘condannati all’ottimismo’: credo che il nostro territorio abbia le potenzialità per risalire la china. Rimaniamo una regione a forte vocazione industriale con un tessuto imprenditoriale attivo e reattivo: il valore aggiunto manifatturiero si attesta al 23%, pari a quello della Germania, e manteniamo ancora una forte propensione all’export».
Le tensioni internazionali preoccupano gli imprenditori marchigiani?
«Preoccupa in particolare la posizione degli Stati Uniti, che rappresentano il 4° paese di destinazione dei prodotti marchigiani, con un valore pari a 452 miliardi di euro di beni esportati; negli ultimi sei mesi le esportazioni verso gli Usa sono cresciute del 19%. E’ dunque evidente che un inasprimento dei rapporti commerciali, anche in seguito al recente accordo firmato con la Cina, porterebbe non pochi danni alle nostre aziende soprattutto nel settore alimentare, su cui il presidente Trump minaccia di imporre i dazi più pesanti. Potrebbero soffrire anche il settore dei macchinari, che rappresenta il 25% dell’export verso gli Usa e quello del ‘fashion’, in particolare il calzaturiero, che arriva quasi al 20% e che rappresenta uno dei fiori all’occhiello del Made in Italy».
Che anno è stato il 2019? Quali i settori più in difficoltà e quali hanno registrato i risultati più brillanti?
«Nel 2019 sono emersi segnali di indebolimento congiunturale dell’economia marchigiana, con un ristagno dell’attività dell’industria manifatturiera, che ha mostrato andamenti eterogenei tra classi dimensionali d’impresa e comparti di attività. La crescita del fatturato delle imprese medio-grandi si è contrapposta al calo registrato dalle piccole. Per quanto riguarda i vari settori, è proseguita la fase espansiva della meccanica mentre si sono accentuate le difficoltà dell’industria calzaturiera, i cui livelli di attività si contraggono ormai da un quinquennio. In generale possiamo dire che l’andamento economico nel 2019 è stato condizionato dal basso profilo congiunturale del mercato interno, cui si è aggiunta la dinamica sottotono della domanda estera, pressoché stazionaria nel complesso dei primi nove mesi dell’anno».
L’export ha prodotto dati positivi. Quali sono state le imprese trainanti?
«Secondo i dati Istat, le esportazioni delle Marche nei primi nove mesi del 2019 sono cresciute del 3,9%, risultato più consistente di quello medio nazionale (+2,5%). La performance della regione è stata ancora fortemente influenzata dalla sensibile crescita delle esportazioni del comparto della nautica, passate dai 54 milioni di euro dei primi nove mesi del 2018 ai 410 milioni di euro dei primi nove mesi del 2019. Per quanto riguarda i settori di specializzazione dell’export regionale, risultano in crescita macchinari e apparecchi, articoli farmaceutici, prodotti alimentari e bevande, articoli in gomma e materie plastiche, legno e prodotti in legno ».
Capitolo ricostruzione: a che punto siamo?
«Ad oltre 3 anni dagli eventi sismici che hanno colpito circa un terzo del territorio regionale (85 i Comuni del cratere, 163 i Comuni con danni, circa 49.000 edifici inagibili), nonostante una normativa nazionale e numerose ordinanze, purtroppo lo stato della ricostruzione è ancora molto indietro. Troppa burocrazia, adempimenti onerosi e poca semplificazione, norme ordinarie per una situazione straordinaria e da sbloccare. La problematica delle macerie è stata affrontata, ma non ancora risolta: per le macerie pubbliche: circa 676.000 tonnellate di macerie rimosse e 400.000 tonnellate da rimuovere. L’impegno per accelerare la ricostruzione si pone come tema strategico per il futuro socio-economico delle Marche: accelerare e semplificare norme e procedure riguardanti la ricostruzione del Centro Italia è un aspetto prioritario essenziale per la effettiva rinascita dei territori colpiti e per avviare concretamente l’apertura dei cantieri di ricostruzione, sia pubblica che privata ».

Antonio Del Prete


ARTIGIANATO

Pressione fiscale, burocrazia, infrastrutture
Cna Emilia Romagna lancia l’appello

Il presidente Dario Costantini: «Le piccole imprese sono il motore del nostro territorio: hanno bisogno di più ascolto e sostegno»

di Giuseppe Catapano

Dodici priorità. Da una pressione fiscale «opprimente», in una forbice che va dal 58% di Reggio Emilia al 68% di Bologna, fino a burocrazia, infrastrutture, giovani e credito. Cna Emilia Romagna ha riassunto in un elenco di parole chiave, inserite in un accordo di mandato presentato prima delle elezioni regionali in un incontro con i candidati governatori, le questioni più urgenti da affrontare. «Sentiamo – premette il presidente di Cna Emilia Romagna Dario Costantini – l’esigenza di una maggiore vicinanza alle piccole imprese, vero motore dell’economia della nostra regione ».
Presidente Costantini, una fiscalità più leggera può essere considerata la prima tra le priorità?
«Per noi occorre innanzitutto mettere al centro le piccole e le piccolissime imprese, che stanno calando. In Emilia-Romagna le grandi aziende hanno recuperato i livelli pre-crisi; le medie stanno recuperando; le micro, ovvero quelle con meno di 10 addetti, sono ancora lontane dai numeri del 2008».
Quei dati cosa raccontavano?
«Le imprese artigiane erano più di 147mila, mentre dieci anni dopo ne abbiamo contate 127mila ».
Poi?
«Nonostante ciò, nella nostra regione le realtà con meno di 10 addetti rappresentano il 93% del totale. Hanno problemi ed esigenze, vanno supportate. L’Emilia Romagna è accogliente per chi arriva da fuori anche grazie al tessuto di piccole e microimprese che rendono più agevole l’insediamento: proprio la presenza di queste ultime è uno dei fattori che rendono il territorio competitivo».
Riflettori sulle piccole aziende, dunque?
«Sarà il mio mantra da qui a fine mandato. Non si possono non avere a cuore le sorti del 93% delle imprese».
La questione fiscale è trasversale e coinvolge i vari livelli istituzionali, a partire dal governo centrale. Questo costituisce un’ulteriore difficoltà?
«È vero, è trasversale. Ma è evidente che si debba invertire la rotta: serve l’impegno di tutti».
Capitolo burocrazia: secondo i vostri calcoli, se un giovane volesse aprire oggi un’officina dovrebbe spendere più di 18mila euro per le oltre 80 pratiche burocratiche necessarie. Non è un freno troppo grande?
«Lo è senza dubbio, tutti gli imprenditori che ho incontrato sono d’accordo. E sia chiaro: i 18mila euro sono necessari solo per essere nelle condizioni legali di fare impresa, poi bisogna avere le risorse per avviare l’attività. Mi chiedo quanti giovani abbiano la possibilità di scalare una montagna così alta».
Le piccole imprese hanno anche più difficoltà nell’accesso al credito. Il problema si sta riproponendo con forza?
«Nel mercato nazionale capita che non ci sia certezza dei tempi di pagamento. Il credito è quindi una questione di sopravvivenza per le piccole realtà, per quelle più strutturate è utile soprattutto al rilancio o alla crescita. Per le aziende giovani è ancora più difficile, tanto che spesso la chiusura è motivata proprio dalla mancanza di ossigeno finanziario».
Voi che lavoro state portando avanti su questo fronte?
«Notevole è stato quello svolto con Confartigianato per convincere la Regione ad applicare anche in Emilia Romagna la lettera R della riforma Bassanini, che avrebbe dato ossigeno ai Consorzi Fidi, spesso unico strumento per i piccoli per ottenere liquidità. Poi abbiamo assistito all’inspiegabile dietrofront di questo governo e di quello precedente. Il credito rimane una priorità per le nostre imprese». Tra le questioni più urgenti avete incluso anche quella delle infrastrutture. Ci sono troppi nodi da sciogliere ancora secondo voi? «Parlo continuamente con gli imprenditori, vado a trovarli e in qualsiasi provincia mi parlano di infrastrutture».
Cosa vi dicono?
«Come Cna Emilia Romagna, ci siamo impegnati insieme alle organizzazioni territoriali dando la parola a chi, per lavoro, utilizza le nostre strade ogni giorno: sono state rilevate quasi 100 criticità. A un certo punto le infrastrutture sono balzate al centro della discussione politica. Dico che i problemi ci sono, vanno affrontati e risolti».
Il Patto per il lavoro è da confermare?
«Prima delle elezioni abbiamo chiesto a tutti i candidati, durante l’incontro organizzato nella nostra sede, di portare avanti uno strumento di condivisione come questo. Gli emiliano-romagnoli hanno nel Dna la capacità di lavorare insieme, di fare squadra, Cna dal canto suo ha rilanciato con il Patto per la competitività ».
Quali richieste avete rivolto ai candidati per le elezioni appena concluse, nello specifico?
«Ai candidati abbiamo proposto un accordo di mandato: il governatore l’ha sottoscritto pubblicamente. Bisogna andare avanti con questa modalità, noi affiancheremo la politica».

FOCUS

Le richieste alla politica

1- L’incontro
Durante la campagna elettorale per le Regionali, Cna ha ospitato un faccia a faccia tra i candidati presidente

2- Esigenze
Ai candidati è stato proposto un accordo di mandato con alcune delle priorità per il comparto

3- Collegamenti
Quello delle infrastrutture è sicuramente tra i nodi più importanti, anche secondo gli imprenditori che hanno dialogato con Cna

4- Accesso al credito
Rimane anche la difficoltà nell’accesso al credito, su cui «il governo ha fatto un inspiegabile dietrofront»


«Vecchi problemi e nuove speranze,
è stato un anno interlocutorio»

Otello Gregorini, segretario di Cna Marche punta su una logica di sistema e sul capitale umano: dopo un decennio passato in difesa, bisogna ribaltare il campo d’azione e progettare il futuro

