Cpr System, packaging verde

Monica Artosi: «Con il riutilizzo e la circolarità diminuiscono i rifiuti immessi nell’ambiente»

Cpr System, l’azienda di Gallo in provincia di Ferrara leader italiana degli imballaggi in plastica a sponde abbattibili, è da sempre proiettata sui temi della sostenibilità ambientale e mai come ora questi argomenti sono all’ordine del giorno. L’Unione Europea sta procedendo velocemente alla messa a punto di normative e regolamenti che non solo metteranno al bando, nel 2021, tutta la plastica monouso ma che andranno a favorire e implementare in misura significativa il riutilizzo della plastica che è il modello produttivo di Cpr System. La circolarità del processo produttivo di Cpr System oggi rappresenta un punto di riferimento, non solo nazionale, all’interno del dibattito sulla plastica. I dati riportati da una ricerca di Cso Italy mettono in luce il ruolo chiave del sistema Cpr nella grande distribuzione italiana, con una progressiva crescita dell’uso degli imballaggi riutilizzabili, rilevata sul campione dei soci di Cso Italy, che è passata da un’incidenza percentuale del 48,7% nel 2011 al 55,5% del 2018. «La crescita costante di Cpr System – dichiara il direttore generale Monica Artosi (nella foto) – conferma che la strada del riutilizzo e della circolarità che stiamo perseguendo è quella giusta perché, oltre ad essere vantaggiosa per gli operatori, determina una sensibile riduzione dell’immissione di rifiuti nell’ambiente». L’inquinamento ambientale infatti si riduce quando diminuiscono i rifiuti, di qualsiasi materiale siano, secondo la regola delle tre ‘R’: ridurre, riciclare, riutilizzare. Il dibattito acceso sulle plastiche e le nuove normative Ue che vietano il monouso confermano che occorre promuovere e sostenere il riutilizzo. Non sono tanto le 310 milioni di tonnellate di plastica prodotta che preoccupano, quanto gli 8 milioni di tonnellate di plastica che ogni anno finiscono negli oceani come attestano i Proceeding of National Accademy of Science. Cpr nasce proprio per evitare l’emissione di rifiuti nell’ambiente, propone e promuove un modello circolare di gestione che oggi, dopo vent’anni, è quanto mai d’attualità. Le casse dedicate all’ortofrutta sono realizzate con il 50% di granuli di plastica vergine e il restante 50% con granuli di plastica riutilizzata. Le casse per la carne e per il pesce invece sono realizzate solo con granuli di plastica vergine. L’intero processo di produzione e gestione delle casse ottimizza l’impronta di carbonio, riduce il consumo di risorse naturali, abbatte le emissioni di carburante, limita i rifiuti. «Oggi – spiega Artosi – stiamo lavorando su ricerca e sviluppo. Vorrei mettere in evidenza un aspetto che ritengo debba diventare sempre più importante nella gestione di un modello di riutilizzo come quello di Cpr System ed è la comunicazione al consumatore ». Insomma, raggiungere gli utilizzatori finali è sempre più importante: «In questo momento c’è una grande sensibilità sulle scelte di packaging ed è fondamentale rendere percepibile il valore di una cassetta che viene sempre riutilizzata, limita i rifiuti nell’ambiente, favorisce il libero servizio e, a fine vita, non va certamente ad inquinare i mari ma ritorna a nuova vita per sempre».


Il colosso ferrarese che riunisce le aziende della gdo

La coop da oltre mille soci in continua crescita

Nel corso del 2019 le movimentazioni hanno raggiunto i 140 milioni solo per l’ortofrutta

Nata 21 anni fa a Ferrara, Cpr System è una cooperativa con 1.000 soci rappresentanti dell’intera filiera dell’ortofrutta italiana dalla produzione ai servizi, trasporti e distribuzione. Sono associate a Cpr System le principali insegne della grande distribuzione organizzata italiana e le principali aziende di produzione di ortofrutta. Sull’intero territorio nazionale sono distribuiti quattro centri di lavaggio e dieci centri di deposito per garantire una gestione capillare ed efficiente degli imballaggi in tutta Italia. Sul mercato estero, ad oggi, Cpr gestisce due centri di deposito in Spagna. Per la gestione operativa di tutti i centri di lavaggio si avvale di Fclog, una società di servizi specializzata. Cpr System è in continua crescita: nel 2019 le movimentazioni hanno raggiunto i 140 milioni per l’ortofrutta, 9 milioni per le carni (per ora solo carni rosse a cui presto si aggiungeranno le carni di suino e le carni bianche e 1 milione di movimentazioni annue per il pesce, ancora in fase di test. CPR System dispone inoltre di pallet in legno e in plastica, bins e minibins. Le movimentazioni dei pallet in legno hanno raggiunto quota 6,8 milioni su base annua.


