INTERVISTE

#EMILIA ROMAGNA     #MARCHE
#INDUSTRIA     #ARTIGIANATO     #COMMERCIO
#COOPERATIVE     #AGRICOLTURA

 

EMILIA ROMAGNA

La regione è la locomotiva d’Italia
Export ok, disoccupazione in calo

Nel 2017 il Pil è salito dell’1,7%, valore che ha solo la Lombardia

di MARCO PRINCIPINI

CONTINUA, con un buon ritmo, la crescita dell’Emilia Romagna. La regione, infatti, sta aumentando i suoi numeri producendo ed esportando di più e attraendo nuovi investimenti industriali e tecnologici, anche esteri. Un mix che contribuisce a far calare la disoccupazione. Questo scenario è emerso dall’ultimo Rapporto 2017 sull’economia regionale dell’Emilia-Romagna, presentato in dicembre e realizzato in collaborazione tra Unioncamere e Regione Emilia Romagna e col contributo di Nomisma e Ervet. La presentazione, tra l’altro, è avvenuta a Bologna al centro congressi di Fico Eataly World, il grande parco agroalimentare che rappresenta una delle novità più importanti realizzate in regione lo scorso anno. CON un aumento del Pil dell’1,7% stimato da Prometeia per fine 2017, l’Emilia-Romagna si conferma la prima regione italiana per ritmo di crescita insieme alla Lombardia. Una spinta che nel terzo trimestre dell’anno è arrivata sia dall’aumento del 2,9% della produzione industriale regionale sia dall’export, che solo per l’industria manifatturiera ha registrato un +6%, per oltre 43 miliardi di esportazioni. Una crescita, entrando nei dettagli, che continua ad avere diretti riflessi sul mercato del lavoro: nei primi nove mesi del 2017, infatti, la disoccupazione si è assestata al 6,4% rispetto al 7,1% nello stesso periodo del 2016, mentre a livello nazionale è passata dal 11,5% all’attuale 11,2%.

MA le stime sull’intero anno dicono che il 2017 potrebbe essersi chiuso con una disoccupazione al 5,9%. Il tasso di occupazione raggiunge così il 68,7%, con il tasso di occupazione femminile al 67,2%, il più alto del Paese insieme a quello del Trentino Alto Adige.

«SONO numeri da cui emerge la conferma di una regione che è prima in Italia per il terzo anno consecutivo per crescita, tasso di attività, export – ha commentato il presidente della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini –. Una realtà in costante progresso, con la disoccupazione che due anni fa era al 9% e oggi scivola verso il 6%».

«IN QUESTO momento l’Emilia-Romagna va assai meglio della media nazionale soprattutto nei settori che secondo me sono più italiani e più importanti per la ripresa, cioè macchine strumentali, meccanica raffinata, alimentare e moda. Va bene nelle esportazioni anche se non sto facendo salti di gioia perché con la crisi che abbiamo avuto si potrebbe andare assai più forte. Però qui c’è un’attrazione a investimenti nuovi, fatto singolare in Italia», ha detto invece l’ex premier, Romano Prodi, partecipando alla presentazione del Rapporto 2017. Prodi ha ricordato come gli investimenti, non sono solo per l’acquisto di imprese emiliane, «questo avviene o fortunatamente o purtroppo, in tante parti d’Italia ma proprio investimenti nuovi se si pensa alle nuove fabbriche della Lamborghini e della Philip Morris. Sono due investimenti cospicui fatti in concorrenza con gli altri Paesi che confermano un fenomeno nuovo». Per l’ex premier, il problema, però resta quello delle risorse umane: «Per me è incompatibile che in una ripresa discreta ma non certamente entusiasmante manchiamo già di specialisti, di tecnici di avanguardia di cui avremmo bisogno. Cosa servirebbe? Scuola, scuola e poi un po’ di scuola».

INTANTO, aspettando i risultati definitivi, si preannunciano numeri da record per il turismo dell’Emilia-Romagna nel 2017: nei primi otto mesi dell’anno si sono registrate infatti oltre 46 milioni di presenze in regione, quasi 3 milioni in più (+ 6,8%) rispetto allo stesso periodo del 2016, mentre salgono a 9,7 milioni (+8%) gli arrivi. Una terra che scelgono sempre di più tanto i turisti italiani (+6% le presenze, +7,9% gli arrivi) quanto quelli stranieri, con incrementi vicini alla doppia cifra: +9,7% le presenze, +8,3% gli arrivi. Cifre consistenti si registrano non solo in Riviera (+5,7% le presenze, +7,5% gli arrivi), ma anche nelle città d’arte, con un +12,7% di presenze e un +8% di arrivi, e in Appennino, con un +10,5% di presenze e +8,7% di arrivi. Molto bene anche le altre località: +13,9% le presenze, +11,9% gli arrivi. Per quanto riguarda i mercati internazionali, nel periodo estivo da maggio ad agosto, forte crescita dalla Germania (oltre il +15%), dalla Russia e dalla Polonia (+25% circa) e dalla Repubblica Ceca (+18% circa). Nell’Appennino emiliano-romagnolo, sono in aumento sia i turisti italiani (+9,2% gli arrivi e +11,1% le presenze) sia quelli internazionali (+6,1% gli arrivi e +8% le presenze). Per quanto riguarda l’offerta termale, in aumento gli arrivi (+2,7%) mentre sono in calo le presenze nelle strutture ricettive (-2,4%).

LA RICERCA
Rimini dietro solo a Bolzano per Pil turistico

E’ RIMINI la seconda provincia in Italia, dietro Bolzano, per Pil turistico pro capite, ossia per il valore aggiunto prodotto dal turismo per ogni residente. E’ quanto emerso dalla ricerca di Regione e Unioncamere Emilia-Romagna – intitolata ‘Il turismo invisibile’ – secondo cui il turismo garantisce 13.714 euro a ogni riminese contro i 16.132 euro di Bolzano. Al terzo posto Venezia con 12.308 euro pro capite seguita da Aosta con 10.713 euro, Trento con 9.993 euro, Grosseto con 9.147 euro, Livorno con 8.171 euro, Savona con 7.509 euro, Belluno con 7.312 euro e Ravenna con 6.585 euro.

IN BASE alla ricerca Rimini è al secondo posto in Italia per presenze turistiche per abitante, con 45,6 contro una media italiana di 6,5 mentre se il valore aggiunto del turismo in Italia è mediamente del 12,2%, ossia ogni 100 euro di ricchezza creata in Italia, 12,2 si devono al turismo, a Rimini e per altre 8 province questo numero sale fino a sfondare la barriera del 30%. Il valore aggiunto turistico in Emilia-Romagna, viene spiegato ancora, risulta pari a 16,2 miliardi di euro, l’11,8%del valore aggiunto regionale: di questi 16 miliardi, oltre 9 sono realizzati dalle province della Romagna. In valori assoluti, il valore aggiunto del turismo a Rimini supera i 3,5 miliardi di euro, due terzi dei quali di valore diretto e un terzo indiretto/indotto


MARCHE

Segnali positivi dall’occupazione
Pesano ancora le ferite del sisma

La ripresa procede lentamente, ma gli investimenti sono ripartiti

di MARCO PRINCIPINI

NEL LAVORO arrivano segnali positivi dalle Marche, anche se sull’economia della regione pesano ancora le ferite causate dal terremoto. L’occupazione, infatti, migliora e cresce anche la richiesta da parte delle imprese di operai qualificati e specializzati. Soprattutto nella meccanica, nel tessile abbigliamento e in edilizia. Ma anche nelle industrie alimentari, nella carta e nella plastica. Lo hanno annunciato, prima della fine del 2017, Cna e Confartigiaanto Marche che hanno elaborato i dati Istat e Unioncamere sul mercato del lavoro marchigiano e le professioni richieste dalle imprese. Entrando nei dettagli, tra luglio e settembre gli occupati nella regione hanno fatto un notevole balzo in avanti: da 607.029 a 625.215 (+18.186) ed anche la forzalavoro cresce di 9.632 unità. «Significa», hanno spiegato da Confartigianato e Cna «che la partecipazione al mercato del lavoro sta crescendo e che persone in età lavorativa si aggiungono a quelle che lavorano o cercano occupazione. Un fenomeno che riguarda soprattutto gli uomini e l’industria manifatturiera mentre l’occupazione cala per le donne e nel commercio». Se sono molti gli uomini che erano usciti dal mercato del lavoro rinunciando a cercarsi un’occupazione, che hanno deciso di rimettersi in gioco (gli inattivi scoraggiati maschi scendono da 10.772 a 3.711), tra le donne è avvenuto il fenomeno opposto: quelle che non cercano ma diponibili a lavorare salgono sa 8.357 a 13.843 (+5.486). Cala anche il tasso di disoccupazione che scende dall 11,1 al 9,7 per cento. Ad assumere tra aprile e luglio sono state soprattutto le imprese dell’industria manifatturiera (+13.168) ed i servizi (+5.414) mentre il commercio ha perso 10.772 occupati. Su 18.187 nuovi occupati, in 12.004 hanno trovato alvoro alle dipendenze e in 6.183 hanno deciso di tentare la strada del lavoro autonomo. «E’ importante registrare», sottolineano sempre da Cna e Confartigianato Marche «che anche l’occupazione del settore costruzioni è in ripresa, seppur modesta (+687 occupati, pari al +2,1%). Anche questo settore sembra avere avviato una fase di riavvio, probabilmente anche per effetto delle attività legate all’emergenza post-sisma e all’avvio della ricostruzione. Ma se da un lato gli effetti del terremoto sembrano stimolare la ripresa del settore costruzioni, probabilmente siamo di fronte ad effetti contrari e negativi per quanto riguarda i servizi del commercio e del turismo (alberghi e ristorazione): in questo caso la diminuzione degli occupati è rilevante (-10.772 occupati pari al -8,8%)».

GLI ULTIMI dati del Rapporto congiunturale sull’andamento dell’economia delle Marche, seppur limitati al primo semestre del 2017, hanno evidenziato che la ripresa procede molto lentamente: difficile estrarre il valore positivo del Pil mentre gli altri dati del primo semestre 2017 sono emblematici delle difficoltà: -1,2% dell’export a fronte del +8% nazionale, -2,7% di occupati (+1,1%) con disoccupazione all’11,3%. «Le Marche stanno un passo indietro all’Italia» ha ammesso il direttore della sede di Ancona della Banca d’Italia Gabriele Magrini Alunno, illustrando il rapporto. E appunto gli effetti del sisma sull’economia marchigiana, il cui modello di sviluppo basato sui distretti e sul manifatturiero dovrebbe essere profondamente aggiornato, non fanno che complicare il quadro. Il traino della ricostruzione, che in Abruzzo è arrivato dopo due anni per poi calare – ha osserto Magrini Alunno -, non basterà a risollevare definitivamente le sorti della regione che deve invece iniziare a pensare in ottica post-ricostruttiva.