Un anno interlocutorio, tra vecchi problemi e nuove speranze. Il sistema produttivo delle Marche entra negli anni ’20 lasciandosi alle spalle un 2019 che ha chiuso un decennio di crisi, e sembra consegnare il testimone a un decennio di ripresa economica e di profonde trasformazioni in quella che era la patria dei distretti e del «piccolo è bello », ma che ora cerca nuove strade per lo sviluppo. E’ questo il quadro delineato da Otello Gregorini, segretario Cna Marche, in questo momento di passaggio. Tempo di bilanci e di promesse per il futuro.
Gregorini, come si è chiuso il 2019?
«Quello che si è appena concluso, per l’economia delle Marche è stato un anno interlocutorio. Le imprese hanno visto una produttività stabile e spese per investimenti stazionarie, anche a causa dell’incertezza per le prospettive economiche e per la situazione politica nazionale. Malgrado ciò, le aziende con meno di 20 dipendenti, che sono oltre il 90%, hanno aumentato il fatturato del 4%. Nella nostra regione è in atto un processo di trasformazione del sistema produttivo, con un calo costante delle imprese individuali e un aumento delle società di capitali. Un fenomeno che riguarda anche l’artigianato. Questo significa imprese più strutturate e innovative, che puntano ad essere competitive non solo sui mercati locali, ma anche su quelli internazionali ».
Quali sono i settori più in difficoltà?
«I settori manifatturieri tradizionali sono quelli che faticano di più a tenere il passo con i cambiamenti dell’economia e che nel 2019 hanno continuato a perdere imprese. In particolare le attività del sistema moda e quelle del legno mobile ma anche della meccanica. Sono calati i ricavi del manifatturiero del 3,4%, con punte del 13% nel tessile abbigliamento e nelle calzature e del 12,2% nella meccanica. A chiudere sono anche i piccoli negozi del commercio e dell’artigianato nei centri storici e nei piccoli paesi, creando un problema non solo economico ma di tenuta del tessuto sociale ».
Che prospettive ci sono per l’anno appena iniziato?
«Rispetto al 2008 il Pil delle Marche è ancora inferiore dell’8,4%, mentre a livello nazionale la flessione è inferiore alla metà (3,4%). Dobbiamo puntare a recuperare questo gap, ripartendo dalle imprese e dal contesto territoriale, che è fondamentale per la loro competitività. Dopo dieci anni passati in difesa, è tempo di ribaltare il campo d’azione e progettare il futuro, cercando di fare sistema tra istituzioni, università, istituti di credito, associazioni di categoria. E bisogna investire sempre di più sul capitale umano, autentico valore aggiunto nella competizione del mercato globale».
Nel 2020 si vota per le regionali. Cosa chiedete alla politica?
«Intanto apprezziamo che nella legge di Bilancio 2020 non sia aumentata l’Iva e sia stato confermato l’Ecobonus. Detto questo, dalla politica e dalle istituzioni regionali ci aspettiamo un rinnovato impegno per ridurre il gap infrastrutturale delle Marche e favorire gli investimenti. Vanno sostenuti i Confidi e favorito l’accesso al credito delle piccole e medie imprese. Ma soprattutto chiediamo che la politica aiuti l’iniziativa imprenditoriale, semplificando la burocrazia e riducendo il carico fiscale per le imprese».
A che punto è l’internazionalizzazione?
«Per quanto riguarda il sostegno all’internazionalizzazione possiamo dire che, tutto sommato, la Regione ha ben operato. Nel 2020 occorre proseguire sulla strada intrapresa, con un’attenzione crescente per favorire la presenza sui mercati esteri delle piccole e medie imprese marchigiane».
E il processo di digitalizzazione?
«Su questo siamo ancora indietro, e il 43,3% delle imprese che naviga in rete lo fa a una velocità inferiore a 10 megabit per secondo. Ma la Regione sta facendo uno sforzo importante e si è data l’obiettivo di coprire tutto il territorio delle Marche, con la banda larga e ultralarga, con 236 progetti e 135 cantieri aperti, per un investimento di 74,3 milioni di euro. Ci auguriamo che i lavori procedano spediti, perché la velocità di connessione è determinante per spingere le imprese ad adottare le nuove tecnologie informatiche».
Si parla di un collegamento aereo Ancona-Cina. Cosa cambierebbe concretamente qualora si arrivasse in fondo?
«Lo scorso anno le imprese marchigiane hanno esportato merci per quasi 400 milioni di euro. Una goccia nel mare delle enormi potenzialità di un mercato come quello cinese, formato da centinaia di milioni di consumatori. Sicuramente un collegamento aereo diretto tra la nostra economia e quella di un gigante come la Cina, favorirebbe ulteriormente gli scambi commerciali e costituirebbe un forte stimolo all’innovazione e all’internazionalizzazione delle nostre imprese».

Antonio Del Prete

AL TOP

L’innovazione premia le aziende

Bene anche i settori delle costruzioni e del turismo

«Le aziende innovative del terziario avanzato e quelle di Impresa 4.0 – spiega il segretario di Cna Marche, Otello Gregorini -, sono quelle che meglio di altre hanno saputo affrontare il cambio di paradigma di una regione che vuole ritrovare competitività attraverso le strade della conoscenza, del capitale umano, dell’innovazione e della ricerca». «Bene anche le imprese che hanno saputo aggredire i mercati esteri – prosegue -, turismo e costruzioni sono altri due settori che nel 2019 hanno registrato un aumento del numero delle imprese e del fatturato». «Nel primo caso – spiega – grazie alle bellezze ambientali, artistiche e culturali, ma anche all’offerta enogastronomica, nel secondo grazie alle agevolazioni fiscali per le ristrutturazioni».


«Serve una svolta sul credito alle imprese
Le banche devono darci maggiore fiducia»

L’appello di Marco Granelli, presidente di Confartigianato Emilia Romagna: «Più centralità all’indispensabile ruolo dei Confidi»

C’è una battaglia che Confartigianato Emilia-Romagna ha fatto sua da tempo. «Gli istituti di credito diano più fiducia alle micro, piccole e medie imprese: crescono, investono e creano occupazione». Marco Granelli, presidente regionale dell’associazione e vicepresidente vicario nazionale, continuerà a battersi. «Serve una svolta», premette.
Granelli, è di nuovo in territorio negativo l’andamento dei prestiti alle imprese, in calo soprattutto per le piccole realtà: come si supera l’impasse?
«C’è preoccupazione. Le micro, piccole e medie imprese non ricevono credito dalle banche, che si rivolgono altrove, magari là dove il credito non serve o diventa un surplus. Le nostre aziende riescono a crescere, e con esse l’occupazione, l’export e l’incoming turistico, se possono investire in attrezzature, macchinari, formazione e sviluppo del proprio business. Serve una presa di posizione forte per dare più centralità all’indispensabile ruolo dei Confidi e per aumentare la fiducia degli Istituti di credito nelle Mpmi. Su questo continueremo a batterci, perché lo riteniamo essenziale per le comunità e le imprese del territorio».
Il 2019 è stato un anno di luci e ombre per le imprese emiliano- romagnole dell’artigianato?
«È stato un anno di transizione. Un passaggio confermato dai recenti dati del nostro Ufficio studi che registrano un lieve calo nel numero delle imprese e nel fatturato. Dati che vengono in parte bilanciati dalla continua crescita delle esportazioni e dal saldo positivo del bilancio occupazionale. Questo significa che le imprese che resistono ai continui tormenti del mercato hanno le spalle solide e possono ammortizzare le chiusure, dando seguito a quel fondamentale ruolo sociale che da sempre le contraddistingue».
Quali aspettative per il 2020?
«Per cultura e orientamento, Confartigianato guarda al futuro con ottimismo e prospettiva di crescita. Questo è un anno che per la nostra regione si è aperto con la novità delle urne, che condiziona addirittura il quinquennio a venire. Un periodo che vogliamo di dialogo e di condivisione».
Quali le sfide che l’Emilia Romagna deve affrontare come prioritarie?
«La nostra regione è da tempo uno dei motori trainanti dell’economia del Paese sotto molti punti di vista, dalla manifattura al turismo. Una sfida è certamente quella di mantenere questo passo, dimostrando il valore della comunità e del suo essere accogliente e produttiva. Un altro tema centrale è quello delle infrastrutture. L’anno appena trascorso è stato punteggiato dalle discussioni sulle trame viarie della regione, che non possono più essere solo tema di dibattito politico, ma devono trovare una soluzione entro l’anno, anche in chiave realizzativa. Accanto a questo ci sono la banda larga, che deve essere a disposizione di tutto il territorio, la realizzazione di un polo fieristico regionale, che abbia un maggior peso nei confronti dei vicini competitor, e una progettualità a lungo termine per il porto di Ravenna ».
Gli ultimi dati mostrano una sostanziale tenuta dell’export, nonostante alcune difficoltà come il rallentamento della Germania: saranno ancora le esportazioni a trainare l’economia emiliano-romagnola in futuro?
«Le imprese continuano a esportare volumi importanti di prodotti, anche se in calo rispetto a quelli dello scorso anno. La prima riflessione è legata alla evidente difficoltà che si comincia a percepire con il rallentamento della ‘locomotiva’ tedesca, uno dei nostri maggiori asset commerciali di riferimento. Occorre quindi aprire nuovi canali, inventarsi nuovi mercati, trovare soluzioni facendo rete fra le imprese e creando le giuste sinergie. Questo perché ciò che un tempo era certo, oggi è divenuto più fragile. Ci stiamo confrontando con un mondo e un mercato cangianti, che offrono sfide impegnative e concorrenti aggressivi. Noi dobbiamo puntare sull’innata capacità di creare prodotti belli e di qualità. E questa è la seconda riflessione. Le nostre imprese, sebbene vessate da una burocrazia e da un fisco penalizzanti, continuano a offrire prodotti che i mercati, interno ed estero, chiedono a gran voce. Prodotti durevoli, ben progettati e costruiti, che offrono un’esperienza unica a chi li acquista e li utilizza. Su questo le imprese devono continuare a puntare: sulla qualità e sul saper fare bene, che è tipico della cultura artigiana che ci contraddistingue da sempre».

ALLA POLITICA

«Meno burocrazia e più attenzione»

Al nuovo governo della Regione, uscito dal voto del 26 gennaio, Confartigianato Emilia Romagna chiede che «la Regione possa continuare a essere un punto di riferimento per le proprie imprese e i propri cittadini. I temi sono quelli noti e dibattuti: credito, infrastrutture, finanziamenti e, in generale, un miglior ascolto delle richieste che provengono dai territori, ognuno con le sue peculiarità e le sue dinamiche imprenditoriali. E uno snellimento della burocrazia, che davvero è un freno alla crescita delle imprese, e quindi delle comunità in cui esse operano».


