«Abbiamo cultura, passione e tradizione»

Valentina Borghi, vicepresidente di Coldiretti Emilia Romagna: «Dati positivi»

VALENTINA Borghi, vicepresidente di Coldiretti Emilia Romagna e presidente provinciale di Coldiretti Bologna, come sta l’agricoltura emiliano- romagnola?

«L’Emilia Romagna è una regione con tanta biodiversità, vanta il record europeo di certificazioni Dop e Igp di prodotti agroalimentari. Significa che ci sono cultura, tradizione e una passione particolarmente elevate. Proprio la nostra biodiversità, con una struttura legislativa e burocratica che ci ha portato a tutelarla e a mantenerla, ci dà obiettivamente un vantaggio. Il contesto è senz’altro positivo».

Anche in prospettiva.

«Di sicuro. E poi c’è l’export che funziona: è un dato di fatto che consente di guardare al futuro con fiducia. Ma è un dato di fatto anche che milioni di euro nel mondo sono distratti dall’Italian sounding (l’imitazione di un prodotto/ denominazione/marchio attraverso un richiamo alla presunta italianità, ndr) e l’Emilia Romagna è penalizzata. Il comparto agroalimentare in regione è in salute, ma tante sono le sfide da affrontare e vincere».

L’ecosostenibilità è una di queste?

«Anche per quanto riguarda l’ecosostenibilità, l’Emilia Romagna è all’avanguardia. Di recente, a Bologna, c’è stato un meeting internazionale dedicato alla crescita sostenibile nel quale è emerso lo spessore green della nostra regione. Coldiretti ha un ruolo fondamentale: essere una colonna vertebrale che unisca il paese in una coscienza socio-ecologica forte».

Una sfida, questa, che non ha confini regionali.

«È così. Partiamo da un presupposto: noi agricoltori siamo i custodi del territorio, lo tuteliamo con coscienza. È una vocazione».

Un’immagine positiva che però forse non è trasmessa abbastanza all’esterno.

Bisogna lavorare anche su questo? «Più che di immagine, è un discorso di informazione. È vero, il nostro ruolo etico e sociale a volte non è considerato abbastanza. Va chiarito innanzitutto il senso del lavoro dell’agricoltore, che è sul territorio spesso con la sua famiglia, con pochi margini economici. Ci sono famiglie intere che si dedicano a quest’attività, che è faticosa, ma è un modello di aggregazione. Essere agricoltore è anche un modo di vivere: chi fa questo lavoro vuole bene alla terra e all’ambiente e non ha nessuna intenzione di rovinarli».

Avanti con il modello green, quindi?

«La spinta di Coldiretti è forte in tal senso. Noi non ci fermiamo, ci prendiamo l’onere o l’onore di questa battaglia».

Ha accennato all’export: chi esporta ha retto l’urto della crisi?

«Non tutte le aziende possono permettersi di esportare. Ci sono cooperative ben strutturate e consorzi che favoriscono l’export e che hanno svolto un lavoro eccellente ».

Che cosa pensa di accordi bilaterali come il Ceta con il Canada? In passato Coldiretti ha espresso forti perplessità.

«Noi non abbiamo posizioni precostituite, pensiamo ai nostri produttori e alla salute dei consumatori. In Italia ci sono regole stringenti sull’uso di determinate sostanze che, all’estero, sono diverse. Poi però importiamo i loro prodotti e si rischia di vanificare la battaglia…».

A proposito di battaglie, una è quella relativa alle etichettature.

«Stop al cibo anonimo. In Italia è stato svolto un lavoro notevole. È fondamentale conoscere da dove arriva la materia prima del prodotto trasformato: questo dà al consumatore la possibilità di scegliere consapevolmente cosa mangiare ».

Ambiente, difesa del made in Italy e informazione sono i vostri cavalli di battaglia. Quali le altre sfide?

«Digitalizzazione e innovazione, ma utilizzando la tecnologia in maniera buona. Bisogna globalizzare il prodotto locale, non estraniarsi dal contesto. E poi occorrono strategie di coesione, l’ortofrutta ha oscillazioni notevoli, serve garantire il giusto prezzo. Infine i giovani: attirarli è fondamentale, ci vuole la giusta formazione. Ma i giovani si avvicinano all’agricoltura se a loro è garantito un reddito, questa è la priorità».