I SEGNALI positivi sono arrivati dalla spesa per investimenti degli imprenditori, salita nel 2017 alla prospettiva di maggiori ordinativi, dalle imprese che si rafforzano dal punto di vista finanziario con la crescita dei depositi fino alla qualità dei crediti bancari che migliora (-4,7% sofferenze). La situazione dell’edilizia rimane stazionaria, difficoltà permangono per il settore moda (in particolare le calzature), mentre la meccanica prosegue la sua fase positiva grazie al buon trend dell’export.

LA NOVITÀ
Distretto Turistico della Marca Maceratese
Si punta ad arriva a 46 Comuni aderenti

TRENTAQUATTRO Comuni aderenti, con l’obiettivo di arrivare presto a 46 e poi abbracciare tutti quelli della provincia di Macerata, cinque operatori turistici che fanno già parte del contratto di rete, 150 mila euro di finanziamento garantito dalla Regione Marche. Si presentava così, dopo l’istituzione da parte del Mibact, il nuovo Distretto Turistico della Marca Maceratese che potrebbe contribuire alla rinascita di territori feriti dal terremoto. Cultura, paesaggio, via Lauretana, siti archeologici, città murate, teatri e parchi: tante le ricchezze della zona che potranno essere valorizzate dal nuovo distretto che avrà come presidente l’operatore turistico Alessandro Crucianelli. Sono per ora 34, ha annunciato il presidente di Confindustria Macerata Gianni Nicolò, i Comuni già della partita, 46 quelli che hanno annunciato l’iscrizione compreso quello di Civitanova Marche. Il Distretto con sede presso la sezione turismo di Confindustria, si avvarrà della consulenza di Luigi Settembretti. Ma tutti gli oneri amministrativi saranno gestiti dal Comune di Macerata. Allo spunto finanziario garantito dalla Regione con 150 mila euro – ha spiegato Stefania Monteverde, vice sindaco di Macerata – potrebbero presto aggiungersi sponsorizzazioni di privati e finanziamenti europei. E quanto prima verrà creato uno sportello unico per una comunicazione integrata. Al contratto di rete per ora hanno aderito cinque operatori turistici. Altri privati stanno per farlo. Ci sarà una doverosa attenzione alle aree interne, quelle colpite dal sisma, e si pensa alla creazione di «aree attrattive» per insediamenti produttivi.


INDUSTRIA

«Il Pil regionale sta volando
Possiamo raggiungere la Germania»

Ferrari, presidente di Confindustria Emilia Romagna, pensa positivo

di FEDERICO DEL PRETE

CORRE la locomotiva dell’industria emiliano-romagnola. L’obiettivo per l’anno appena iniziato è superare il 2% del Pil e toccare le vette della Germania: «Ce la possiamo fare, il risultato è a portata di mano, ma è altrettanto importante non dimenticare nessun vagone», mette in guardia dai facili entusiasmi Pietro Ferrari, presidente di Confindustria Emilia-Romagna.

Presidente Ferrari, qual è lo stato di salute delle imprese emiliano-romagnole?

«Usciamo da un anno complessivamente positivo, in cui il Pil regionale ha sfiorato il 2% tanto che possiamo ambire a raggiungere il 2,2% dei tedeschi».

Qual è il segreto di questo risultato?

«L’export regionale continua ad andare a gonfie vele, tanto che l’Emilia-Romagna è ai vertici del nostro Paese insieme alla Lombardia, con un +5% molto significativo e un + 6% di quello manifatturiero. Ma c’è anche molto altro: il 2017 ha visto numeri importanti anche nella produzione e nell’occupazione».

Dunque c’è da essere fiduciosi per il 2018.

«Il trend di crescita dovrebbe essere confermato, le premesse ci sono tutte. Tuttavia, c’è qualche preoccupazione dovuta alla svalutazione del dollaro che metterà le nostre merci in una condizione nettamente sfavorevole. Ci auguriamo, però, che l’economia americana risenta positivamente del traino del piano di opere pubbliche che è pronta a varare e che potrebbe compensare la perdita di valore della valuta». Tornando in casa nostra, come si evita il rischio di un’economia regionale a due velocità? Chi corre e chi zoppica?

«Questa è la mia preoccupazione più grande: oltre ai locomotori, deve correre anche il maggior numero di vagoni possibile. Dobbiamo fare in modo che sempre più aziende, pur avendo caratteristiche meno performanti per tipologia e prodotti, si possano aggregare a questo trend positivo. Trascinarle verso lo sviluppo deve essere la nostra priorità e per centrarla dobbiamo lavorare tutti insieme: le aziende, l’associazione e la Regione».

Chi guida questo convoglio?

«Le eccellenze del packaging si sono confermate con risultati ai vertici mondiali. Poi c’è il comparto della ceramica che, pur ridimensionato nella quantità, si è decisamente rafforzato nella qualità. Infine, la meccanica avanzata e l’automotive non cessa di espandersi, basta guardare i numeri, e l’agroindustriale ha una tenuta ottima in questa regione».

E in coda?

«Purtroppo la crisi dell’edilizia è cronica, anche a causa del crollo dei bandi degli appalti pubblici. Lo abbiamo detto al presidente Bonaccini, quando ci ha presentato il piano di investimenti regionali: bello, ma non partono perché c’è una legislazione così complicata che prima che ne esca uno, ci vogliono tanti di quei controlli che alla fine non se ne fa nulla».

Soddisfatti del vostro rapporto col credito?

«Io faccio parte del cda di una banca (la Bper, ndr) e posso vedere entrambe le facce di questo ambito. Lo dico chiaramente: la disponibilità delle banche verso le imprese sane con merito di credito è oggi enormemente superiore rispetto al passato e con tassi convenienti, ma raggiunge solo chi ha particolari parametri. Le conseguenze sono che chi ha più bisogno di credito, fatica a ottenerlo, perché le regole non lo permettono e questo è un elemento preoccupante».

Sul versante occupazione i dati sembrano positivi. E’ d’accordo?

«Sì, e speriamo che la tendenza prosegua. Le figure altamente professionalizzate non faticano a trovare lavoro, ma ce ne sono troppo poche e dobbiamo lavorare per aumentare i numeri, e anche per reinserire chi ha bassi livelli di qualificazione».

A proposito: che destino per il Jobs act?

«Se il prossimo governo smantellasse ciò che di utile è stato fatto in questi anni, lo troverei improprio. Penso che queste polemiche siano solo schermaglie in vista del voto, per fortuna la campagna elettorale quest’anno durerà poco».


«Qui c’è voglia di fare impresa
Avanti tutta con l’industria 4.0»

Bucciarelli (Confindustria Marche): per la ripresa serve di più

di MAURIZIO GENNARI

BRUNO Bucciarelli, ascolano, è il presidente degli industriali della regione Marche. Il suo mandato scade a maggio. Al suo posto dovrebbe salire, come uomo di raccordo con le istituzioni e principalmente la Regione, un rappresentante di Ancona. Se non accadranno rivoluzioni dovrebbe prendere il suo posto Claudio Schiavoni attuale presidente di Marche Nord e cioè la sigla che racchiude le territoriali di Ancona e Pesaro. Una regione che insegue ancora la riforma Pesenti. Partiti per creare una sola unità marchigiana, le confindustrie ora sono tre: oltre a Pesaro e Ancona, c’è stata la riunione (storica) di Ascoli e Fermo, mentre Macerata è rimasta da sola.

Bucciarelli come va l’impianto industriale di questa regione?

«Direi che le grandi fabbriche stanno andando sul mercato molto bene, anzi stanno crescendo a dismisura, mentre gli altri stanno un po’ soffrendo». Ma non si è sentita la ripresina? «Direi che qualcosa si è visto sotto questo profilo ma i segnali sono ancora deboli. Dobbiamo fare di più».

Sotto quale profilo?

«Per esempio sotto il profilo della digitalizzazione e della industria 4.0. Stiamo notando che quelle che hanno investito nelle tecnologie, per esempio, stanno assumendo persone, smentendo quindi coloro che dicevano che con l’introduzione della tecnologia i posti di lavoro sarebbero invece diminuiti. Una strada maestra che tutte le aziende della regione dovrebbero perseguire».

Una regione al plurale, divisa tramobili e arredo, meccanica, calzaturiero e agroalimentare. Chi andrà meglio?

«Tutti questi comparti si sono dimostrati vitali e lo saranno maggiormente nel corso di quest’anno. L’unico settore che vedo in difficoltà è quello calzaturiero. Ma devo dire sulla scorta di come si stanno muovendo i miei colleghi che anche questa produzione nel corso del 2018 troverà soddisfazione nell’ambito di tutti i mercati. E dico questo perché la nostra manualità e la nostra qualità sono molto alti».

Una inversione di tendenza, sotto un profilo non solo regionale, ma nazionale, è stata l’acquisizione da parte della Thermo Sanitari di Fabriano di Francesco Merloni, del sito produttivo di Comunanza che era finito sotto l’orbita della multinazionale del bianco, la Wirpool. Come legge questo fatto?

«E’ la conferma che siamo di fronte, senza nulla togliere a tutti gli altri, di una famiglia di grandi imprenditori. Fra l’altro Francesco Merloni è un uomo di una lucidità unica e tiene al territorio anche sotto il profilo sociale e lo si vede anche al lavoro che fa attraverso le Fondazioni. Poi la Thermo Sanitari è la prima azienda della Regione.Merlonia che ritorna? Io direi che Merlonia con Francesco e con suo figlio Paolo non è mai finita».

Punto centrale di questo 2018?

«Battere molto sulla introduzione dell’industria 4.0 all’interno delle aziende perché ci renderanno competitive rispetto alle altre industrie europee. E la digitalizzazione ha risvegliato in molti miei colleghi la voglia di tornare ad investire e questo ha portato anche ad una diversificazione dei prodotti».

L’humus imprenditoriale è rimasto alle Marche?

«Direi proprio di sì anche sulla scorta delle startup che stanno nascendo in regione. La voglia di fare impresa è un virus molto diffuso».

Resta in piedi il problema delle risorse finanziarie. O no?

«Stiamo facendo anche sotto questo profilo diversi passi in avanti. Il lavoro che è stato svolto da Confindustria regionale è stato importante per arrivare alla creazione di una sola Confidi regionale per dare supporto alle imprese».

E le banche?