«Nelle Marche mancano i tecnici,
bisogna investire nella formazione»

Marco Pierpaoli di Confartigianato guarda al 2020 con «realismo» e si appella alle istituzioni: servono misure strutturali sui grandi temi del fisco, della semplificazione burocratica e del credito

Marco Pierpaoli, segretario generale di Confartigianato Imprese Ancona-Pesaro-Urbino, bisogna guardare con ottimismo all’anno appena cominciato?
«Guardiamo al futuro con realismo. Gli artigiani e le piccole imprese, pur avendo pagato un conto salatissimo alla crisi, sono ancora l’asse portante del sistema economico locale e nazionale. Il loro impegno deve però essere supportato dalle istituzioni con misure strutturali sui grandi temi del fisco, della semplificazione burocratica, del costo del lavoro, dell’innovazione, dell’accesso al credito».
Qualche parola d’ordine per sintetizzare le aspettative degli artigiani?
«Innanzitutto, riqualificazione della spesa pubblica: servono investimenti a cominciare dalle infrastrutture e dall’innovazione. Poi bisogna ridurre il carico fiscale e il costo del lavoro. Occorre, inoltre, garantire un efficace collegamento dei percorsi formativi con i fabbisogni di professionalità espressi dalle imprese ».
Qual è l’eredità del 2019?
«L’esame dei recenti dati relativi al bilancio pubblico diffusi dall’Istat conferma l’elevato livello della pressione fiscale associato a una bassa crescita dell’economia italiana. Nella media degli ultimi quattro trimestri (quarto trimestre 2018-terzo trimestre 2019) il prelievo fiscale sale dell’1,6% su base annua, mentre nello stesso periodo il Pil nominale sale dello 0,9%. A seguito di questi andamenti la pressione fiscale si mantiene al 42,1% del Pil, in linea con il trimestre precedente, ma in salita di 0,3 punti rispetto al 41,8% rilevato un anno prima. In questo contesto l’ultima legge di bilancio ha delineato una prospettiva di politica fiscale insoddisfacente per il mondo delle imprese».
Il lavoro è sempre all’ordine del giorno. Quali sono i profili professionali più ricercati dalle imprese marchigiane?
«A scarseggiare sul mercato del lavoro sono in particolare le professionalità dell’ambito digitale e dell’Ict. Mancano all’appello soprattutto i giovani analisti e progettisti di software e i tecnici programmatori. Le competenze digitali, secondo l’ufficio studi di Confartigianato, sono richieste da quasi il 60% delle imprese. Da sottolineare anche la difficoltà nel reperire professionalità con titolo di studio adeguato alle esigenze delle aziende. L’emergenza manodopera nelle imprese è figlia della scarsa preparazione dei ragazzi al mondo del lavoro: in Italia gli under 30 occupati o in formazione sono appena il 4,2% del totale, a fronte della media del 15% nell’Ue a 28. Siamo al terzultimo posto in Europa. Dobbiamo anche ricordare che in 10 anni sono oltre 250.000 i giovani che hanno lasciato l’Italia alla ricerca di opportunità lavorative».
Cosa può fare la politica per l’economia della regione?
«La politica regionale insieme con quella nazionale ha il compito di ricreare un contesto favorevole alle attività produttive. Serve un rinnovato impegno per affrontare e risolvere i grandi problemi: fisco, credito e burocrazia che per tante imprese sono stati la causa della chiusura dell’attività, senza sottovalutare la cronica carenza di infrastrutture che isola la nostra Regione e che penalizza il sistema produttivo. Le nostre aziende hanno bisogno di efficaci collegamenti nazionali e internazionali per far viaggiare persone e merci e di adeguate connessioni per il trasferimento dei dati».
Quanto pesa la burocrazia in termini di competitività?
«Fare impresa in Italia significa fare i conti con una burocrazia ostile e obsoleta con inutili formalismi. Oggi l’Italia mantiene il record negativo anche per la burocrazia fiscale: per pagare le tasse servono 238 ore l’anno, 79 ore in più rispetto alla media dei Paesi Ocse. Il rilancio della competitività presuppone necessariamente di intervenire per rimuovere gli ostacoli di sviluppo delle imprese come l’alta burocrazia e la scarsa chiarezza normativa dovuta anche alla sovrapposizione di provvedimenti legislativi».
Tanti negozi chiudono, le città cambiano volto. Bisogna rassegnarsi?
«Il cuore delle nostre città è rappresentato dalle imprese che sono ancora l’anima dei centri storici. Sicuramente gli indicatori economici confermano la profondità della crisi che stiamo vivendo. Una crisi che non fa sconti e che continua a colpire tutti i territori e tutti i settori: artigianato, commercio, servizi e più in generale tutto il segmento dell’impresa diffusa, quelli che vivono prevalentemente di domanda interna sono i settori più in crisi. La diffusione che negli ultimi anni ha avuto la grande distribuzione, in alcuni casi senza una pianificazione oculata, con le ristrutturazioni in atto crea un ulteriore problema di posti di lavoro: una situazione da non sottovalutare per i possibili risvolti occupazionali e sociali. Oggi inoltre viviamo anche la nuova concorrenza del commercio on line ad opera dei colossi del web che possono avvantaggiarsi di una tassazione molto bassa a differenza del carico fiscale che grava sulle nostre imprese e che crea concorrenza sleale. Alla politica spetta il compito di risolvere questo problema e far sì che si creino le stesse condizioni di competitività. In questo scenario non possiamo assolutamente sottovalutare l’elemento sostanziale: i negozi di prossimità vanno sostenuti per il loro valore economico, sociale e occupazionale».

Antonio Del Prete

AGROALIMENTARE

«L’export regionale vale 210 milioni»

Sono censiti 151 prodotti tradizionali, il 3% di tutta la penisola

«L’ottima performance del settore alimentare è determinata dalla presenza di una ampia varietà e da una alta qualità di materie prime capaci di caratterizzare un’offerta enogastronomica di assoluta eccellenza», dice Marco Pierpaoli, segretario generale di Confartigianato Imprese Ancona-Pesaro-Urbino. «Nelle Marche – aggiunge – l’export di prodotti alimentari nel 2018 ammonta a 209,9 milioni di euro». «La nostra regione – spiega – conta 14 prodotti agroalimentari di qualità, sono inoltre censiti 151 prodotti tradizionali, caratterizzati da metodiche di lavorazione, conservazione e stagionatura consolidate nel tempo, che rappresentano il 3% dei 5.056 prodotti di tutta la penisola».


COMMERCIO

«Eliminare gli ostacoli alle imprese»

Postacchini, presidente di Confcommercio Emilia Romagna: «Sostenere tutte le attività del terziario»

di Giuseppe Catapano

«Sostenere tutte le realtà del terziario, promuovendo concrete opportunità di sviluppo per gli imprenditori ed eliminando ogni ostacolo all’attività d’impresa ». Confcommercio Emilia Romagna fissa la priorità e manda un messaggio chiaro alla politica, chiedendo al nuovo governo della Regione impegno per supportare il settore. «Quando c’è condivisione – ragiona il presidente Enrico Postacchini – la politica finisce per prendere le decisioni giuste. Ed è proprio questo che chiediamo: condivisione».
Presidente Postacchini, il 2019 ha confermato le difficoltà del commercio tradizionale con un ulteriore calo delle aziende attive: come si superano le difficoltà?
«Il comparto ha bisogno di risorse per affrontare investimenti e cambiare pelle come gli si chiede. Non è solo un discorso di digitalizzazione e innovazione, ma anche di ricambio generazionale che va agevolato».
Sono arrivate critiche alle misure del governo contenute nella legge di stabilità, a partire dagli scontrini elettronici.
«Nessuno voleva che si favorissero il settore o le micro e piccole imprese, ma non si dovevano creare condizioni di svantaggio. Invece è ciò che è successo, con un aggravio di costi e burocrazia. L’obbligo di avere registratori di cassa telematici per gli scontrini elettronici è emblematico in tal senso: le modalità con cui è stata introdotta la novità non convincono».
Con il precedente esecutivo era stata impostata una discussione sulle aperture domenicali. A che punto siamo arrivati?
«La discussione si è arenata, le audizioni non sono più ripartite. Le associazioni di categoria avevano e hanno una posizione congiunta, ma non sono le aperture domenicali il problema. Può essere utile una regolamentazione delle festività, anche per avere più chiarezza. Al momento, però, è tutto fermo».
Auspica che nel 2020 si sciolgano definitivamente i nodi relativi alla concorrenza dei colossi online?
«Gran parte dei problemi che affliggono il commercio tradizionale derivano proprio dalla difficile competizione di mercato con soggetti per i quali valgono regole diverse. I giganti dell’ecommerce possono praticare una concorrenza sul prezzo che penalizza le imprese tradizionali ».
Una concorrenza che lei, spesso, non ha esitato a definire sleale.
«Perché tali realtà si giovano di un vantaggio derivante da una tassazione pressoché inesistente degli utili d’impresa, rispetto all’enorme carico fiscale che grava invece sul piccolo negoziante. C’è un divario enorme, non si può andare avanti così. Occorre poi intervenire con una normativa sull’attività degli outlet, alcune regioni l’hanno già fatto. È giusto che ci sia uniformità di regole».
Se il commercio tradizionale è in difficoltà, il turismo, invece, è in salute in molte zone della regione.
«I numeri sono di grande soddisfazione. Riviera e città d’arte vanno bene, ma la montagna continua a soffrire».
Da tempo chiedete alla politica interventi mirati per queste zone.
«Lo abbiamo fatto anche attraverso il documento consegnato a candidati presidenti prima delle elezioni regionali di domenica scorsa».
Tirando le somme, ci sono stati dei risultati tangibili?
«Qualcosa di utile è stato fatto, come gli sgravi che riguardano l’Irap, ma occorrono sforzi ancora maggiori ed è ciò che ci aspettiamo».
Come si spiega il boom delle città d’arte?
«Il nostro terrorio ha tanto da offrire. E oggi c’è una tendenza a interpretare la vacanza in maniera diversa rispetto al passato: ci sono più curiosità, voglia di scoprire e di conoscere».
In Romagna si continua a invocare un cambio di passo per le infrastrutture. È d’accordo?
«Il problema infrastrutturale comprende anche il nodo di Bologna, che riguarda tutta la regione. Il gap va colmato con un occhio alla sostenibilità ambientale. Serve equilibrio, senza estremismi».

LE RICHIESTE

Dalle infrastrutture alla formazione: ecco le priorità

Da una «riforma coraggiosa» della normativa di settore, della legge regionale 41 del 1997 e degli strumenti di finanziamento, fino a precise scelte che riguardano mobilità e ambiente, infrastrutture e formazione. In più un sostegno agli investimenti dei privati, semplificazione burocratica e lotta all’abusivismo. Confcommercio Emilia Romagna ha consegnato, prima delle elezioni, un documento ai candidati presidenti regionali. È quello in cui sono indicate le priorità dell’associazione di categoria per il rilancio del settore. Ambiti sui quali si punta a lavorare nel prossimo quinquennio di governo della regione. Con un auspicio. «È importante – la precisazione di Confcommercio – costruire insieme il futuro. Partire dalla persona è ancora oggi il primo passo indispensabile. Il coinvolgimento delle forze sociali deve essere pratica costante, questa è la strada per arrivare a un nuovo sviluppo».