«Con la filiera di proprietà il belpaese è in tavola»

Tempo di bilancio per il gruppo agroindustriale Bonifiche Ferraresi
a un anno dal debutto nella Gdo con il marchio ’Le Stagioni d’Italia’

Bonifiche Ferraresi (Gruppo BF) è un gruppo agroindustriale quotato in borsa con quartier generale a Jolanda di Savoia (Ferrara), che presidia le filiere 100% made in Italy “dal seme allo scaffale”. “Le Stagioni d’Italia – La grande agricoltura italiana” è il marchio ombrello, lanciato nel maggio 2018 a CIBUS, che riunisce oggi sei categorie di prodotto distribuite alla Gdo: pasta, riso, tisane, legumi e cereali, miele e olio. E proprio le peculiarità della linea di prodotti sono l’asso nella manica che Antonio Posa, direttore commerciale e marketing di Bonifiche Ferraresi dal 2018, può giocare nell’ambito dello sviluppo del piano industriale e di commercializzazione di “Le Stagioni d’Italia”.
Quali sono i risultati a meno di un anno dal lancio del brand?
«I risultati sono incoraggianti – spiega Posa (foto, a destra) –. In particolare pasta e riso, categorie immesse in distribuzione per prime alla fine dell’anno scorso, hanno già raggiunto rispettivamente il 40 e 30 di DP (distribuzione ponderata). Per le altre inserite più di recente – come tisane, legumi, miele – è ancora presto per un bilancio. Per ora siamo arrivati a coprire sei categorie, con un lancio ogni due mesi, ma la marca è nuova ed è un po’ come un bambino che muove i primi passi».
In quale scenario competitivo si inserisce questa proposta e su cosa punta per affermarsi?
«Nello scenario del largo consumo confezionato (LCC) che in Italia oggi è, lo sappiamo, difficile, tra sovraffollamento a scaffale, catene della Gdo in sofferenza, discount che avanzano. In questo quadro però, la proposta di BF Agro-Industriale aggiunge al panorama distributivo una innovazione di processo, derivante da una filiera integrata, tracciata e di proprietà: a partire dalle sementi attraverso l’acquisizione di SIS, Società Italiana Sementi, leader in Italia della produzione sementiera autoctona, impegnata nel recupero di varietà antiche come il grano Senatore Cappelli scelto per le nostre paste».
Quali sono le peculiarità del ma chio ’Le Stagioni d’Italia’ e le categorie che va a coprire?
«Le caratteristiche si possono riassumere nei concetti di italianità e salubrità che si esprimono in una logica di gestione e controllo dell’intera filiera. Ed elemento distintivo è la provenienza della materia prima esclusivamente dai terreni di Bonifiche Ferraresi».
A che tipo di attività marketing viene affidata la comunicazione e in rapporto a quali valori importanti per il consumatore?
«Presidiamo i vari canali di comunicazione come la tv, la stampa, i social media e stiamo affrontando il tema del presidio del punto vendita. Abbiamo avviato nei mesi scorsi una campagna digital e siamo stati in televisione con un progetto su Rai 1 legato a Linea Verde intitolato “Storie in bicicletta” per raccontare la realtà agricola di Bonifiche Ferraresi, il marchio ’Le Stagioni d’Italia’, le quattro tenute in Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna, gli impianti produttivi e gli oltre 350 addetti».
Qual è l’impatto ambientale del modello agricolo di BF?
«Adottiamo un modello detto di precision farming che comporta una grande attenzione verso l’ambiente, dal controllo delle acque all’utilizzo oculato dei fitofarmaci, alla rotazione stagionale dei terreni e delle coltivazioni e che ci vede per questo partner di Legambiente. A questo si aggiunge l’utilizzo nei nostri impianti di energia da fonti rinnovabili come quella solare».
Quali saranno i fronti di sviluppo nel breve-medio periodo?
«Stiamo lavorando ad un ulteriore ampliamento di portafoglio prodotti per l’anno prossimo ed allo sviluppo di una nuova categoria. Stiamo valutando inoltre lo sviluppo all’estero in modo selettivo. In que sto la priorità rimane la Gdo più qualificata, senza entrare nel discount. Inoltre stiamo muovendo i primi pas si anche nell’Ho.Re.Ca. dove c’è esigenza di prodotti specifici».


