«Ci prepariamo alle auto del futuro»

Gamberini (Sva Spa): «Sfide importanti, nei prossimi anni mercato rivoluzionato»

GIANMARCO Gamberini è l’amministratore delegato di Sva Spa, concessionaria di auto a Ravenna da oltre 65 anni. L’azienda nasce nel 1953 con l’acquisizione del marchio Fiat e il nome di Sva, acronimo di Società vendita automobili, ma è nel 1964 che fa il proprio ingresso nel gruppo Giuliano Gamberini per dare continuità all’attività aziendale, acquisendo marchi come Alfa Romeo, Lancia e Abarth e rilevando rami d’azienda già presenti sul mercato automobilistico ravennate.

I Gamberini sono alla terza generazione e con la quarta già in azienda, che ad oggi gestisce il reparto vendita di Volkswagen: cos’è rimasto di questa lunga tradizione oggi, mentre siete proiettati verso il futuro?

«Innanzitutto è rimasta la famiglia, il legame col territorio e la passione per il motorsport che in questi 65 anni è sempre cresciuto. Prima avevamo solo il marchio Fiat, oggi nove marchi e questo ha contribuito a rafforzare il legame con la città, come punto di riferimento per la mobilità 3.0».

Intorno al 2006 è esplosa la crisi del mercato dell’auto. La vostra concessionaria, da questa situazione, è invece uscita rafforzata. Ce ne può parlare?

«Dopo la rottamazione nel 2010, è cominciata una grande crisi nel settore che ha ridotto i concessionari da 4.000 a 1.500. Noi abbiamo intrapreso una strategia di crescita e di espansione sulla regione Romagna, negli ultimi cinque anni abbiamo aperto tre sedi e modificato gli standard in quasi tutti i nostri centri».

Qual è il segreto per unire passato e futuro?

«La nostra filosofia è questa: unire 65 anni di territorio con le sfide della tecnologia. E con un cliente che cambia sempre di più».

Offrire ai clienti servizi sempre più personalizzati è fondamentale?

«Assolutamente sì: non siamo più rivenditori di ‘ferro’, ma fornitori di servizi. Il cliente oramai dà per scontata la qualità dell’auto, non chiede solo di comprare un mezzo, ma una gamma di servizi che va dalla formula di acquisto più consona alle sue caratteristiche, al noleggio, al seguirlo in tutti i processi al post-vendita».

Come si affronta?

«Oggi dobbiamo essere consulenti totali del cliente, prima e dopo l’acquisto. Se non siamo in grado di fare questo, siamo destinati a una rapida estinzione».

Cosa vi manca?

«Qui da noi abbiamo tutto quasi a 360 gradi, l’ultimo tassello che colmeremo entro il 2020 sarà integrare un’agenzia pratiche interna, in maniera tale da far uscire il cliente con l’auto e la targa nuova direttamente in giornata».

Una volta, fuori dai concessionari, c’era la fila appena usciva un modello nuovo. Com’è cambiato nel tempo il vostro lavoro?

«Sicuramente è finita l’epoca del porte aperte, oggi l’affluenza all’interno degli show room è calata drasticamente e questo è dovuto soprattutto a internet, che permette di informarsi direttamente senza il bisogno di dover passare più volte dalle nostre sedi».

Questo cosa significa?

«Quando il cliente viene da noi è già informato, la differenza sta nel capire le sue esigenze e in base a questo offrirgli i servizi più adeguati. Il primo contatto oggi è sicuramente online e questa è una variante fondamentale».

Quale futuro vede per il mercato?

«Sul lato della distribuzione ci sarà un’ulteriore selezione dei concessionari. Da fuori non sembra, ma gli investimenti sono richiesti e anche molto alti».

Ci dica di più.

«Il nostro lavoro richiede una enorme professionalizzazione e l’introduzione di manager atipici rispetto al solito, come controllori di gestione, ingegneri informatici, operatori della logistica e un reparto web dedicato con tre o quattro persone almeno».

E sul fronte dell’auto?

«Ci saranno sfide importanti e nei prossimi cinque o sei anni avremo in atto un ripensamento totale: il cambiamento dal motore termico all’ibrido ed elettrico, che rivoluzionerà completamente il mercato».

Voi che visione avete?

«Il cliente vorrà un’auto sempre più connessa con tutti i suoi dispositivi. Ma la novità vera, dal mio punto di vista, sarà autonoma. Sto parlando del momento preciso in cui il guidatore diventerà passeggero. L’Europa sta spingendo molto sull’impatto ambientale, con i costruttori che si stanno allineando, la tecnologia sta volando e la direzione ormai è stata presa ».