«Diciamo che anche sotto questo aspetto il lavoro che è stato fatto sta portando frutti. Perché gli istituti di credito si stanno dimostrando più vicini alle esigenze delle nostre imprese. Anzi dirò di più: mi sono capitati casi dove i rappresentanti delle banche chiedevano informazioni sul fatto che alcune aziende non si era fatte vive con loro. Perché in fondo il loro lavoro è erogare credito. Aggiungo c’è anche più voglia di guardare e leggere i progetti anziché guardare all’interno delle tasche degli imprenditori».

Il grande problema?

«La burocrazia. Ma anche qui si stanno facendo passi avanti perché sta cambiando anche la lettura della figura dell’imprenditore che viene ora visto in maniera positiva e non più come gli anni scorsi».

Resta in piedi in questo 2018 la grana dell’aeroporto regionale. Lei che dice?

«Io credo che occorra assolutamente creare un tavolo per rilanciare questa infrastruttura importante per la regione. Non solo per gli imprenditori ma anche sotto il profilo turistico. Occorre fare un business plan perché altrimenti si rischia che la Regione metta soldi che poi si bruciano nel giro di un anno. Ci vuole una gestione manageriale. Comunque una struttura da rilanciare: perché non si può dire esportare, esportare se poi l’aeroporto non funziona. Classica contraddizione».

Turismo?

«Un settore che va potenziato perché le Marche hanno tutto, sotto il profilo architettonico e artistico e ambientale, per attrarre turismo».


ARTIGIANATO

I dati di Unioncamere sorridono
Aumentano produzione e fatturato

Emilia Romagna: preoccupa la continua emorragia di aziende

di FEDERICO DEL PRETE

EPPUR SI MUOVE. Tra mille difficoltà, ma con la voglia di reagire confidando in una ripresa che comincia a intravedersi, l’artigianato emiliano-romagnolo lancia segnali positivi verso il nuovo anno appena iniziato. Il terzo trimestre del 2017, infatti, ha confermato quella congiuntura favorevole che ha portato il settore a toccare livelli che non si vedevano da più di sette anni. Ovvero il 2010, quando i drammatici contorni della crisi ancora non erano definiti e non ci si aspettava degli effetti cosi devastanti. Insomma, un’epoca fa. Lo dicono i numeri: secondo i dati di Unioncamere, il fatturato complessivo a prezzi correnti è aumentato dell’1,7%. Un risultato ancora più confortante, se si considera che parallelamente c’è stato un improvviso declino delle entrate grazie all’export (-1,8%). Dunque, a reagire sono stati proprio i consumi e gli investimenti dei territori locali, capaci di rimettersi finalmente in moto: la produzione è cresciuta di un inatteso 1,8%, sfruttando abilmente il traino della ripresa dell’industria. In generale, si tratta del sesto trimestre con segno positivo consecutivo, dopo i nerissimi 2013 e 2014, e l’interlocutorio 2015. Non solo: nel 2017 tutti e tre i primi trimestri hanno fatto registrare un +1,8%.

TUTTO BENE, quindi? Non proprio. È ancora presto per cantare vittoria. Anzi, meglio procedere con i piedi di piombo e non esaltarsi troppo, perché a fianco di questi dati positivi, ce ne sono altri decisamente ancora preoccupanti. Il primo: l’andamento degli ordini, che ha rallentato pesantemente (fermandosi a un misero +0,9%). Secondo gli esperti del settore, si tratterebbe di un segno di incertezza evidente rispetto al futuro, sul quale anche in questo caso ha gravato pesantemente la netta inversione degli ordini dall’estero (-1,4%). Ma a preoccupare molto di più, è soprattutto l’emorragia senza soluzione di continuità del numero complessivo delle imprese artigiane attive nel settore: a fine settembre 2017 erano 28.524, ovvero l’1,5% in meno rispetto allo stesso periodo del 2016. Tradotto in modo concreto, significa un saldo negativo di 427 imprese. E consola poco che a livello nazionale, le aziende omologhe abbiano fatto ancora peggio: -1,9%.

LA FLESSIONE ha toccato soprattutto la ceramica (che ha però compensato investendo sulla qualità della propria offerta), il vetro, i materiali edili, il legno e il mobile, l’industria metallurgica e le lavorazioni metalliche. Notizie positive, invece, dal versante delle costruzioni. Il terzo trimestre 2017 ha rafforzato quella crescita del volume di affari che si era già intravista a fine anno. Il fatturato è aumentato dell’1,8% rispetto a 12 mesi prima e anche il -2% del numero complessivo delle aziende artigiane attive nel settore (52.196 il totale, 1.048 in meno rispetto al 2016) è in linea con il trimestre precedente.

DOPO il -1,7% fatto registrare nel primo trimestre e lo striminzito +0,5% del secondo, si tratta di un’importante accelerazione che ridà slancio e fiato a tutto il comparto. A soffrire di più sono le imprese attive nella costruzione di edifici (-4%). Infine, un ultimo dato che racconta come stia cambiando tutto il comparto: le società di capitale sono le uniche a crescere di numero (+4,5%), completamente opposto il trend di quelle di persone, che calano del 4,1%.


«Scommettiamo sul nostro territorio
Accesso al credito nota dolente»

Giorgio Cippitelli, segretario di Confartigianato Marche

di ANTONIO DEL PRETE

IL GRUZZOLO da puntare non è ricco. Anzi: i numeri dell’occupazione e dell’export sono poco esaltanti. Ma le carte in mano sono buone. Giorgio Cippitelli, segretario di Confartigianato Marche, ha le idee chiare: bisogna scommettere sul Made in Italy e «su tutto ciò che è legato alle emozioni che suscita un territorio». «Sempre che – avverte – fatti di natura geopolitica ed economica internazionale non sconvolgano il quadro mondiale».

Cippitelli, i risultati dell’anno che ci siamo appena lasciati alle spalle sono incoraggianti?

«Parzialmente. Dopo quasi 10 anni di crisi, essere ancora la nona regione manifatturiera dell’Unione Europea significa che ci sono condizioni e caratteristiche dell’impresa su cui investire, da rafforzare e migliorare. Sulla base dei dati diffusi a fine dicembre dall’Istat, emerge che nel 2016 il Pil in volume delle Marche è cresciuto dello 0,6%, meno della media nazionale che registra un +0,9%. Considerando l’orizzonte temporale dal 2007 al 2016, particolarmente evidenti per il nostro territorio sono stati gli effetti dei due cicli recessivi: il Pil in volume del 2016 è inferiore dell’11,4% rispetto al livello del 2007, mentre la media nazionale è del -6,8%».

L’occupazione ha risentito di questo.

«L’occupazione negli ultimi quattro trimestri disponibili è diminuita rispetto ai quattro trimestri precedenti dell’1,5%, a fronte di una crescita media nazionale dell’1,1%: le Marche sono all’ultimo posto in Italia. Rispetto al massimo pre crisi, l’occupazione marchigiana nel manifatturiero segna il -17,1%, nelle costruzioni il -22,2%, mentre nei servizi c’è una crescita del +1,4%».

E l’export?

«Ci sono criticità anche su questo fronte. Nei primi nove mesi del 2017 le esportazioni manifatturiere delle Marche sono diminuite dello 0,9% mentre in Italia sono cresciute del 7,2%».

I primi sei mesi non sono stati positivi per il calzaturiero marchigiano. Com’è andata la seconda parte dell’anno?

«Il settore manifatturiero e quello moda, calzaturiero in primis, sono necessariamente legati al mercato estero. I naturali approdi delle nostre esportazioni restano problematici in Russia, Paesi Arabi, Stati Uniti, Cina, Giappone. Complessivamente, nei primi nove mesi del 2017, l’export di calzature delle Marche è diminuito del 3,2% rispetto ai primi nove mesi del 2016. Tra i primi 10 Paesi per quota, si osservano incrementi significativi in Russia (+22,5%) e in Cina (+11,8%), mentre diminuzioni ad Hong Kong (-21,2%), in Belgio (-11,6%) e nei Paesi Bassi (-10,3%)».

A che punto è il processo di internazionalizzazione?

«Per noi internazionalizzare significa esportare, vendere i prodotti che facciamo nelle Marche, dove paghiamo dipendenti, imposte e tasse. Il processo è consolidato, ma va assolutamente allargata la platea delle imprese che vi partecipano».

Accesso al credito: punto a favore o nota dolente?

«L’accesso al credito resta una nota dolente. A giugno 2017 il differenziale tra il tasso di interesse applicato alle piccole imprese e quello alle imprese medio-grandi resta elevato e non accenna a ridursi pur risultando le piccole imprese meno rischiose. Nelle Marche i prestiti all’artigianato a giugno 2017 ammontano a 1,8 miliardi di euro, il 7,7% del totale dei prestiti alle imprese, quota che colloca la nostra regione al 4° posto in Italia (4,8%). Rispetto allo stesso periodo del 2016 si intensifica il calo dei prestiti all’artigianato nelle Marche: la diminuzione del 9,6% è in peggioramento rispetto alla precedente rilevazione di marzo 2017 (-5,7%) e inoltre colloca le Marche al 20° posto in Italia (media nazionale -5,8%)».

Su quale settore si sente di scommettere per il 2018?

«Agroalimentare, moda, arredamento, stile e qualità tecnica: in una parola sola Made in Italy».


 «Crescono i servizi alla persona,
ma calano le aziende agricole»

Costantini (Cna Emilia Romagna): «La crisi ha colpito duro»

di FEDERICO DEL PRETE

VA TUTTO BENE? No. «Ma la crescita c’è, l’artigianato in Emilia-Romagna è in ripresa». Dario Costantini, presidente regionale di Cna, guarda avanti con un misto tra speranza e dubbi: «Veniamo da un anno finalmente positivo, però non dobbiamo mai dimenticarci che durante la crisi abbiamo perso 15mila imprese».

Presidente Costantini, che 2017 è stato per gli artigiani emiliano-romagnoli?

«Il terzo trimestre dell’anno che si è appena concluso ha raggiunto livelli che non si toccavano dal 2010. La produzione artigiana nell’industria si conferma all’1,8% e l’Emilia-Romagna si conferma prima regione d’Italia per ritmo di crescita. Dunque, ci sono segnali incoraggianti che ci danno fiato, ma guai a pensare di essere usciti dal periodo negativo».

La crisi si sente ancora?

«Basta guardare i dati: rispetto a 10 anni fa gli investimenti sono crollati del 26%, il Pil cresce, però resta lontanissimo da quello del 2008 e in Regione abbiamo perso il 5% di imprese, ben oltre la media nazionale. L’Emilia-Romagna sta beneficiando di una robusta ripresa a partire dal 2014, ma non è ancora sufficiente a ripristinare la ricchezza perduta».

Quali settori soffrono di più?

