«Questa regione è un treno che va
Ma ci sono segnali di frenata»

Pietro Ferrari, presidente di Confindustria Emilia-Romagna

di LUCA ORSI

IN Emilia-Romagna «abbiamo una fede laica nel lavoro». Una capacità di fare, «di credere nelle imprese », che ha portato la nostra regione a essere una delle locomotive del Paese. A Pietro Ferrari, presidente di Confindustria Emilia- Romagna – organizzazione che rappresenta 6.500 imprese, il 90% con meno di 50 addetti, per un totale di circa 350mila dipendenti – fra tanti numeri piace sottolineare quello che considera «l’elemento sociale più importante»: il dato sull’occupazione. A fine del 2018, il tasso di occupazione regionale era al 69,6%, con un +1,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. I contratti a tempo indeterminato sono cresciuti del 10,7%. Mentre il tasso di disoccupazione è sceso circa al 6%: «Siamo dietro solo al Trentino Alto Adige, davanti a Lombardia e Veneto».

Una fotografia molto positiva.

«L’Emilia-Romagna è un treno che va. Ma ha un po’ rallentato».

Da quando?

«Diciamo che già dalla primavera del 2018 avevo la sensazione che i dati non fossero più vigorosi come l’anno precedente. Non parliamo di dati evidenti, con grandi ‘meno’, ma l’angolo di crescita si è abbassato».

Con quale prospettiva, per le nostre imprese?

«Il 2018 è stato un anno ancora positivo, come lo sarà anche il 2019. Ma avremo una minore crescita».

Qual è il clima, fra gli imprenditori della regione?

«Beh, il clima di fiducia è senz’altro peggiorato. I saldi restano positivi, ma peggiorano la produzione e la domanda. Il sentiment degli imprenditori è piuttosto chiaro: il 30% si aspetta un aumento della produzione; il 55% prevede una situazione stazionaria; il 15% pensa che le cose peggioreranno».

Lei che idea si è fatto?

«Il tema chiave è l’export. Chi è ben attrezzato a stare sui mercati esteri avrà pochi problemi: il 31% degli imprenditori prevede un aumento della domanda estera. Il problema continua a essere il mercato interno».

Parliamo di settori produttivi.

«In Emilia-Romagna il trend sarà tutto sommato positivo, anche perché buona parte delle nostre aziende occupano nicchie che nel mondo crescono. Penso all’agroalimentare, al chimico-farmaceutico. Nel tessile la concorrenza nel mondo è forte, ma qui abbiamo nicchie di elevatissima qualità. Penso anche al comparto ceramico, dove a una visione negativa in termini di produzione si associa però un saldo attivo della domanda ».

Fra le caratteristiche della nostra regioni ci sono relazioni sindacali tese più a comporre vertenze che a ‘rompere’.

«Abbiamo una lunga storia di conflitti sindacali, durata quasi quarant’anni. Forse siamo più abituati di altri. Alla fine abbiamo capito che, per trovare una soluzione, magari si urla e si litiga, ma alla fine è meglio creare una convergenza. In effetti, nelle altre regioni non è così».

Anche il Patto per il lavoro, voluto dalla Regione, è stato condiviso.

«È un elemento senza dubbio positivo, che sta dando risultati. Il concetto di fondo è lo stesso: le contrapposizioni, senza trovare soluzioni condivise, non portano da nessuna parte».

Che cosa attira sempre più multinazionali a stabilirsi nella nostra regione?

«La qualità delle persone. E i rapporti intelligenti che si riescono a instaurare con le amministrazioni dei siti scelti per insediare le aziende. Resta però il nodo della formazione».

In che senso?

«Il tema centrale sarà sempre più il livello del personale, a tutti i livelli, che potremo mettere a disposizione di chi, magari dall’estero, deciderà di venire qui a investire risorse e fare impresa».

Altro nodo dolente sono le infrastrutture per la mobilità.