Il punto del direttore della società

«Con IBF Servizi strategie su misura per ogni azienda»

Francesco Pugliese: «L’agricoltura di precisione consente di eseguire interventi colturali nel momento ottimale per il terren

Chi è IBF Servizi?
«IBF Servizi S.p.A. nasce nel luglio del 2017 dalla partnership tra Bonifiche Ferraresi, la più grande azienda agricola italiana e Ismea per erogare servizi completi di agricoltura di precisione, rendendoli accessibili alle aziende agricole di tutte le dimensioni – spiega Francesco Pugliese, direttore IBF servizi e area Ricerca e sviluppo –. L’agricoltura di precisione è difatti una strategia gestionale che avvalendosi di moderne strumentazioni e tecnologie consente di “fare la cosa giusta, nel posto giusto al momento giusto”. Questo progetto si rafforza grazie all’ingresso nella compagine societaria di due nuovi soci nel 2019, E-Geos leader nel business geospaziale ed A2A Smart City attiva nel campo sensoristica ».
Come opera sul mercato?
«IBF eroga servizi a seconda del contesto aziendale individuando le migliori soluzioni per ciascun cliente: iniziando con la georeferenziazione dei terreni e mappatura dei suoli, si prosegue con la fornitura di mappe di prescrizione per semina e concimazione (con possibilità di applicazione a rateo variabile) e all’utilizzo di immagini satellitari (ottenute da droni e/o satellite) per l’elaborazione di mappe di vigore fondamentali per monitorare lo stato vegetativo delle colture. Vengono inoltre utilizzati sistemi di supporto alle decisioni per la difesa da agenti patogeni e sensori prossimali per ottimizzare il piano di irrigazione».
Perché IBF Servizi?
«Il modello IBF utilizza metodologie validate scientificamente basate su un approccio sistemico che coniuga la conoscenza agronomica classica, ottenuta attraverso l’esperienza con Bonifiche Ferraresi, con le più moderne tecnologie presenti sul mercato, in modo da efficientare i processi produttivi». Inoltre la società si è dotata di un comitato scientifico formato da università italiane ed estere per essere sempre all’avanguardia sulle principali innovazioni che emergono nel settore, validare scientificamente i modelli agronomici fornendo così ai propri clienti le migliori soluzioni disponibili sul mercato».
Qual è il valore aggiunto di IBF Servizi? Come si declina ne ’Le Stagioni d’Italia’?
«Il modello IBF permette di favorire la diffusione dei principi dell’agricoltura di precisione in favore di aziende agricole di tutte le dimensioni per migliorarne la competitività aziendale con riduzione dei costi, miglioramento della qualità della produzione e innalzamento degli standard per impatto ambientale. Il brand “Le Stagioni d’Italia”, in tutta le sue articolazioni, rappresenta la sintesi finale di un prodotto frutto di un processo agronomico “di precisione” che oltre a garantire al consumatore finale un prodotto con caratteristiche organolettiche di elevata qualità, assicura la massima attenzione verso l’ambiente. La digitalizzazione del dato completa infine il processo di tracciabilità e trasparenza della filiera: tutti i dati raccolti sono resi disponibili attraverso una piattaforma informatica fruibile al produttore, al trasformatore e al consumatore.


Aceto balsamico di Modena, intesa storica: patto tra Dop e Igp

I due consorzi uniti sui temi della vigilanza e della valorizzazione per una visione di lungo periodo. Il protocollo è frutto di un percorso costruito negli anni per un prodotto dalle origini millenarie