«Stanno diminuendo sensibilmente le aziende nel comparto agricolo, nel manifatturiero e nelle costruzioni. Cresce il terziario, in modo particolare nel settore dei servizi alla persona, ma calano le imprese nel settore dei trasporti e le immobiliari».

Avete lanciato il ‘Patto per la competitività’. Di cosa si tratta?

«E’ una piattaforma di confronto con la Regione, in cui sono state portate a sintesi le esigenze delle imprese, la nostra formula per favorire la creazione di un ambiente favorevole allo sviluppo, equilibrato e diffuso, dell’imprenditoria nella nostra regione. E ha un valore aggiunto in più: si fonda sulle fatiche quotidiane dell’imprenditore: burocrazia, fiscalità, credito, legalità e infrastrutture, oltre a ciò che riteniamo siano i driver necessari per la crescita: formazione, innovazione, internazionalizzazione, investimenti».

Quanto incide ancora negativamente il Fisco?

«Negli ultimi tre anni la Regione ha evitato di ricorrere all’aumento delle tasse di propria competenza e ha sostenuto le proprie politiche di bilancio espansive con opportune riduzioni delle spese di funzionamento. Questo ha funzionato, ma occorre accelerare ulteriormente con una revisione degli assetti istituzionali orientati alla ricerca di maggiore efficienza amministrativa e della semplificazione burocratica».

Note dolenti: il credito.

«Le nostre aziende sono in difficoltà: spesso non vengono pagate e se mandano dei solleciti, rischiano di perdere dei clienti. Dunque, il credito è fondamentale per continuare a lavorare. Ma anche noi possiamo fare di più, lavorando sulla gestione, attraverso strumenti specifici per accrescere la cultura finanziaria, l’accompagnamento nella ricerca delle migliori soluzioni per lo sviluppo e per gli investimenti delle Micro e Pmi».

Il mercato è in continua evoluzione, come accompagnate il vostro associato in questo mutamento?

«Puntando sull’innovazione, sia manageriale, sia dei saperi, con strumenti per il sostegno degli investimenti in innovazione tecnologica e agevolando la partecipazione delle micro e Pmi. E poi c’è l’internazionalizzazione: devono aumentare le imprese esportatrici, grazie a misure senza paletti, riservate a chi ha una quota export inferiore al 20%».

Tra poche settimane si vota. Fiduciosi in una svolta?

«Ad ascoltare le promesse elettorali, fare impresa sarà facilissimo… Scherzi a parte, siamo preoccupati che i risultati raggiunti con fatica in questi anni si possano disperdere, quando invece abbiamo bisogno di aumentare gli aiuti alle imprese e non ricominciare tutto da capo».


«La ricostruzione entrerà nel vivo
Serve una governance più snella»

L’istantanea di Gino Sabatini, presidente Cna Marche

di ANTONIO DEL PRETE

IL TERREMOTO, certo, ma non solo. Ci sono altri fattori d’attrito lungo il percorso che conduce le Marche alla ripresa economica. Gino Sabatini, presidente della Cna regionale, lo dice senza mezzi termini.

Sabatini, che anno è stato il 2017?

«È stato l’anno in cui in Europa e in Italia la ripresa economica si è confermata e ha preso corpo, ma la nostra regione è rimasta indietro rispetto a quelle più ricche e dinamiche. Scontiamo ancora ritardi nelle infrastrutture materiali e immateriali, nella utilizzazione delle risorse umane, nella valorizzazione delle produzioni manifatturiere realizzate nelle nostre numerosissime imprese di piccola e piccolissima dimensione, che non trovano ancora modo di affermarsi, come potrebbero, sui nostri mercati e su quelli internazionali».

Capitolo terremoto: qual è lo stato dell’arte?

«La prima fase, quella dell’emergenza, è a buon punto. Ma quella della ricostruzione del patrimonio immobiliare pubblico e privato e del tessuto sociale ed economico è ancora lontana. Occorre accelerare coinvolgendo le imprese locali e privilegiando il risparmio energetico. Poi investire sulla filiera del turismo sostenibile, sul rilancio delle attività manifatturiere presenti nell’area, su commercio e artigianato per la ricostruzione di un tessuto sociale lacerato. Allo scopo serve una ‘governance’ delle risorse snella, trasparente e partecipata».

Il lavoro è sempre all’ordine del giorno. Quali sono i profili professionali più ricercati dalle imprese marchigiane?

«Le indicazioni che provengono sistematicamente dall’indagine Excelsior di Unioncamere sui fabbisogni di professionalità, mostrano ai primi posti profili specializzati per le imprese manifatturiere e figure scarsamente professionalizzate per impieghi nel terziario commerciale. Significa che la nostra economia si va polarizzando tra un manifatturiero evoluto ed esigente nella domanda di nuovo lavoro e un comparto terziario che non necessita di professionalità aggiuntive avanzate».

Quali sono i settori più in difficoltà dal punto di vista economico e occupazionale?

«L’edilizia rimane il settore più indietro nel processo di ripresa e i ritardi nella gestione del dopo-sisma minacciano di diminuire la portata degli effetti di rilancio del settore che la ricostruzione nelle aree del cratere dovrebbe trainare. Inoltre, le imprese artigiane e quelle con meno di dieci addetti subiscono di più i vincoli e i ritardi di cui sopra, ai quali va aggiunto quello del sistema del credito bancario, che da troppo tempo non costituisce più un riferimento adeguato alle necessità delle imprese più piccole».

Che prospettive offre il 2018 per gli artigiani e le piccole imprese delle Marche?

«Da un lato la ricostruzione post-sisma trainerà, per quanto in ritardo, una accelerazione nella ripresa delle attività per tutti quei settori connessi direttamente e indirettamente alle attività agricole, edili, manifatturiere, terziarie, che saranno riavviate nelle aree del cratere. Dall’altro lato, l’evoluzione delle componenti più dinamiche del sistema manifatturiero regionale potrà avvalersi della domanda dei grandi committenti nazionali e internazionali coinvolti nell’evoluzione tecnologica digitale e informatica».

Cosa può fare la politica per l’economia della regione?

«La politica deve assicurare alla guida dei processi economici una visione adeguatamente lungimirante basata sulla sostenibilità e sull’innovazione; deve mediare tale visione con le spinte localistiche che esprimono esigenze reali di evoluzione; deve portare a termine il processo di ricongiungimento della regione ai livelli infrastrutturali medi delle aree avanzate del Paese. Si tratta di obiettivi raggiungibili, ma a patto che si affermino la volontà e l’intelligenza di dare espressione equilibrata a tutte le risorse di cui disponiamo nelle Marche».


COMMERCIO

«Occorre investire sulla montagna
con progetti seri e articolati»

Appello di Postacchini, presidente di Ascom Emilia Romagna

di FEDERICO DEL PRETE

IL TURISMO vola, ma guai a ritenerlo la panacea di tutti i mali. Il paziente Emilia- Romagna, infatti, se da un lato mostra qualche timido segnale di ripresa, dall’altro conferma difficoltà importanti: «Per questo abbiamo chiesto a gran voce alla Regione di rifinanziare la legge 41, quella sulle valorizzazione delle aree commerciali», ribadisce Enrico Postacchini, numero uno regionale di Ascom Confcommercio.

Presidente Postacchini, che effetti positivi avrebbe?

«Vista la situazione attuale, è l’unica strada che ci permetterà di realizzare progetti di un certo tipo e mantenere la vitalità dei nostri territori. Altrimenti, le nostre imprese non hanno altri strumenti».

Però gli indicatori economici hanno fatto registrare numeri positivi.

«Certo. E le premesse per il 2018 sono buone. Ma guardiamo i dati un po’ più nel profondo: il turismo ha sicuramente avuto una crescita notevole, ma il resto segna il passo e non aggancia la ripresa che in Emilia-Romagna effettivamente c’è stata».

Insomma, il turismo da solo non basta.

«Se i suoi benefici ricadessero anche sui consumi interni, allora avremmo uno scenario completamente diverso. Ma purtroppo i consumi hanno confermato una crescita zero e in alcuni casi addirittura un calo vistoso, come la distribuzione tradizionale che è crollata del 20%. Inoltre, i suoi effetti positivi si sentono sulla costa e nelle città d’arte, ma in montagna non arrivano: e questo è grave, perché non possiamo abbandonare quel territorio così ricco. Servono progetti seri e articolati, che ne valorizzino la stagione estiva e invernale».

Da quali settori si può ripartire?

«Il terziario sta bene e lancia segni molto positivi: i servizi alla persona, in particolare, stanno crescendo ed è proprio verso questo ambito che abbiamo focalizzato la nostra attenzione anche nell’ultima assemblea regionale. Dobbiamo ripartire da lì».

Innovazione e formazione restano priorità?

«Solo se fatte nel modo giusto. L’innovazione deve vedere partecipi tutte le aziende, anche le piccole e le medie, perché serve a poco se non va a valorizzare il ruolo di queste imprese così imprescindibili all’interno delle comunità di riferimento. Sulla formazione, invece, non ci stancheremo di investire, puntando su nuove forme di inserimento: siamo accreditati dalla Regione come uffici di ricerca del personale e mi auguro riusciremo a dare una spinta significativa all’occupazione».

Cos’è che, invece, vi preoccupa di più?

«Il mio cruccio più grande è l’elevata mortalità delle imprese giovanili. Non ce la possiamo permettere, non è un bel segno: c’è una vitalità importante, purtroppo il primo scoglio è troppo duro per tanti ragazzi che provano a mettersi in gioco, ma si scontrano con una fiscalità nazionale che ti dissangua. Così si mortifica la predisposizione all’autoimpresa».

Come si risolve questo problema?

«Bisogna lasciare tempo alle nuove imprese di consolidarsi: le start-up devono godere di un regime di quasi ‘no-tax’ per almeno due anni, in particolare quei giovani imprenditori che decidono di scommettere in aree depresse. Se lo meritano, perché scelgono zone dove non va più nessuno, mentre noi vogliamo assolutamente supportarli».

Come sta il commercio tradizionale?

«Resta in difficoltà, un po’ per i consumi interni che zoppicano, un po’ per la grande distribuzione che ha messo in crisi quel mercato di vicinato, che era un riferimento in parte della provincia e nelle periferie. Stiamo lavorando per fornire nuovi strumenti che possano allargare la platea dei potenziali clienti».

Domanda di rito: cosa vi aspettate dal voto di marzo?

«Dietro l’angolo c’è il rischio del populismo, che va compreso e non demonizzato, perché rappresenta le carenze della politica. Mi auguro, però, che si capisca la necessità di salvaguardare le prerogative dell’impresa italiana: raccontarsi un altro modello, basato sulle multinazionali e le grandi aziende, va bene nei convegni, ma è più difficile da applicare sui territori».


