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INDUSTRIA

«Per ora il bilancio è in attivo Pillole
Ma il futuro non promette bene»

Pietro Ferrari, presidente di Confindustria Emilia Romagna

di FEDERICO DEL PRETE

IL MONDO delle imprese sorride a denti stretti. «Sappiamo già che soffriremo», allarga le braccia Pietro Ferrari, presidente di Confindustria Emilia-Romagna: «L’export frena e chi ne risente sono le Regioni come la nostra, che sulle esportazioni fonda gran parte della propria economia».

Presidente Ferrari, dobbiamo essere così pessimisti?

«Purtroppo le preoccupazioni nate già nella seconda parte del 2018 si stanno tramutando in realtà. I primi sei mesi dell’anno scorso sono stati positivi, poi c’è stata un’inversione di tendenza dovuta a una serie di fattori: il bilancio globale resta in attivo, ma il futuro non promette benissimo».

Chi soffre di più?

«Il mercato dell’automotive, per esempio: patisce un calo delle vendite e soprattutto della fiducia delle persone, che in questo periodo difficilmente investono in questo campo. Temiamo anche per la ceramica, che ha chiuso l’anno in calo, pur di pochi punti percentuali, a causa di una tendenza internazionale in ribasso, soprattutto negli Usa».

Il saldo generale è negativo o positivo?

«Ci aspettiamo due anni, compreso il 2020, molto complessi, destinati a segmentare ancora di più le aziende che vanno bene da quelle in difficoltà. Sostanzialmente abbiamo un 20% in salute, un altro 20% in crisi e nel mezzo un 60% che ha bisogno di cambiare per sopravvivere. Ecco, il rischio è che la maggior parte rimanga in questa zona d’ombra, di estrema debolezza».

In questo contesto l’Emilia-Romagna come sta?

«La riduzione dell’export ci ha portato lontano dal +1,8% di Pil del 2017, a dimostrazione che questa Regione, pur godendo di una salute migliore di altre, soffre di più questa tendenza negativa. Purtroppo la lettura del Governo dell’attuale situazione è stata tardiva e non ci ha aiutato».

Non siete soddisfatti dell’esecutivo?

«Io parto dal presupposto che chi governa vuole bene al Paese, però se uno vuole bene al Paese, deve saper leggere la realtà delle cose. Altrimenti, sta facendo un danno».

Avete criticato lo stop alle infrastrutture.

«La capacità di leggere gli accadimenti e non ideologizzare la realtà fa parte del bagaglio della buona politica. E sulle opere pubbliche tutti sanno che un investimento iniziale porta a un effetto moltiplicatore nella filiera economica: una crescita essenziale nel momento che viviamo, in cui l’export, che fino a oggi ci ha trainato, sta zoppicando vistosamente. Per questo auspichiamo provvedimenti che portino all’avvio dei cantieri già nella prima parte del 2019, in modo da dare una spinta al mercato interno, che oggi è ancora molto modesto».

Le priorità sembrano altre, come il Reddito di Cittadinanza e la quota 100.

«Il nostro giudizio non è né negativo, né positivo; e soprattutto aspettiamo di vedere gli effetti di questi provvedimenti definitivi. Capisco che se si punta sull’ideologia e si promettono certe cose, poi si devono mantenere a tutti i costi, ma non si può pensare che tutti siano d’accordo».

A fine anno si vota anche in Emilia-Romagna e secondo i sondaggi sembra inevitabile una svolta storica. Siete preoccupati?

«Al netto delle previsioni, che spesso non tengono conto di molti fattori, noi ci sentiamo fedeli al nostro ruolo istituzionale. Dunque, l’auspicio è che si continui ad affrontare i problemi come abbiamo fatto fino ad adesso: discutendo, anche animatamente, ma cercando soluzioni per arrivare a dare buona occupazione. Qualunque sia la parte politica che vincerà».


«Punto sui fondi per il terremoto
Se si sbloccano la regione riparte»

Schiavoni (Confindustria Marche): «Le banche aiutino le imprese»

di MAURIZIO GENNARI

«IO CHE SONO fondamentalmente un ottimista, devo dire che questa volta non la vedo bene», dice Claudio Schiavoni presidente regionale di Confindustria Marche.

Pensiero che nasce da…

«Dal fatto che visti i problemi globali tra Cina e Stati Uniti e con l’Europa al centro e guardando anche ai provvedimenti che arrivano dal governo di Roma, non sono ottimista. Anche se spero vivamente di sbagliarmi e scoprire che magari hanno ragione loro».

Nel senso?

«Che tra reddito di cittadinanza, quota cento e miliardi per gli investimenti, anche se ancora non si è capitato bene quanti soldi ci sono, magari si riprende il mercato interno che è fermo da anni».

Per quello che riguarda invece le Marche?

«Spero tanto che si sblocchino i fondi per la ricostruzione per il terremoto facendo quindi lavorare anche le nostre imprese che sono ormai in crisi da tanti anni. Una maniera questa per rilanciare non solo il settore delle costruzioni, ma anche tutto il resto. Perché sappiamo tutti che quando si muove la locomotiva dell’edilizia poi si porta dietro tanti altri settori, dai mobili, all’impiantistica ecc. ecc».

Un fiume di dati economici sull’andamento della Regione. Lei che è il presidente di Confindustria regionale, che dice?

«Diciamo che ci sono due letture industriali delle Marche. Le due province più a nord e cioè Ancona e Pesaro, vanno. Fermo ed Ascoli non vanno bene e per quello che riguarda Macerata si potrebbe dire che vivacchia».

Clima tra gli associati?

«Direi che c’è un certo scoraggiamento anche per quello che si è detto prima, e cioè il quadro globale. Il mercato interno è fermo e quello internazionale sta rallentando. C’è stato un rallentamento del Pil del 2 per cento in regione, ma prima di tirare le conclusioni occorrerà attendere i dati finali del 2018 che abbiamo messo alle spalle».

Secondo i ricercatori delle università si va sempre più verso una regione di ottimi terzisti. È un pericolo?

«Questo è parzialmente vero. Prendiamo un’area che io conosco bene e cioè quella del fabrianese e dello jesino. L’industria del bianco ha generato ed ha fatto la ricchezza del territorio. Poi con la crisi molte aziende si sono adattate, ma altre ancora hanno saputo rigenerarsi entrando in altri settori produttivi con grande capacità ed anche una ottima possibilità di crescita. Però…».

Però…

«Ci sono industrie che hanno progetti e che potrebbero crescere, ma ci sono problemi con i finanziamenti da parte delle banche. Per questa ragione stiamo lavorando, come Confindustria, per cercare di risolvere il problema affrontando il tema con gli istituti di credito. Cerchiano anche di trovare vie alternative per il finanziamento».

Riflessi della crisi di Banca Marche?

«Diciamo che Ubi banca si è ritrovata con problemi accorpandosi BdM. E questo è un dato di fatto. Ma noi non chiediamo di finanziare per sostenere industrie decotte, ma chiediamo di guardare e analizzare i progetti». Il ragionamento non fa una piega, però… «Il però sta nei centri di comando. Ora si decide a Brescia dove si ragiona per grandi industrie, mentre la nostra realtà industriale è fatta in gran parte da piccole aziende».

Le multinazionali continuano a fare shopping in regione: un bene o un male?

«Partire dal principio che voler tener le aziende partendo dal concetto che è tutta roba nostra, può essere un errore anche perché si dato vita ad un nanismo industriale. Per cui, anche per altre regioni, come per esempio il passaggio generazionale, forse sia più conveniente vendere, piuttosto che perde il posto di lavoro».

E se fanno, le multinazionali, come nei film e cioè prendi i soldi e scappa?

«Questo non è vero. Le multinazionali chiudono le aziende che non rendono e quindi occorre lavorare e correre. Se l’azienda produce reddito, e ci sono diversi casi in regione, non è nell’interesse delle multinazionali chiudere i battenti».

Si riuscirà a chiudere il cerchio entro la fine dell’anno al fine di avere una sola Confindustria regionale?

«Non so se si riuscirà entro la fine del 2019. Bisogna lavorare, cucire, smussare. Ma al di là del fatto che ci siano tre territoriali, la cosa sostanzialmente è un’altra: e cioè che in questi mesi di lavoro mi sono accordo che si sta agendo in perfetta sintonia, sotto tutti i punti di vista. Quindi posso dire che siamo già di fronte ad una Confinsustria unica».

Cosa chiede Schiavoni alla Regione?