Un importante protocollo d’intesa, un accordo storico, che di fatto nasce dalla volontà di rafforzare, istituzionalizzandola, l’azione comune di due realtà consortili rappresentative di prodotti d’eccellenza, attraverso il dialogo, la condivisione e la collaborazione fino ad oggi lasciata alla spontaneità. Una chiara espressione della volontà di condividere strategie ed operatività. Questa è la motivazione principale che ha portato i due consorzi dell’Aceto Balsamico di Modena IGP e dell’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP a siglare questa intesa strategica per affrontare la complessità crescente dei mercati ed offrire risposte efficaci a livello di tutela, comunicazione e promozione dei prodotti in questione valorizzandone la radice comune, le differenze intrinseche e la complementarietà funzionale. Una modalità che enfatizza l’importanza della valorizzazione del territorio come “sistema” e come rete di relazioni istituzionali, politiche e commerciali. «Fino ad oggi– spiega il direttore del Consorzio di Tutela Aceto Balsamico di Modena, Federico Desimoni – la collaborazione operativa ha coinvolto soprattutto alcune attività di tutela legale delle nostre denominazioni. A questo punto, il lavoro potrà essere approfondito e allargato coinvolgendo altri aspetti dell’attività istituzionale di entrambi i Consorzi: attività di vigilanza, comunicazione e valorizzazione, azioni “educational” e di informazione, pubbliche relazioni e rapporto con i media. Gli aspetti della trasparenza del mercato, della correttezza della concorrenza e della comunicazione verso il consumatore e dell’eticità degli operatori commerciali costituiscono alcune delle priorità condivise su cui si svilupperà l’azione comune». Non solo operatività intra-consortile, ma pure azioni di marketing territoriale e di cultura del prodotto, a partire dalla gestione congiunta dello spazio “Le Terre del Balsamico” presente a FICO – primo parco agroalimentare italiano – in cui è possibile conoscere e degustare entrambi i prodotti modenesi, per continuare con lo sviluppo di iniziative annuali e contest quali “Acetaie Aperte” e altri momenti dedicati al territorio e alla cultura del “Balsamico”. «Il protocollo è frutto di un lungo percorso costruito negli anni – aggiunge Desimoni – i due Consorzi modenesi hanno già avviato da tempo una collaborazione, che si è fatta man mano più intensa. Durante l’ultimo anno – continua – ci siamo resi conto che, per aumentare l’efficacia delle azioni intraprese di concerto, era necessario creare un contesto operativo più strutturato individuando soprattutto un soggetto che fungesse da “think tank” del settore in questo senso, attraverso l’accordo, abbiamo istituito un comitato di coordinamento, che sarà il luogo dove verranno decise le strategie e le azioni comuni». Tale Comitato di Coordinamento, in cui i Presidenti e i Vice-Presidenti dei due enti si potranno confrontare con regolarità, avrà come Presidente per il primo biennio Enrico Corsini, attuale Presidente del Consorzio di Tutela dell’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena. Se dal punto di vista strategico l’intesa tra i due Consorzi modenesi si presenta come una novità, dal punto di vista culturale la scelta da essi operata si mostra fedele e coerente alla storia di questi prodotti, iniziata circa mille anni fa e rimasta per più di sette secoli storia comune. Infatti, è solo negli ultimi duecento anni, che le strade delle due denominazioni iniziano a separarsi per intraprendere percorsi paralleli che hanno portato al riconoscimento e alla valorizzazione delle individualità, delle differenze e della complementarietà. Oggi, il messaggio unitario che esce dalla formalizzazione di questa intesa, avrà inevitabilmente effetti positivi sul comparto e si presenta come un esempio di imprenditoria illuminata. «Il messaggio che vogliamo dare – riprende il direttore del Consorzio di Tutela dell’Aceto Balsamico di Modena – è di unità nella diversità, di differenziazione e collaborazione, di massima trasparenza e di disponibilità ad offrire al mercato la ricchezza poliedrica che solo un grande territorio come quello modenese è capace di esprimere ». Unire, dopo tanti anni, la Dop e l’Igp dell’Aceto Balsamico può infatti davvero rappresentare un valore aggiunto per tutto il settore, ancorché per la promozione del territorio. Con questa operazione, infatti, può potenzialmente crescere la forza contrattuale nell’ambito della tutela, oltre che nazionale anche internazionale. Ed essere “politicamente” più forti e strutturati significa anche avere maggiori opportunità per tutelare il valore economico del prodotto e dunque la ricaduta economica sul territorio stesso. L’intesa nata tra i due Consorzi del Balsamico modenese, è dunque considerata come l’evoluzione naturale di una collaborazione nata prima sul campo che sulla carta. Mantenendo ciascuno la propria identità pur condividendo obiettivi e strategie. Fin da subito, entrambi i Consorzi hanno agito nella consapevolezza della necessità di conservare le loro diversità e quello in atto non sarà quindi un processo di “fusione” né tantomeno di “confusione”, bensì di condivisione in una logica di complementarietà in cui le diversità non sono un ostacolo, ma una risorsa per tutti. Proprio per questo motivo, il percorso non è stato banale, perché si è dovuto trovare un modo per salvaguardare e valorizzare le identità dei due prodotti.