«Si punti sul turismo, è il motore del futuro»

La ricetta di Massimiliano Polacco, direttore di Confcommercio Marche: alla politica chiediamo di snelllire la burocrazia

di Antonio Del Prete

Il periodo non è dei migliori, ma le Marche hanno le risorse per guardare l’orizzonte senza sentire le vertigini. Ad esempio, «il turismo – sostiene Massimiliano Polacco, direttore regionale di Confcommercio -, il vero motore economico del futuro». Un settore per il quale l’organizzazione chiede l’attenzione della politica in vista delle prossime elezioni che vedranno il rinnovo dell’Assemblea legislativa e della Giunta. E poi «bisogna snellire la burocrazia», una delle questioni che pesano di più sul lavoro dei commercianti insieme con «la tassazione e il costo del lavoro».
Polacco, che anno è stato il 2019?
«È stato un anno difficile come gli ultimi. Le piccole e medie imprese continuano a muoversi in un contesto poco dinamico. Permangono, inoltre, i segnali poco positivi sul prodotto interno lordo di fine 2019 (Pil a +0,1%) con valori analoghi allo scorso anno per il primo mese del 2020. Si tratta dunque di un quadro recessivo nel quale l’inflazione rimane al palo. L’elemento positivo in tale contesto è rappresentato dalla crescita delle persone, ma non delle ore lavorate, impiegate nel processo produttivo: ci sono cioè meno disoccupati e più occupati, ma è occupazione di basso livello. Deludente anche la dinamica dei consumi che registra piccoli segnali di positività non ancora tradotti in concreto: a dicembre la domanda delle famiglie è aumentata dello 0,1% rispetto a novembre ed è calata dello 0,4% su base annua».
I regali di Natale hanno fatto sorridere i commercianti marchigiani?
«Il periodo delle feste ci consegna un’istantanea decisamente migliore che ci regala una ventata di positività soprattutto nel commercio. Per i regali di Natale, infatti, i negozi si sono confermati i canali d’acquisto preferiti dai consumatori anche se non possiamo non considerare il dato del web, dove gli acquisti negli ultimi 10 anni sono passati dal 3,8% a quasi l’11%. Una percentuale che sale ulteriormente nel periodo delle campagne scontistiche (Black Friday o Cyber Monday). In generale, dunque, lo shopping natalizio tiene ed esalta l’importanza del negozio fisico, al quale il cliente si rivolge ancora con fiducia».
Un primo bilancio delle vacanze invernali per le strutture ricettive delle Marche?
«Le Marche non sono ancora una regione con una forte vocazione turistica invernale e questo è uno degli elementi sui quali bisogna lavorare e investire per puntare a destagionalizzare i flussi. I primi dati che emergono sembrano essere positivi e seguire una generale tendenza alla crescita rispetto agli scorsi anni. Molti italiani che hanno viaggiato in Italia hanno per lo più scelto destinazioni di montagna e città d’arte, un dato che possiamo considerare positivamente dato che le Marche vantano questi due segmenti turistici. Un altro dato interessante che ci deve far riflettere nella prospettiva delle scelte future è quello della crescita della spesa turistica degli stranieri in Italia. Un surplus interessante, utile a farci costruire una forte proposta per le Marche in termini di offerta culturale. Un aspetto che la nostra Regione sta sempre più valorizzando e sostenendo ».
Si può essere ottimisti per l’anno appena cominciato?
«Come detto, l’anno inizia debole e in linea con gli andamenti dell’ultimo biennio dopo una chiusura del 2019 all’insegna della stagnazione e dopo un bimestre novembre-dicembre con una dinamica dei consumi deludente. È un contesto complicato e difficile nel quale si muove un settore che è fondamentale per la tenuta del Sistema- Paese. È necessario che chi ci governa dia la necessaria attenzione ai settori di rappresentanza che stanno tenendo i piedi l’economia nazionale. Senza interventi strutturali e sulla pressione fiscale si rischia il collasso ».
Nel 2020, peraltro, si vota per le regionali. Cosa chiedete alla politica locale?
«Chiediamo che ci sia maggiore attenzione per un settore, il Terziario di Servizi, che è determinante per la tenuta della nostra economia; che siano investiti maggiori fondi per il sostegno alle nuove imprese e che siano confermate e ampliate le agevolazioni per le assunzioni. Chiediamo, inoltre, che si lavori per snellire la burocrazia e che ci si focalizzi sull’affermazione di un brand Marche per il turismo, il vero motore economico del futuro per la nostra regione. Dobbiamo spingere su questo punto perché abbiamo un territorio splendido ricco di eccellenze culturali, naturali, ricettive ed enogastronomiche». Quali sono i problemi più sentiti dai commercianti marchigiani? «Sicuramente la burocrazia e i suoi costi, la tassazione in generale e il costo del lavoro, che mettono a rischio la sopravvivenza dell’impresa. Per questo oggi più che mai è importante il sostegno di un’organizzazione come la nostra che è in grado, con i propri servizi, di aiutare le piccole e medie imprese a sviluppare al meglio la propria attività cercando con tutti gli strumenti possibili di ottimizzare i costi».
Come si affronta la concorrenza delle multinazionali del commercio elettronico?
«Con la qualità del prodotto, l’efficienza e con i servizi aggiuntivi, facendo leva su quanto il commercio elettronico non può dare al cliente. La Federmoda – Confcommercio ha chiesto inoltre l’introduzione della web digital tax per i colossi del web che vendono in Italia. In questo senso, auspichiamo una regolamentazione comune da parte della Unione Europea. Serve però qualcosa in più a partire dall’attenzione al grido di allarme delle attività di vicinato che lavorano sulle nostre strade mantenendole vive con più luce, decoro, sicurezza, relazioni. Comprare nei negozi, inoltre, è certamente più sostenibile dal punto di vista ambientale e decisamente molto più stimolante dal punto di vista relazionale».

CACCIA ALL’AFFARE

Saldi, trend stabile
Il 62% fa shopping

«Il consumatore tipo?
Le donne con un’età tra i 35 e i 44 anni»

«I saldi sono un po’ come il Natale e cioè un momento di stabilità per le aziende in una situazione complessa che a volte nasconde delle incognite rispetto all’andamento imprenditoriale atteso», dice Massimiliano Polacco, direttore di Confcommercio Marche. «È stabile infatti la percentuale di chi farà acquisti durante questo periodo (61,8%) – prosegue -, e sono soprattutto le donne, tra i 35 e i 44 anni, a rappresentare l’identikit del consumatore-tipo che approfitterà degli sconti». I prodotti più gettonati? «I capi di abbigliamento (95,9%), le calzature (82%), gli accessori (37%) e la biancheria intima (30%)».


Confesercenti detta le regole
«Meno tasse e basta burocrazia»

Emilia Romagna, il presidente Domenichini: necessari provvedimenti per mettere alla pari colossi online e negozi fisici. Luci e ombre sul 2019: «Ok turismo, bar e ristoranti. Difficoltà nel commercio»

di Giuseppe Catapano

«Meno tasse e burocrazia, con provvedimenti che mettano davvero sullo stesso piano i colossi online e i negozi fisici: finora non c’è stata uniformità di regole ». Dario Domenichini, presidente di Confesercenti Emilia Romagna, fissa gli auspici per il 2020. «È arrivato il momento di prendere decisioni importanti se l’obiettivo è il rilancio del commercio» dice il numero uno regionale dell’associazione.
Domenichini, com’è andato il 2019?
«Bisogna fare una distinzione: per le imprese del turismo, comprese quelle che si occupano di somministrazione di alimenti come ristoranti e bar, è stato un anno positivo o di stabilità. Nel commercio, invece, continuano a esserci diverse difficoltà. Fin quando non ci sarà una ripresa dei consumi interni difficilmente il nostro settore, che vive proprio di questo, riuscirà a riprendersi in maniera compiuta».
Però non sembrano esserci le condizioni perché i consumi interni ripartano in maniera spedita.
«Per questo siamo preoccupati. Nel 2020 si prevede un rallentamento dell’economia mondiale, con questioni aperte come dazi e Brexit che creano apprensione. L’Emilia Romagna è una regione che vive di export, le esportazioni hanno generato un incremento dell’occupazione e sono servite ad attenuare gli effetti delle difficoltà interne. Per la nostra assemblea annuale abbiamo commissionato una ricerca dalla quale emerge qualche elemento di preoccupazione se si considera soprattutto il rallentamento della Germania, uno dei nostri partner principali. Anche ciò che accade negli Stati Uniti non ci lascia del tutto tranquilli, guardando all’export».
Tornando al vostro settore, il turismo è in salute e il commercio soffre: come si superano le difficoltà?
«Anche per il turismo ci sono distinzioni da fare: la crescita è legata soprattutto alle città d’arte. Per quanto riguarda la costa bisogna considerare che c’è stata una ripresa nel bacino mediterraneo, che aveva pagato la percezione di insicurezza legata al terrorismo e in cui ora la situazione è più tranquilla. Questo scenario aveva dirottato altrove il turismo e limitato gli spostamenti degli italiani anche a vantaggio dei nostri territori, oggi lo scenario è diverso. La nostra riviera continua a scontare un gap infrastrutturale, legato alla non ottimale raggiungibilità di alcune zone e alla necessaria riqualificazione alberghiera. È un problema noto, che la Regione condivide: i bandi ci sono, bisogna fare di più».
Per il commercio si può auspicare al massimo una tenuta nel 2020?
«Serve supporto, un provvedimento singolo ormai non basta più. Ci aspettiamo meno tasse e meno burocrazia, siamo basiti da ciò che è emerso nell’ultima legge di bilancio: il comparto è indicato come quello in cui c’è evasione fiscale da contrastare. Ne sono scaturite norme punitive che hanno aumentato costi e burocrazia per i piccoli commercianti. Se non si prenderà coscienza dei problemi sarà difficile uscire dal momento complicato ».
Si salvano solo le grandi città?
«Lì c’è vivacità, ma un’analisi sul commercio indipendente va fatta: le vie dello shopping sono per lo più presidiate dai grandi gruppi che hanno dinamiche diverse dai piccoli commercianti. Nei paesi e nelle periferie i problemi aumentano: c’è anche una questione di ricambio generazionale, il settore non attira abbastanza i giovani».
La causa è da ricercare soprattutto nella burocrazia?
«Non solo, anche nelle difficoltà di accesso al credito. Non vedo la volontà generale di aiutare un settore che nel giro di qualche anno, se la crisi continuerà, uscirà ulteriormente ridimensionato ».
Cosa chiede Confesercenti Emilia Romagna alla Regione?
«Innanzitutto un impegno massimo nella riduzione di tasse e burocrazia. Per quanto riguarda l’innovazione tecnologica, c’è bisogno di bandi appetibili anche per le micro-imprese. E abbiamo necessità di formazione, perché proprio l’innovazione tecnologica garantisce opportunità. Infine serve una lotta serrata all’abusivismo e all’evasione fiscale. Perché, oltre all’abusivismo vero e proprio, oggi dobbiamo fare i conti anche con una diversità di trattamento fiscale riservata ai giganti della rete che è inaccettabile».
Lei ha parlato spesso di concorrenza sleale.
«Occorre riequilibrare la tassazione. Se non si riesce a far pagare più tasse a chi vende online, allora se ne facciano pagare meno ai negozianti tradizionali. Così non si può andare avanti».

