«Agricoltura, 144 progetti per crescere»

Simona Caselli, assessore della Regione Emilia Romagna

di LORENZO FRASSOLDATI

COME STA l’agricoltura dell’Emilia Romagna? «L’agricoltura si conferma una fondamentale leva economica della regione – risponde l’assessore Simona Caselli – e gode di buona salute anche grazie alle politiche attive messe in campo dalla Regione. I dati dal 2015 al 2018 (ultimo Rapporto sul sistema agroalimentare disponibile) sono in costante crescita, con una produzione lorda vendibile che ha raggiunto ora i 4,7 miliardi di euro, che diventano 7 se consideriamo terzisti, agriturismo, agroenergie… E dà lavoro a oltre 70mila persone, con un aumento dei giovani e delle donne. Una buona salute dovuta anche ai mercati internazionali, con l’export agroalimentare che ha raggiunto i 6,5 miliardi di euro, un dato impensabile solo qualche anno fa».

Biologico, agricoltura integrata (cioè sostenibile), giovani, uso dei fondi comunitari…

«I risultati sono frutto anche delle politiche attive regionali che hanno giocato un ruolo evidente. Il biologico è raddoppiato in tre anni e mezzo: ha raggiunto il 15% della superficie coltivabile, con 6.300 nuove aziende (+13% sul 2017). La produzione integrata è arrivata al 15% di superficie. Abbiamo aperto ora un bando da oltre 24 milioni di euro per favorire il ricambio generazionale nei campi, sostenendo i neo-imprenditori e gli investimenti delle aziende giovani. Tra il 2015 e il 2018 sono 1.200 le nuove imprese agricole condotte da giovani».

Fondi europei…

«Con un anno di anticipo, quest’anno, andiamo a esaurire i fondi europei messi a disposizione dal Piano di sviluppo rurale, con indicatori di performance raggiunti tutti in anticipo, tanto che il 18 giugno la Commissione Ue, nel corso del Comitato di sorveglianza che verifica come vengono spesi i fondi e con quali risultati, ci ha fatto i complimenti».

Siete appena rientrati da una missione in Canada…

«Le tante missioni all’estero per promuovere il made in Emilia- Romagna si ripercuotono sugli ottimi risultati dell’export, cresciuto del 3,5% nell’ultimo anno. Stiamo lavorando anche per lo sblocco delle esportazioni, per fare un esempio su tutti, le pere in Cina».

Innovazione e lotta al cambiamento climatico. Cominciamo dalla prima.

«Per continuare a spingere la nostra agricoltura abbiamo bisogno di lavorare per il futuro, per intercettare le risorse della Pac, Politica agricola comune, cioè le gambe su cui far correre il sistema agroalimentare regionale. Penso al grande investimento che abbiamo fatto sull’innovazione, con 144 progetti approvati capaci di fornire soluzioni e buone pratiche per agricoltura e irrigazione di precisione, fertilità dei suoli, mitigazione e adattamento al cambiamento climatico, benessere animale…».

Cambiamento climatico…

«Qui possiamo dire che l’Emilia- Romagna ormai è protagonista mondiale: Centro Meteo Europeo, Big Data Centre, supercomputer, hanno trovata casa nella Data Valley emiliano-romagnola: si tratta di infrastrutture essenziali per il futuro dell’agricoltura. Le alleanze sono strategiche se vogliamo raggiungere dei buoni risultati ».

Le minacce adesso si chiamano Brexit e protezionismo, cioè dazi…

«Stiamo pagando caro il sovranismo inglese con i tagli alla Pac e ai fondi di coesione e con lo spettro di una Hard Brexit che per noi sarebbe molto pericolosa, visto che la Gran Bretagna rappresenta il nostro quarto mercato e vale circa l’8% del nostro export. Sui dazi, ricordo ancora una volta che noi viviamo di export: Parmigiano reggiano al 40%, vino oltre il 50%, sementi all’80% e poi salumi, vivaismo, ortofrutta… E proprio per questo dobbiamo stare attenti alle minacce che vengono dal sovranismo e dalla politica dei dazi».

Minacce anche sulla Pac, cioè sul budget di spesa per l’agricoltura europea.

«Siamo costantemente al lavoro con le reti europee Arepo (per i prodotti a denominazione di origine) e Arefhl (associazione delle Regioni e produttori ortofrutticoli europei, di cui sono presidente per i prossimi tre anni) e con una coalizione, Agriregions, appositamente costituita a difesa del budget Pac e per difendere l’autonomia delle Regioni nella gestione del Psr contro una insensata rinazionalizzazione ».


«Pionieri del bio, esportiamo nel mondo»

Anna Casini, assessore regionale delle Marche: «È boom per i nostri vini»

ANNA CASINI, assessore regionale all’Agricoltura delle Marche, è impegnatissima nel portare a compimento il lavoro della fine legislatura.

Si punta a un finale ancora in crescita.