IN PILLOLE

Le tappe della svolta

Dagli albori della collaborazione all’esperienza a Fico

1. A Fico
Tra le azioni di marketing territoriale e di cultura del prodotto rientra la gestione congiunta dello spazio “Le Terre del Balsamico” presente a Fico, il primo parco agroalimentare italiano, in cui è possibile conoscere e degustare entrambi i prodotti modenesi
2. Gli eventi
Insieme i due consorzi organizzano iniziative annuali e contest quali “Acetaie Aperte” e altri momenti dedicati al territorio e alla cultura del “Balsamico”
3. Le origini
Correva l’anno 2002 quando i due consorzi costituirono l’Acetaia d’Italia e organizzarono insieme per la prima volta l’Anno del Balsamico


Patate, la campagna di Selenella per crescere con i nuovi prodotti

Il Consorzio patata italiana di qualità punta a guadagnare altri spazi affidandosi alla comunicazione. «Il 2019 è stato positivo dal punto di vista commerciale, anche con le cipolle, e siamo ottimisti per il 2020»

A sette anni dalla nascita del Consorzio Patata italiana di qualità, la scelta consortile si rivela vincente, permettendo di difendere più efficacemente gli interessi dei singoli soci, la qualità e il valore della produzione. Il Consorzio Patata Italiana di Qualità è oggi una società consortile a responsabilità limitata che annovera 10 soci tra cui una organizzazione bolognese di produttori di patate; i restanti nove soci – due cooperative e sette commercianti privati – si occupano della commercializzazione su scala nazionale, coordinata dal Consorzio. Selenella, che vanta un posizionamento premium, detiene la leadership nel segmento delle patate confezionate, in crescita negli ultimi anni, avendo raggiunto il 17% di quota a valore sul segmento. È la marca di patate confezionate più diffusa sul territorio italiano ed è la prima nel ricordo degli italiani con il 92,2% di brand awareness, ottenuta come somma di un 46,7% di Top of Mind, un 33,7% di ricordo spontaneo e un 11,8 % sollecitato. Selenella viene prodotta principalmente nel territorio bolognese, i cui terreni argillosi e fertili hanno contribuito a rendere la provincia particolarmente vocata alla coltivazione della patata, facendolo diventare uno dei territori più attivi e organizzati in Italia nella promozione e valorizzazione della patata. Le tecniche della produzione integrata, rivolte alla tutela ambientale e della salute umana, che limitano al minimo l’utilizzo di prodotti chimici di sintesi come fertilizzanti ed antiparassitari, conferiscono un ulteriore valore aggiunto alla produzione di Selenella. Tra i punti di forza c’è la tracciabilità di filiera, consultabile anche online: le patate sono seguite con cura in ogni momento del percorso produttivo, dalla coltivazione al packaging. Il consumatore può facilmente ripercorrere tutte le fasi della filiera, dalla produzione della materia prima fino alle fasi di confezionamento e distribuzione, semplicemente su Internet. «Il 2019 è stato un buon anno, molto positivo – spiega Giacomo Accinelli, responasbile agronomico del Consorzio – principalmente per le patate. L’inserimento dei nuovi