«È una carenza che riguarda tutto il Paese. Ma non esiste un Paese industriale senza infrastrutture».

Nella nostra regione si attendono il Passante di Bologna, la Cispadana, la bretella Sassuolo- Campogalliano e la Tirreno- Brennero.

«Sono opere necessarie, che attendiamo da decenni. Sembra che, finalmente, qualcosa si muova, ma aspetto i fatti. Dico solo che le infrastrutture servono alle imprese e alle persone, e che giocano un ruolo importante sull’economia e sulla democrazia».


Commercio, calano le imprese
«Servono regole uguali per tutti»

Enrico Postacchini, presidente di Confcommercio Emilia-Romagna

di LUCA ORSI

CRISI economica e acquisti on line. Sono i due fattori che più pesano sul calo del numero delle imprese attive nel settore del commercio. La flessione – che dura ormai da alcuni anni – è confermata anche per il 2018 da Unioncamere Emilia-Romagna, che ha elaborato i dati del Registro imprese delle Camere di commercio. A fine anno, il totale delle imprese attive nella nostra regione era di 402.829, ovvero 1.929 in meno (-0,4%) rispetto al dicembre del 2017. «La perdita – nota Unioncamere – si è ampiamente ridotta rispetto al 2017 e risulta la più contenuta degli ultimi sette anni». La più ampia contrazione (-1.270 imprese) si registra nel commercio. Il dato è pari all’1,4%, con una tendenza che è andata peggiorando negli ultimi trimestri. Enrico Postacchini è presidente di Confcommercio Emilia Romagna, realtà che associa oltre 80mila imprese del commercio, del turismo e dei servizi. Le maggiori preoccupazione, va da sé, riguardano il trend del commercio.

Presidente Postacchini, come spiega l’ulteriore flessione?

«Le ragioni sono molteplici, e riguardano sicuramente il perdurare della crisi dei consumi e della domanda interna, che stenta a ripartire. Ma c’è un altro fattore che non va sottovalutato».

Di cosa si tratta?

«Sulle dinamiche del settore incidono fortemente i cambiamenti nei comportamenti d’acquisto dei consumatori».

In particolare?

«Penso al web e agli acquisti on line, su cui sarebbe opportuna una profonda riflessione con le istituzioni e tutte le forze politiche, per stabilire regole uguali per tutti».

Il commercio paga il prezzo più alto.

«Non c’è dubbio: i settori tradizionali vivono una fase di stagnazione. E il commercio, in particolare, continua a trovarsi in uno stato di sofferenza che impone l’adozione di misure di sostegno concertate non più rinviabili».

Per esempio?

«Come già richiesto, la legge 41/1997, norma regionale di riferimento del commercio, deve essere riformata in profondità, tagliata sulle esigenze di oggi. Va detto che c’è, in questo senso, l’impegno della Regione, dal presidente Bonaccini all’assessore Corsini».

Con quale obiettivo?

«Sostenere la crescita e l’innovazione del settore in uno scenario economico di forte cambiamento e che, come detto, sta dando chiari segnali recessivi. Per questo servono anche incentivi fiscali concreti ».

Di che tipo?

«Penso, per esempio, a interventi per ridurre i canoni di affitto, a finanziamenti diretti agli imprenditori per riqualificare e innovare la propria attività».

Come contrastare la concorrenza del commercio online?

«Abbiamo chiesto l’introduzione di una web tax e ribadito la necessità di competere sul mercato a parità di regole».

Parità che oggi non c’è?

« I colossi del web e le piattaforme di intermediazione del commercio hanno fiscalità di vantaggio, o addirittura non pagano le pesanti tasse cui invece sono assoggettate le nostre imprese italiane».

Insomma, chiedete più attenzione per il settore.

«In Italia, come in Europa, le micro imprese hanno sostenuto in questi anni investimenti e adempimenti al di sopra delle loro possibilità, con una evidente funzione di coesione sociale e di tenuta sul mercato dell’occupazione. Oggi è necessario tornare ad avere un’attenzione importante verso le microimprese e gli esercizi di vicinato ».