«I prodotti dell’agroalimentare bio mantengono il trend di crescita sia a livello italiano che a livello marchigiano, anche perché abbiamo scelto di continuare ad investire sul biologico e sulla qualità. I dati confermano che le Marche sono tra le prime regioni d’Italia per superficie coltivata a biologico e questo ha indubbi vantaggi sulla qualità ambientale, sul mantenimento della biodiversità e sulla salute dei cittadini».

Un biglietto da visita basato sull’anticipazione e l’innovazione.

«Gli agricoltori biologici marchigiani sono stati i pionieri di questo comparto produttivo e con la loro passione e competenza, hanno prodotti che oggi sono presenti sulle tavole di tutto il mondo. La Regione oltre che sul biologico ha deciso di investire sulle filiere coinvolgendo anche imprenditori leader di mercato con progetti finalizzati ad aumentare la competitività delle imprese ma anche a conservare la fertilità dei suoli».

Il vino va forte con l’export. Perché?

«Secondo le recenti rilevazioni e analisi, i vini marchigiani sono sempre più protagonisti sui mercati internazionali confermando la connotazione vitivinicola della Regione. Secondo i dati Istat, infatti, il trend dell’export dei vini marchigiani è cresciuto del 9,5%, triplicando la media nazionale. Questa performance positiva è il risultato del coordinamento sinergico di investimenti e promozione messe insieme dal sistema Regione/ comparto vitivinicolo marchigiano. Le importanti azioni di promozione hanno consentito di fare conoscere ed apprezzare le nostre Doc e Docg in tutto il mondo ».

Il Verdicchio fatica nel suo mercato?

«Secondo i dati forniti da Valoritalia, ente di certificazione dei vini di qualità marchigiani, direi il contrario. Il quantitativo di vino Verdicchio certificato negli ultimi tre anni è addirittura cresciuto. L’unica flessione avvenuta nel 2017 è da addebitare alle condizini meteorologiche particolarmente difficili dell’annata. I dati sull’imbottigliamento 2018 confermano il trend positivo».

Come vanno le indicazioni geografiche dell’olio?

«Dopo 30 anni di richieste non accolte, due anni fa la Regione Marche ha ottenuto il riconoscimento dell’Olio Igp delle Marche. Questo consente ai produttori di potersi fregiare di un marchio di qualità (insieme alla storica Dop di Cartoceto) senza il quale non esiste competizione nei mercati esteri che sempre più chiedono prodotti certificati».

E il progetto di salvare i vecchi ulivi?

«Il progetto continua perché La politica agricola delle Marche ha come punto focale il mantenimento della biodiversità e la tutela delle specie a rischio di erosione genetica iscritte nel repertorio regionale. Questo anche per mantenere e valorizzare i ‘paesaggi’ delle Marche che sono caratterizzati proprio dalla grande varietà delle specie. Il Psr con appositi bandi premia gli agricoltori ‘custodi’ che aderiscono e si impegnano per la conservazione».

A che punto è il Piano di sviluppo rurale?

«C’è da fare una considerazione preliminare, il Psr Marche aveva inizialmente una dotazione finanziaria, di 537,96 milioni di euro, successivamente a seguito del sisma del 2016 la dotazione è stata incrementata di altri 160 milioni di euro portando il budget totale del programma a circa 700 milioni. Tale dotazione aggiuntiva post sisma è stata effettivamente assegnata a novembre 2017 per cui necessariamente i relativi bandi sono stati attivati per lo più nel 2018 e quindi ancora non possono determinare pagamenti».

I numeri?

«Al 31 maggio 2019 circa 418 milioni pari a oltre il 60% delle risorse finanziarie del Psr risultano già impegnati a favore di beneficiari selezionati con i bandi attivati. I contributi già liquidati ammontano a circa 136,2 milioni di euro e rappresentano circa il 20% della dotazione finanziaria del Psr post sisma. Tale percentuale risulterebbe invece pari ad oltre il 25% se rapportata alla dotazione originaria del Psr».

Come lavora la Regione per promuovere l’agroalimentare marchigiano?

«Nel dettaglio, con il Piano di Sviluppo Rurale, abbiamo finanziato le filiere del Latte Qm, della Casciotta di Urbino e formaggio di Fossa di Sogliano Dop, della mozzarella Stg, del Vitellone bianco dell’Appennino Igp, dei vini Dop e Igp e Bio delle Marche e le produzioni Biologiche (vini, oli, cereali legumi Pasta ecc.), il Prosciutto di Carpegna Dop, le carni ovine Qm e l’OLIO Igp Marche e Dop Cartoceto. Il piano mira a stimolare il partenariato tra imprese del settore agroalimentare al fine di ampliare e rendere più competitiva l’offerta investendo sulle iniziative di commercializzazione rivolte ad operatori di catene specializzate o buyer».