«Segnali incoraggianti dal mercato
Turismo, la promozione è strategica»

Massimiliano Polacco, direttore di Confcommercio Marche

di ANTONIO DEL PRETE

RIPARTENZA sì, ma col freno a mano tirato. Massimiliano Polacco, direttore generale di Confcommercio Marche, guarda al 2018 con un cauto ottimismo, incoraggiato dalla buona partenza dei saldi invernali e dai risultati positivi raggiunti lo scorso anno dal settore turistico. «La crescita – dice – va rafforzata con il consolidamento dei consumi».

Polacco, come sono stati gli ultimi dodici mesi dei commercianti delle Marche?

«Sono stati mesi difficili nonostante ci siano stati dei segnali positivi, deboli, ma positivi. A fine anno abbiamo registrato una lenta e moderata crescita dei prezzi, nel terzo trimestre del 2017 un incremento del reddito disponibile reale delle famiglie consumatrici. Questi segnali sembrano essere incoraggianti e potrebbero essere interpretati come indizi di crescita per quanto riguarda l’ultima parte del 2017; e di buon auspicio per l’inizio del 2018, che rimane in ogni caso un anno ricco di incertezze soprattutto se la propensione al consumo delle famiglie si confermerà su una linea di prudenza».

Lo shopping natalizio ha dato i risultati sperati?

«Il Natale 2017 è stato in linea con le risultanze economiche dell’anno: leggero aumento della spesa media delle famiglie con i picchi più positivi, segno più tra il 5 e il 10%, per l’alimentare e la ristorazione. Bene pure l’abbigliamento. La sensazione è che anche quello natalizio sia stato vissuto come un periodo transitorio nell’attesa che i segnali di ripresa divengano più sostanziosi e duraturi».

Cosa vi attendete dal periodo dei saldi?

«I saldi nelle Marche sono iniziati abbastanza bene. Nel primo weekend di sconti c’è stata una spesa maggiore dell’1,5% rispetto all’avvio dei saldi invernali del 2017. Facendo il confronto con le medie nazionali, invece, le Marche sono un po’ al di sotto, perché continuiamo a pagare le conseguenze del sisma».

Ci dà qualche numero?

«Faranno acquisti con i saldi circa 370mila marchigiani, con un budget di spesa a persona di 131 euro. Si stima inoltre che la spesa per ogni famiglia sarà di 302 euro per capi d’abbigliamento, calzature e accessori».

I prodotti che andranno per la maggiore?

«Le donne punteranno più sull’acquisto di generi alimentari, capi d’abbigliamento, libri e prodotti di bellezza, mentre per gli uomini propenderanno per vini, cellulari e dvd».

Capitolo turismo: come si è chiuso l’anno post terremoto?

«Si è chiuso con dati positivi, e questo è un segnale molto importante viste le drammatiche conseguenze del sisma. I dati sulle presenze della scorsa estate nelle Marche sono incoraggianti, i segnali che ci sono arrivati dalle nostre strutture sono buoni. Determinanti per la ripresa e l’attrattività dei nostri luoghi sono state le attività ricettive e di ristorazione. Per il futuro dobbiamo proseguire con la promozione territoriale della nostra regione che ci vede in prima linea assieme alla Regione Marche».

L’illegalità preoccupa i commercianti marchigiani?

«L’illegalità distrugge l’economia e danneggia imprese e cittadini. Ecco perché anno dopo anno assume sempre più rilievo e importanza la manifestazione ‘Legalità mi piace!’, la giornata nazionale di Confcommercio sulla legalità. I dati evidenziano un forte malessere delle nostre imprese per quanto riguarda la percezione e i livelli di sicurezza e l’abusivismo».

Il 2018 è appena cominciato. Bisogna essere ottimisti?

«I miglioramenti registrati a fine anno rappresentano un buon segnale che va però valutato con estrema cautela. Le indicazioni positive su occupazione, reddito disponibile e fiducia, sono la testimonianza di una crescita leggera, il cui rafforzamento deve passare per forza di cose attraverso un consolidamento dei consumi».


«Il turismo fa da locomotiva
Ma dov’è finita la webtax?»

Il punto di Domenichini (Confesercenti Emilia Romagna )

di FEDERICO DEL PRETE

PAROLA D’ORDINE: «Speranza». Se la luce in fondo al tunnel è ancora (purtroppo) una fiammella, Confesercenti Emilia-Romagna cerca di guardare il bicchiere mezzo pieno: «Ci sono segnali positivi che ci fanno ben sperare nel 2018», spiega Dario Domenichini, presidente regionale dell’associazione.

Presidente Domenichini, da cosa dipende questo ottimismo?

«Ci sono settori che hanno avuto evidenti benefici in questi ultimi mesi. Primo fra tutti: il turismo, che ha numeri in crescita molto rilevanti, segno che c’è un ritrovato appeal verso la nostra Regione sia per le città d’arte, sia per la costa».

E il turismo fa da locomotiva?

«Esattamente. Secondo i dati delle Camere di Commercio, crescono tutte le attività direttamente collegate al turismo, a cominciare dall’enogastronomia che, rispetto ad altri settori, gode della maggior propensione alla spesa di chi ne è appassionato».

Sono tutte rose e fiori?

«Purtroppo permangono alcune note dolenti che riguardano in particolare il commercio tradizionale: botteghe e negozi di periferie e piccoli paesi, dove non arriva l’effetto benefico del turismo e, al contrario, risentono della crisi dei consumi interni che non sono ancora cresciuti abbastanza per far ripartire questo settore».

Inoltre soffrono la concorrenza della grande distribuzione.

«Con l’espansione fuori controllo degli ipermercati si è perso quell’equilibrio che, invece, andava assolutamente salvaguardato e le aperture domenicali hanno fatto il resto, spostando anche una significativa parte degli acquisti settimanali. E non è vero che la grande distribuzione è in crisi, perché se c’è un calo in qualche punto vendita, i numeri assoluti sono in aumento e questo è certificato anche dai dati Istat: per un 2% di crescita dei consumi, solo lo 0,5% va ai negozi cosiddetti di vicinato».

Come state fronteggiando la concorrenza del commercio online?

«Subendo questa espansione gigantesca il meno possibile e cercando di creare una sinergia con i negozi in sede fissa, perché il negozio del futuro che abbiamo in mente deve avere scaffali e vetrine anche sui social network e sulla rete. Però, sarebbe giusto giocare ad armi pare, cosa che invece non avviene».

A cosa si riferisce?

«Ci sono evidenti agevolazioni fiscali, per non definirle in altra maniera, a favore di quei 3-4 player mondiali che riescono a mantenere la propria sede altrove e quindi a pagare meno tasse. Anche la famigerata webtax che il Governo voleva introdurre è stata posticipata, ma su questo continueremo a insistere, perché non può esserci una disparità tale di trattamento. Su internet non può valere tutto».

Qualche responsabilità ce l’avrete anche voi?

«Stiamo lavorando sodo con i nostri centri di formazione per sensibilizzare gli associati a percorrere nuove strade, però chi ha sempre fatto commercio in modo tradizionale fa naturalmente più fatica. Noi mettiamo a disposizione tutti gli strumenti possibili, anche con i finanziamenti previsti dal Ministero per lo Sviluppo Economico».

Com’è il rapporto col credito?

«Finalmente è finita quella fase in cui proprio non se ne faceva, dove persino strumenti importanti come i confidi avevano segnato il passo. La Regione ci ha aiutato con un bando importante per diversi milioni di euro su turismo e commercio, anche se non era tarato per le microimprese che spesso e volentieri vengono trascurate».

A proposito, come va il rapporto con la politica?

«La Regione ci ascolta ed è già qualcosa. Lo dico senza ironia, perché abbiamo avuto un confronto franco, ma produttivo. Certo, servirebbero una secca semplificazione della burocrazia, che ci crea tantissimi problemi».

Beh, tra due mesi si vota: magari è la volta buona.

«Temo che queste elezioni ci porteranno più problemi che soluzioni…».


«Bisogna salvare i piccoli negozi
I saldi? Partono troppo presto»

Alfredo Mietti, presidente di Confesercenti Marche

di ANTONIO DEL PRETE

ALFREDO MIETTI, presidente di Confesercenti Marche, si è da poco chiuso il 2017: più luci o più ombre?

«Se ci riferiamo al mercato interno, che è quello a cui si rivolge la maggior parte dei nostri associati, sono più ombre che luci. I negozi di vicinato continuano ad essere particolarmente penalizzati dal proliferare della grande distribuzione, sia nel settore alimentare sia in quello extra-alimentare. In particolare, per quanto riguarda il comparto dell’abbigliamento, non aiutano i saldi così anticipati, che ormai hanno perso la loro funzione originaria di vendite di fine stagione».

Con quali prospettive si è aperto il 2018?

«Gli studi sull’occupazione indicano un aumento degli occupati, anche se spesso parliamo di occupazione precaria. Il lavoro è comunque il primo motore della ripresa, perché ovviamente determina la circolazione di denaro e favorisce quindi un nuovo impulso al mercato interno. Ciò che non aiuta è il fatto che da qui a marzo tutta l’economia subirà un freno in attesa della scadenza elettorale. Oltretutto, con la nuova legge elettorale sarà difficile per un partito o per una coalizione formare in breve tempo un Governo. L’assenza di una guida politica stabile, ovviamente, si ripercuoterà sull’andamento economico del Paese e dei territori. Una volta superato questo ostacolo, però, abbiamo tutte le carte per poter crescere rispetto al 2017».

Quali sono le questioni ancora aperte?

«La proliferazione della grande distribuzione e l’apertura di nuovi outlet sono deleteri per la sopravvivenza dei piccoli negozi, che non sono solo il cardine dell’economia marchigiana, ma rappresentano anche un servizio primario per la popolazione, garantiscono la fruibilità, la vivibilità e la sicurezza dei nostri quartieri. Altra questione gravosa resta la fiscalità. Occorre avviare una semplificazione del sistema che ci permetta di guardare allo sviluppo dell’impresa e non soltanto alla sua sopravvivenza. Occorrono poi progetti seri di rilancio dei nostri centri storici da realizzare con il supporto delle associazioni di categoria. Avere centri storici più vivi significa avere centri storici più sicuri e città più accoglienti, e mettere in moto un circolo virtuoso che determina ricadute positive su turismo, economia, lavoro e benessere».

I saldi stanno dando i risultati sperati?