«Devo dire che stiamo lavorando bene con la Regione. C’è attenzione nei confronti dell’industria. Ma se ce ne fosse ancora di più sarebbe ancora meglio»


ARTIGIANATO

«I nostri peggiori nemici: Focus pressione fiscale e burocrazia»

Dario Costantini, presidente della Cna Emilia-Romagna

di FEDERICO DEL PRETE

FISCO E BUROCRAZIA.I peggiori nemici degli artigiani restano loro. «Il nostro quotidiano è molto, molto complicato…», allarga le braccia Dario Costantini, presidente regionale di Cna: «I nostri associati ce la mettono tutta, ma siamo consapevoli che nel 2019 non riusciremo a riprendere quelle posizioni che abbiamo perso negli anni della crisi».

Presidente, perché questa previsione?

«È una constatazione che nasce da lontano. Il 2018 è stato un anno dove per certi versi si è respirato di più rispetto a quelli precedenti, ma chi in passato ha dovuto abbassare i prezzi pur di mantenere i propri clienti, sa benissimo che non si può tornare indietro».

Che 2019 vi aspettate?

«Contiamo di lavorare ancora molto, anche se ci sono comparti che hanno grosse difficoltà e devono fronteggiare una concorrenza sempre più pericolosa. Comunque, i nostri imprenditori hanno le antenne dritte: hanno ancora addosso le scottature della crisi, ma non si illudono, né si deprimono. Certo, qualcuno potrebbe darci una mano…».

In che modo?

«Le due priorità restano la pressione fiscale e quella burocratica».

Partiamo dalla prima.

«In Emilia-Romagna abbiamo una media del total tax rate, l’indicatore che unisce tasse e costo del lavoro, attorno al 62%: significa che le aziende devono lavorare fino ad agosto per pagare le imposte e solo dopo per sé e la propria famiglia. Non credo ci sia da aggiungere altro».

E la burocrazia?

«Resta asfissiante. A livello nazionale abbiamo presentato un’indagine che per la prima volta fotografa in termini concreti quanto pesa sulle spalle dei nostri associati: per aprire un’azienda in sei mesi tocca soddisfare 65 adempimenti, passando per 26 enti a cui bisogna rivolgersi 39 volte, sborsando in tutto 14mila euro. Per un bar, invece, un’occupazione che necessità di meno specializzazione, ci vogliono 4 mesi, 4.300 euro di bolli e autorizzazioni, 71 adempimenti, rivolgendosi a 26 enti per 41 volte. Non solo: i nostri imprenditori ogni giorno si trovano di fronte a norme differenti».

Ora si è aggiunta la fatturazione elettronica.

«È una novità che ci allinea all’Europa e per la quale abbiamo deciso di fornire un’assistenza più puntuale ai nostri associati, assumendo del personale dedicato. In migliaia, infatti, si sono rivolti a noi per formarsi e informarsi, dando una bella risposta a chi in questi anni ha messo in discussione l’importanza dei corpi intermedi come la nostra associazione, che invece restano fondamentali».

Che idea vi siete fatti del Governo?

«Alla nostra assemblea nazionale sono venuti sia Salvini, sia Di Maio, a dimostrazione che possiamo vantare un’interlocuzione positiva soprattutto su temi come l’Imu e le tariffe Inail. Certo, le tensioni a livello internazionale non aiutano a chi basa il proprio business sull’export del Made in Italy, ma aspettiamo le Europee per capire che direzione prenderà il Paese».

Si vota anche in Regione.

«All’amministrazione attuale diamo atto di aver riunito tutti intorno a un tavolo con il Patto per il Lavoro e di averci sempre ascoltato: quando vado in giro a dire che in un anno di mandato siamo stati ricevuti 324 volte, gli altri presidenti rimangono sbalorditi».


«Commercio generalista in crisi
L’online la fa da padrone»

Le prospettive per il 2019 secondo Santini, direttore di Cna Ancona

di FRANCESCO MORONI

«C’È UN cambiamento economico e sociale in atto: è necessario essere in grado di intercettare questi cambiamenti, per rispondere al meglio alle sfide che ci presenterà il nuovo anno». A fare un quadro del 2018 e delle prospettive economiche per il 2019 è Massimiliano Santini, direttore di Cna Ancona, che non si sofferma al territorio provinciale, ma getta uno sguardo all’intera economia regionale.

Santini, quali riflessioni per il 2019?

«Innanzitutto, possiamo dire che c’è un consolidamento dell’ormai nota ‘ripresina’. In realtà parliamo di un’implementazione del percorso di cambiamento che sta intaccando il tessuto economico e sociale: questo, a piccoli passi, si sta riconfigurando. Ad alcuni tratti anche trasformando completamente».

Ci dica meglio.

«Le cosiddette aziende generaliste sono destinate a non avere più i requisiti necessari per rimanere nel mercato: si privilegiano le caratteristiche dinamiche e flessibili, quelle aziende trasversali che a livello settoriale hanno la meglio e che, soprattutto, accolgono meglio il percorso impresa 4.0».

Questo in cosa si traduce?

«In cinque pilastri fondamentali: specializzazione, innovazione, interconnessione, internazionalizzazione, gestione finanziaria adeguata. Cinque aspetti che, trasversalmente, forniscono un vantaggio competitivo enorme, al di là del settore di appartenenza».

Le aziende, quindi, come si comportano?

«La tradizione degli artigiani fatica davvero a rimanere in piedi, perché, come detto, le imprese tradizionali fanno fatica a rimanere nel mercato. Si fa sempre più fatica, oggi, a trovare un falegname o un vetraio».

E gli altri settori?

«Il commercio è in forte affanno: la dinamica invasiva dell’online, ormai, la fa da padrona. In crisi è soprattutto, anche qui, il commercio generalista. Anche l’agricoltura possiamo dire che continua a perdere pezzi: il settore primario va bene solo quando si parla del Made in Italy, e non si può dire lo stesso per il comparto tradizionale».

Chi sta vivendo una crescita, invece?

«Le start-up e le imprese innovative, sicuramente. E, ovviamente, anche quelle turistiche. Non solo le strutture ricettive, ma anche quelle extra-alberghiere: l’intera industria turistica è un forte traino. Poi, crescono i servizi alle persone, a 360 gradi: dalla parrucchiera alla comunicazione, fino ai software. Parliamo di una vera e propria trasfigurazione del tessuto imprenditoriale, frutto di due cambiamenti sociali in atto».

Quali?

«In primis, la terziarizzazione dell’imprenditoria: le Marche scontano un ritardo spaventoso a livello nazionale rispetto alle imprese che offrono un terziario avanzato. Ma gli stakeholders hanno evocato a lungo questa terziarizzazione, un processo naturale e in parte stimolato anche da Cna».

Poi?

«Il consolidamento delle dimensioni aziendali: ci sono tante aziende che stanno cambiando la propria ragione sociale, trasformando le proprie imprese di persone a imprese di capitale. Si tende a puntare sulla solidità, che comporta un’evoluzione nell’organizzazione. Sta aumentando la consapevolezza, e questo è importante».

Qualche numero sulle imprese?

«Nel giro di cinque anni, l’albo regionale conta ora 5mila imprese in meno: nel 2018, la contrazione è vicina alle 500 unità. Ad Ancona, a livello provinciale, in dieci anni se ne contano invece 2mila in meno: ora siamo intorno alle 40mila. Ma ci sono anche segnali in contro tendenza».

E la disoccupazione?

«Ancona, con il 12,5%, ha un tasso più alto rispetto alla media regionale (10,6%). Solo Ascoli fa peggio, con un tasso pari al 14,5%».

Cosa sta accadendo?

«I giovani stanno cominciando a osare un po’ di più e a rimettersi in gioco: forse, l’alto tasso di disoccupazione giovanile spinge a rischiare, andando oltre la logica del ‘posto sicuro’. Una sorta di risveglio: Cna è in grado di intercettare questo trend, con tante iniziative di ‘networking’ che mettono in relazioni i giovani e le imprese».

Un 2019 che si prospetta positivo, nel complesso?

«Investiremo molto sul tema del territorio, dell’accoglienza e del turismo: possono essere questi gli elementi vincenti»


«Creatività e innovazione: è l’unica strada possibile»

Marco Granelli, presidente regionale di Confartigianato

di FEDERICO DEL PRETE

LARGO AI CREATIVI. Altrimenti, l’alternativa è scomparire. La parola d’ordine del 2019 di Confartigianato sarà, infatti, innovazione: «Non c’è altra scelta, chi non prende questa strada è destinato a chiudere», avverte il presidente regionale dell’associazione, Marco Granelli.

Presidente, non starà esagerando?

«Non credo proprio, in fondo non sto dicendo nulla di nuovo: ogni nostro associato sa che questa è la realtà che si trova di fronte ogni giorno».

Quale realtà?