Realtà spesso penalizzate dalle grandi strutture di vendita.

«La recente Legge urbanistica regionale ha scelte di fondo – consumo zero del territorio e rigenerazione urbana – che abbiamo condiviso. Restano le preoccupazioni in merito agli ampliamenti delle strutture di vendita medio-grandi ».

Che cosa proponete?

«È prioritario definire un percorso condiviso con Regione e Anci Emilia Romagna per contenere l’eccessivo ‘sblocco’ di metrature commerciali e individuare comuni progettualità volte a migliorare l’attrattività delle città e del territorio ».

Calano anche le imprese giovanili nel commercio.

«Occorre dare immediata attuazione alle misure previste nel focus dedicato ai Giovani nell’ambito del Patto per il lavoro, con particolare attenzione alle iniziative a sostegno dell’autoimprenditorialità e dell’avvio d’impresa, favorendo anche un efficace ricambio generazionale ».

In generale, quali effetti ha avuto, nel vostro settore, il Patto per il lavoro?

«Ha portato i suoi frutti in termini di sviluppo e di risultati occupazionali. Ma la stato di incertezza dell’economia nazionale rischia di rallentare i ritmi di crescita, con conseguenze sull’economia reale del terziario, in particolare sul commercio».


«Resistono i negozi alimentari
Ma serve un rilancio dei consumi»

Dario Domenichini, presidente di Confesercenti Emilia-Romagna

di FRANCESCO MORONI

«PER invertire il calo costante dei piccoli negozi servono politiche espansive e di rilancio: è fondamentale che chi ci governa lo capisca». A lanciare il monito è Dario Domenichini, presidente regionale di Confesercenti, analizzando l’ultimo decennio e il quadro attuale delle imprese.

Domenichini, si puo’ dire che siamo usciti dalla crisi?

«Il piccolo commercio continua a soffrire: il 2019 sarà un anno molto simile al 2018, in cui prevediamo un calo sia del numero delle imprese che per quanto riguarda i fatturati. E questo non ci rende molto positivi».

Quali i settori più colpiti?

«Se resistono i negozi alimentari, che hanno al proprio interno anche punti legati alla gdo, a fare fatica sono soprattutto i negozi di vicinato extra alimentare. E’ la logica conseguenza di quanto abbiamo già iniziato a vedere lo scorso anno».

Qualche numero?

«Nel 2018 il numero delle imprese ha subito una riduzione pari al -2,3%. I negozi, come detto, incontrano meno difficoltà, ma continuano in ogni caso a vedere un lento e costante declino, molto vicino al -1% lo scorso anno».

Come si inverte il trend?

«Il problema è che per affrontare davvero questa crisi del piccolo commercio occorre passare, una volta per tutte, dalle parole ai fatti ».

Che intende?

«Quando sentiamo i politici parlare e affrontare questi temi, spesso viene riconosciuto il valore insostituibile del commercio di vicinato. E’ un valore aggiunto per la tutela del territorio, e allo stesso tempo per la riqualificazione di diverse aree del Paese».

Manca il sostegno pratico?

«I provvedimenti messi in campo non seguono la stessa direzione dei tanti proclami».

Cosa chiedete alla politica?

«Allo stato attuale serve una svolta. Già bisogna fare i conti con un cambiamento ormai radicale delle abitudini dei consumatori: basta pensare a internet e ai nuovi canali online».

Il web compromette la situazione?

«L’ascesa è netta e contrastare la rete è impossibile. In più, non si riescono a far rispettare neanche norme semplici come quelle sui saldi. Per non parlare delle chiusure domenicali».

Che dire a proposito di questo?

«Dopo neanche due settimane che hanno presentato la proposta di legge, è stata immediatamente ridiscussa. E già stanno pensando ad altro, a qualcosa di diverso. Serve una direzione chiara, fatta di politiche di rilancio e sostegno alle piccole-medio imprese».