LA SCHEDA

Più sostegno alle nostre imprese

L’accesso al credito resta un problema da risolvere

1- Decisioni importanti
La Confesercenti chiede uniformità di regole tra i colossi del web e le attività commerciali del territorio: serve il rilancio di quest’ultime

2- La situazione
Il 2019 ha premiato tutte le attività legate al turismo, compresi bar e ristoranti. Il commercio in generale continua invece ad annaspare tra gravi difficoltà

3- L’analisi
Bene il turismo nelle città d’arte, mentre la riviera – secondo Confesercenti – continua a scontare un gap infrastrutturale rispetto ad altre zone d’Italia

4- Il credito
Per Confesercenti continuano a esserci difficoltà per quanto riguarda l’accesso ai finanziamenti


«I negozi chiudono, il pubblico intervenga»

Il presidente di Confesercenti Marche, Alfredo Mietti, chiama in causa le istituzioni: le buone intenzioni non bastano

di Antonio Del Prete

I problemi sono annosi, quindi stranoti: la burocrazia, la concorrenza del web, le difficoltà generate dal terremoto e un ricambio generazionale sempre più complicato. Alfredo Mietti, presidente di Confesercenti Marche, li analizza senza reticenza. Ma intravvede anche dei bagliori, soprattutto in alcuni settori dell’economia regionale, che ha passato «mesi difficili». Non solo il turismo, un comparto «ancora in crescita», ma anche «i servizi, specie se innovativi e tecnologici, alle persone e alle imprese, possono crescere e offrire buone opportunità». Quanto al commercio, invece, secondo Mietti è necessario un bagno di consapevolezza, perché una serranda che si abbassa per sempre è una luce che si spegne in termini di socialità e sicurezza. Per questo, dice, «non bastano le buone intenzioni, ma occorre un considerevole intervento pubblico di programmazione e sostegno ad azioni di consolidamento e di sviluppo».
Mietti, come sono stati gli ultimi dodici mesi per i commercianti delle Marche?
«Sono stati mesi molto difficili segnati dalle difficoltà derivanti, per molta parte del territorio, dalle conseguenze del terremoto e dagli effetti della mancata ripresa in generale. Inoltre, sta incidendo in maniera significativa l’espansione dell’e-commerce, che per alcuni settori, come, ad esempio i libri, le calzature e la tecnologia, sta diventando significativa. In particolare, riguardo alle librerie, con l’inizio del 2020 abbiamo assistito alla chiusura di esercizi che hanno fatto la storia del paese, penso alla ‘Paravia’ di Torino, la seconda libreria più antica d’Italia, fondata nel 1802. Penso, inoltre, alle migliaia di piccole librerie chiuse in attesa di una legge, ancora ferma in Senato, che contrasti lo sconto senza regole che favorisce soltanto le vendite on line e quelle della grande distribuzione».
Lo shopping natalizio ha dato i risultati sperati?
«Lo shopping natalizio non è andato male, se si considera anche l’anticipazione del Black Friday che comincia ad essere una consuetudine, per quanto discutibile, anche nel nostro territorio. Anche qui, ovviamente, non si può tacere il peso che hanno avuto gli acquisti on line, ancora una volta più che consistente. Con l’e-commerce ormai dobbiamo fare i conti, consapevoli che non basta più proporre il prodotto, ma occorre lavorare sul valore aggiunto di un negozio che è quello di creare un’esperienza di acquisto per il consumatore, che parta dal rapporto di fiducia e di familiarità tra chi compra e chi vende. A questo, però, si deve aggiungere la possibilità di lavorare con regole uguali per tutti: sul web sconti e fiscalità devono essere equiparati al commercio al minuto ».
Cosa vi attendete dal periodo dei saldi?
«I saldi sono una buona occasione per smaltire le scorte e fare liquidità. Resta discutibile la loro partenza troppo anticipata rispetto alla fine della stagione, ma ormai questa è diventata un’abitudine che il consumatore consapevole e il commerciante avveduto sanno utilizzare al meglio».
I marchigiani si sono abituati alla fatturazione elettronica?
«L’introduzione della fatturazione elettronica rappresenta una novità rilevante e anche costosa per tutti. Ma certo è un passo verso la semplificazione fiscale che va ben considerato. Resta l’impressione che la rincorsa all’evasione sia fatta solo verso i piccoli operatori commerciali e artigianali, mentre l’evasione o l’elusione dei grandi gruppi possa essere tollerata».
I giovani hanno voglia di mettersi in gioco o il ricambio generazionale è una nota dolente?
«Il ricambio generazionale, in un Paese dove non si fanno figli, è un problema vitale sotto ogni aspetto. Nei nostri settori, a elevato rischio imprenditoriale e con prospettive di grande e difficile impegno, il fenomeno incide sul saldo negativo delle attività, che ogni anno registriamo».
Quanto pesa la burocrazia?
«Ci sono aspetti per cui la burocrazia è non soltanto un peso, ma un vero e proprio impedimento. L’ordinamento a volte ha la pretesa di applicare alle nostre micro e piccole imprese, normative create per grandi realtà imprenditoriali, che creano quindi situazioni di incertezza, sconforto e, qualche volta, di vero rancore. Oltre ad essere un inutile ed improduttivo costo aziendale».
Il 2020 è appena cominciato. Bisogna essere ottimisti?
«Ci sono settori per i quali si può essere ottimisti: il turismo è uno di questi perché è un comparto che, per chi ha un approccio fatto di volontà e professionalità, può dare buone soddisfazioni. Confesercenti Marche sta lavorando per portare avanti, proprio nel settore turistico, progetti di rilancio e di promozione fondati sulla sinergia tra operatori, Amministrazioni comunali ed Ente regionale. Crediamo che il settore sia ancora in crescita e possa diventare, in termini economici e di forza lavoro, una risorsa essenziale per il territorio. Anche i servizi, specie se innovativi e tecnologici, alle persone e alle imprese, possono crescere e offrire buone opportunità. Per il commercio, noi confidiamo che il processo di smaterializzazione della rete commerciale si interrompa a favore della considerazione dell’importanza che il piccolo e medio esercizio ha per la vita stessa delle nostre città. Sappiamo bene, infatti, che perdere un esercizio commerciale significa anche perdere un presidio di socialità, di vivibilità e di sicurezza per le nostre città. Qui, però, non bastano le buone intenzioni, ma occorre un considerevole intervento pubblico di programmazione e sostegno ad azioni di consolidamento e di sviluppo».

TURISMO

«Più luci che ombre, ottima promozione»

Si è puntato molto sulle ricorrenze legate a Rossini e Leopardi

«Riguardo al comparto turistico, direi che, considerando la tragedia del terremoto subita dal nostro territorio, ci sono più luci che ombre». Parola di Alfredo Mietti, presidente di Confesercenti Marche. «La Regione – sostiene – ha fatto un grande lavoro di promozione non soltanto a livello nazionale, ma anche sui mercati esteri, che ha dato i suoi risultati». Per Mietti, infatti, «l’immagine della regione è stata veicolata bene, sono state rese note efficacemente le ricorrenze del territorio, rossiniane, leopardiane e raffaellesche». I punti di forza delle Marche? «Sono tanti: culturali, paesaggistici, enogastronomici».


COOPERATIVE

Legacoop ha fiducia nel futuro
«Le nostre realtà non rallentano»

La filiera dell’agroalimentare rappresenta a seconda delle referenze tra il 40 e il 70% della produzione Emilia Romagna, il presidente Monti: «Si prevede una crescita ulteriore: pronti alle sfide che ci aspettano»

di Francesco Moroni

«Da 150 anni la cooperazione è il motore dell’Emilia-Romagna. Una forma d’impresa che consente di plasmare idee, capace di soddisfare i bisogni della comunità, nel rispetto dei principi di sostenibilità e con l’obiettivo di migliorare la qualità alla vita delle persone». Parla da sé il biglietto da visita di Legacoop Emilia-Romagna, l’associazione di rappresentanza sul territorio regionale delle cooperative aderenti a Legacoop nazionale, parte del movimento cooperativo italiano e autonoma dal punto di vista economico e giuridico. Se l’Emilia-Romagna è la regione italiana con più cooperative, per tradizione storica, longevità e dimensioni delle imprese, numero di soci, settori presidiati e punte d’eccellenza, Legacoop ha la funzione di rappresentare questa rete ricca e dinamica, valorizzandone il ruolo e le aspirazioni in relazione con il territorio, le istituzioni, le altre associazioni di imprese, i sindacati, il volontariato. Per capire cos’ha portato il 2019 alle cooperative emiliano romagnole, lo abbiamo chiesto direttamente al presidente Giovanni Monti.
Presidente Monti, può tracciare un bilancio a consuntivo del 2018 per quanto riguarda le cooperative aderenti a Legacoop Emilia-Romagna?
«Si è trattata di un’annata sostanzialmente positiva, in linea con i trend di crescita che contraddistinguono l’Emilia-Romagna nel contesto nazionale ed europeo. La filiera dell’abitare e il comparto delle costruzioni sono quelli nei quali si riflettono ancora le debolezze del sistema Italia».
In che modo?
«A partire dall’eccessiva esiguità della domanda pubblica, dal peso delle burocrazie e da un Codice degli appalti che va rivisto. Tuttavia, a parte qualche criticità, anche qui si registra una lieve crescita, più forte per le cooperative che hanno scelto anche l’estero per svilupparsi».
E sugli altri comparti, cosa ci racconta?
«L’agroalimentare, al netto delle sofferenze causate dal clima e dalla cimice asiatica, sulle quali era già intervenuta la Regione – alla quale si è aggiunto, nei giorni scorsi, uno stanziamento significativo da parte del Governo –, dalla bassa redditività per gli agricoltori, è sempre tra i più importanti dell’Emilia-Romagna e della cooperazione».
I repentini cambiamenti climatici non hanno mandato il settore in crisi?
«Basti pensare che la cooperazione agroalimentare, a seconda delle referenze, organizza dal 40 al 70% della produzione: una filiera che porta dal campo alla commercializzazione, alla trasformazione fino all’esportazione. È un settore che ha saputo evolversi mantenendo salde radici nella tradizione, intercettando contemporaneamente i bisogni di consumatori esigenti e attenti alla salute loro e del pianeta ».
Mentre negli altri settori, il 2019 che anno è stato?
«Il comparto dei servizi, la cooperazione sociale, il manifatturiero, la grande distribuzione, l’assicurativo danno risultati molto positivi sia in termini di fatturato, sia per incremento degli addetti. Sono nate nuove cooperative, sia attraverso i workers buyout, lavoratori che rilevano le imprese con il supporto dei fondi cooperativi, sia in settori innovativi. Buoni risultati anche per i consorzi e le cooperative che organizzano i singoli imprenditori: agricoltori, artigiani, lavoratori della cultura».
Cosa prevedete, ora, per il 2020?
«Le guerre commerciali e quelle tragiche combattute sul campo, la Brexit e le tendenze a chiudersi nei confini nazionali, non aiutano sicuramente lo sviluppo dell’economia. Nonostante tutto, per la nostra regione si prevede una lieve crescita del Pil, in ogni caso maggiore rispetto alle altre regioni italiane».
Continua il percorso sempre più deciso di uscita dalla crisi iniziata un decennio fa.
«Tra il 2008 e il 2019, l’insieme della cooperazione emiliano-romagnola ha prodotto oltre 23mila nuovi posti di lavoro. Vogliamo continuare su questa strada, ma in generale occorre che il posto di lavoro sia maggiormente garantito e che le retribuzioni siano più consistenti. In questo senso, va salutato con favore l’intervento del Governo sul cuneo fiscale. È un primo passo, dobbiamo fare di più».
Quali gli altri obiettivi su cui via state focalizzando?
«I target della cooperazione coincidono con le esigenze delle nostre comunità: siamo nati e viviamo per questo. Mettiamo al primo posto il lavoro, che deve essere sicuro e ben retribuito. Ci sono criticità che dobbiamo affrontare tutte e tutti assieme: la questione ecologica, che si declina anche nell’organizzazione della logistica, nella rigenerazione urbana e nella riqualificazione e messa in sicurezza del territorio».
Attenzione al clima, ma non solo. Poi che altro?
«L’accresciuta longevità della popolazione, che è un bel risultato, ma richiederà una forte innovazione nei servizi alla persona. L’evoluzione delle tecnologie digitali, inoltre, ci sottopone l’esigenza di formare nuove figure professionali, senza lasciare indietro chi è meno pronto per affrontare queste sfide».