«Siamo in un mercato globalizzato ed è impensabile potere competere con i colossi che ci sono all’estero puntando su prodotti standardizzati. Sarebbe un autogol rispetto a quello che sappiamo fare e a ciò che si chiede agli artigiani italiani».

Ovvero?

«Creatività, prodotti personalizzati, innovazione, altissima qualità: ovvero le cose che siamo bravi a fare. Anzi, direi che siamo unici in questo».

La congiuntura economica non spinge però a prendersi molti rischi.

«Invece io credo che debba fungere da stimolo: c’è un quadro di grande incertezza, dovuto a tanti fattori, soprattutto politico-economici, che riguardano l’Italia, ma anche tutta l’Europa, e noi dobbiamo reagire e mettere in campo le nostre armi migliori. Mi aspetto aziende che sappiano restituire un ‘effetto molla’: dare il buon esempio e trascinare chi è più riluttante».

Che periodo è per gli artigiani?

«Il 2018 è stato un anno tutto sommato positivo. In particolare il comparto manifatturiero ha dato segnali di risveglio, almeno fino a un certo punto».

Poi, cos’è successo?

«Sono arrivati elementi di preoccupazione, in particolare dal contesto europeo e soprattutto dalla Germania, che hanno avuto un immediato contraccolpo sull’indotto delle subforniture, in cui l’Emilia-Romagna è molto presente come esportatrice».

Le costruzioni, invece, continuano a soffrire?

«Una piccola ripresa c’è stata: i lavori di ristrutturazione ed efficientamento energetico hanno dato nuova linfa ai manutentori. Il mercato pubblico, invece, continua a essere in enorme difficoltà».

E il blocco degli investimenti non aiuta.

«Come imprenditori non possiamo perdere la fiducia, ma non possiamo negare l’ansia e l’incertezza dovute a questa situazione: mi auguro ci siano segnali in controtendenza, come la possibilità di allentare i Patti di Stabilità e non comprendere le opere di manutenzione di strade ed edifici all’interno dei piani triennali dei lavori pubblici».

Anche le infrastrutture regionali sono bloccate. Come valutate questo stop?

«Lo abbiamo già detto, quelle opere sono fondamentali per l’Emilia-Romagna: il Passante di Bologna, la Cispadana, la Campogalliano-Sassuolo sarebbero decisive per uno spostamento più veloce delle merci, che ci garantirebbe un vantaggio in termini di competitività e anche un beneficio ambientale. Meno ingorghi e meno code, infatti, portano più sicurezza e più velocità: per questo ci auguriamo che il Governo sia più sensibile e agevoli la Regione in questo percorso, ineludibile, di infrastrutturazione».

Un auspicio per l’anno che va a iniziare.

«Ciò che il nostro mondo ritiene fondamentale è che venga riconosciuta sempre di più la peculiarità delle piccole aziende come parti fondamentali di questo territorio: il loro ruolo sociale è importante e va valorizzato sempre di più, a maggior ragione verso coloro che scelgono di restare nelle aree meno competitive, rinunciando a spostarsi nei grandi centri urbani».


«Burocrazia, fisco e contratti
Ora basta affossare le imprese»

Il punto di Pierpaoli, Confartigianato Ancona-Pesaro e Urbino

di FRANCESCO MORONI

«UNA politica di crescita e sviluppo: è questo quello di cui c’è bisogno nell’anno appena iniziato». Parola di Marco Pierpaoli, segretario generale Confartigianato imprese Ancona – Pesaro e Urbino, in vista delle prospettive economiche per il 2019. Un anno che, come sottolinea Pierpaoli, deve servire da rinascita per le imprese regionali.

Pierpaoli, qual è il quadro attuale?

«In questi anni di profondo cambiamento il sistema dell’artigianato, anche nelle Marche, ha pagato un conto salato. Ma, nonostante la chiusura di migliaia di aziende, oggi le 39.629 imprese artigiane attive, con 115.933 addetti, rappresentano una ricchezza per la regione e per l’occupazione».

Un sistema che vive diverse difficoltà?

«La vitalità imprenditoriale incrocia ancora tanti, troppi ostacoli sul fronte di fisco, burocrazia, mercato del lavoro, infrastrutture materiali e immateriali, credito e tempi di pagamento. Zavorre che rallentano la corsa verso la ripresa e confinano l’Italia al 46esimo posto della classifica mondiale per le condizioni favorevoli a fare impresa. Su questi e altri fattori di contesto, l’Italia non è ancora riuscita a compiere il salto di qualità necessario per supportare la competitività delle aziende».

Da qui la necessità di un nuovo modello?

«È un’incognita, ma anche un’opportunità. Dare vita a un nuovo modello di sviluppo con mutati paradigmi significa riconoscere e valorizzare il ruolo economico e sociale dell’artigianato e delle micro e piccole imprese. L’obiettivo chiaro deve essere quello di una riduzione della pressione fiscale e della burocrazia».

Ci dica meglio.

«Perdere mediamente 240 ore l’anno – il calcolo è dell’ufficio studi di Confartigianato – per seguire tanti adempimenti burocratici e far fronte a 210 scadenze da rispettare, è un grave limite per l’attività imprenditoriale».

Come si risolve il problema?

«I posti di lavoro si creano con un sistema imprenditoriale efficiente, messo nella condizione di esprimere tutte le sue potenzialità perché sostenuto da interventi di politica economica utili e credibili, che creano fiducia nel futuro. Confartigianato ha espresso in più occasioni la profonda delusione per il ‘decreto dignità’, che, introducendo limiti eccessivi all’utilizzo dello strumento del contratto a tempo determinato, riduce la libertà di iniziativa economica delle imprese e la possibilità di impiego dei lavoratori».

Questo in cosa si traduce?

«La chimera del ‘posto fisso’ perseguita con il dettato normativo non risponde alla realtà dell’attuale contesto socio-economico e non tiene affatto in considerazione le esigenze di flessibilità delle imprese, oltre alla necessità di essere sostenute nella ripresa economica con strumenti adatti, con regole certe e chiare. Crediamo, quindi, che le scarse risorse disponibili vadano concentrate sulle politiche attive del lavoro e sugli inserimenti lavorativi dei giovani, anziché utilizzarle per rispondere ad una emergenza sociale che non risolve il problema della disoccupazione e a volte alimenta l’area grigia del non lavoro o del lavoro nero».

Il 2019 è partito in questa direzione?

«Ci aspettiamo, una politica di crescita e sviluppo vero. Altri sarebbero gli interventi utili per dare opportunità di lavoro ai giovani come, ad esempio, la valorizzazione dell’apprendistato nel settore artigiano. Che passa anzitutto dalla rivalutazione del saper fare».

Serve investire sulla formazione, quindi.

«La formazione continua diventerà una necessità ineludibile per tutti i lavoratori, soprattutto se fatta in azienda. Bisogna adeguarsi alle novità derivanti dalla rivoluzione digitale in atto, che avrà notevoli conseguenze sia sul modo di lavorare che sulle tipologie di lavoro. Alcuni mestieri subiranno profondi cambiamenti, altri spariranno e verranno sostituiti da nuove professioni che richiederanno competenze diverse. Sono convinto che questi cambiamenti offriranno nuove opportunità a chi saprà governarli, anziché subirli come una minaccia. E l’artigianato sarà tra i protagonisti»


COMMERCIO

«Non bloccare le opere finanziate Sono il volano per ripartire»

Enrico Postacchini, presidente di Confcommercio Emilia Romagna

di FEDERICO DEL PRETE

«NON BLOCCATE le opere già finanziate». L’appello arriva direttamente dal presidente di Confcommercio Emilia-Romagna, Enrico Postacchini: «Usciamo da un anno difficile e i segnali in prospettiva non sono così incoraggianti – sottolinea –: se si pensa addirittura di bloccare infrastrutture già avviate e progettate, diventa veramente complicato».

Presidente Postacchini, state esaurendo la fiducia verso il Governo?

«A giudicare dallo stop degli investimenti sulle opere in questa Regione, come il Passante di Bologna ola Cispadana, un po’ di timore c’è. Noi diamo sempre credito e siamo pronti a collaborare con tutti, ma gli ultimi segnali da questo punto di vista sono di scarsa attenzione al territorio».

A proposito: qual è il suo stato di salute?

«Eccetto turismo e servizi, il 2018 è stato un anno complicato, è inutile nasconderlo. Soprattutto i settori tradizionali hanno vissuto una dolorosa stagnazione. Per questo ci aspettiamo da quest’anno una ripartenza, legata alla riqualificazione urbana, all’ambiente, alla mobilità e, appunto, alle infrastrutture».

Perché il commercio soffre ancora così tanto?

«Abbiamo sottolineato più volte che si è provveduto a mettere in campo interventi mirati in tanti settori, ma per il nostro ancora no. La Regione ci ha, comunque, rassicurato che le misure arriveranno presto».