prodotti, tra cui le cipolle, è andato abbastanza bene dal punto di vista commerciale e quindi siamo ottimisti per il 2020». Un 2020 che il consorzio si prepara ad affrontare anche puntando molto sulla comunicazione, per crescere ancora puntando anche su nuovi prodotti come la patata Rosè, le carote, le cipolle bianca, gialla e rossa. Tutte referenze, queste, che prenderanno vita nella nuova campagna di comunicazione di Selenella. Obiettivo, spiega Massimo Cristiani, presidente del Consorzio Patata Italiana di Qualità, «confermare e allargarne ulteriormente la leadership, riaffermando il patrimonio di valori che concorrono al prestigio dei preziosi ortaggi Selenella: 100% italiane e fonte di selenio, provenienti da un’agricoltura sostenibile, indispensabili in cucina e garantite dal Consorzio Patata Italiana di Qualità». La campagna di comunicazione che il consorzio si prepara a lanciare si svilupperà su più mezzi, a partire dalla televisione con spot da dieci e venti secondi, che già hanno iniziato a passare in tv da fine ottobre e ci resteranno fino a febbraio 2020. Tutti i film tv, prosecuzione dei precedenti, sono stati realizzati con la tecnica dell’animazione in 3D, una scelta fatta per dare ritmo, leggerezza ed espressività alla comunicazione. «Anche per i più piccoli è stato ideato uno spot ad hoc, che in ottica cartooniana, anima le storie di tre simpatici ed allegri personaggi, Patata, Carota e Cipolla». sottolinea Cristiani. Ma la campagna passerà anche per tutte le principali emittenti radiofoniche italiane, con un formato da 15 secondi, per sette settimane, e sulla stampa per il 2020. E poi c’è il web. «Gusto, qualità e bontà di patate, cipolle e carote Selenella saranno esaltate su piattaforme digital a tema cucina da chef esperti attraverso ricette sfiziose, semplici ma gustose, alla scoperta di sapori prelibati e innovativi». Ricette e video-ricette verranno per questo proposte a più passaggi ed in esclusiva con l’obiettivo di far conoscere la versatilità in cucina dei preziosi ortaggi Selenella, in un viaggio di sapori e consistenze, presentate a regola d’arte. Anche i canali social Selenella avranno il compito di condividere foto, video e tutorial valorizzando le rispettive peculiarità di tutte le referenze Selenella, dalla patata classica alla Rosè, dalle tre cipolle alla carota, per offrire una panoramica completa sul loro utilizzo. «La patata Selenella, fonte di selenio, potassio, ricca di amidi, vitamina C, B5 e sali minerali è un alimento adatto a tutti – conclude Cristiani – che non dovrebbe mai mancare in un regime alimentare sano ed equilibrato, e rappresenta l’alleato perfetto dello sportivo: Selenella, da sempre sensibile alle tematiche riguardo al benessere dei propri consumatori, non poteva mancare a fianco del Bologna Fc per portare i benefici della patata sulle tavole di calciatori e tifosi ». Selenella, in quanto supporter del Bologna Fc, sarà presente allo stadio Dall’Ara a bordo campo a fianco di giocatori e spettatori, e con lo spot tv nel maxischermo tra un tempo e l’altro, per supportare i ragazzi di Sinisa Mihajlovic.


