Beata gioventù, il ritorno alla madre terra

Fondi e incentivi, boom di imprese under 35 e delle iscrizioni negli istituti agrari

di BEPPE BONI

BEATA gioventù. Beata perché finalmente ha capito che il mondo dell’agricoltura non è un rimedio, ma un’opportunità seria dove ci si può mettere alla prova con un futuro se non proprio di sicurezza, almeno di speranza. Le imprese verdi oggi presentano occasioni di grande rilievo, sono praterie dove chi ha voglia di mettersi in gioco è in grado di ottenere risultati che altri campi imprenditoriali non offrono. La tecnologia, i fondi europei, gli incentivi delle Regioni sono un ottimo trampolino di lancio. Occhio, non si tratta di assistenzialismo e aiuti fini a se stessi. Chi ha idee e voglia di lavorare va avanti, in caso contrario non c’è fondo europeo che tenga. L’agricoltura oggi è un motore energico e vitale che abbraccia campi vastissimi di occasioni professionali. I laureati in agraria difficilmente rimangono a piedi una volta che si sono messi sul capo la corona d’alloro. Il ritorno alla terra è certificato anche da un altro dato, il numero di studenti nelle scuole superiori di agraria in Italia: +36% negli ultimi cinque anni. I ragazzi che negli istituti superiori hanno scelto un percorso didattico legato alla terra sono stati 45.566 nell’anno scolastico 2017/18, il record degli ultimi cinque anni. «Un successo – spiega la Coldiretti – legato alla voglia di studiare qualcosa che unisca la pratica alla teoria, che insegni come si fanno le cose e come si possa costruire una carriera professionale a contatto con la natura grazie a un’esperienza che affianca lo studio della teoria al lavoro nelle stalle, nei caseifici, nei campi, nei laboratori». Sagge parole. Infatti i tecnici che assistono le imprese agricole, gli imprenditori che lavorano per conto terzi nel settore della meccanizzazione, gli esperti di marketing (soprattutto nel campo vitivinicolo) sono ricercati ovunque. Il campo agrituristico, inoltre, ha aperto possibilità infinite per le aziende agricole che accanto alla produzione possono fare accoglienza e mettere in vetrina (e in tavola) i prodotti legati al territorio. Poi, certo, vinca il migliore. Negli ultimi anni, secondo le statistiche, migliaia di giovani variamente distribuiti hanno intrapreso la strada dell’agricoltura. Una corsa che l’Italia vuole alimentare e rendere sempre più agevole per i ragazzi che devono costruire il proprio futuro. Quest’anno è stato pubblicato il Bando per ‘Primo insediamento in Agricoltura’: 70 milioni di euro (35 destinati al Centro-Nord, 35 a Sud e Isole) previsti dallo strumento di Ismea, per agevolare l’accesso alla terra da parte dei giovani. Il fermento è diffuso. Nelle Marche colpite dal sisma, per esempio, c’è il boom delle aziende under 35, cresciute di oltre il 6% rispetto all’anno precedente. Il bando di cui sopra prevede che giovani di età compresa tra i 18 e i 41 anni non compiuti, che si insediano in agricoltura per la prima volta, possano beneficiare di mutui a tasso agevolato per acquistare un’azienda agricola. Ovvio che servono requisiti precisi. Le agevolazioni, infatti, sono legate alla presentazione di un Piano di sviluppo aziendale che dimostri la sostenibilità economica, finanziaria e ambientale dell’intervento in relazione allo sviluppo dell’attività imprenditoriale. Questo strumento è molto valido: negli ultimi 3 anni, ha contribuito alla creazione di 224 giovani imprese agricole che lavorano tutt’ora con ottimi risultati. Dunque il ritorno alla terra è una realtà, anche se ci si scontra ancora con una burocrazia canaglia che rallenta investimenti e idee. I ragazzi chiedono consigli. Cosa fare se non si è figli d’arte con il podere già pronto e in produzione? Coldiretti ha elaborato alcune regole, semplici, basilari, ma necessarie: avere un’idea chiara di quello che si vuole fare; studiare territorio, mercati e normative; progettare un business plan; disegnare una mappa delle fonti di finanziamento; individuare la banca o il bando pubblico a cui rivolgersi; verificare le possibilità di accesso alle risorse; cercare con CreditAgri le garanzie per il finanziamento. L’agricoltura è un mondo fatto di passione e competenza, dove non c’è spazio per l’improvvisazione. Ai giovani agricoltori serve anche un pizzico di coraggio. Questo non si acquisisce attraverso i fondi europei, ma voltandosi indietro e osservando ciò che hanno fatto padri e nonni. Gente tosta che ha conservato la propria terra con onore e sacrificio.