Francesco Moroni


Berardi Bullonerie, un mondo dietro la vite

L’azienda fornitrice di sistemi di fissaggio ha recentemente spento cento candeline

di GABRIELE TASSI

QUELLA ferramenta di quartiere nel cuore di Bologna; inizia così la storia di chi s’è fatto grande. Lo spirito di ‘Berardi Bullonerie’ però è sempre lo stesso, dal lontano maggio del 1919. Cent’anni fa un piccolo negozio a due passi da piazza Maggiore, e oggi un colosso nella fornitura di sistemi di fissaggio, i cosiddetti ‘fasteners’. Già, quattro generazioni di Berardi hanno tirato su l’azienda per un secolo, ma la ‘pasta’ non è cambiata affatto. Quella tradizione, quell’attenzione al cliente non è stata dimenticata, e l’entusiasmo per le sfide del futuro è sempre lo stesso di chi pensa in grande. La vera impennata però è arrivata negli ultimi dieci anni; il primo tassello? L’apertura del magazzino di Reggio Emilia, la prima di una rete di 16 filiali sparse per tutta la Penisola, tutte collegate informaticamente in tempo reale alla sede centrale di Castel Guelfo, nel bolognese.

«IL NOSTRO lavoro – spiega il presidente Giovanni Berardi – è infatti spalmato al 95% sul mercato nazionale. Negli anni abbiamo saputo assecondare i cambiamenti del nostro settore reinventandoci fino ai tempi moderni». È vinta quindi anche la sfida col 4.0. Un ‘appiglio’ afferrato a due mani, che ha visto nascere un laboratorio di controllo qualità in azienda: un’avveniristica struttura attrezzata con i più sofisticati strumenti di misura, che certifica la piena qualità di tutti i prodotti forniti. Altro punto di forza sono i servizi di logistica integrata, nello specifico i sistemi Kanban e Kanban Up che vengono installati sulle linee di montaggio dei clienti per automatizzare le richieste di approvvigionamento eliminando l’intervento e il costo delle persone dedicate a questa attività.

IL TUTTO è monitorabile tramite un portale web dedicato e un’app per smartphone appositamente sviluppata. Dietro una vite c’è un mondo in effetti, «bulloni e rivetti sono considerati beni poco costosi, ma sono solo il risultato di un lungo processo di gestione, che cela dei costi ‘sommersi’ – aggiunge Berardi -; costi che noi andiamo ad abbattere, rivolgendoci direttamente alle imprese e non ai rivenditori. Il nostro obiettivo diretto è infatti l’industria, una tipologia di clientela che ha bisogno di dialogare direttamente con un fornitore affidabile e puntuale, e per il quale creiamo specifiche soluzioni su misura». Tanto per citarne qualcuno, nella ‘rubrica’ da ottomila voci di Berardi Bullonerie, ci sono nomi di un certo calibro, come, per esempio, Lamborghini, Sacmi, Gd, Ima, Marchesini e Bonfiglioli, per i quali Berardi rifornisce anche le sedi estere.

CRESCONO anche i numeri del gruppo: con 3 acquisizioni negli ultimi 3 anni, l’azienda conta complessivamente oltre 260 dipendenti, 150mila referenze sempre pronte in stock, più di 3,5 miliardi di pezzi consegnati all’anno, oltre a un fatturato consolidato di 75 milioni di euro. Ma il passo fondamentale è stato l’allargamento capillare sul territorio, «fatto di tanti piccoli magazzini collegati alla sede centrale, per essere più vicini ai clienti. Oltre a questo – prosegue il presidente -, abbiamo cercato di allargare il più possibile la gamma dei nostri prodotti ad articoli similari alle viti, come per esempio le molle, i raccordi, i Dpi e i fissaggi plastici. In questo modo il cliente può rifornirsi da noi, dalla A alla Z, sentendosi coccolato e servito al 100% e inizia a risparmiare riducendo il numero dei fornitori da gestire». C’È poi il capitolo futuro, che sembra essere sempre più orientato all’espansione sui mercati internazionali, già avviata con le due rappresentanze: un ufficio ‘esplorativo’ in Croazia per sondare eventuali punti di attracco nell’Europa dell’est; e la nuova società controllata del Gruppo in Marocco, la Berardi Maroc.