LA SCHEDA

Tra difficoltà e nuova speranza

Promossi e bocciati
Dal comparto dei servizi a quello delle costruzioni

1- Fiore all’occhiello
Dal campo alla commercializzazione, è sicuramente il comparto più forte e rappresenta da solo, a seconda delle referenze, tra il 50 e il 60 percento della produzione.

2- Buoni risultati
Non deludono: il comparto dei servizi, la cooperazione sociale, il manifatturiero, la grande distribuzione. Sia per il fatturato che per l’incremento del numero degli addetti.

3- In difficoltà
Soffrono ancora molto il sistema Paese, invece, la filiera dell’abitare e il comparto delle costruzioni, bloccati dalle debolezze e dall’incapacità di tutelare i settori dello Stato.


«Il modello delle coop più forte della crisi»

Il presidente Milza (Confcooperative Emilia Romagna): 2019 anno del rinnovo, nell’agroindustriale sono arrivate soddisfazioni dall’export

di Giuseppe Catapano

Si parte da un presupposto: il modello cooperarativo ha tenuto durante gli anni della crisi. I dati di Alleanza Cooperative Emilia Romagna – l’associazione che riunisce le principali centrali – dicono che le coop, in regione, hanno visto crescere il numero di addetti (+27.390 addetti dal 2008 al 2019, ovvero un +12,5% che risulta nettamente superiore al 3,5% registrato dal totale delle imprese) contribuendo al 10% del Pil. Ora la sfida è dare continuità alle politiche che hanno consentito all’Emilia Romagna di affrontare con successo la crisi. Anche perché il 2019 «è stato – osserva Francesco Milza, presidente di Confcooperative Emilia Romagna – un anno di sostanziale tenuta dopo un periodo di crescita di fatturato e numero di addetti».
Presidente Milza, voi rappresentate un ampio spettro di settori dall’agroalimentare al sociale. Quali hanno tenuto e in quali, invece, si riscontrano difficoltà?
«Nell’agroindustriale sono arrivate soddisfazioni dall’export. Numeri positivi per le cooperative di trasformazione agricola, l’aumento delle esportazioni ha compensato l’andamento dei consumi interni che continua a dare segnali negativi».
Poi?
«Per quanto riguarda le realtà socio-assistenziali, registriamo un lieve aumento del fatturato: bisogna considerare che il 2019 è stato l’anno del rinnovo del contratto collettivo e una parte della committenza pubblica fa ancora fatica a riconoscere l’aumento. Le aziende di produzione e lavoro hanno tenuto o sono cresciute, anche se le marginalità stanno diminuendo e questo porta a un calo degli investimenti ».
L’agroalimentare vive un momento particolare: avete protestato per plastic e sugar tax, gli 80 milioni in tre anni stanziati per combattere la cimice asiatica non bastano, i dazi americani penalizzano eccellenze come Parmigiano Reggiano e Grana Padano.
«Sono diversi gli elementi di criticità, compreso il nodo relativo alle etichettate nutrizionali, le barriere fitosanitarie che impediscono export in molti Paesi extra Ue, la concorrenza europea di Spagna e Grecia con bassi costi di manodopera che mette in difficoltà le nostre aziende. Ma le preoccupazioni maggiori arrivano soprattutto dai dazi degli Stati Uniti e dall’aumento dei costi interni dovuto proprio alle nuove tasse».
In che modo questi fattori riescono ad avere una ricaduta sulle aziende?
«Penalizzando le nostre imprese impegnate in un mercato globale e creando svantaggi rispetto ai competitor internazionali».
E per quanto riguarda i danni che ha portato la cimice asiatica?
«Ammontano a quasi 600 milioni di euro solo per la campagna 2019».
Avete ricevuto aiuti?
«Le azioni di supporto sono apprezzabili, ma deboli e non sufficienti per rispondere ai bisogni degli agricoltori».
Come si vincono le sfide per il futuro?
«Le imprese stanno lavorando per diversificare la produzione e intercettare nuovi mercati. Una leva importante è l’innovazione, anche di prodotto».
Quali sono le richieste di Confcooperative Emilia Romagna al nuovo governo della Regione, a pochissimi giorni dalle elezioni appena concluse?
«Nel nostro sistema, oltre il 70% dei lavoratori è a tempo indeterminato e il 63% è di sesso femminile. Vuol dire che le coop creano buon lavoro».
Può bastare?
«L’aumento di occupazione è senz’altro un elemento positivo, ma dobbiamo insieme creare le condizioni per aumenti anche la buona occupazione».
Attraverso quale strada?
«La prima richiesta riguarda l’approccio: è importante che si mantenga lo spirito di squadra che ha caratterizzato il nostro territorio negli ultimi anni e che ha consentito di conquistare risultati importanti».
Auspica il mantenimento del Patto per il lavoro?
«Non è importante quale sia lo strumento e come lo si voglia chiamare: quel che conta è che si attuino modalità di condivisione in modo che ci sia sempre un confronto sulle problematiche e che si possano trovare soluzioni valide». Le cooperative di comunità sono un importante strumento per salvaguardare le aree interne. Serve una legge regionale che le riconosca e le sostenga? «Serve e in altre regioni c’è già. Ritengo che le coop di comunità siano uno strumento per dare una risposta in certe aree disagiate, come vero e proprio collante. Le aree interne soffrono di più, ma le cooperative di comunità possono essere utili anche nelle zone periferiche delle grandi città».
A fine marzo ci sarà il congresso regionale, preceduto dai congressi provinciali. Quali saranno i pilastri della discussione?
«Il congresso sarà un momento di confronto e dialogo all’interno dell’organizzazione».
Ci spieghi meglio.
«Le cooperative esistono se sono in grado di ‘leggere’ i bisogni, che sono cambiati rispetto a qualche anno fa, ed elaborare soluzioni».
In che modo possono essere messe in campo queste soluzioni?
«Dialogheremo sulle linee di indirizzo del movimento cooperativo: dobbiamo cercare di mantenere il nostro spirito originario, interpretandolo in chiave moderna proprio perché viviamo un periodo di cambiamenti ».

LA SCHEDA

Contratti, posti fissi oltre il 70%

Le donne rappresentano il 63% degli occupati
Il settore tiene

1- L’analisi
Il 2019 è stato l’anno del rinnovo del contratto collettivo e una parte della committenza pubblica fa ancora fatica a riconoscere l’aumento

2- L’andamento
Le aziende di produzione e lavoro hanno tenuto o sono cresciute, anche se le marginalità stanno diminuendo e questo porta a un calo degli investimenti

3- L’occupazione
Oltre il 70% dei lavoratori è a tempo indeterminato e il 63% è di sesso femminile. «Vuol dire che le coop creano buon lavoro – secondo l’associazione –. L’aumento di occupazione è senz’altro un elemento positivo»


AGRICOLTURA

Attenzione al ‘green’ e nuove leve
La ricetta di Coldiretti Marche

Contiuna l’aumento di under 35 che scelgono di entrare nel comparto agricolo: +2,2 percento. La presidente Maria Letizia Gardoni: «Per fare impresa è necessario partire dall’etica e dal lavoro»