Cosa avete chiesto?

«Bisogna spingere sulla digitalizzazione e sull’innovazione 4.0 a favore delle piccolissime imprese e del commercio retail. Altrimenti, rischiamo l’estinzione: lo dice anche l’ultimo rapporto Unioncamere, secondo il quale più di un terzo delle aziende va a gambe all’aria entro un paio di anni».

Le pmi, invece, dovrebbero essere la spina dorsale dell’economia regionale. Come mai questa scarsa attenzione?

«È un problema più vasto, che a mio avviso parte dall’Europa, dove le piccole e medie imprese valgono due terzi dei posti di lavoro e contribuiscono a più della metà del valore del totale dell’economia. Purtroppo, ci si è dimenticati che il 92,8% di queste aziende hanno meno di dieci dipendenti e si è chiesto loro investimenti e adempimenti al di sopra delle possibilità. Bisogna ritornare ad avere questa attenzione, non ci si può dimenticare di chi si ha in pancia».

Quali sono le vostre priorità per il 2019?

«Più fondi europei e regionali per l’innovazione, la rivisitazione della Legge 41 sulla valorizzazione del commercio e bandi diretti per le imprese coordinati dalle associazioni di categoria».

E magari qualche tassa in meno.

«Beh, su questo versante non si fa mai abbastanza, ma bisogna dare atto alla Regione che lo sgravio dell’Irap per le aree montane è stato un intervento molto utile».

Si sono perse le tracce della Flat Tax.

«Mi auguro che resti in piedi almeno la ‘Web Tax’, la tassa sul commercio della Rete. L’ultimo decreto è debolino, ma è almeno un piccolo segnale: serve un intervento più strutturale, perché vogliamo un web regolare in cui le piattaforme di vendita paghino finalmente le imposte come le nostre imprese».

A fine anno si vota: preoccupati?

«Noi ci rapportiamo con le istituzioni, a prescindere dalla loro appartenenza politica: qualunque sarà il nostro interlocutore, il nostro approccio sarà il medesimo. Con questa amministrazione abbiamo lavorato bene, in un rapporto franco e diretto, e l’unica cosa che ci aspettiamo è che anche la prossima abbia la medesima considerazione delle associazioni, perché questa pratica ha portato risultati importanti».


«Food e turismo in crescita
Nei consumi bene la tecnologia»

L’analisi di Polacco, direttore Confcommercio Marche centrali

di FRANCESCO MORONI

«Il 2018 è stato un anno molto complesso, ma continuiamo ad avere speranza di un trend positivo: l’intero sistema deve supportare questa volontà di crescita diffusa». Massimiliano Polacco, direttore di Confcommercio Marche centrali, analizza il bilancio del delicato anno appena concluso, con uno sguardo positivo per le prospettive economiche nel 2019.

Polacco, come vede questo nuovo anno?

«Nello scorso novembre c’è stato un aumento delle vendite al dettaglio. Il dato può essere interpretato come un buon segnale che, se confermato, potrebbe contribuire a ridurre le possibilità di avere un Pil in riduzione nel quarto trimestre del 2018. La speranza quindi è quella di avere una tendenza positiva».

È solo una speranza?

«È chiaro che le prospettive per il 2019 sono ancora deboli, sia a livello nazionale, che nella nostra regione, nella quale si soffre ancora l’effetto negativo del terremoto».

Altri segnali positivi?

«Un altro elemento che potrebbe far ben sperare sono le valutazioni delle imprese circa la spesa per investimenti nel 2019: rispetto all’anno precedente, la quota di aziende che pianifica un’espansione degli acquisti di beni capitali prevale su quella di chi intende ridurli. C’è insomma una volontà di crescita, che deve essere supportata dal sistema e dal rafforzamento dell’economia».

Un quadro frutto dell’anno da poco concluso?

«Il 2018 è stato un anno difficile, perché non c’è stato il consolidamento atteso dell’economia e delle aspettative imprenditoriali. In riferimento ai dati, e non solo, la nostra regione ha sofferto maggiormente della media italiana. Il quarto trimestre del 2018 ci dirà se l’Italia è ancora ferma o se ci sono, come detto, degli elementi di ripresa, che penso però saranno molto timidi».

Come mai?

«Quello che stiamo vivendo è un passaggio molto complesso, perché non sta portando i frutti attesi e questa percezione pesa anche nell’interpretazione del mercato nel breve-medio periodo».

Qualche dato sulle imprese?

«Ci sono settori che vanno in controtendenza, e penso al food, che sta avendo uno sviluppo importante anche nei nostri territori. Così come il turismo che, a parte le zone più colpite dal sisma, sta dando delle risposte positive, grazie anche al nostro impulso e al nostro continuo lavoro con la Regione, per permettere una crescita strutturale e culturale delle attività ricettive anche con il contributo di fondi pubblici. Per quanto riguarda i consumi, ci sono stati degli incrementi su alcuni prodotti come elettrodomestici, telefonia, informatica, calzature e altri beni durevoli e semidurevoli».

E l’occupazione?

«Il mercato del lavoro soffre la situazione congiunturale, anche se per i prossimi mesi sembra essere ancora positiva, soprattutto nei servizi, parlo della previsione sulla differenza fra la quota di aziende che intende incrementare l’occupazione e quella di chi prevede di ridurla. Sul finire del 2018, abbiamo visto un calo della disoccupazione: soprattutto nelle fasce più deboli, è un’uscita verso l’inattività più che un inserimento nel mondo del lavoro vero e proprio».

Ci dica meglio.

«L’espansione, se così possiamo definirla, ha interessato gli uomini e i lavoratori a termine e sono risultati lievemente in crescita gli indipendenti, mentre c’è stata una flessione dei dipendenti permanenti».

Parliamo della formazione.

«Secondo noi investire in formazione significa guadagnare in termini di competitività, accrescere conoscenze, competenze e affrontare le sfide di un mercato in continua evoluzione».

Quali i canali in cui investire?

«Gli asset sui quali puntiamo sono la formazione professionale e quella finanziata, in particolare attraverso i bandi del Fondo For.Te, tramite la quale progettiamo percorsi di formazione in grado di rispecchiare i mutamenti in atto. Ci sono poi delle eccellenze formative sulle quali stiamo lavorando, come il corso per ‘Maestro di bottega’ ed ‘Esperto dell’agrobiodiversità’, che puntano alla formazione di una nuova figura specializzata nella vendita di prodotti dell’agro-biodiversità alimentare del nostro territorio, fornendo anche nozioni e strumenti utili all’avvio e allo sviluppo dell’attività commerciale. Il tutto, coniugando tradizione e innovazione».


«Difficoltà per le nostre imprese
Serve subito un Piano Marshall»

Dario Domenichini, presidente di Confesercenti Emilia Romagna

di FEDERICO DEL PRETE

«CI SERVE subito un Piano Marshall per il commercio». Dario Domenichini, presidente regionale di Confesercenti, non ha paura di usare paragoni altisonanti: «Stiamo soffrendo tantissimo e dato che ci sentiamo sempre dire che siamo fondamentali per il territorio, allora è il momento di dimostrarlo con atti concreti, perché altrimenti il commercio da solo non ce la fa più».

Presidente, a chi è rivolta questa richiesta di aiuto?

«Innanzitutto alla Regione, con cui abbiamo avuto sempre un dialogo costruttivo, ma adesso chiediamo di passare dalle parole ai fatti».

Cosa chiedono le imprese del commercio?

«Innanzitutto una serie di interventi urgenti: finanziamenti mirati all’innovazione delle aziende, una sostanziale riduzione dei tempi della burocrazia e poi incentivi per ridurre i canoni di affitto, che ormai sono diventati insostenibili. Infine, vogliamo capire se la Regione ha veramente intenzione di rivedere la legge 41».

Quella sulla valorizzazione delle aree commerciali.

«Va aggiornata ai tempi che viviamo, incentivando il commercio nei centri storici e aggiungendo interventi che diano risorse direttamente alle imprese, puntando su quel processo di innovazione che le nostre attività hanno estremamente bisogno di fare proprio per rimanere sul mercato».

Il rallentamento dei consumi non vi sta dando una mano.

«Purtroppo i consumi interni non ripartono, perché c’è una grossa crisi di fiducia tra le persone: vediamo che c’è stato un piccolo aumento dei posti di lavoro e potrebbe anche essercene uno del reddito famigliare; ma soprattutto crescono i depositi bancari, che sono un tipico segnale di mancanza di fiducia nel futuro. È vero che noi italiani tendiamo a mettere i soldi da parte, ma l’instabilità politica di questo periodo non dà quella tranquillità necessaria a invertire questa tendenza».