Giuseppe Catapano


«Maltempo e crisi: situazione drammatica»

Eugenia Bergamaschi, presidente di Confagricoltura Emilia Romagna

di MATTEO NACCARI

EUGENIA Bergamaschi, lei è presidente di Confagricoltura Emilia Romagna: il maltempo degli ultimi mesi ha messo in ginocchio diversi comparti dell’agricoltura, qual è la situazione?

«Drammatica. Con ricadute sull’indotto. La frutticoltura ha perso il 100% del raccolto di alcune varietà di ciliegie e albicocche e, nel complesso, vede ormai compromessa l’annata. In più c’è la crisi di mercato: i frutticoltori lamentano l’eccessiva concorrenza da parte dei paesi competitor, avvantaggiati da costi di produzione nettamente inferiori. Dobbiamo davvero invertire la rotta con una campagna di comunicazione efficace che invogli il consumatore ad acquistare il prodotto italiano, più sano e salubre».

Sotto osservazione è anche la campagna del pomodoro da industria e quella vitivinicola.

«Ora il bel tempo incoraggia i produttori di pomodoro da industria dopo il disastroso mese di maggio (piantine danneggiate dal freddo e da asfissia radicale per eccesso idrico). Si temono, tuttavia, eventi improvvisi: trombe d’aria, grandinate e bombe d’acqua. Per il vino occorre mettere nel conto maggiori costi di produzione dovuti ai trattamenti extra e ci si prepara a un andamento simile a quello dell’anno scorso. In alcune zone si registra meno prodotto causa la maxi-vendemmia 2018».

Quali sono le prospettive dell’agricoltura regionale?

«La nostra è un’agricoltura di eccellenza che però ha prezzi all’origine sempre troppo bassi, quindi puntiamo a promuovere contratti di filiera vantaggiosi. Esempio, l’accordo quadro nazionale Confagricoltura- Italmopa, che valorizza le produzioni di frumento duro e tenero biologico: il prezzo pattuito è superiore a quello di listino e tiene conto dei costi di produzione; è prevista anche una premialità legata al contenuto proteico ».

Ci sono comparti più in salute di altri e se sì quali?

«Il Parmigiano Reggiano vive un momento d’oro, ci auguriamo continui così. Gli altri comparti sono molto meno fortunati».

Quali gli ambiti che hanno più bisogno di aiuto?

«Oltre alla frutticoltura c’è il comparto suinicolo. L’obiettivo di Confagricoltura è evitare che l’Italia diventi un paese di trasformatori di carni suine. La Road map prevede una riorganizzazione della filiera, con l’adeguamento del disciplinare di produzione del Prosciutto di Parma per assicurare una migliore qualità, tracciabilità e valorizzazione delle carcasse legate alla Dop. Inoltre, sulle etichette delle carni suine è auspicabile arrivare all’indicazione del ‘nato, allevato e macellato’, anche per i prodotti trasformati. Misure che ci proiettano nello scenario futuro per soddisfare una domanda mondiale di carni suine in tendenziale crescita, visto anche la crisi sanitaria che ha colpito la Cina ».

L’export dei nostri prodotti resta una risorsa, secondo lei si può fare di più?

«Bisogna sostenere e tutelare le nostre Dop/Igp sui mercati esteri, spingendo sugli accordi di libero scambio tra Ue e paesi terzi (esempio il Ceta) che danno valore al nostro made in Italy».

Quali proposte avete in vista della riforma della Pac, la Politica agricola comune?

«Difenderemo il No ai tagli del budget agricolo: gli stanziamenti della Pac sono di vitale importanza per la tenuta dell’agricoltura. L’Italia ha bisogno di una politica agricola nazionale e di presidiare i tavoli europei dove si decide ».

Dalla regione, invece, si aspetta interventi particolari?

«La politica regionale e quella nazionale devono innovarsi, introducendo una vera semplificazione e snellendo di fatto la burocrazia che toglie tempo e aumenta i costi dell’impresa, limitandone la produttività. Poi ci attendiamo dalla Regione il giusto equilibrio tra il rispetto dell’ambiente e le esigenze dell’attività agricola».