Cos’altro?

«Se non si mettono più soldi in tasca ai consumatori, difficilmente potremmo mai pensare di avere un rilancio dei consumi. Soprattutto per quanto riguarda quelli tradizionali».

Le politiche attuali, quindi, non vi convincono.

«E’ fondamentale agire sul tema fiscale, di cui non si parla abbastanza. Mentre reddito di cittadinanza e quota cento non potranno, se non in minima parte, far aumentare i consumi. I dati e l’esperienza ci dicono che queste misure non sono sufficienti».

Dulcis in fundo, le difficoltà burocratiche.

«Per un esempio, guardare quello che è successo con la fatturazione elettronica. Si parla di semplificazioni e automazioni, ma questi concetti si traducono sempre in un aumento dei costi per le imprese e un aggravio della burocrazia ».

Il quadro non sembra molto luminoso.

«Ovviamente non è tutto grigio. Il turismo è un settore che continua a fare da traino e puo’ dare ancora tanto. Bologna in questo ha avuta una vera e propria esplosione, lo dicono ad esempio i numeri dell’aeroporto. Ma anche qui, come in tutte le cose, ci sono luci e ombre».

A cosa si riferisce?

«La città è sempre meno vivibile per studenti e ragazzi che cercano casa, con il boom dei ‘bed & breakfast’. Ecco un altro aspetto perché occorrono norme chiare, politiche solide e azioni di sostegno: solo così è possibile allontanare la crisi».


«Fisco leggero,meno burocrazia
e infrastrutture più moderne»

La ‘ricetta’ di Dario Costantini, presidente della Cna Emilia-Romagna

di LUCA ORSI

LA CRISI, lunga e pesante, ha lasciato ferite profonde nel mondo dell’artigianato. Negli otto anni fra il 2009 e il 2017, calcola Dario Costantini, presidente di Cna Emilia Romagna, «in regione abbiamo perso oltre 15.600 imprese artigiane, passando da 144.465 a 128.862». Un calo accompagnato da trasformazioni strutturali: «Si manifesta una contrazione delle imprese fino a nove addetti, mentre per le aziende di maggiori dimensioni i dati indicano una crescita della numerosità». Limitando l’analisi alle sole imprese artigiane, in Emilia Romagna «emerge un’erosione del numero di aziende attive pari all’11%, rispetto al 10% nazionale».

Numeri preoccupanti.

«Eppure, queste imprese costituiscono ancora una presenza di grande rilievo per l’economia regionale. Nonostante le conseguenze drammatiche della crisi, rappresentano ancora il 32% del totale delle imprese attive della nostra regione ».

Veniamo all’occupazione. Qual è la situazione in regione?

«È decisamente migliore rispetto al resto del Paese. Abbiamo un tasso di occupazione del 68,6%, il valore più alto dopo quello del Trentino- Alto Adige (69,3%). Nel 2017 gli occupati in Emilia-Romagna (al netto del settore pubblico) erano quasi due milioni (8,6% del totale nazionale). Siamo l’unica grande regione italiana a poter vantare livelli occupazionali superiori alla media europea, con punte non lontane dalla Germania».

Qual è la situazione, provincia per provincia?

«In tutte le province il tasso di occupazione è molto al di sopra della media nazionale. Fatta eccezione per la provincia di Rimini, dove l’indicatore è pari al 63,3%, ovunque supera i 65 punti percentuali».

Ci sono differenze fra Emilia e Romagna?

«I valori più alti si registrano nelle province emiliane (Bologna 71,8%, Piacenza 69,4%, Parma 69,3%, Modena 69,1%, Reggio Emilia 68,4%, Ferrara 67,6%); più contenuti i valori della riviera romagnola (Forlì-Cesena 66,5%, Ravenna 65,8% e Rimini 63,3%)».

Può fare il punto sui principali settori produttivi?