Il Governo ha parlato di boom economico: non condividete questa visione?

«Alcuni provvedimenti sono orientati a una crescita dei consumi: il reddito di cittadinanza e l’aumento delle pensioni minimi porterebbero più soldi in tasca, ma non ci crediamo tantissimo».

Perché?

«Secondo noi la ricetta è un’altra: gli investimenti. Sarebbero strategici per creare occupazione, perché l’assistenzialismo può generare una ripresa solo fino a un certo punto, ma storicamente il suo effetto non è così stabile. Inoltre, le previsioni economiche per il 2019 non sono così promettenti».

Siete preoccupati, insomma.

«Le stime parlano di una non crescita, la produzione industriale ha dati poco incoraggianti e se questa prospettiva si avvera ci troveremo in difficoltà, perché nel 2019 scatterebbero clausole di salvaguardia molto pesanti per il Paese. Nessuno di noi ha la sfera di cristallo, ma le nuvole all’orizzonte non sono chiarissime».

Il turismo non vi sta dando una mano?

«Assolutamente sì. In un anno da luci e ombre, ha rappresentato la notizia migliore: ristoranti, hotel e pubblici esercizi hanno numeri in crescita e mostrano investimenti vivaci. Il turismo ci fa ben sperare, però non dobbiamo sederci sugli allori e mostrarci preparati ai prossimi mesi, quando questo vento potrebbe cambiare».

In che senso?

«Veniamo da anni favorevoli, con destinazioni concorrenti del Mediterraneo che hanno sofferto gli effetti del terrorismo e dell’instabilità economica. Ma oggi la situazione è più tranquilla e non possiamo pensare di competere con la Grecia, la Turchia o la Tunisia sul versante economico. Dunque, dobbiamo farlo sulla qualità, mantenendo un livello di servizio alto, con strutture moderne e dotate di ogni comfort».


«Boom di attività che chiudono
Quattro volte di più della media»

Il dato allarmante di Borgiani, direttore Confesercenti Marche

di FRANCESCO MORONI

«QUESTO primo assaggio di nuovo anno non ha prodotto segnali confortanti. Confidiamo nelle nuove risorse che entreranno a pieno regime, da investire nei vari settori, soprattutto quelli più in difficoltà». A tracciare un bilancio del 2018 e a delineare le prospettive economiche per il nuovo anno è Roberto Borgiani, direttore regionale di Confesercenti.

Borgiani, come vede questo 2019?

«Le prospettive erano di ripresa, purtroppo però queste prime settimane ci fanno già capire che la situazione sarà un po’ diversa».

Che intende, nello specifico?

«Tutte le analisi macroeconomiche danno indicazioni poco positive. Le Marche soffrono ancora molto per colpa del sisma: le difficoltà non mancano. Ecco perché non credo che avremo dati esaltanti nel 2019, anzi penso ci aspetti un’annata piuttosto complicata. Certo è che, sicuramente, le aree costiere vivranno un periodo più florido, grazie anche all’incremento del flusso turistico, soprattutto nel periodo estivo».

Il 2018 è stato un anno difficile?

«Settori come la moda, l’elettronica e la telefonia sono rimasti sostanzialmente stabili. I pubblici esercizi come bar, pub e ristoranti, invece, godono di una buona vivacità. Il turismo, d’altro canto, vede un leggero aumento degli arrivi e delle presenze, che non sempre però si traducono in un aumento della redditività per le varie attività: significa che cedono i propri servizi a prezzo inferiore rispetto agli anni passati».

Quali sono le criticità maggiori?

«A faticare è soprattutto il commercio, in modo particolare quello tradizionale: il dato veramente eclatante è quello che riguarda le iscrizioni e le cessazioni al registro delle imprese».

Ci dica di più.

«I numeri emergono analizzando i primi nove mesi del 2018, ma non c’è ragione di non pensare che la situazione nel 2019 sarà molto simile: c’è stata una metamorfosi rispetto alla media nazionale. Se nel Paese le nuove imprese registrate sono 10, nelle Marche il dato è sempre dimezzato. Al contrario, quando si parla di cessazioni, il rapporto quadruplica: se a livello nazionale parliamo del 2%, nelle Marche si arriva fino al 4%. Questo indica che c’è molta meno propensione verso l’apertura di nuove attività commerciali, mentre sempre più imprese chiudono i battenti».

Cosa si può fare per facilitare una ripresa?

«Nel 2019 entreranno a regime gran parte degli aiuti e dei sostegni pubblici all’interno sistema. Mi riferisco sia al Fondo sociale europeo, che al Fondo per lo sviluppo rurale: tante risorse verranno immesse nell’economia territoriale e ci aspettiamo che possano produrre un effetto moltiplicatore. Attività formative, di sostegno, di innovazione, incentivi per le nuove imprese».

Un bel contributo.

«In aggiunta a questo, non vanno sottovalutate le attività dei Gal (Gruppi d’azione locale, ndr), che svilupperanno diversi milioni di euro a beneficio, soprattutto, delle aree interne. Anche questo potrebbe produrre un moltiplicatore e un fattore d’accelerazione per la nostra economia, in modo che non subisca troppo il peso della nuova, piccola crisi che sembra all’orizzonte».

Le prospettive non sono così negative, in fondo.

«Ci sono alcuni aspetti certamente positivi, ad esempio la nuova Camera di commercio: un progetto unico e importante per tutta la regione, con cui si è già iniziato a lavorare tramite un accordo che comprende tutte le associazioni. Le risorse non mancheranno, anche grazie alle consolidate sinergie con la Regione. Anche in questo caso, le risorse verranno utilizzate per implementare tutti i settori: dall’industria ai servizi, dal commercio al turismo. Ci stiamo mettendo al lavoro e la direzione è quella giusta»


COOPERATIVE

«Il 2018 è stato un anno positivo
Ma il comparto costruzioni soffre»

Giovanni Monti, presidente di Legacoop Emilia Romagna

di FEDERICO DEL PRETE

PRESIDENTE Monti, che anno è stato il 2018 per Legacoop Emilia-Romagna?

«Tutto sommato positivo, anche se continuano le difficoltà del comparto delle costruzioni, un settore colpito duramente negli ultimi 10 anni e verso il quale non sono state messe in atto politiche che riuscissero a innescare una ripresa», spiega Giovanni Monti, presidente regionale dell’associazione.

Un problema nazionale.

«Sì, l’Italia ha perso dai 500 ai 600mila posti di lavoro e hanno chiuso migliaia di imprese. Non solo le medio-piccole: anche i grandi player nazionali e regionali hanno dovuto quasi chiudere i battenti o ricorrere a procedure. Ultima, la Cmc di Ravenna, messa in difficoltà da ingenti crediti che non riesce a riscuotere».

E lo Stato non vi dà certo una mano.

«Gli investimenti promessi sono stati fortemente ridimensionati e il protrarsi delle incertezze sulla realizzazione delle grandi opere non favorisce certo la ripresa. Insomma, nelle costruzioni e nell’indotto si continua a soffrire».

Negli altri comparti come è andata?

«I servizi, la cooperazione sociale, il manifatturiero, l’agroalimentare danno risultati molto positivi sia in termini di fatturato, sia per incremento degli addetti. Sono nate nuove cooperative, sia attraverso i workers buyout, lavoratori che rilevano le imprese con il supporto dei fondi cooperativi, sia in settori innovativi. Buoni risultati ci sono stati anche per i consorzi e le cooperative che organizzano i singoli imprenditori: agricoltori, artigiani, lavoratori della cultura».

Coop Alleanza 3.0 ha annunciato 700 esuberi: qual è la situazione della grande distribuzione?

«Va premesso che il comparto è in continua evoluzione, sia perché mutano le esigenze dei consumatori, sia per la concorrenza sempre più ampia e agguerrita delle grandi piattaforme online. Coop Alleanza 3.0 è il risultato della fusione di tre grandi cooperative ed è patrimonialmente molto solida, ma è inevitabile che si proceda nella ricerca dell’efficienza e si valutino le attività che non rientrano nel core business. Lo ha fatto con grande rispetto per i dipendenti e in un confronto positivo con i sindacati: nessun licenziamento, ma ricollocazione in altre mansioni, incentivi all’esodo e prepensionamenti. Per quanto riguarda l’altro grande polo cooperativo, Conad, gli indicatori sono tutti positivi».

Come valutate le politiche dell’attuale Governo?

«Scontiamo il fatto che sia formato da due forze non alleate, che hanno stretto un accordo e sono in competizione tra loro. La manovra di bilancio rispecchia questa situazione: gli investimenti sono stati ridotti, non si interviene sul cuneo fiscale, non si mettono più soldi in tasca a chi lavora, non si riducono le tasse sul lavoro e sulle imprese, non si investe sulla scuola».