«Il 2019 sarà un altro anno difficile»

Cristiano Fini, presidente della Cia: «Ortofrutta decimata dal maltempo»

di CLAUDIO FERRI

«FATTA ECCEZIONE per il Parmigiano Reggiano, che fortunatamente mantiene quotazioni di prezzo soddisfacenti, tutti i comparti agricoli segnano il passo. Alla prima metà di giugno possiamo già stimare con certezza l’ennesima annata particolarmente difficile per il settore primario dove, in primis, l’ortofrutta deve fare i conti con i danni da maltempo dove le produzioni sono state decimate, in particolare pere e ciliegie ». Cristiano Fini, presidente di Cia-Agricoltori dell’Emilia Romagna, traccia un quadro negativo di una annata agraria contrassegnata una insolita estensione del maltempo.

Quali sono i principali danni?

«Sui cereali incombe l’incognita delle basse quotazioni oltre, ai danni causati dalle condizioni meteo avverse. Anche il settore vitivinicolo, purtroppo, nonostante gli sforzi di ammodernamento e ristrutturazione dei vigneti, sta vivendo una situazione difficile a causa del tracollo dei prezzi su alcuni vini, in particolare quelli comuni. Se ci spostiamo fuori regione, troviamo la medesima situazione con i campi martoriati da allagamenti e grandinate e prezzi di prodotti insostenibili per un settore strategico come il primario».

Sono alcuni anni che i produttori convivono con situazioni climatiche diverse da un tempo, c’è una via d’uscita?

«Contro le avversità atmosferiche si rendono sempre più necessari strumenti di difesa passiva come le assicurazioni, ma non sono assolutamente esaustivi. Di qui l’esigenza, peraltro più volte richiamata, di passare dalle parole ai fatti. Siamo stanchi di sentire da più parti, politica e consumatori, affermare quanto sia importante l’agricoltura italiana se poi non seguono azioni concrete. Il consumatore deve capire il sacrificio e il costo che sopporta l’agricoltura per produrre materie prime ed eccellenze nazionali, e deve essere disposto a riconoscerne il giusto valore se intende continuare ad avere sulle proprie tavole cibi di qualità e salubri».

Talvolta i consumatori sono coinvolti emotivamente da reportage realizzati dai media che enfatizzano situazioni produttive che non rappresentano la maggioranza di imprenditori rispettosi delle regole.

«Infatti. È ora di finirla con gli scoop mediatici, peraltro spesso privi di fondamento e soprattutto di contraddittorio, usati ad arte per screditare un intero settore, che tra i tanti aspetti positivi garantisce a tutti i cittadini di potere fruire un paesaggio unico per la sua bellezza. Legislatori e politici devono aiutare le imprese agricole con azioni concrete, senza nascondersi dietro slogan o propaganda elettorale. In proposito, rispetto alle recenti elezioni europee, sottolineo che molti (anche se non tutti) candidati non sono riusciti nemmeno a fare questo, perché di agricoltura ne hanno parlato in pochi e il dibattito elettorale era incentrato su vicende nazionali che nulla avevano a che fare con Europa e agricoltura».

Cosa si aspettava quindi?

«Avrei voluto ascoltare proposte sulla defiscalizzazione della manodopera per le imprese, e non solo di salario minimo, essendo la Spagna molto più equa di noi in quanto alla applicazione degli oneri contributivi. Nella Penisola iberica questa voce incide per l’11% mentre la percentuale in Italia sale al 23% dove ogni addetto costa 4000 euro in più all’anno rispetto agli spagnoli».

La Spagna è quindi più competitiva?

«È la nazione europea che rispetto a numerosi comparti agricoli ci sta scalzando dai mercati: come, ad esempio i vini generici, l’olio, i suini, pesche e nettarine, perché adotta politiche di settore volte ad abbassare i costi produttivi, oltre ad avere una capacità organizzativa ed aggregativa che noi non abbiamo. Anzi, voglio essere più preciso: azioni che non si vogliamo mettere in campo».