«Un’agricoltura sempre più giovane e green, consapevole che per fare impresa si debba partire dall’etica». Si presenta così il settore primario marchigiano e Coldiretti Marche ha deciso di aprire il 2020 con un grande convegno organizzato, dedicato a questo argomento. Ad Ancona, nei giorni scorsi, si sono incontrate testimonianze di imprenditori nel segno della solidarietà sociale, della conservazione delle biodiversità, della tutela dell’ambiente, della qualità del cibo e del benessere animale. Sono aumentati gli under 35 nei campi: circa 1500, al terzo trimestre 2019, il 2,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, secondo una rielaborazione di Coldiretti Marche su dati della Camera di commercio unica regionale. Tra le province, quella che più di tutte può testimoniare il ricambio generazionale è Macerata, con ben 426 attività iscritte nel settore che annovera agricoltura, silvicoltura e acquacoltura. Dopo Macerata, seguono Ancona (358 attività), Pesaro-Urbino (284), Ascoli (232) e Fermo (197), ma in generale – e questo è un dato molto positivo – sono le province terremotate (Macerata, Fermo e Ascoli) a far segnare il maggior incremento percentuale di aziende guidate da un giovane e iscritte alla Camera di Commercio: + 4,7%.
Dati che fanno ben sperare per il futuro di questi territori, spesso abbandonati e afflitti da questioni annose, come il proliferare della fauna selvatica per la quale Coldiretti ha chiesto al Governo nazionale misure straordinarie a contrasto. «Quest’anno continueremo a fare pressione sulla politica regionale per rendere ancora più efficaci i piani di contenimento – spiega Maria Letizia Gardoni, presidente di Coldiretti Marche – a tutela dell’incolumità delle persone e a difesa delle aziende agricole. Attraverso il loro lavoro, le Marche godono di un valore inestimabile che, oltre a quello generato su economia e nuova occupazione per il nostro territorio, investe sulla tutela dei beni comuni, sulla dignità umana, sulla responsabilità individuale e collettiva e sulla prossimità. Pilastri sui quali si fonda tutta l’attività sindacale e culturale di Coldiretti che si ispira, fin dalla sua fondazione, alla dottrina sociale cristiana ».
Le persone apprezzano. Nel tempo è aumentata la fiducia e questo è testimoniato dall’incremento, a esempio, degli appuntamenti con i mercati della vendita diretta di Campagna Amica. Ancona ha triplicato i mercati, Ascoli Piceno ha da poco inaugurato un bel mercato coperto a due passi dal centro cittadino. «Una fiducia che cresce, perché Coldiretti è in grado di dialogare con l’industria agroalimentare sana – aggiunge la numero uno di Coldiretti Marche – per realizzare una filiera di qualità, nel rispetto dell’ambiente, della giusta redditività agricola e dei consumatori. Per questo Coldiretti ha promosso Filiera Italia, una fondazione che annovera il meglio del sistema agroalimentare italiano».
In un mondo dove la corsa alla produttività e remuneratività non guardano in faccia a nessuno, dove i cambiamenti climatici sono sotto gli occhi di tutti (nelle sole Marche si sono registrati oltre 60 fenomeni meteo violenti uniti a lunghi periodi di siccità, nel corso del 2019), c’è un’economia differente che parla alle persone, ha a cuore il pianeta e crea valore attraverso la qualità dei suoi prodotti e ai servizi che riesce a erogare alla comunità. E così a fianco dei lusinghieri valori dell’export (oltre 287 milioni di euro fino a settembre 2019, in aumento di circa il 6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) e delle produzioni di qualità (che si attestano a 108 milioni di euro tra settore food e vino dei prodotti Dop, Igp e Sgt), si aggiungono le esperienze agricole di aziende che erogano servizi nell’ambito dell’agricoltura sociale. «Gli ultimi dati sull’accessibilità ai servizi – rileva ancora la presidente Gardoni – ci dicono che il 6% dei marchigiani fatica a raggiungere servizi essenziali. Asili nido, ma anche strutture dedicate ai soggetti più vulnerabili della nostra società, costretti a fare i conti con queste problematiche, soprattutto nelle aree interne e rurali».
«L’agricoltura sta dando risposte concrete alla domanda di welfare che emerge da ogni comunità – conclude la presidente –. Lo abbiamo ribadito ai sindaci anche nel corso della tornata elettorale 2019 e siamo pronti a fare altrettanto in vista del rinnovo, in primavera, dell’Assemblea legislativa regionale. L’agricoltura sociale è l’espressione massima della multifunzionalità e amplifica la reputazione e il valore delle aziende agricole, rendendole sempre di più un punto di riferimento per cittadini, istituzioni e territori».

LA SCHEDA

Il ‘turn-over’ generazionale

L’ingresso di energie giovani fa bene al settore
I dati di ogni provincia

1- Il primato
Per le imprese iscritte alla Camera di commercio con giovani alla guida, Macerata segna il valore più alto (426 attività)

2- Gli altri numeri
Dopo Macerata, seguono Ancona (358 attività), Pesaro-Urbino (284), Ascoli (232) e Fermo (197)

3- Il risultato
La voglia di rivincita dopo il sisma che ha scosso la regione si evince anche da questo: sono le province terremotate (Macerata, Fermo e Ascoli) a far segnare il maggior incremento percentuale di aziende guidate da un giovane e iscritte alla Camera di Commercio (+4,7%􀀩

4- Il dato generale
Aumentano gli under 35 nei campi: sono 1500 al terzo trimestre 2019 (+2,2% sul 2018)


«Dazi e attacco al budget della Ue
Giù le mani dal nostro settore»

Fini (Cia Emilia Romagna): «Risvolti disastrosi, serve un patto tra associazioni, consumatori e istituzioni» E rilancia: «Per arrivare ad avere un’Europa più verde e sostenibile dobbiamo muoverci tutti insieme»

di Marco Principini

«La nostra preoccupazione sull’anno appena terminato non si focalizza tanto sull’annata appena conclusa, seppur terribile per il settore agricolo, quanto più su ciò che sta avanzando nel mondo, in Europa e in Italia. Mi riferisco a quella rete protettiva che ha sempre tutelato il settore primario, il settore economico più importante in quanto produce cibo per sfamare i cittadini e contribuisce notevolmente alla valorizzazione e tutela dell’ambiente». È l’analisi di Cristiano Fini, presidente di Cia Agricoltori Italiani Emilia Romagna, che denuncia l’attacco al budget agricolo sul bilancio dell’Unione Europea e ricorda la guerra dei dazi che coinvolge senza alcuna ragione l’agroalimentare, con evidenti risvolti nel territorio dell’Emilia Romagna, ricca di eccellenze produttive.
«Il ‘nutriscore’ che vorrebbero Francia e Spagna che mette in cattiva luce i nostri cibi e il ritiro dal mercato di molecole utili alla difesa delle nostre produzioni senza fornire agli agricoltori valide alternative sono solo alcuni esempi di ciò che sta realmente accadendo – osserva Fini – e l’impressione è che si stiano addossando tutti i problemi sugli agricoltori con risvolti disastrosi per l’intero settore. Ciò che sta avvenendo in Francia, ed in parte anche in Italia, con frequenti attacchi da parte di alcuni media e di alcune associazioni ambientaliste ed animaliste verso l’agricoltura è emblematico – prosegue – un settore fondamentale che andrebbe sostenuto e tutelato viene invece messo sotto accusa e attaccato da individui che hanno ben pochi titoli per discernere di agricoltura, agronomia, economia agraria: spesso non ne sanno nulla». Cia sostiene, al contrario, la necessità di un patto tra produttori e consumatori, tra associazioni agricole ed istituzioni «per gridare al mondo intero quanto l’agricoltura, in particolare quella italiana, sia già ora sostenibile e in grado di garantire cibi sani e salubri», aggiunge Fini. Il ‘green deal’ europeo traccia le linee guida dei prossimi anni per avere un’Europa più verde e sostenibile, dove anche l’agricoltura deve raccogliere questa sfida. «Ma – insiste Fini – lo deve poter fare in tempi adeguati alle esigenze del settore e con tutti gli strumenti idonei, siano essi economici che tecnici. Produrre infatti con il metodo biologico o eliminando l’utilizzo della chimica ha dei costi più elevati, senza considerare la perdita di produttività aziendale a cui nemmeno il sostegno del bilancio europeo può far fronte. È su questo tema che dobbiamo rendere maggiormente consapevoli i consumatori e condividere con loro alcuni principi: se davvero vogliamo un’agricoltura più sostenibile lo dobbiamo fare insieme, senza lasciare soli i coltivatori». Fini ricorda che sono argomentazioni richiamate anche in piazza a Ferrara, nella manifestazione che ha coinvolto gli agricoltori del Nord Italia «dove il tema centrale era il contrasto alla cimice asiatica e la crisi dell’ortofrutta che rischia di far sparire un comparto fondamentale dell’agricoltura italiana e del suo indotto col pericolo e il paradosso di dover importare merci al di fuori dei nostri confini che hanno standard qualitativi e di salubrità nettamente inferiori». Infine il presidente di Cia Emilia Romagna giudica positivamente il recente decreto del Ministero della Salute sulla coltivazione della canapa in cui indica i limiti massimi di Thc (il cannabinoide contenuto nella pianta) negli alimenti. «Si tratta di un provvedimento che mette gli agricoltori nelle condizioni di operare in un regime di maggior trasparenza e minore incertezza tanto più che negli ultimi anni sono numerose le aziende che hanno fatto investimenti su questa coltura che è un diserbante naturale dei terreni e aiuta a bonificarli dai metalli».

LA SCHEDA

Cambiamenti e regole

Europa sempre più green, ma tenendo conto della realtà di chi produce

1- La proposta
Cia sostiene la necessità di un patto tra produttori e consumatori, tra associazioni agricole ed istituzioni «per gridare al mondo intero quanto l’agricoltura, in particolare quella italiana, sia già ora sostenibile e in grado di garantire cibi sani e salubri»

2- Futuro verde
Il ‘green deal’ europeo traccia le linee guida dei prossimi anni per avere un’Europa più verde e sostenibile, dove anche l’agricoltura deve raccogliere questa sfida

3- Il monito
Secondo Cia i tempi per arrivare a un’Europa più sostenibile devono essere adeguati alle esigenze del settore e con tutti gli strumenti idonei, siano essi economici che tecnici

4- La produzione
Il metodo biologico o l’eliminazione dell’utilizzo della chimica ha dei costi più elevati di cui, secondo Cia, bisogna tener conto


«Un’annata difficile, ora dobbiamo rialzarci»

Mirella Gattari, presidente di Cia Marche, traccia un bilancio del 2019 e apre alle priorità per il nuovo anno: «Sosteniamo i contadini»