«No. Come accennavo prima, le date dei saldi sono troppo anticipate rispetto alla stagione in corso. È chiaro che il cliente non solo attende l’avvio dei saldi per fare acquisti, ma spesso non si accontenta del 20% di sconto che rappresenta, di solito, la percentuale di avvio dei saldi stessi, ma aspetta uno sconto ancora più alto».

Come si affronta la concorrenza delle multinazionali del commercio elettronico?

«Siamo consapevoli che lo strumento della vendita on line è una opportunità da sfruttare e deve diventare familiare anche ai piccoli esercizi. Il negozio di vicinato mantiene, però, rispetto al web, un valore aggiunto: il rapporto di fiducia che si instaura tra chi vende e chi compra. Comprare in un negozio che non sia virtuale significa vivere il momento dello shopping con il gusto di fare un’esperienza, mentre lo shopping on line ha, dalla sua, la velocità e la comodità. Insomma, un canale di vendita non esclude l’altro. Confesercenti si sta attrezzando per dare ai propri associati strumenti efficaci anche per l’e-commerce: a livello nazionale abbiamo stipulato da poco una convenzione con eShoppingAdvisor.com (www.eshoppingadvisor.com), la prima piattaforma pubblica di recensioni scritte dai consumatori e specializzata in e-commerce».

Cosa chiedete alla politica?

«Indispensabili la semplificazione fiscale, uno stop alla grande distribuzione organizzata, un occhio di riguardo ai centri storici, ma anche l’abolizione degli studi di settore e, da ultimo, maggior collaborazione tra istituzioni e corpi intermedi, leggi associazioni di categoria».


COOPERATIVE

«Edilizia ancora ferma al palo
E c’è troppa burocrazia»

Giovanni Monti, presidente di Legacoop Emilia Romagna

di FEDERICO DEL PRETE

AVANTI (piano), ma con fiducia. Il 2018 di Legacoop Emilia Romagna parte con segnali positivi: «Usciamo da un anno in cui la fase di ripresa ha cominciato a farsi sentire in modo significativo, ora ci aspettiamo qualche ulteriore passo in avanti», è la previsione del presidente regionale Giovanni Monti.

Presidente, già parlare di ripresa dopo anni di crisi non è poco.

«I segni più positivi riguardano soprattutto le aziende che sono riuscite a utilizzare la crisi per innovare e quelle che hanno puntato sui mercati internazionali come, per esempio, quelle delle costruzioni, le industriali, l’agroalimentare. Anche i mercati interni mostrano segnali di ripresa, che vanno consolidati anche attraverso oculate politiche economiche da parte del Governo centrale».

I consumi stentano a ripartire.

«Quelli alimentari sono cresciuti un po’, è vero, ma stiamo parlando di qualche zero virgola. Non siamo certo di fronte ad espansioni significative e i problemi, è onesto dirlo, restano ancora. Però dalla grande distribuzione, come Coop o Conad, abbiamo notato che certi segnali di ripresa sono arrivati e stanno irrobustendosi».

Che 2017 è stato per Legacoop Emilia-Romagna?

«I dati sono confortanti: il totale dei soci è aumentato, si sono formate diverse nuove cooperative, soprattutto nell’ambito dell’innovazione e delle nuove tecnologie. Insomma, si conferma che, dopo la profonda crisi del mercato delle costruzioni, teniamo e possiamo cominciare a guardare a una fase di sviluppo, senza però mai dimenticare che esistono ancora forti problemi».

Quello che vi preoccupa di più?

«L’edilizia, sempre lei. Gli appalti pubblici sono al palo, la situazione è immobile, anche a causa dell’eccessiva burocratizzazione. Il nuovo codice degli appalti ha aspetti positivi, ma altri negativi: rispettando l’esigenza di affermare la legalità, continuiamo a chiedere modifiche senza le quali difficilmente riprenderanno gli investimenti, in particolare quelli pubblici. Inoltre, oramai si partecipa ai bandi solo offrendo servizi integrati: ci siamo attrezzati a questa evoluzione dei mercati con la nascita del Consorzio Integra e i cambiamenti operati dal Consorzio nazionale servizi».

Pensiamo positivo. Quali sono i settori più in forma?

«Tanti, per fortuna: l’agroalimentare, la ristorazione, il welfare, le politiche sociali, l’energia, l’industria, l’assicurativo, la grande distribuzione, i servizi alle imprese, la logistica e la movimentazione. Inoltre ci sono fenomeni più limitati ma socialmente importanti: il diffondersi del workers buyout, ovvero dipendenti che rilevano l’azienda nella quale lavorano e ne diventano i padroni associandosi in forma cooperativa».

Capitolo credito. Pollice alto o basso?

«C’è ancora moltissimo da fare, ma dobbiamo sforzarci il più possibile di mettere in campo una relazione positiva con il mondo delle banche. Però, con una consapevolezza ormai acquisita: è tempo di rivolgerci al sistema dei fondi, perché andare oltre quello bancario stretto è una strada che può dare dei frutti».

A cosa si riferisce?

«Le nostre cooperative hanno la possibilità di poter accedere a tutti gli strumenti finanziari, naturalmente in linea con i nostri valori, e ci stiamo attrezzando per approcciare nuovi mercati. Alcune nostre imprese, come Cmc e Granarolo, hanno già emesso obbligazioni senza bisogno di cambiare natura e trasformarsi in spa o società di capitali».

Il 2018 sarà anche l’anno delle elezioni. Cosa vi aspettate?

«Ci auguriamo che non ci sia una paralisi come in Spagna, perché avrebbe solo effetti negativi. In ogni caso vogliamo dialogare con tutti chiedendo rispetto per i nostri valori e per i nostri progetti. Presto chiederemo un incontro a tutti i partiti come Alleanza delle cooperative italiane».

Una priorità per il prossimo anno?

«Rafforzare la qualità della partecipazione e il buon coinvolgimento dei soci e investire sulla promozione cooperativa sui territori. L’abbiamo fatto, ma dobbiamo farlo molto di più»


«Nel 2018 bisogna consolidarsi
Pugno duro contro le false coop»

Francesco Milza, presidente di Confcooperative Emilia Romagna

di GIUSEPPE CATAPANO

FRANCESCO MILZA, presidente di Confcooperative Emilia Romagna, la ripresa sta entrando nel vivo? Quale lo stato di salute della cooperazione?

«Aspettando i dati consolidati dello scorso anno, abbiamo una certezza: il trend è positivo. Proseguono e si rafforzano i segnali già buoni del 2016 sia per quanto riguarda i fatturati che l’occupazione».

Magari con qualche distinguo: l’edilizia è un settore che fa fatica a ripartire…

«Sì, ma nell’ultimo periodo del 2017 c’è stato un risveglio. Il problema è che questo segnale positivo non si trascina nel comparto creditizio, perché c’è diffidenza da parte del sistema bancario. La negatività nell’edilizia è quindi la leva finanziaria».

Ci vuole del tempo perché la situazione torni alla normalità?

«Ritengo di sì».

Anche nel settore cooperativo si va verso un modello di azienda più grande per competere nei mercati globali?

«Più che l’aspetto dimensionale in sé, conta quello organizzativo. Nell’agroalimentare, ad esempio, registriamo crescite significative non tanto nel mercato interno, ma all’estero: in quel caso il modello organizzativo diventa ancor più importante perché la commercializzazione passa attraverso canali molto strutturati e professionalità di un certo livello. Una piccola coop fa fatica a competere, ci vuole una rete in grado di ‘spendere’ la capacità produttiva. Già da tempo abbiamo consorzi importanti che raggruppano cooperative, il modello è vincente. La sfida è renderlo ancora più efficace».

Confcooperative Emilia Romagna intanto compie cinquant’anni. Come vivrete questa ricorrenza?

«Con due momenti altrettanto importanti. Il percorso passa innanzitutto attraverso la nostra storia. È importante ricordare, lo faremo con un libro che tramite i ‘probi pionieri’ ripercorre la storia degli anni della fondazione; sono poi allo studio un evento istituzionale e altre iniziative collegate con particolare attenzione a donne e innovazione sociale. Poi bisogna guardare al futuro: ci saranno diverse iniziative come un Social Hackaton, sulla scia di quello di Piacenza che ha ottenuto ampia partecipazione – oltre 60 persone e 5 cooperative – e risultati molto positivi. Ci sono stato, l’ho visto e mi è piaciuto moltissimo. In generale si parlerà della cooperazione del futuro, partendo dai giovani».

Rinnovamento, innovazione, formazione: sono da sempre le vostre parole chiave.

«Sulla formazione in particolare c’è un percorso molto avviato e a buon punto: la stiamo facendo sia al nostro interno per i gruppi dirigenti sia per le cooperative che dell’associazione, abbiamo bisogno di allinearci ai notevoli cambiamenti che stiamo vivendo. Ci stiamo rivolgendo anche alle scuole, perché vogliamo che la cooperazione, oltre che a un modo di fare impresa, venga percepita come un modello sociale così com’è. Abbiamo vissuto anni di individualismo, ora puntiamo sulla partecipazione».

Nel 2018 saranno rinnovate le cariche delle federazioni settoriali sia a livello regionale che nazionale. Quali gli intenti?

«Le federazioni settoriali cominceranno un percorso assembleare per rinnovare le cariche: non ci interessa assegnare incarichi, ma vogliamo porre al centro le dinamiche correlate all’impresa cooperativa. Vogliamo che sia un momento importante di confronto su ciò che serve alle nostre cooperative per crescere. Questo è l’obiettivo».

Il tema delle false cooperative: c’è un emendamento approvato in Legge di Stabilità per contrastare il fenomeno, ma voi rivendicate la necessità di rendere più efficace il contrasto con un impegno a livello istituzionale.

«È il primo impegno che chiediamo al nuovo governo, non ci interessa di che colore sia. Vogliamo che la questione venga affrontata fino in fondo. Non abbiamo poteri coercitivi, lo Stato sì: chiediamo che le false cooperative e chi opera in maniera strumentale attraverso la cooperazione – tutelata dalla costituzione – vengano puniti. Non possiamo accettare atteggiamenti di indifferenza o addirittura complicità del sistema delle imprese rispetto a cooperative apri e chiudi, come successo in questa regione».

L’Emilia Romagna sta trainando la crescita, con un Pil che aumenta più velocemente di quello nazionale: per il 2018 l’obiettivo è confermarsi?

«Occorre confermare la crescita, ma anche continuare a puntare su un modello di una regione storicamente unita e compatta che nella crisi ha trovato difficoltà, ma che grazie anche alla sua storia ha dimostrato di avere capacità di fare sistema».


AGRICOLTURA

«Made in Italy, domanda in crescita
I giovani stanno tornando nei campi»

Mauro Tonello, presidente di Coldiretti Emilia Romagna

di GIUSEPPE CATAPANO

MAURO Tonello, presidente di Coldiretti Emilia Romagna, il 2017 è stato un anno di luci e ombre, condizionato dalle anomalie climatiche. Quale è il suo bilancio?