Ricerca, innovazione e sviluppo: si può fare di più?

«Occorre uno Stato che investa sulla ricerca, e non che lasci gli strumenti innovativi in mano alle multinazionali: servono investimenti sulle infrastrutture, sia stradali che digitali, perché su questi fattori il nostro Paese perde competitività, e l’agroalimentare ne fa le spese più di tutti. Infine, tutelare il made in Italy non è sufficiente: occorre esaltarne la qualità e i primati, gli sforzi verso la sostenibilità ambientale e la genuinità, anziché dipingerlo, spesso ingiustamente e miseramente, come un enorme contenitore di prodotti contraffatti».


«L’export vola: superati i 6,5 miliardi»

Cristian Maretti, presidente di Legacoop Agroalimentare Nord Italia

di GIUSEPPE CATAPANO

VOLA L’EXPORT dei prodotti agroalimentari dell’Emilia Romagna. Le ultime rilevazioni parlano di vendite oltreconfine per oltre 6,5 miliardi di euro e una crescita del 3,5%. «L’aumento delle esportazioni – commenta Cristian Maretti, presidente di Legacoop Agroalimentare Nord Italia – è il risvolto più importante per il settore negli ultimi anni, in particolare per alcune filiere. Con i consumi interni in difficoltà, l’export diventa una risorsa fondamentale ». L’auspicio è che alcune dinamiche geopolitiche, «che creano incertezza », non abbiano un impatto negativo. «Intanto – prosegue Maretti – passano gli anni e resta l’embargo alla Russia, che penalizza molto le imprese agroalimentari. Spero si trovi al più presto una soluzione. E sullo sfondo c’è la Brexit, vedremo come evolverà la situazione».

INTANTO c’è la consapevolezza di quanto sia «apprezzato il made in Italy e il made in Emilia Romagna, che dobbiamo continuare a valorizzare». Già, ma come si spiega il successo sui mercati esteri nell’agroalimentare? «Un aspetto positivo – dice il numero uno di Legacoop Agroalimentare Nord Italia – è il ruolo che nella nostra regione si dà alla filiera. Si tratta di un valore aggiunto, tanto che, all’Expo 2015, fu presentato un volume nel quale si evidenziava il ruolo fondamentale della cooperazione per lo sviluppo del sistema agroalimentare. Ecco, abbiamo sempre individuato nella cooperazione una filiera di fatto. Vent’anni fa eravamo soli, oggi l’idea è stata replicata altrove».

NON SOLO. «Qui sono stati utilizzati bene i fondi del Piano sviluppo rurale e le misure per l’ inserimento dei giovani hanno riscosso successo, anche se in gran parte riguardano successioni aziendali. Ma in altre categorie gli stessi tentativi di successione non danno i risultati sperati, mentre nell’agroalimentare si sono rivelati un successo. Detto questo, bisogna continuare a lavorare per inserire i giovani in agricoltura». Anche nella pesca e nell’acquacoltura «la cooperazione è fondamentale. Il Consorzio pescatori di Goro, realtà di riferimento nazionale per la vongola verace, nasce proprio con questa forma. E oggi il consorzio ha un ruolo insostituibile per il quel territorio, anche dal punto di vista sociale».

LEGACOOP Agroalimentare Nord Italia raggruppa in Emilia Romagna oltre 200 cooperative, con 6,6 miliardi di euro di fatturato, 14.800 occupati e 49mila rapporti associativi. «Il contesto della nostra regione – ragiona Maretti – è senz’altro positivo. Eppure, nel settore agroalimentare, non mancano le sfide per fare ancora meglio. Dal punto di vista imprenditoriale, in particolare per alcune filiere, si può crescere in termini di aggregazioni nonostante un livello già buono. Il dimensionamento ottimale è un fattore quando si vuole competere in un mercato globale, ma lo è anche per mercati più piccoli e locali: molte coop non hanno una dimensione adeguata per arrivare in nuovi mercati, anche vicini, e che potrebbero raggiungere ». Fare squadra, quindi. Anche a livello politico. «Per noi è importante che ci sia unità d’intenti, perché il settore agroalimentare ne ha bisogno. Pensiamo alla pesca e al distretto del Nord Adriatico: il livello alto di collaborazione istituzionale, in regioni che tra l’altro hanno un colore politico diverso, si è rivelato molto utile».