«Il tessuto produttivo regionale presenta una connotazione industriale/ manifatturiera più accentuata e articolata rispetto alla media nazionale: questo si riflette anche nei dati riguardanti i posti di lavoro. L’occupazione dell’industria in senso stretto (manifattura e attività industriali diverse delle costruzioni) è pari al 25,6% del totale, contro il 19,9% a livello nazionale; quella dell’industria complessiva (industria in senso stretto più costruzioni) è al 30,8% contro il 26% della media nazionale».

Nonostante la crisi.

«Il nostro sistema produttivo meglio di altri ha saputo reagire alla durezza della recessione».

Come vede il futuro?

«Come imprenditori contiamo di lavorare molto per contribuire a generare occupazione e benessere delle nostre comunità, anche se abbiamo ancora addosso le scottature della crisi. Il futuro passa attraverso aiuti concreti che ci attendiamo dallo Stato in merito a temi che sono i nostri distintivi cavalli di battaglia: lotta alla pressione fiscale, alla burocrazia e all’abusivismo ». Uno dei punti chiave resta quello delle infrastrutture. «È un tema che, in particolar modo in Emilia-Romagna, abbiamo affrontato con molta forza. Nella nostra regione, che è al centro di tutte le direttrici del traffico di merci e persone, l’aumento dei flussi di traffico, sia locali che di attraversamento, ha interessato non solo le aree urbane, ma ha anche favorito il consolidamento delle aree artigianali intorno alle cinture urbane».

Qual è, allora, il punto dolente?

«È mancato un adeguato ammodernamento della rete infrastrutturale, il che ha generato via via una maggiore congestione delle città e maggiore usura delle infrastrutture. Le imprese devono confrontarsi ogni giorno con una mobilità reale che non si è adeguata, e che corrisponde a dinamiche di viabilità oggi troppo vecchie per garantire efficienza, sicurezza e sviluppo».

Che cosa proponete?

«Con l’obiettivo di mettersi a disposizione delle istituzioni in modo utile e concreto, attraverso il prezioso lavoro fatto insieme a tutte le Cna territoriali, Cna Emilia Romagna ha voluto ‘scattare’ una fotografia dello stato in cui versano attualmente le infrastrutture regionali ».

Risultato?

«Provincia per provincia è stato tracciato un elenco di priorità per quanto riguarda poli logistici, la grande rete e la rete di base, individuando ben 96 criticità su cui si auspicano risposte rapide e concrete da parte degli interlocutori istituzionali ».


«Opere pubbliche al palo
Ancora troppi cantieri a rilento»

Marco Granelli, presidente di Confartigianato Emilia Romagna

di LUCA ORSI

IL TEMA che in questo periodo più preoccupa la Confartigianato Emilia-Romagna è quello dei lavori pubblici che stentano a decollare. Spiega il presidente, Marco Granelli: «Accanto alla soddisfazione per lo sblocco della bretella Campogalliano-Sassuolo, che pare sarà cantierata entro l’estate, e del Passante di Bologna, che partirà con la soluzione ‘A evoluta’, sottolineiamo ancora una volta la situazione del Codice degli Appalti e dei lavori pubblici, che non trova una soluzione adeguata alle richieste avanzate dalle micro e piccole imprese».

Il decreto ‘Sblocca cantieri’ non basterà?

«Al momento è in fase di stallo, mentre il Paese è in una situazione da codice rosso, con infrastrutture inadeguate al traffico, manutenzioni precarie – se non addirittura assenti – cantieri incompiuti o che non sono partiti ».

Si è perso tempo?

«Ci era stato comunicato, a diversi tavoli, che ci sarebbe stata l’opportunità di coinvolgere le micro e piccole imprese, ma al momento ci si trova impantanati a una prima definizione della situazione, che ci preoccupa e allarma. Specie considerando che ci sono situazioni gravi, come la messa in sicurezza dell’E45, per le quali occorre la sensibilità e il coinvolgimento di tutte le istituzioni, con la reale volontà di rendere le infrastrutture sicure e operative, così da renderle adeguate alle esigenze della regione ».