Luigi Luminati


«Va migliorata l’organizzazione commerciale»

L’europarlamentare De Castro: «Fare prodotti d’eccellenza non basta più»

di LUIGI MANFREDI

«L’AGRICOLTURA italiana registra casi straordinari di successo. Il nostro Paese sta crescendo molto nel comparto distintivo dei prodotti di alta qualità. Tuttavia fare prodotti di eccellenza è condizione necessaria ma non più sufficiente. Dobbiamo migliorarci nell’organizzazione commerciale, bisogna essere bravi a collocare questi prodotti sul mercato e farsi pagare bene, trasformando la qualità in reddito. E servono più aggregazioni ».

È QUESTA la strada indicata – anche agli agricoltori emiliano-romagnoli e marchigiani – da Paolo De Castro, ex ministro delle Politiche agricole rieletto all’Europarlamento con il Pd.

Il mondo agricolo sta guardando con ansia a Bruxelles dove si sta discutendo il rinnovo della Pac (Politica agricola comune). Che cosa è in ballo per l’Italia?

«Dal punto di vista economico sono in ballo quasi 7 miliardi di euro di contributi divisi in tre pilastri: aiuti diretti; sviluppo rurale (le risorse cioè che vanno alle Regioni, ndr) e contributi destinati alle Ocm (Organizzazioni comuni di mercato: vino, ortofrutta e così via, ndr)».

Qual è l’elemento di novità rispetto al passato?

«Il nuovo disegno di governance nei rapporti tra ciò che fa l’Europa, ciò che fanno gli Stati e ciò che fanno le Regioni».

In concreto?

«Il rischio è che la riforma si trasformi in una rinazionalizzazione della Pac. Si spoglia cioè l’Europa del potere di decidere cosa fare (fissare gli obiettivi, gli strumenti e il sistema dei controlli) e lo si attribuisce direttamente ai singoli Paesi. Siamo molto preoccupati».

La preoccupazione si sta allargando a macchia d’olio nei territori, anche dall’Emilia Romagna e dalle Marche si sono levate voci contrarie.

«Sì, perché i poteri delle Regioni verrebbero accentrati allo Stato. Lo sviluppo rurale sarebbe tutto riunito in un unico piano strategico nazionale che farebbe scattare immediatamente ricorsi alla Corte costituzionale da parte delle Regioni. Ritengo comunque ci siamo margini di manovra per cambiare il testo fin qui elaborato, ma non ancora adottato. C’è maggiore consapevolezza dei rischi anche nel consiglio dei ministri europei. Poi c’è l’incognita Brexit che rischia di creare in caso di mancato accordo un buco di 12 miliardi nel bilancio europeo, tre dei quali a carico della Pac».

Alcuni dei temi fondamentali della prossima legislatura europea toccano da vicino le nostre terre. Lotta alla contraffazione (Parmigiano Reggiano su tutti), innovazione, tracciabilità degli alimenti sono parole d’uso comune da noi. Da dove partiamo?

«Dalla contraffazione. È necessario distinguere se avviene all’interno dell’Ue o all’esterno. All’interno dell’Ue le regole sono già state molto rafforzate: per capirci, se troviamo sugli scaffali di un Paese europeo confezioni di Parmesan possiamo farle ritirare. Il problema enorme è fuori dall’Ue, dove non c’è l’obbligo del rispetto delle regole europee. L’unica via d’uscita sono accordi commerciali tra Europa e singoli Stati».

Parliamo della tracciabilità, un elemento sempre più richiesto dai consumatori.

«È il mio impegno solenne per la prossima legislatura. Dobbiamo eliminare ogni forma di etichettatura ingannevole. Le faccio un esempio: l’Eridania è stata ceduta ai francesi, ma se sul pacco dello zucchero c’è scritto la tradizione italiana il consumatore può pensare che dentro ci sia zucchero italiano e non francese».

L’innovazione è stata all’ordine del giorno di un consiglio informale dei ministri europei dell’Agricoltura. Come si declina in Italia?

«È importante il miglioramento genetico delle piante. Che, attenzione, non significa OGM – ormai banditi – ma mutagenesi. Cioè tecniche di miglioramento genetico che offrono speranze per combattere certe malattie, ma senza lo spostamento di geni da una specie all’altra».

Qual è la fotografia del settore agroalimentare in Emilia Romagna?

«L’Emilia Romagna è la principale regione agroalimentare in Italia, con il maggior numero di indicazioni geografiche: le portaerei sono Parmigiano Reggiano (che ha raggiunto quotazioni straordinarie), prosciutto di Parma, aceto balsamico. Ma è anche la regione dell’ortofrutta dove accanto a casi di successo come i kiwi c’è tanto da fare sul fronte dell’organizzazione commerciale, la parte più debole».

Le Marche?

«Hanno registrato uno straordinario sviluppo della vitivinicoltura. Stanno lavorando sodo per migliorare la qualità dei loro vini e sono premiati dai numeri dell’export. Bene anche il comparto ortofrutticolo con tante specialità. È una terra che dimostra una grande vitalità».