«Le nostre etichette amiche dell’ambiente»

Le tecnologie di T-Trade Group dimezzano la carta utilizzata: «E puntiamo a eliminarla»

NATA nel 2005 a Padova, dove ha la sede legale e commerciale e una parte di produzione, la T-Trade Group è presente anche a Falconara Marittima con una sede produttiva e a Milano con una struttura commerciale. Occupa una trentina di dipendenti. Nel 2018 ha fatturato 8 milioni e ha un trend di crescita del 22%.

Enrico Friziero, ceo di T-Trade Group, di che cosa vi occupate?

«T-Trade Group nasce da una tecnologia che ho contribuito nel 1989 a portare in Italia dagli Usa, il trasferimento termico: la possibilità di stampare dati variabili e barcode su tutti i supporti possibili. Nel 2009 abbiamo iniziato a progettare, sviluppare e produrre soluzioni di stampa su cui abbiamo otto brevetti e questa tecnologia che abbiamo sposato in una logica di forte sostenibilità: la tecnologia linerless, cioè la stampa senza l’ausilio di un liner. Così abbiamo dimezzato l’utilizzo della carta. Oggi l’utilizzo di un cliente di un’azienda medio-grande di carta per etichette potrebbe essere di 3-400 alberi. Togliendo metà della carta penso che abbiamo fatto qualcosa d’importante. Ora stiamo andando oltre, con una tecnologia che pensiamo di presentare al Cibus Tec di Parma a ottobre: stamperemo su un film compostabile, con un’eliminazione del 100% dell’utilizzo della carta».

Come vi muovete in ottica di Industria 4.0?

«Da tre anni portiamo avanti con il Politecnico delle Marche una parte di ricerca e sviluppo, all’università la nostra tecnologia è piaciuta molto. La parte della sostenibilità, la parte predittiva di assistenza tecnica, l’innovazione stessa delle macchine ci hanno portati alla certificazione Industry 4.0 delle nostre macchine».

Quali sono le maggiori sfide per chi punta a nuove soluzioni come voi?

«Questa è un’azienda molto appassionata a ricerca e sviluppo. Però dobbiamo anche combattere con un mondo che fatica a modificarsi. Abbandonare la classica tecnologia di etichetta che sopravvive da 40 anni non è così semplice. Siamo convinti che quanto fatto e stiamo per fare porterà a un notevole cambiamento nelle abitudini quotidiane ».

Come si lavora alla ricerca e sviluppo in un’azienda da 30 dipendenti?

«Dico sempre che siamo poco più di una bottega. Si fa con una grande volontà d’animo e con tante ore di lavoro e con la fortuna di aver trovato i collaboratori giusti. In questo caso devi attorniarti di figure di alto livello. E senza dubbio collaborare con quelle entità che possono portarti un grande valore aggiunto, il Politecnico delle Marche è uno di questi. Poi ci vuole un animo verde, questa cultura e mentalità legata al green in qualche maniera è sempre stata la nostra filosofia. Siamo pochi, ma con l’idea che si possa cambiare il mondo ».

Che profili lavorativi cercate?

«Oltre ai dipendenti abbiamo altrettanti collaboratori, intorno all’azienda ruotano una sessantina di persone. I profili sono principalmente ingegneristici. Però cerchiamo fondamentalmente di avere sempre la persona giusta al posto giusto».

Quando sarà pronta l’etichetta compostabile?

«Potremmo andare in produzione verso fine anno, siamo molto curiosi di capire come il mercato percepirà questo cambiamento».

L’innovazione come ha cambiato il vostro modo di lavorare?

«Gli investimenti sono stati tanti, sia in tempo che in denaro. Oggi ad Ancona siamo su quasi 4.000 metri quadrati. Questo è stato uno degli ultimi investimenti fatti: spazi, struttura e organizzazione sono indispensabili per riuscire a ottenere i risultati che si vogliono ottenere ».

Come state evolvendo a livello occupazionale? E come pensa cambierà l’occupazione nell’Industria 4.0?

«Noi stiamo continuando ad assumere, perché cresciamo di fatturato del 22% all’anno. Non so quanto l’Industria 4.0 porti via lavoro a chi la utilizza. Ho qualche dubbio a riguardo, sono convinto che molto probabilmente dovranno cambiare figure e mansioni di riferimento ».

Quali sono i progetti futuri?

«Stiamo lavorando su più fronti, tra cui una app che interesserà pesantemente lo spreco alimentare. Su questo stiamo discutendo anche con il Banco Alimentare. Sostanzialmente sarà in grado in maniera automatica di informare per tempo della scadenza dei prodotti dentro la dispensa e in quel momento si potrà anche essere in grado di inviare una comunicazione al Banco Alimentare. Serve però un apporto di natura legislativa».

Riccardo Rimondi