Ortofrutta leader del ‘made in Italy’

Settore strategico, ma non mancano le ombre. Il 2019 segnato dal maltempo

di LUIGI MANFREDI

ANCHE nel 2018 l’Italia si è confermata leader nella produzione ortofrutticola a livello europeo: le cifre dicono che l’ortofrutta è un settore strategico del ‘made in Italy’. In questo quadro l’Emilia Romagna soprattutto e le Marche giocano un ruolo importante. Non sono però mancate le ombre e il 2019 è iniziato con l’incubo maltempo che specialmente in Emilia Romagna ha causato danni per milioni di euro. Subito i numeri, allora: l’anno scorso la produzione italiana di frutta e ortaggi, secondo le stime di Cso Italy (Centro servizi ortofrutticoli), è stata di 23 milioni 841mila tonnellate (- 0.2% rispetto al 2017). Gli ortaggi hanno rappresentato la parte maggiore con 14 milioni 416mila tonnellate e una flessione dell’1.1%, mentre la frutta con 9 milioni 524mila tonnellate ha evidenziato una crescita dell’1.2%. Pressochè stazionarie anche le superfici coltivate, 1 milione 176mila ettari. Il valore della Plv (Produzione lorda vendibile) negli ultimi anno si è mantenuto costantemente sopra i 12 miliardi di euro annuali: che significa il 30% del valore della Plv agricola. Ma c’è un dato allarmante: il crollo dell’export nell’ultima campagna, la peggiore negli ultimi due lustri. Secondo i dati di Ice Agenzia è stata toccata quota 4.891 milioni di euro (- 3.06 gli ortaggi; – 8.2% la frutta). In ogni caso l’ortofrutta rappresenta il 18% di tutto l’export agroalimentare, un valore che sale al 31% se si aggiunge l’ortofrutta lavorata e conservata. La prima voce quindi delle esportazioni davanti al vino.

L’EMILIA ROMAGNA dal canto suo mantiene la posizione di leader in Italia e anche in Europa. Il peso dell’ortofrutta è di circa il 25% del fatturato agricolo. Analizziamo ora i dati (Regione- Unioncamere) partendo dalla frutta. In leggera diminuzione la superficie coltivata (59.233 ettari totali, – 1.3%): riduzione maggiore per pesche e nettarine mentre è in aumento l’albicocco. Segno più considerevole anche per le coltivazioni biologiche, + 6.2%. I quantitativi raccolti sono stati in diminuzione dell’8.7%: buone le rese produttive di pere e mele, in forte calo invece albicocche (- 33.7%) e ciliegie (- 25.7%). Diversificato l’andamento dei prezzi. Gli ortaggi hanno fatto registrare un leggero calo delle superfici. Produzione in ribasso per patate e cipolle. Il fronte dei prezzi segnala un recupero delle quotazioni durante il 2018. In conclusione: la superficie complessiva (frutta più ortaggi in piena aria) risulta ancora in calo. Il fatturato è in calo del 2.4% e si attesta a circa 1.1 miliardi di euro. Secondo l’eloborazione dei dati Istat fornita da Cso Italy (Centro servizi ortofrutticoli), nel 2018 in Emilia Romagna sono state prodotte 3.770.000 tonnellate complessive di ortofrutta fresca: tra i principali prodotti c’è il pomodoro al primo posto con circa 1.680.000 tonnellate. «Stiamo assistendo – commenta Davide Vernocchi, presidente di Apo Conerpo, colosso dell’ortofrutta con sede a Castenaso nel Bolognese – a una profonda evoluzione: è nata una diversificazione delle produzioni con uno spostamento dell’asse produttivo verso ciliegie, albicocche susine e kiwi in modo particolare. E’ sempre più necessario il catasto della frutta. Ricerca, sostenibilità ambientale e lotta ai cambiamenti climatici sono indispensabili».

LE MARCHE (dati Coldiretti). Sui banchi di questi giorni è il trionfo dell’albicocca. La produzione nelle Marche si aggira su 22mila quintali nel 2018. Quest’anno il maltempo ha messo in difficoltà la produzione: tra un inverno molto secco e una primavera anomala stretta tra la pioggia di maggio e l’afa di giugno. Le province di Ascoli e Fermo registrano oltre 18mila quintali. Altro frutto stagionale in arrivo è la prugna. Il frutteto marchigiano ne ha contati nel 2018 oltre 36mila quintali, in calo dell’1.5% rispetto al 2017. Crescono invece pesche e nettarine, rispettivamente del 10 e dello 0,5%, arrivate sopra i 102mila quintali di produzione le prime e oltre le 50mila le altre. Questo tipo di alberi cresce, per la maggior parte, nell’Ascolano, nel Fermano e nel Pesarese. La provincia pesarese è la primatista nella produzione di meloni: ben 12mila quintali, un terzo dell’intera produzione. Nei mesi scorsi si è assistito a danni a ciliegie (nel Pesarese si stima una ‘strage’ dell’80%) e fragole. La produzione di ciliegie del 2018 nelle Marche si era assestata poco sotto i 3mila quintali, in calo di circa l’8,5% rispetto al 2017. La provincia più votata è Macerata con circa 1.100 quintali. Per le fragola c’era stato un aumento del 6%: la produzione regionale era arrivata quasi a 7mila quintali. I dati Cso Italy: nelle Marche si sono prodotte nel 2018 175.000 tonnellate di ortofrutta fresca, i principali prodotti sono: piselli con 16.000 tonnellate, indivia (riccia e scarola) 15.700, radicchio o cicoria 12.200 tonnellate. «Per quest’anno la qualità e la quantità – spiega Alessandro Visotti, direttore della Coldiretti di Ascoli Piceno e Fermo, il maggior distretto marchigiano – si prevedono buone. Speriamo che le temperature adesso restino contenute perché altrimenti si rimette tutto in discussione».