E in Regione, le opere sono ferme.

«Sì, ma c’è molta confusione su tutte, non solo quelle stradali. Inoltre, le politiche sull’immigrazione sono dettate da una logica che non vede la complessità del fenomeno e difficilmente porteranno più sicurezza. Le notizie positive, per ora, sono davvero poche. Mi auguro che dopo le Europee si metta mano con più diligenza, e ascoltando tutti, all’agenda Italia».

I vostri impegni per il 2019?

«A fine marzo si terrà il nostro congresso. Non solo per il 2019, ma per i prossimi quattro anni metteremo al centro la qualità del lavoro, la produttività, il miglioramento dei livelli salariali, la riqualificazione delle città e dell’ambiente, un’offerta di protezione attraverso il welfare più solida. Su questi punti lanciamo le nostre sfide, che sono prima di tutto rivolte a noi stessi».


«Innovazione, giovani, reti
Ecco le leve per un futuro roseo»

Francesco Milza, presidente di Confcooperative Emilia Romagna

di GIUSEPPE CATAPANO

«UN 2018 positivo, molteplici le sfide che ci attendono nel 2019». Francesco Milza, presidente di Confcooperative Emilia Romagna, guarda al futuro con fiducia. Il sistema Confcooperative Emilia Romagna è composto da 1.632 coop, 229.931 soci, 78.887 occupati, 13 miliardi e 619 milioni di euro di fatturato complessivo (esercizio 2017).

Presidente Milza, com’è andato il 2018 per la cooperazione emiliano-romagnola?

«Aspettando i dati consolidati, possiamo parlare di un buon anno che rispecchia quanto emerso nel Rapporto 2018 sull’economia regionale. Siamo inseriti in un contesto positivo: quanto sia andata bene lo capiremo a breve con i dati alla mano».

Si confermano i trend di settore con l’agroalimentare in piena salute e l’edilizia che continua a trovare difficoltà?

«Per l’agroindustria, il riscontro è senza dubbio positivo. Le nostre coop stanno affrontando con successo la questione dell’export, che è fondamentale. Il trend è positivo, così come lo è per la cooperazione sociale che vanta un buon andamento in termini di fatturato e lavoratori occupati. Questo è ciò che avvertiamo parlando con gli operatori».

Diverso il discorso per l’edilizia, che deve fare anche i conti con la crisi di un colosso del settore, la Cmc di Ravenna. Passerà?

«La speranza è che sia un momento di transizione. Rispetto alle crisi alle quali abbiamo assistito negli ultimi anni, il caso della Cmc ha una peculiarità: l’azienda ha compiuto scelte importanti sulle attività all’estero con determinati rischi che possono portare anche a conseguenze purtroppo negative. Questa crisi non si inserisce quindi all’interno di situazioni più classiche determinate da problematiche derivanti dal mercato interno: parliamo di qualcosa di diverso. Tutti noi speriamo che questo momento passi».

Confcooperative si è sempre impegnata per combattere le false coop. Quali sono gli ultimi sviluppi della vostra battaglia?

«Per quel che riguarda le dinamiche regionali, registriamo passi in avanti notevoli come l’istituzione di una commissione in Consiglio regionale per indagare su questo tipo di fenomeno che tocca anche la nostra regione. È un segnale di attenzione forte: le 250 ispezioni segnalate attraverso i livelli provinciali, con la conferma delle irregolarità nel 75% dei casi, ci dicono ancora una volta che il fenomeno esiste eccome danneggiando il mondo del lavoro e chi rispetta le regole. A livello nazionale ci aspettiamo che gli impegni presi dal governo abbiamo risvolti di concretezza. Il Mise ancora non ha ancora preso in mano la situazione, ma l’impegno ci è stato confermato. Attendiamo sviluppi».

Quali le sfide per il futuro? Innovazione e giovani?

«Innovazione, giovani e reti. Sono leve importanti come testimoniano anche alcune iniziative messe in campo nel 2018, tra le quali il concorso Coopin proprio sull’innovazione».

Che è forse lo strumento migliore per competere in un mercato globale…

«Mi viene in mente, tra gli altri, il caso della Cea di Bologna che opera in un comparto in difficoltà come l’edilizia. La cooperativa ha saputo mettere in campo progettualità che riguardano non solo il prodotto, i manufatti, ma anche tematiche come la sicurezza sul lavoro».

La Cea ha introdotto gli occhiali a realtà aumentata sui cantieri e i sensori che segnalano se l’equipaggiamento è a norma per la sicurezza. Chi innova cresce, dunque?

«Diverse coop si stanno adattando a qualcosa di diverso cercando di mettersi in gioco. L’innovazione non è solo di prodotto, ma anche di processi. Molti passi in avanti stanno arrivando dalla cooperazione sociale».

Ci sarà l’integrazione tra Confcooperative, Legacoop e Agci?

«L’Alleanza in parte è già stata fatta, perché sia completa manca la tecnostruttura. Nei confronti con le istituzioni si presenta l’Alleanza, non le singole associazioni, e questo ci permette di raggiungere risultati importanti. Il completamento della struttura presenta forse qualche difficoltà in più, anche perché un matrimonio a due è difficile, figuriamoci uno a tre. Ma l’importante è trovare temi strategici comuni e porsi come validi interlocutori. Su quest’aspetto si è fatto tanto, per quello organizzativo servirà più tempo»


AGRICOLTURA

«Sempre più aziende under 35 Pillole
Il nostro è un comparto vivo»

Marco Allaria Olivieri, direttore di Coldiretti Emilia-Romagna

di FEDERICO DEL PRETE

CHI HA DETTO che le nuove generazioni non amano i lavori faticosi di una volta? A guardare gli ultimi dati non sembra proprio così. Anzi, da questo punto di vista Coldiretti può sorridere: a settembre 2018 quello del settore agricolo era uno dei pochi – se non l’unico – segno positivo nell’ambito delle aziende under 35 anni. «Noi cresciamo del 2,8%, mentre in regione sono calate quasi del 5%», sottolinea il direttore dell’associazione, Marco Allaria Olivieri: «Siamo un comparto vivo, che sta offrendo un’opportunità diversa alle nuove generazioni e vogliamo sempre di più sfruttare questa attrattività per certi versi inaspettata».

Olivieri, a cosa è dovuta questa controtendenza rispetto a tutto il resto dell’economia regionale?

«Siamo un settore multifunzionale e questo dà molte possibilità di lavoro e di sviluppo alle nuove generazioni, che per natura sono più attrezzate a cogliere questo aspetto. Non è un caso, infatti, che riusciamo a richiamare professionalità da altri comparti, dove probabilmente non si sentono apprezzati o non trovano sbocchi».

Di cosa si occupano queste aziende under 35?

«C’è un ritorno importante all’agricoltura, ma non solo in senso stretto: vediamo nascere nuovi agriturismi, ma anche coltivazioni biologiche, birrifici agricoli e vendite dirette di alimenti. Senza dimenticare la grande crescita delle fattorie didattiche e di quelle sociali».

Dunque, il vostro settore è vitale. Quali sono le priorità per non perdere questa spinta?

«Abbiamo individuato soprattutto due punti chiave: la semplificazione burocratica e la valorizzazione delle produzioni, in una regione dove abbiamo un numero importantissimo di marchi Dop e Igp».

Partiamo dal primo: la burocrazia.

«Secondo i nostri calcoli, i tentacoli della nostra diabolica burocrazia ci portano via circa cento giorni all’anno: sono troppi, lo capisce anche un bambino. Non si possono perdere tre mesi per produrre documenti o dimostrare la propria buona fede di fronte alla pubblica amministrazione».

Problema antico. Come se ne esce?

«Noi abbiamo depositato in Regione una proposta, in parte già attuata, che prevede una semplificazione attraverso un procedimento molto semplice: ogni qual volta si ha necessità di presentare delle pratiche, invece di andare negli uffici pubblici, ci si rivolge ai Centri di assistenza agricoli e lì si depositano i relativi documenti. Se entro 30 giorni non si ricevono comunicazioni, allora l’azienda può considerare la propria pratica accettata: una sorta di silenzio-assenso che dà tempi certi alle imprese ed elimina quelle attese interminabili, che sono letali per il loro dinamismo».

Un’idea intelligente. E sulla valorizzazione dei prodotti?

«Chiediamo che il 2019 diventi l’anno degli investimenti per spingere sempre di più le nostre produzioni anche sui mercati esteri: il Made in Italy è sempre più richiesto oltre confine, ma purtroppo paghiamo 100 miliardi l’anno di prodotti falsi, piratati per sfruttare le nostre eccellenze».

Qualche proposta?