«Dal punto di vista meteorologico è stata un’annata molto difficile che ha messo a dura prova i nostri agricoltori. Si è passati dalle gelate tardive, che hanno penalizzato in particolare le produzioni frutticole, alla siccità estiva. In generale, gli inverni miti stanno salvando generi parassitari che prima morivano per il freddo: questo è un altro problema di cui tenere conto. Il cambiamento climatico e quello relativo all’utilizzo di determinati prodotti hanno complicato la nostra attività».

Auspica un 2018 migliore…

«Speriamo in un clima meglio compatibile con le necessità dell’agricoltura».

Ci si può difender in maniera attiva?

«Certo. Ci sono progetti sull’impatto ambientale che contribuiscono a ridurre e a mitigare i mutamenti climatici, si cerca di mettere a dimora piante che aiutano le api, ci stiamo anche attivando per la messa a dimora di alberi nelle nostre aziende. Siamo parte attiva, insomma».

A livello istituzionale si può fare di più?

«Bisogna cambiare un concetto del passato secondo il quale basta una molecola chimica in meno per fare del bene all’ambiente. Non c’è sempre una conseguenza diretta. Se si toglie una molecola, si rischia di non fare bene all’agricoltore e nemmeno all’ambiente. Servono scelte diverse, positive, per dare un contributo maggiore e magari con spese minori. Guardo al 2018, mi rendo conto che fuori c’è un mondo da conquistare».

A cosa si riferisce?

«Alla richiesta imponente di Made in Italy, noi agricoltori dobbiamo darci da fare per soddisfarla al meglio».

Come?

«Dal nostro punto di vista, la sfida è trovare il prezzo giusto. Rispetto al passato è comunque un miglioramento: prima non c’era la richiesta, oggi sì. Almeno c’è una base sulla quale lavorare, per poi trovare un accordo. L’obiettivo per il 2018 è trovare quei contratti veri perché tutte le parti abbiano il proprio ritorno, consumatore compreso dal punto di vista salutistico, ambientale e economico. Ecco, la sfida è trovare il giusto equilibrio. Non è certo impossibile».

Da quali paesi arriva la maggiore richiesta di prodotti Made in Italy?

«Il fatto che la domanda sia trasversale, cioè che arrivi da realtà diverse e lontane, è il nostro punto di forza. Senza dimenticare l’industria di trasformazione che vuole andare con forza all’estero…».

Biologico: prevede una crescita ulteriore?

«Il mio pensiero sul biologico è articolato: ritengo che il bio vada sviluppato nelle zone adatte e per determinate colture. Per come la vedo io, la produzione non sarà mai massiccia».

Resterà una nicchia?

«Ma in crescita, perché la gente giustamente gradisce il biologico. Ma attenzione, si può fare della buona agricoltura anche con la chimica. Già oggi è possibile produrre beni a basso impatto ambientale e a residuo zero. Non è impossibile, va valorizzata questa possibilità: consente anche di avere un costo inferiore per i consumatori».

Quindi smonta l’equazione agricoltura sana uguale biologico.

«L’agricoltura sana è anche quella biologica, come quella che consente di produrre a residuo zero. Sfide che sembravano impossibili possono essere affrontate e vinte. Un saggio equilibrio può essere trovato».

Giovani e agricoltori: c’è stato un riavvicinamento voluto o forzato?

«Il nostro monitoraggio testimonia che per molti l’agricoltura non è un’ultima spiaggia, ma ci sono persone che scelgono consapevolmente una strada imprenditoriale sulla quale costruire una sfida. Insomma, l’agricoltura viene vista come un lavoro importante che lascia spazio a libertà e fantasia non facili da trovare in altri settori».


«Un 2017 da record per l’export
Il bio non è una moda passeggera»

Tommaso Di Sante, presidente di Coldiretti Marche

di ANTONIO DEL PRETE

SE I DATI definitivi confermassero la tendenza dei primi nove mesi, il 2017 passerebbe agli archivi come l’anno record dell’export agroalimentare marchigiano. Un boom che fa il paio con i grandi numeri del biologico. Poi ci sono le contraddizioni, che Tommaso Di Sante, presidente di Coldiretti Marche, non nasconde affatto.

Di Sante, che anno è stato il 2017 per gli agricoltori marchigiani?

«Un anno difficile, il clima e la congiuntura economica hanno inciso fortemente. La siccità ha penalizzato tutto il comparto. E i cereali, commodities con prezzi internazionali, non vanno a compensare i costi di produzione. Non dimentichiamo inoltre che tre province sono state colpite dal terremoto. A un anno di distanza si è gestita bene l’emergenza, ma la ricostruzione deve ancora partire».

Quale prodotto ha dato maggiori soddisfazioni?

«Il vino è strategico per le Marche, abbiamo tante etichette di pregio. Va migliorata l’organizzazione nel suo complesso per far sì che tante microrealtà riescano a muoversi insieme anche attingendo a fondi strutturali. Lo stesso discorso vale per l’olio. Il 2017 è stato l’anno dell’Igp Marche Extravergine, ma questa certificazione deve essere uno strumento, non il fine. Le Marche rappresentano appena l’1% della produzione nazionale, tuttavia come qualità siamo al top».

Le feste hanno premiato il settore agroalimentare?

«L’agroalimentare è stato quest’anno la voce più importante del budget che le famiglie italiane hanno destinato alle feste, con una spesa complessiva per imbandire le tavole del Natale e del Capodanno di 4,8 miliardi di euro, il 10% in più del 2016. Inoltre, quasi un italiano su tre ha scelto di regalare prodotti alimentari tipici».

L’export è in salute?

«Sì, l’export agroalimentare marchigiano ha segnato nei primi nove mesi del 2017 una crescita del 3%. Siamo in attesa dei dati definitivi, ma le prospettive sono di chiudere l’anno superando quota 380 milioni di euro di valore delle esportazioni su un valore complessivo che ammonta a 1,3 miliardi di euro, un record storico».

Quali sono i Paesi trainanti?

«Il Made in Marche aumenta negli Usa (+31%), nei Paesi Ue (+15%), in Inghilterra (+18%) e in Cina (+6%). Questo ci spinge a lavorare di più e meglio su promozione e internazionalizzazione, anche perché il 100% delle Dop e Igp marchigiane proviene da comuni con meno di 5mila abitanti. Piccole realtà che, pur avendo il grande merito d’aver custodito il patrimonio enogastronomico, farebbero fatica a emergere da sole. Un esempio? La carne: nonostante una razza bovina autoctona di qualità, la carne marchigiana è poco valorizzata».

Il biologico ha ancora grandi margini di crescita?

«Se qualcuno pensa ancora che si tratti di una moda passeggera, sbaglia di grosso. I numeri sono lì a dire il contrario. Secondo l’ultimo rapporto Sinab, gli ettari coltivati nelle Marche sono aumentati del 24%, passando da 63mila a 78mila nel giro di un anno. I terreni bio sono così arrivati a rappresentare il 17,5% del totale. Ma crescono del 7,5% anche gli operatori biologici, salendo a quota 2.638, con un sempre maggiore impegno delle aziende agricole marchigiane nelle esperienze di filiera corta, dal campo alla tavola. Il biologico non solo ha margini di crescita, ma è un settore nel quale crediamo fermamente perché si basa su garanzia di qualità e trasparenza votate alla tutela del territorio».

Quali sono le parole d’ordine per il 2018?

«Noi continueremo a mantenere quel patto che abbiamo stretto con i consumatori. Una promessa che per noi significa qualità, trasparenza, tracciabilità. I consumatori sono, giustamente, sempre più sensibili a questo discorso e vogliono la possibilità di avere un confronto con chi produce. Lo dimostra la nostra rete di Campagna Amica che nelle Marche conta circa quattrocento punti tra mercati, fattorie e agriturismi».


«Senza reddito le imprese rischiano
Diamo più valore ai nostri prodotti»

Fini (vicepresidente Cia Emilia Romagna): «Tagliate la burocrazia»

di MARCO PRINCIPINI

«NEGLI ultimi dieci anni abbiamo assistito ad una sorta di ‘riscatto sociale’ dell’agricoltura e all’agricoltore viene riconosciuto un ruolo determinante di presidio del territorio e tutela contro il rischio di dissesto idrogeologico: la vera sfida dei prossimi anni consisterà nel mettere a valore economico tali meriti». Cristiano Fini, vicepresidente della Cia Emilia Romagna, sottolinea con orgoglio il ruolo della Confederazione italiana agricoltori nell’aver contribuito a valorizzare le competenze e l’importanza dei produttori ‘sentinelle dell’ambiente’.

Presidente il tema dei margini che si assottigliano è un leit motiv del settore primario.

«Senza reddito le imprese agricole rischiano la chiusura. La sostenibilità economica dovrà essere centrale rispetto a tutte le politiche agricole: abbiamo settori che non hanno remunerazione, altri che subiscono oscillazioni di prezzo tali da non consentire una programmazione e la solidità strutturale all’impresa. La nostra organizzazione dovrà contribuire nel dare sostegno ai percorsi aggregativi all’interno delle filiere e monitorare la redistribuzione del reddito all’interno delle stesse».

C’è quindi la necessità di dare più valore ai nostri prodotti?

«Sì. Inoltre dobbiamo continuare il percorso intrapreso da tempo verso il riconoscimento della qualità ‘made in Emilia Romagna’. Siamo la Regione con più Dop e Igp in Italia e in Europa e dobbiamo attribuire maggiore valore a questo primato per un maggior beneficio alle aziende agricole. L’export dei prodotti agroalimentari emiliano romagnoli è la vera forza che ci contraddistingue rispetto alle altre regioni, ma non dobbiamo sentirci appagati da questo, al contrario dovremo aggredire quei mercati che consentono spazi e marginalità per le nostre eccellenze».

L’innovazione tecnologica e quella aziendale migliorano la qualità dei prodotti?

«Contribuiscono senza dubbio ad un loro arricchimento. Inoltre il benessere animale e la sostenibilità ambientale delle pratiche agronomiche, dipenderà inevitabilmente dall’applicazione di tecniche innovative, capaci di fornire agli agricoltori strumenti idonei a farci produrre meglio ed a minori costi. Il polo emiliano della meccatronica, la sperimentazione sulla cisgenetica e le risorse messe a disposizione dal Piano regionale di sviluppo rurale possono poi contribuire ad incrementare lo sviluppo e le conoscenze delle nostre imprese».

Quanto pesa alle imprese l’onnipresente burocrazia?