«La politica favorisca le aggregazioni»

Carlo Piccinini, presidente regionale di Confcooperative Fedagripesca

di GIUSEPPE CATAPANO

I NUMERI, prima di tutto. Positivi. La cooperazione agricola emiliano-romagnola è in salute, stando ai dati di Confcooperative Fedagripesca regionale: la federazione che raggruppa le 425 cooperative dei settori servizi agricoli, forestale, lattiero-caseario, vitivinicolo, ortofrutticolo, zootecnico e pesca conta oltre 55mila soci (dato 2018, +0,5%), con un fatturato che cresce a parità di aziende (9,7 miliardi di euro, +6,3%) e oltre 18.700 occupati (+0,8). «Il 2018 – ragiona Carlo Piccinini, presidente di Confcooperative Fedagripesca Emilia Romagna – è stato un anno positivo per diversi settori, dal vino al lattiero-caseario con il Parmigiano Reggiano. Più in difficoltà la frutticoltura, comparto che nei primi mesi del 2019 ha dovuto fare i conti con problemi climatici non indifferenti ».

OLTRE la metà delle produzioni regionali nei settori vitivinicolo, lattiero-caseario e ortofrutticolo viene dalle cooperative: solo per il vino, ad esempio, le coop pesano per il 77% in regione, con circa 20mila soci viticoltori. «Vuole dire che in Emilia Romagna è stato svolto un ottimo lavoro. Ma attenzione – sentenzia Piccinini – guai ad adagiarsi: rispetto ad altri territori siamo ancora piccoli, e parlo dell’Italia in generale. Bisogna quindi fare di più in termini di aggregazioni, facendo sistema per essere competitivi. La Spagna ha creato distretti molto forti che generano notevoli vantaggi competitivi. La cooperazione emiliano-romagnola è avanti. Ma c’è chi ha fatto ancora meglio ».

PAROLA d’ordine, aggregazione. Confcooperative Fedagripesca rivendica la necessità di promuovere iniziative per favorire tale processo. «La politica – ammonisce il presidente – deve spingere in questa direzione, premiando chi fa rete. Serve per approdare nei mercati di tutto il mondo e soprattutto per competere con un mondo della distribuzione che si fa sempre più aggregato: servono imprese forti, capaci di rispondere alle richieste dei clienti in termini di volumi, qualità, efficienza e logistica ». A proposito di mercati esteri, «l’embargo russo si è rivelato devastante per le nostra aziende, perché ha penalizzato le produzioni ortofrutticole e lattiero-casearie. Speriamo che si trovi al più presto una soluzione».

ANCHE perché l’agricoltura emiliano- romagnola vive di export. Gli accordi bilaterali – come il Ceta per il Canada e il Jefta con il Giappone – sono visti in chiave strategica: favoriscono le esportazioni dei prodotti agroalimentari che intanto risentono del rallentamento dei consumi sul mercato interno.

«PERSONALMENTE – dice Piccinini – sono sempre stato favorevole a questi tipi di accordi proprio perché dobbiamo vivere di export. Tutto ciò che può aiutarci ad aprire i mercati serve. Guardiamo al Canada: la tanto temuta invasione di frumento canadese non c’è stata, mentre prodotti come il Parmigiano Reggiano ne hanno tratto beneficio. Con il Jefta sono stati azzerati dazi che non erano alti, ma che hanno permesso a tante aziende di puntare sul Giappone mentre prima guardavamo altrove». Quindi, «tutto ciò che toglie barriere fa bene. Abbiamo una base agricola esperta per competere sui mercati internazionali. Ma le regole devono essere uguali per tutti ».

SE DA un punto di vista commerciale la sfida è quella delle aggregazioni, «l’altra grande partita da vincere è quella di uno sviluppo sostenibile con produzioni a impatto ambientale sempre più basso. Se sono fiducioso? Un imprenditore deve esserlo. Siamo in una regione attrezzata per le sfide del futuro, non dobbiamo sederci sugli allori».