«La priorità numero uno è la conclusione del percorso di etichettatura obbligatoria dei prodotti. Voglio essere chiaro: non siamo contro il mercato libero dei prodotti, ma non possiamo accettare il fatto che noi rispettiamo, com’è giusto che sia, decine di regole, mentre altri all’estero le possono ignorare e farci concorrenza senza rispettarle»


«Sisma, sì a poteri straordinari
Perso il 6% di Pil dai campi»

A tre anni dal terremoto il punto di Gardoni, Coldiretti Ancona

di FRANCESCO MORONI

«BISOGNA favorire la rinascita delle imprese, puntando su ammodernamento e rinnovata efficienza strutturale». Ne è sicura Maria Letizia Gardoni, presidente provinciale di Coldiretti Ancona, analizzando le prospettive economiche per il 2019.

Gardoni, cosa si aspetta da questo anno appena iniziato?

«Il 2019 deve essere l’anno della piena percezione di ciò che il sisma ha profondamente modificato e della conseguente volontà di ricostruire per dare una nuova vite economica e sociale al territorio. Le Marche hanno perso in questi anni il 6% del Pil agricolo, con un conto da ben 140 milioni. Siamo al terzo inverno nelle strutture provvisorie e gli agricoltori non possono più aspettare».

È arrivato il momento di una svolta?

«Le Marche rappresentano oltre il 60% del cratere sismico, 15mila aziende colpite. Al Governo abbiamo chiesto, per il processo di ricostruzione, poteri straordinari per scavalcare l’inefficienza della gestione ordinaria, a fronte di un evento così devastante, e la consapevolezza dell’impossibilità di ricostruire i fabbricati rurali e produttivi così come erano prima del sisma».

Cosa serve?

«È necessario mettere le imprese nella condizione di poter ripartire in una modalità di ammodernamento e di rinnovata efficienza strutturale, volta a una possibile e urgente rinascita economica e imprenditoriale».

Nel 2018 cosa è stato fatto?

«Il 2018 è stato un anno positivo per le imprese agricole, che hanno saputo innovare e internazionalizzare, espandere i propri confini. Lo vediamo con i dati sulle esportazioni: il Made in Marche, sulle tavole mondiali, vale quasi 265 milioni di euro (terzo trimestre 2018, ndr)».

Quali sono gli elementi di traino?

«Bene il vino, +9%, che arriva a superare i 41 milioni, con la necessità di creare sempre maggiori progettualità economiche e commerciali al fine di aiutare le micro imprese ad affacciarsi sulle vetrine estere. Ma bene anche la pasta, che da gennaio a giugno ha registrato un aumento del 9,5%, superando gli 8 milioni di euro. La nostra regione, come produzione, è tornata a essere la terza realtà cerealicola d’Italia: questo accade anche grazie all’introduzione dell’indicazione obbligatoria di origine del grano duro in etichetta, fortemente voluta da Coldiretti e al lavoro che svolge Filiera Italia, una realtà che unisce il mondo agricolo all’agroindustria sana, valorizzando e dando dignità a tutti gli attori».

In che modo?

«A partire dagli agricoltori e con il principio di rimettere al centro della lunga filiera agroalimentare il valore agricolo delle produzioni. Entrambi sono strumenti economici volti a migliorare la sostenibilità economica delle imprese agricole e a garantire la sicurezza alimentare per i cittadini».

Ci dica qualcosa in più.

«Continua il trend, positivo da anni, del biologico. Nella nostra regione sono sempre più le imprese che si stanno convertendo. Gli ultimi dati ci parlano di oltre 87mila ettari bio (+11,4%), mentre gli operatori superano le 3mila unità (+15,7%)».

Le colture più gettonate?

«I cereali (17.245 ettari, + 1%), il foraggio (23.750, + 19,7%), gli ortaggi (4.119, +50%), la frutta (597, + 12%), ma anche vino (5.325 ettari di vigne, +9,5%) e olio (2.562 ettari, +13%). Purtroppo non è stata una grande annata per l’olio: le gelate tra febbraio e marzo hanno portato a un calo della produzione stimato nel 40%».

In cosa si può migliorare?

«Su questo settore, in particolare, stiamo portando avanti un dibattito a livello nazionale per indurre il Governo a varare un piano olivicolo che possa far crescere il valore, la sostenibilità e la competitività delle aziende: dall’ammodernamento degli impianti al sostegno alla ricerca scientifica, dal rafforzamento delle cultivar alla creazione di contratti di filiera equilibrati, che devono riconoscere il giusto prezzo al vero olio Evo di qualità».


«Cinghiali e caprioli fuori controllo
La legge sulla caccia va cambiata»

Fini (Cia) lancia l’allarme: «In gioco c’è la sicurezza dei cittadini»

di MARCO PRINCIPINI

«SOSTENIBILITÀ ambientale non significa che i costi delle azioni virtuose e delle buone pratiche nelle coltivazioni debbano pagarle solo i produttori, ma è l’intera filiera che deve responsabilmente accollarsi un parte del ‘plus’ che ne deriva se si vuole rispettare l’ambiente». Cristiano Fini, presidente di Cia-Agricoltori Italiani dell’Emilia Romagna, rimarca alcuni concetti sul ‘significato di sostenibilità’ che, a suo giudizio, va ricercata anche sul piano economico.

In che senso Fini?

«Gli agricoltori da diversi anni sono impegnati nella produzione di derrate di qualità e più sane, con l’impiego di prodotti fitosanitari sempre minore, il tutto sancito dalla forte crescita del Biologico. Produrre con pratiche ecosostenibili richiede maggior utilizzo di manodopera, riduzione della produttività e soprattutto mezzi tecnici più costosi».

Quindi?

«Ne deriva che ai nostri prodotti non viene riconosciuto questo valore aggiunto e le aziende agricole rivendicano la sostenibilità economica, ovvero le imprese devono essere messe in condizioni di sopravvivere ed essere competitive, quindi ottenere gratificazioni economiche adeguate. Tra l’altro, negli ultimi anni abbiamo assistito alla proliferazione di nuovi parassiti alloctoni e alla scarsità di acqua dovuta ai mutamenti climatici; il combinato di questi fattori ha portato ad una riduzione della produttività nei campi, alla quale non ha seguito l’aumento dei prezzi delle materie prime».

Secondo lei il consumatore è disposto a riconoscere questo impegno che viene dai campi?

«Certo, ma va fatta una corretta informazione sull’attività degli agricoltori che non si limita alla produzione, ma alla tutela del territorio, dell’ambiente e, perché no, del paesaggio che ci circonda. Tutto questo ha un costo ed è per questo che le aziende devono raggiungere la sostenibilità economica».

A proposito di ambiente: la fauna selvatica è ormai alle porte delle città: che fare?

«Prima di tutto serve intervenire sulla legge nazionale sulla caccia, la 157 del 1992, ovvero riformarla e adattarla alle nuove e urgenti esigenze del territorio: è il primo passo da fare poiché l’attuale normativa pone dei vincoli nella gestione e nel contenimento di determinate specie invasive – e decisamente numerose – tali da mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini, oltre che a compromettere le colture agricole».

Il riferimento è all’incidente mortale causato dal passaggio di un branco di cinghiali in autostrada A1?

«Si. Purtroppo il decesso di una persona e il ferimento di altri automobilisti riporta alla ribalta un problema che sottolineiamo da tempo. Vanno rivisti alcuni parametri nel definire il concetto di ‘carichi sostenibili’, ovvero qual è il numero equilibrato di animali tale da non creare danni all’agricoltura e soprattutto da non compromettere l’incolumità delle persone».

C’è un aumento considerevole di ungulati.

«Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un incremento esponenziale di animali selvatici in montagna e soprattutto in pianura dove caprioli e cinghiali ormai hanno preso residenza tra le colture di pregio della Pianura Padana. La situazione in Italia è ormai fuori controllo ed anche in Emilia-Romagna non mancano i problemi, in considerazione del fatto che sono in calo i cacciatori: poco meno di 34.000 cacciatori residenti a cui si aggiungono oltre 7.000 doppiette provenienti da altre regioni».

Cosa è stato fatto sino ad ora?