Qual è la fotografia dell’artigianato in regione?

«In questi anni abbiamo visto un radicale mutamento delle forme imprenditoriali. A livello regionale l’artigianato sposta la propria attenzione verso i settori turismo e servizi. Settori che modificano la composizione dell’artigianato: fino a pochi anni fa ci si concentrava sui comparti delle costruzioni e della manifattura. Ma se il primo vive ancora una situazione di difficoltà, e il secondo combatte quotidiane battaglie sui versanti dell’innovazione tecnologica e di un mercato sempre più globale, ora gli artigiani si stanno orientando nell’ambito della ricezione turistica e del terziario».

Veniamo all’accesso al credito: resta un punto dolente?

«In questa situazione, fluida e in divenire, il mondo bancario persevera nel vedere sempre con grande diffidenza la possibilità di elargire credito alle piccole imprese. Nella scorsa campagna elettorale era stato promessa la creazione di una sorta di ‘banca pubblica per l’artigianato’, come in Inghilterra e in Germania ».

Di cosa si tratta?

«È un’istituzione statale dedicata alle micro e piccole imprese, che tenga conto delle loro specifiche esigenze. Potere farsi forza su un istituto che presta garanzie in nome e per conto del mondo artigiano sarebbe cosa auspicabile e foriera dell’opportunità di porre fine alla crisi dell’iniezione dei prestiti».

Che ruolo può avere la Regione?

«Grazie a Unifidi è stato chiesto, alla Regione che venga dato seguito alla Legge Bassanini, che consente ai Consorzi Fidi di fare da garante alle imprese fino a 150mila euro di finanziamento. In questo modo si permette di dare garanzia alle imprese che davvero ne hanno bisogno, non solo a chi è in buona salute. La Regione ha accolto la richiesta, stiamo aspettando che si vada a regime».

Qual è oggi la priorità, per le imprese?

«Tanti anni di crisi hanno costretto le imprese a ridurre il personale e a lavorare con macchinari obsoleti. Oggi ci troviamo in un momento in cui, sebbene si parli di un nuovo ciclo di stagnazione, c’è bisogno di credito per cambiare i macchinari, rinnovare i laboratori e dare un’iniezione di fiducia alle famiglie e ai giovani, assumendo e facendo formazione».

Altro tema chiave: la fiscalità.

«In questo settore abbiamo registrato qualche cambiamento che migliora la situazione delle imprese. Le tariffe Inail sono state ridotte del 30% rispetto agli anni precedenti, ed è stato previsto un aumento della deducibilità dell’Imu sui beni strumentali. Dobbiamo però ricordare che il costo del lavoro e la tassazione a cui le imprese sono sottoposte sono fra i più alti d’Europa. Chiediamo un’inversione di tendenza: più soldi in tasca ai lavoratori e meno contributi; la tassazione va commisurata al reddito».

La richiesta di minore burocrazia è da sempre un tema caldo. Ci sono novità?

«Da tempo chiediamo alla politica di capire meglio il territorio, di prestare più attenzione alle esigenze, alle richieste e alla realtà del tessuto economico e produttivo ».

Risultati?

«Il presidente Bonaccini aveva proposto di introdurre, all’interno della commissione burocrazia della Regione, un imprenditore che individuasse gli adempimenti e le strettoie che potevano essere tagliati di concerto con i funzionari. Non siamo al corrente che questa iniziativa sia stata presa e ci troviamo con promesse che vorremmo rispettate. Siamo disponibili a confrontarci con le Amministrazioni, per dare un contributo reale a una situazione insostenibile».

Qualche esempio?

«Pensiamo al tema dell’ambiente, giustamente al centro dell’attenzione: molte norme andrebbero depenalizzate, e gli adempimenti e i bandi pubblici dovrebbero essere più comprensibili, accessibili e alla portata del vero tessuto economico regionale: le micro e piccole imprese».