«Purtroppo ancora tanto. Infatti insieme alle politiche di reddito, la semplificazione sarà la sfida principale dei prossimi anni. Abbiamo registrato un incremento esponenziale di adempimenti, talvolta inutili o addirittura dannosi per le nostre aziende: dovremo intervenire affinché la pubblica amministrazione sia costruttiva e non ostativa rispetto ad una semplificazione che, ormai, è diventata una necessità improrogabile per le aziende».

Agrinsieme è la risposta ad un mondo agricolo frammentato: ci sono novità?

«Tra i nostri interlocutori prioritari c’è il coordinamento tra Cia, Confagricoltura e le tre centrali cooperative facenti parte di Aci: gli dovremo attribuire maggiore operatività».

Dopo l’accentramento delle funzioni svolte dalle province verso la Regione quali sono le vostre aspettative?

«Telegraficamente: serve limitare il consumo di suolo per consolidare l’incremento occupazionale. Poi un progetto capace di mettere in campo strumenti idonei alla prevenzione dei danni da fauna selvatica. Il tema dell’acqua: dobbiamo trattenerla durante i periodi piovosi in bacini idrici ed evitare sprechi. Sul credito pensiamo che i Consorzi fidi, utili alle imprese, vadano accorpati per dare origine ad un unico consorzio regionale. Riguardo alle assicurazioni agricole, dovremo attribuire maggiore importanza ai Consorzi di Difesa, affinché possano costruire insieme alle compagnie assicurative nuove polizze volte alla gestione del rischio».


«Valorizziamo la nostra biodiversità
Meno burocrazia: frena i giovani»

Mirella Gattari, presidente Cia Marche: «La svolta nel 2018»

di GIUSEPPE CATAPANO

«IL 2017 è stato un anno difficile, il 2018 dovrà essere migliore. E dobbiamo lavorare di più per avvicinare i giovani all’agricoltura. Il peso della burocrazia è ancora eccessivo». Mirella Gattari, presidente di Cia Marche, non ha dubbi: dopo un anno duro, ci si aspetta una svolta.

Tra gelate primaverili e siccità estiva, il 2017 ha messo a dura prova gli agricoltori marchigiani e non solo.

«È vero. L’economia è stata messa in ginocchio soprattutto dalla siccità che ci ha ‘rubato’ gran parte del prodotto. Parliamo di una riduzione media del 30%, nel comparto del vino ci sono cantine che hanno addirittura superato il 50%, anche se la qualità ne ha preso vantaggio. Il problema è che la mancanza di prodotto influisce sul reddito…».

Che quindi cala.

«L’unico settore che vanta una produzione buona è l’olio, ma l’anno prima la produzione era stata funestata dalla mosca. E comunque, anche quest’anno, in alcune zone c’è stato un calo».

State ancora facendo i conti con le conseguenze dei terremoti?

«Un esempio: il contributo extra tarda ad arrivare a molti allevatori marchigiani. Se i danni per le vendite sono stati compensati con la solidarietà altrui, le conseguenze per la produzione sono state e sono notevoli».

Il 2018 sarà l’anno dell’olio marchigiano?

«Abbiamo ottenuto la certificazione, questo è l’anno dell’alimentazione italiana e uno dei prodotti più rappresentativi è proprio l’olio. Dopo un 2017 molto difficile, auspico un 2018 migliore. Una riscossa…».

Capitolo vino: bisogna promuovere di più e meglio il brand Marche?

«La verità è che noi agricoltori siamo molto bravi a produrre alimenti di alta qualità, ma abbiamo difficoltà a presentare nella maniera migliore ciò che realizziamo. È necessario continuare a lavorare per aumentare la visibilità e per promuovere ciò che di buono facciamo e produciamo».

Vale in generale, non soltanto per il vino?

«Assolutamente. L’Italia è il paese più biodiverso d’Europa, le Marche sono la regione più biodiversa d’Italia. Ecco, dobbiamo valorizzare questa caratteristica, che ci consente di rivolgerci a tutte le tipologie di acquirente. Non a caso ci occupiamo di biologico più di altri, la nostra offerta è veramente ricca. Un punto di forza notevole».

A proposito del biologico, ritiene che il settore continuerà a crescere?

«Gli agricoltori sono molto interessati al bio che fa registrare aumenti a cifre e noi siamo molto ecologisti per natura. Il biologico è l’essenza di ciò che siamo noi: guardiani e tutori del territorio».

I giovani si stanno riavvicinando all’agricoltura. Più per necessità o perché c’è un ritrovato sentimento positivo?

«C’è una componente di ragazzi che lo fa per necessità, ma c’è anche chi avverte una missione. Sul piatto della bilancia pesa il fatto che abbiamo una generazione di agricoltori con età media alta, quindi il ricambio è assolutamente necessario».

Sembra tutto perfetto…

«Ma non lo è, bisogna tutelare i giovani prima di tutto con un buon reddito. E quest’avvicinamento è condizionato troppo dalla burocrazia».

Cosa si fa?

«Prendiamo a esempio il bando di Ismea per l’assegnazione delle terre demaniali, nelle Marche ci sono 112 ettari a disposizione. L’importo ricavato sarà destinato a progetti per i giovani. Ma non basta. Un ragazzo ha bisogno di certezze. Volatilità dei mercati e prezzi non le concedono, i costi di produzione invece sono sicuri. Troppo spesso non c’è equilibrio tra costi e ricavi. Ai giovani bisogna garantire un futuro».

La soluzione è abbattere la burocrazia?

«Bisogna fare questo, insieme a politiche per salvaguardare il reddito. È necessario che il consumatore capisca che acquistare italiano significa garantire un futuro anche ai propri figli, perché noi siamo tutori di ambiente e territorio. Acquistare un prodotto marchigiano, per quel che ci riguarda, vuol dire fare un favore alla comunità tutta».


«Accordi di filiera e innovazione
Bisogna puntare sulle aggregazioni»

La ricetta di Tosi (Confagricoltura Emilia Romagna) per il rilancio

di MATTEO NACCARI

GIANNI Tosi, lei è il presidente di Confagricoltura Emilia Romagna: può tracciare un bilancio dell’agricoltura in regione nel 2017?

«Si è chiuso un anno tra i più difficili per l’agricoltura italiana. Nei primi nove mesi del 2017 il valore aggiunto agricolo è diminuito (-3,4%), in controtendenza rispetto all’andamento dell’economia complessiva – Pil +1,5% (dati Centro studi di Confagricoltura). In Emilia Romagna prosegue il pluriennale trend negativo che registra una riduzione del numero di imprese agricole pari a 1.277 unità (-2,3%), rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Le quotazioni di alcune produzioni hanno toccato il minimo storico. Rispetto alle medie del quinquennio precedente (2012-2016), il prezzo del frumento tenero è crollato del 12-13 per cento; quello del sorgo bianco del 12,3 e quello del grano duro addirittura del 22,6. Per le pesche e nettarine si tratta di una vera debacle commerciale, con una flessione delle quotazioni di poco più del 29 per cento rispetto all’anno precedente (dati Unioncamere Emilia Romagna). La zootecnia, invece, ha dato qualche soddisfazione e sta in parte recuperando le perdite degli anni passati».

Quali sono le prospettive per il 2018?

«Redditività e imprenditorialità delle aziende devono essere al centro del nostro cammino. Ci attendiamo una svolta: prevarrà finalmente l’agricoltura vista come impresa produttiva capace di prendersi cura e di valorizzare l’ambiente che ci circonda. Auspichiamo un’accelerazione sugli accordi interprofessionali di filiera e sull’innovazione. Speriamo soprattutto che sia l’anno della piena condivisione sul tema delle strategie da adottare per favorire l’export dei prodotti agricoli e agroalimentari. La strada da intraprendere è già stata delineata. Bisogna favorire l’adozione di accordi commerciali bilaterali tra Ue e paesi terzi (è in fase di definizione quello con il Giappone), seguendo il modello del Ceta, il trattato di libero scambio siglato tra l’Europa e il Canada che ha già aumentato il valore dell’export agroalimentare made in Italy».

Ci sono produzioni, come il frumento, che continuano ad avere quotazioni basse: soluzioni?

«L’agricoltura ha bisogno di sostegno per fare il salto di qualità. Più forza, dunque, a tutte le misure di mercato atte a migliorare la reddittività delle aziende agricole all’interno della filiera premendo l’acceleratore sugli accordi interprofessionali di filiera. Adesso l’agri-business si concentra su colture ‘contrattualizzate’ per contrastare la volatilità dei prezzi e i margini di redditività risicati di molte produzioni agricole».

Le aggregazioni e l’export sono la medicina per debellare la crisi?

«Puntare alla maggior aggregazione e aumentare la dimensione aziendale, per investire poi in nuove tecnologie e migliorare qualitativamente e quantitativamente le nostre produzioni agricole. È questa la priorità, finalizzata sia alla riduzione dei costi di produzione e dell’impatto ambientale che ad una maggior penetrazione dei mercati internazionali».

Lei propone di programmare le produzioni seguendo le esigenze dei consumatori: come è possibile farlo?

«Bisogna pianificare le produzioni solo dopo un’attenta analisi dei trend di mercato e stringere forti accordi interprofessionali. Saper intercettare il cambiamento nello stile di vita; captare le esigenze del consumatore, cioè l’attenzione alle produzioni eco-sostenibili e agli allevamenti che seguono le regole del benessere animale. Però, alla fine, chi acquista deve anche essere in grado di riconoscere un prezzo più alto, visto il valore aggiunto».

Sempre lei, presidente, sostiene che il futuro sarà solo delle aziende strutturate e di chi investe in tecnologie: le aziende possono farlo da sole? Chi può aiutarle?

«Una grossa mano è arrivata dai fondi messi a disposizione dal Piano regionale di Sviluppo Rurale nell’ambito della programmazione agricola europea. Nella prossima Pac, dopo il 2020, speriamo che si possa ulteriormente rafforzare l’aiuto e il budget di finanziamento destinato agli investimenti aziendali».

Si aspetta provvedimenti particolari dalla Regione per sostenere il settore?

«Alla Regione riconosciamo di essere stata virtuosa per aver impiegato in pochi anni le risorse del Psr. Tuttavia, ciò che chiediamo ora è che essa diventi un vero e proprio strumento di supporto degli agricoltori, operando verso la semplificazione burocratica e facilitando così l’attività imprenditoriale. Inoltre, la Regione può fare ancora tanto per la promozione e commercializzazione dei prodotti all’estero, aprendo uffici commerciali in loco come quello recentemente inaugurato a Pechino».

2018-02-06T16:04:59+00:00Argomento: ECONOMIA|Speciale |