di Francesco Moroni

Da una parte, l’incertezza diffusa che finisce per penalizzare il comparto agricolo. Dall’altra, gli incredibili sforzi messi in campo e le eccellenze del territorio, che hanno fatto da traino in un’annata difficile. Per capire che 2019 è stato per i contadini marchigiani, lo abbiamo chiesto alla Cia, la Confederazione italiana agricoltori. Un’organizzazione impegnata per «la costruzione di un’agricoltura forte e di qualità, capace di valorizzare tutte le risorse, di essere competitiva sul mercato e di concorrere a determinare il progresso equilibrato della società». Per raggiungere questi obiettivi, vengono «elabora proposte di Politica agraria e fornite, attraverso i propri istituti e associazioni, servizi qualificati a tutti gli operatori del mondo agricolo, come Patronato Inac, Cipa-AT, Turismo Verde, Associazione pensionati, Caaf Ufficio Fiscale, Caa, Donne in Campo, Agia – Associazione giovani imprenditori agricoli. A rispondere è Mirella Gattari, presidente di Cia Marche.
Presidente Gattari, partiamo dal bilancio del 2019 appena concluso. Un anno difficile, come molti raccontano.
«Direi molto difficile, sotto più punti di vista. Soprattutto per il mercato sempre più incerto e ballerino, dove il produttore agricolo è il primo soggetto, e il più penalizzato, che ne fa le spese ».
Cos’ha pesato più del resto?
«I dazi imposti dal presidente statunitense Donald Trump hanno accentuato le incertezze, dando alle nostre imprese un ulteriore svantaggio competitivo ».
Cosa vi ha permesso di reggero il peso di dodici mesi così pesanti?
«La qualità delle nostre specialità, ottenute grazie ad eccezionali sforzi messi in campo per combattere anche i cambiamenti climatici, le bombe d’acqua e gli eventi eccezionali, ci ha permesso – nonostante la follia dei dazi – con i nostri fiori all’occhiello, quali vini, olio, formaggi, le produzioni tipiche della nostra regione, Dop e Igp, e tutta la linea biologica, di essere comunque protagonisti. Soprattutto aumentando significativamente la quota di esportazione».
Quale comparto continua a soffrire più degli altri?
«La più grande preoccupazione resta il settore cerealico, vittima di importazione massiccia. Le sole aziende che riescono a pareggiare i conti sono quelle che hanno aderito alle filiere (firmando contratti con prezzi minimi garantiti) e che garantiscono ancora al consumatore la qualità e la provenienza del prodotto finito ».
Ci racconti delle azioni messe in campo cui faceva riferimento in precedenza.
«L’anno appena concluso ci ha visti in prima linea per continuare la lotta ai danni dei selvatici. Non solo presentando a livello nazionale un progetto di modifica della legge 157, ma anche collaborando e proponendo alla Regione misure e osservazioni da inserire nel nuovo piano faunistico regionale. Devono andare a integrare i due decreti approvati in materia, grazie all’intervento diretto del presidente Luca Ceriscioli, che finalmente hanno ridato dignità al nostro lavoro, per permettere di continuare sull’autodifesa e le attività di controllo».
In che modo vengono svolte?
«Non riguardano solo il cinghiale, razza che ha il primato in fatto di danni. Ovviamente continueremo a essere presenti nei tavoli, per portare le nostre proposte ed osservazioni».
Di quali tavoli si tratta?
«Come Cia Marche siamo stati protagonisti, in collaborazione delle strutture Cia di Umbria, Lazio, Abruzzo e Molise, di una tappa del Paese che Vogliamo, il road show ideato e voluto dalla Cia, nato per evidenziare i problemi delle aree rurali e formulare proposte per avere soluzioni ».
Ci racconti di più.
« Una giornata molto intensa, incentrata sugli appennini, dove tutti gli attori dei territori si sono confrontati, non solo agricoli ».
Che cosa è emerso?
«Abbiamo prodotto un documento di sintesi, che è stato presentato alle autorità e nel quale si evidenziano varie criticità, come lo spopolamento delle areee montane, l’inadeguatezza delle infrastrutture, la burocrazia eccessiva che penalizza ogni iniziativa, e le ipotesi di soluzioni ». Quali, nello specifico? «È necessario rendere conveniente economicamente vivere negli appennini: una fiscalità agevolata; una zona ‘Zes’ per l’area terremotata; un piano di manutenzione del territorio, dove si evidenzia il ruolo degli agricoltori e di tutti gli eroi che abitano e presidiano gli appennini; un attento piano di recupero edilizio agevolato, specialmente per la parte abbandonata; incentivare il ricambio generazionale in ogni settore, promovendo turismo e tutte le specialità agroalimentari e artigiane; la garanzia di servizi socio sanitari, con efficienti punti di primo soccorso e sviluppo degli investimenti delle infrastrutture telematiche, per poter utilizzare dei nuovi metodi di cur. come la telemedicina anche nelle zone meno accessibili e più lontane dagli ospedali. E ancora: un piano di emergenza per la fauna selvatica a salvaguardia dei redditi degli agricolturi, dell’incolumità dei cittadini e a protezione della nostra biodiversità, oltre a una legge quadro sugli appennini ». Un pacchetto completo. «Rivivere l’appennino non è stato un traguardo, bensì un buon punto di partenza per lavorare con le amministrazioni locali, le altre associazioni, il mondo scentifico, i Gal, i parchi e la cittadinanza tutta, per raggiungere l’obiettivo comune: invertire il trend di desertificazione umana del territorio montano, garantendo il presidio, la custodia e la tutela di un patrimonio unico a favore sia degli abitanti a valle che delle prossime generazioni ».
Il 2020 si prospetta un anno ricco di sfide.
«Oltre al grande tema delle aree interne, lavoreremo anche per trovare strategie e opportunità per i redditi dei soci, affinché il settore primario garantisca una vita dignitosa agli agricoltori, oltre che un ambiente e un territorio presidiati per la cittadinanza e, ovviamente, del cibo sano».
Qualche traguardo nel mirino?
«Contiamo di vedere in dirittura di arrivo due progetti da noi presentati per la realizzazione di bacini di contenimento di acqua, in aiuto degli allevatori, che diversamente si trovano ad affrontare enormi difficoltà per l’abbeveraggio degli animali a seguito della mancanza di acqua per molte fonti, a causa del terremoto. Lavoreremo inoltre per migliorare la disponibilità dell’acqua per le esigenze di tutti gli agricoltori in della regione».

FOCUS

Un appello concreto per le zone del sisma

‘Rivivere l’Appennino’, una sintesi delle priorità per risollevare il territorio

1- Tutela
Fiscalità agevolata e sostegno a chi ancora mantiene in vita le zone del sisma sono sicuramente due tra le
priorità esplicitate dai tavoli organizzati da Cia

2- Edilizia
Fondamentale è anche un attento piano di recupero edilizio agevolato, specialmente per la parte abbandonata

3- Turismo
Per Cia «serve anche favorire il ricambio generazionale e promuovere le attività ricettive e turistiche

4- Sanità
Non da ultimo, la sanità: sviluppo dei punti di primo soccorso e delle nuove tecnologie, come la telemedicina


Cimice asiatica e crisi dei prezzi
«Colpi pesanti, fermiamo il disastro»

Confagricoltura Emilia Romagna, Parmigiani: «Mentre aspettiamo i fondi già stanziati, le imprese chiudono» Appello alla nuova giunta regionale: «Ascolti le istanze del nostro settore, volàno dell’economia nazionale»

di Marco Principini

Giovanna Parmigiani rappresenta l’Emilia-Romagna nella giunta nazionale di Confagricoltura. L’anno è cominciato con la grande manifestazione di ieri, a Ferrara, in difesa dell’agricoltura.
Cosa chiedete?
«Le imprese chiudono mentre aspettiamo che vengano sbloccate risorse già stanziate, ma non ancora fruibili. Le promesse devono essere mantenute. Cimice asiatica e crisi dei prezzi hanno inflitto un duro colpo all’agricoltura regionale. Il comparto pere, a esempio, ha registrato nel 2019 un aumento del numero di estirpi del 19%. Dobbiamo frenare il disastro, riportare al centro il ruolo del settore primario e ridare dignità agli agricoltori. Se le imprese spariscono è un danno per l’intera società, ancor più se a dire basta sono quelle aziende che presidiano l’ambiente e producono cibo salubre e di qualità».
Cosa vi aspettate dalla nuova giunta regionale?
«Abbiamo presentato le nostre richieste alle forze politiche candidate. È necessario che la Regione si ponga in ascolto e consideri prioritarie le proposte avanzate dalle rappresentanze degli imprenditori agricoli, che insieme esprimono le esigenze di un settore volano dell’intera economia nazionale. Da tempo chiediamo una semplificazione amministrativa. Poi il settore primario deve partecipare ai tavoli di confronto sulle tematiche ambientali e sanitarie, come già accade nel caso della Consulta Agricola: sono ambiti interconnessi all’agricoltura, che ci vedono ingiustamente destinatari di provvedimenti calati dall’alto senza una condivisione. Infine va rivista l’organizzazione degli Stcp (Servizio territoriale agricoltura, Caccia e Pesca) affinché siano al fianco delle imprese come strumento di supporto ».
Quali gli indirizzi da seguire nella definizione del Piano di sviluppo rurale post 2020?
«Bisogna superare il vecchio modello che genera procedimenti capaci di alimentare solo il sistema burocratico del domandificio, peraltro intasandolo. No a ulteriori costi per le imprese e no alla distribuzione di risorse attraverso il proliferare di bandi, con troppe misure e scarsi benefici per l’economia territoriale; priorità agli investimenti aziendali, agli adeguamenti strutturali e gestionali richiesti dal mercato; bisogna implementare le filiere produttive e sostenere la presenza di imprese nelle aree marginali, essenziale pure per l’assetto idrogeologico ».
Ambiente e fauna selvatica, punto e a capo?
«Abbandoniamo le inefficaci politiche di risarcimento dei danni per affrontare in modo consapevole il tema della fauna selvatica e gli aspetti legati all’equilibrio del territorio, alla salute e alla sicurezza delle persone. Gli agricoltori non chiedono di essere risarciti, ma di poter produrre: occorre individuare modalità di prevenzione del danno e gestione della fauna selvatica, recuperando il concetto di tutela responsabile dell’uomo nei confronti della natura».
L’acqua è un fattore di produzione essenziale per le imprese dell’agroalimentare, Confagricoltura cosa propone?
«L’agricoltura valorizza la risorsa idrica per produrre cibo, non la spreca, pertanto vanno ridefinite le linee guida del Piano di tutela e salvaguardia delle acque, per garantirne la disponibilità a popolazione e imprese. Ben venga la realizzazione di invasi aziendali e interaziendali, il recupero di cave dismesse, soprattutto la realizzazione di bacini ad alta capacità di cui la nostra regione è deficitaria pur vantando imprese all’avanguardia nel settore».
Ricerca e conoscenza sono al centro della strategia di Confagricoltura. Il 2020 può essere l’anno della svolta?
«Deve esserlo. Ci viene chiesto di produrre di più utilizzando meno terra, acqua e fitofarmaci. Possiamo farlo solo con l’aiuto della scienza, sfruttando le potenzialità della nuova ‘rivoluzione verde’ ossia le tecniche di genome editing, selezione e miglioramento varietale (New Breeding Techniques). Queste metodologie non devono essere equiparate agli Ogm. Noi ci crediamo, per questo Confagricoltura sta promuovendo una raccolta firme per la revisione della Direttiva UE 2001/18 di venti anni fa sugli Ogm, affinché si dia il via libera alla sperimentazione in campo delle Nbt».

LA SCHEDA

Sostegno alle aziende

Alleggerire i costi e agevolare gli investiment

1- Sul tavolo
Confagricoltura chiede il mantenimento delle promesse: che vengano sbloccate risorse già stanziate per il settore, ma non ancora gruibili

2- La priorità
Frenare il disastro, riportare al centro il ruolo del settore primario e ridare dignità agli agricoltori. Se le imprese spariscono è un danno per l’intera società – dice Confagricoltura –, ancor più se a dire basta sono quelle aziende che presidiano l’ambiente e producono cibo salubre e di qualità»

3- Sguardo al futuro
No a ulteriori costi per le imprese e no alla distribuzione di risorse attraverso il proliferare di bandi, con troppe misure e scarsi benefici per l’economia territoriale; priorità agli investimenti aziendali