«Le misure adottate in questi ultimi anni hanno funzionato parzialmente ed è per questo non è più rinviabile un nuovo piano operativo, modificando la legge quadro che regola la materia. La questione animali selvatici è stata anche al centro della nostra ultima assemblea nazionale dove abbiamo chiesto alle istituzioni di agire: ripensando la normativa vigente, riformando gli ambiti territoriali venatori e superando il regime del de minimis nel rimborso dei danni agli agricoltori che, di fatto, paralizza il sistema. Soprattutto oggi occorre introdurre il concetto di ‘corretta gestione’ accanto a quello di protezione, parlando di ‘carichi sostenibili’ di specie animali nei diversi territori e ambienti, tenendo conto degli aspetti naturali, ma anche produttivi e turistici»


«Vino, olio e bio le carte vincenti
Ma altre produzioni arrancano»

Le prospettive per il 2019 secondo Gattari, presidente Cia Marche

di FRANCESCO MORONI

«FORMAZIONE e informazione: sono questi i capisaldi del 2019. Ma servono agevolazioni». A dirlo è Mirella Gattari, presidente di Cia Marche (Confederazione italiana agricoltori), dopo un 2018 difficile e con diverse aspettative per l’anno appena iniziato. Gattari, qual è il bilancio del 2018? «Si è concluso un anno da dimenticare sul profilo meteorologico. Le gelate tardive hanno provocato danni ai frutteti e agli uliveti, mentre è stata una stagione estiva anomala per i cereali, con bombe d’acqua e grandine in autunno diffuse su tutto il territorio regionale, che hanno danneggiato orticole e vigneti. Nonostante i danni, siamo riusciti a salvare parte della produzione e salvaguardare la qualità: un quadro ben diverso dalle realtà bucoliche di cui molti parlano».

Quali gli elementi positivi?

«Dati incoraggianti vengono dall’export marchigiano, nella media italiana, con olio e vino in primis. I bilanci in agricoltura si fanno su più annate agrarie: studiando i dati si può dire che il trend di crescita è minimo in genere, ma in picchiata per il cratere. Siamo comunque felici di scoprire che anche il consumatore locale si fa più attento a ciò che acquista, con particolare riferimento ai luoghi di produzione, alle filiere corte e al biologico».

E nel 2019, cosa ci aspetta?

«Da questi spunti per il 2019 la nostra associazione si impegna a lavorare sempre più su formazione e informazione del consumatore, per valorizzare al meglio il lavoro e i prodotti dei soci. È necessario far conoscere sempre meglio al consumatore la storia, la tradizione, i benefici del consumo locale e la ricaduta positiva che questo porta in termini di tutela, presidio, sicurezza ambientale e non solo».

Cosa ci dice sulle imprese?

«Come anticipato, le aziende che tengono meglio sono quelle che producono olio e vino, con una buona crescita anche delle aziende biologiche e in conversione: in questo settore parliamo di circa il 20% del territorio. Enormi difficoltà invece incontrano le aziende cerealicole e rivolte alle produzioni industriali, per un mercato che affama a fronte di costi di produzione che lievitano».

Quali sono le criticità?

«Le enormi, a volte insormontabili, difficoltà che Agea (l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura, ndr) continua a creare sono un grosso handicap. Ricordo che il contributo Pac – Politica agricola comune – rappresenta, nostro malgrado, una fetta molto importante del nostro esiguo, a volte inesistente, reddito. Nonostante il grande lavoro fatto dalla nostra associazione e l’impegno profuso anche dal nostro assessorato, Agea continua ad avere un atteggiamento poco collaborativo, se non di chiusura: un’agenzia creata per facilitare l’agricoltore, non può trasformarsi nel primo ostacolo, non solo burocratico. Altro grande ostacolo al raggiungimento del reddito, è costituito dai danni causati dalla fauna selvatica: l’anno 2018 ci ha visti in prima linea sul fronte cinghiali e, grazie all’interessamento del presidente della Regione Luca Ceriscioli, abbiamo ottenuto un risultato storico: si è ridata dignità agli agricoltori».

In che modo?

«Siamo i primi a capire l’importanza di un ambiente bio-diverso e proprio per questo diciamo che è necessario continuare a lavorare allo stesso modo per combattere anche i danni di altre specie selvatiche».

E per quanto riguarda l’occupazione?

«A fronte di un urgente ricambio generazione, la buona notizia è che sempre più giovani si avvicinano all’agricoltura, sempre più spesso con laurea oltre alla voglia di mettersi in gioco, di portare quel vento di novità necessario, nel rispetto della nostra tradizione agricola, al settore. Ma siamo ancora molto lontani dagli obiettivi necessari».

Perché?

«Poco meno della metà delle aziende è condotta da donne o giovani. E se nel primo caso la multifunzionalità fa da padrona, nel secondo le aziende risultano molto dinamiche e innovative. Obbligo di tutte le associazioni e delle istituzioni è garantire il reddito, agevolare il lavoro di questi imprenditori per contare anche domani su un’agricoltura che funziona. Dobbiamo lavorare soprattutto nelle aree interne e montane, affinché i giovani trovino attrattivo insediarsi in quelle zone aumentando zootecnia e allevamenti in genere, oltre alle produzioni tipiche per garantire il presidio vero del territorio».


«Parmigiano star del mercato
Frutta: serve un marchio unico»

Bergamaschi (Confagricoltura) analizza eccellenze e difficoltà del settore

di MARCO PRINCIPINI

UN 2018 tra luci e ombre. A fare il bilancio dell’annata agricola che si è appena conclusa è Eugenia Bergamaschi, presidente di Confagricoltura Emilia-Romagna.

Presidente Bergamaschi, qual è lo stato di salute dell’agricoltura in Emilia-Romagna?

«Solo il Parmigiano ne è uscito da superstar, accontentando tutta la filiera, perché ha giocato bene le sue carte; ha investito nell’affermazione del marchio sui mercati esteri, legandolo alle caratteristiche principali del prodotto: qualità e salubrità. Invece, negli altri comparti, a soffrire sono stati ancora i prezzi all’origine che rendono l’attività agricola sempre più condizionabile da variabili esterne, tra cui il cambiamento climatico e l’aumento del numero di malattie e parassiti delle piante, con inevitabili conseguenze sulla resa delle produzioni. Quindi l’impegno di Confagricoltura va all’individuazione di progetti di filiera in grado di garantire agli imprenditori una migliore valorizzazione della materia prima. È ciò che abbiamo fatto, ad esempio, nel comparto dei cereali, anche biologici, favorendo accordi con mulini e industria molto vantaggiosi per i produttori».

Il settore suinicolo era partito bene, ma è finito così così…

«Le quotazioni dei suini all’ingrasso sono state soddisfacenti fino a settembre poi è iniziato il lento declino. Adesso non coprono i costi di produzione. Tra le cause, il ristagno delle importazioni dalla Cina (il paese del Dragone, infatti, ha rallentato la sua crescita e ridotto i consumi), e l’aumento della produzione sia in Europa che in Usa. Ora possiamo sperare in una ripresa dei consumi nel Sudest asiatico, mentre pesa, e non poco, l’incognita della peste suina scoppiata nell’Est Europa che potrebbe destabilizzare ulteriormente la situazione».

La vendemmia da record si è rivelata un boomerang per i vignaioli.

«Nel comparto vitivinicolo, la super produzione di uve dovuta alla bella stagione estiva ha fatto crollare i prezzi del vino sfuso e ora si fatica a vendere, con quotazioni basse sia per i rossi, dal lambrusco al sangiovese – che già soffrono per la flessione della domanda interna –, che per i bianchi».

Quali sono le prospettive per il 2019?

«Preoccupa l’assenza di freddo invernale, di cui le nostre piante hanno assoluto bisogno. Anche le piogge finora assai scarse potrebbero avere serie ripercussioni. E sarà la frutticoltura a pagare il prezzo più alto: un comparto che necessita di investimenti in ricerca non più procrastinabili oltre a politiche di aggregazione e marketing che portino alla definizione di un marchio unico con il quale distinguersi. Bisogna sperimentare nuove varietà più adatte al mutamento climatico e investire sulla corretta gestione dell’acqua».

Secondo lei, quali sono i settori che hanno bisogno di aiuti e per quale motivo?

«Confagricoltura ha lanciato l’allarme a difesa dello zucchero 100% italiano che oggi limita la sua produzione a 30mila ettari circa, di cui 20mila in Emilia-Romagna e la restante parte in Veneto. Siamo da sempre al fianco dei produttori per sostenere la coltivazione della barbabietola da zucchero; ci battiamo per stringere accordi di filiera con importanti realtà industriali nazionali e internazionali al fine di ottenere un prezzo migliore. Ci sono seri timori anche per il comparto del pomodoro da industria, con quotazioni ai minimi storici. È indispensabile rivedere i criteri di contrattazione: occorre la certificazione delle tabelle qualitative».

Si aspetta, nel corso dell’anno, particolari interventi da parte di regione o governo centrale?

«Meno burocrazia a tutti i livelli; sovvenzioni sempre più mirate e più infrastrutture perché l’Italia è un paese tremendamente vecchio, non competitivo. Investiamo in ricerca e nuove tecnologie per far crescere la nostra agricoltura».