LA SOCIETÀ

Un percorso lungo quasi 30 anni

Il progetto con l’Unibo per la patata brevettata e gli anni dello sviluppo

È nel 1990 che a Bologna i produttori e i commercianti di patate decidono di riunirsi nel Consorzio per la Patata tipica di Bologna con l’obiettivo di promuovere e valorizzare la produzione pataticola bolognese. In collaborazione con l’Università di Bologna prende vita il progetto Selenella, la patata che gode di una quantità superiore di selenio attraverso un processo brevettato dal Consorzio. Da questi presupposti nasce nel 2002 il Consorzio delle Buone Idee, diventato a fine 2012 Consorzio Patata Italiana di Qualità, con il compito di gestire e coordinare la produzione e commercializzazione di Selenella e continuare il processo di ricerca e sviluppo.


’La Campofilone’, storia e lentezza «Così nasce la mia pasta all’uovo»

Una filiera al 100% di proprietà: fattoria di 150 ettari, quattro allevamenti con 10mila galline. Dal 1998 Enzo Rossi conduce l’impresa con la sua famiglia. Scommette sulla cultura contadina

di Lorenzo Frassoldati

A Campofilone, nel sud delle Marche, la pasta ha una tradizione plurisecolare. Già nel XVI secolo, infatti, si parla di «Maccheroncini fini fini». La ricetta è arrivata fino ai giorni nostri e prevede che l’impasto venga preparato con le migliori farine di grano duro e uova fresche, senza aggiunta di acqua, che venga steso in sfoglie sottili tagliato in fili sottilissimi che vengono, poi, lasciati asciugare su caratteristici fogli di carta. Sono capelli d’angelo sottilissimi (diametro 1 millimetro per mezzo millimetro) simbolo della tradizione pastaia della Valdaso e dei suoi laboratori artigianali dove questa pasta sottile è il piatto tradizionale delle famiglie specialmente nelle grandi occasioni. Dal 2013 i «Maccheroncini di Campofilone » ottengono il riconoscimento Igp, il marchio di tutela e qualità della Unione europea. L’eccellenza dei prodotti del territorio di questo piccolo borgo agricolo immerso nel verde collinare delle Marche, tinto dall’azzurro del mare, si riassume ne «La Campofilone», l’impresa che Enzo Rossi e famiglia conducono dal 1998 producendo non solo pasta all’uovo secondo la tradizione secolare, ma anche grani duri di collina (non Ogm), cereali e uova fresche da allevamenti bio e a terra, rigorosamente controllati dal pulcino all’uovo. Nata nel 1912, La Campofilone è l’azienda leader nella produzione di pasta fresca all’uovo, l’unica realtà nazionale a vantare una filiera interamente di proprietà 100% marchigiana. Oggi gestisce 150 ettari di terreni coltivati a grano, quattro allevamenti con 10.000 galline per le uova (senza uso di antibiotici e con mangimi selezionati) e uno stabilimento-laboratorio da cui esce una gamma di formati di pasta fresca all’uovo e di semola di grano duro che va in giro per il mondo a parlare del ‘buono’ che si fa nelle Marche. Oltre 3 milioni di euro il giro d’affari, 35 dipendenti e quasi il 60% di export tra Europa (Germania in testa), Nord, Centro e Sud America. Enzo Rossi, figlio di mugnai- agricoltori, ha una priorità: «Riportare la cultura contadina al centro della cultura alimentare, per garantire un prodotto di qualità al nostro consumatore. Mantenere l’equilibrio produttivo dell’azienda e il benessere di chi vi lavora, come in una grande famiglia tradizionale».
Cultura, storia, modello di vita, scelte biologiche, da dove nasce tutto questo?
«Da una ristoratrice, Adorna Albanesi, agli albori del secolo scorso. Aveva una piccola trattoria sul mare, produceva e somministrava. Il nipote Nazareno Agostini crea una piccola azienda artigianale e comincia a vendere in Italia e un po’ all’estero. Nel 1998 subentriamo noi, con l’obiettivo non solo di produrre pasta di alta gamma ma di recuperare ingredienti di eccellenza e la lavorazione di una volta, tramandando così ricordi e tradizioni che altrimenti sarebbero cancellati dal tempo. Il segreto della qualità e del successo, che la nostra pasta ottiene sulle tavole italiane ed estere, deriva dall’amore con cui quest’antica tradizione viene rispettata dal nostro laboratorio, dalla sfoglia particolarmente sottile, dalla lenta e graduale essiccazione a temperatura poco superiore a quella ambientale».
Quanto conta nel vostro progetto il valore dell’ambiente, la bellezza delle colline marchigiane?
«La Campofilone è una fattoria di 150 ettari all’interno della quale vengono prodotte tutte le materie prime necessarie alla produzione della pasta. La filiera circolare garantisce ai nostri prodotti qualità, tracciabilità e sicurezza alimentare. Tra maggio e ottobre in Valdaso arrivano decine di migliaia di turisti dal nord Europa e dall’Asia a godere del nostro mare e delle nostre colline dove si coltivano cereali, frutta, uva nel rispetto dell’ambiente e del terreno. I nostri prodotti sono unici. Siamo un territorio naturalmente vocato alla biodiversità ».
Le materie prime sono importanti.
«Il grano coltivato senza forzature chimiche, senza pesticidi viene fatto ‘maturare’ in silos refrigerati per evitare la formazione di muffe e impurità. Mediante questo metodo di conservazione riusciamo a gelatificare la molecola dell’amido complessa presente nel grano, per una pasta perfettamente digeribile. Le nostre galline ovaiole vengono nutrite solo con mangime vegetale accuratamente selezionato arricchito con semi di lino che aumentano il quantitativo di Omega-3 nelle uova. Le uova prodotte conferiscono alla pasta un’alta qualità proteica. Profumo, sapore e un colore naturale rendono la nostra pasta un prodotto unico al mondo».
Pasta all’uovo ma anche di semola di grano duro in tanti formati: come si evolve il gusto dei consumatori e come rispondete?
«La prima parola per descrivere l’artigianato è: lentezza. “Il tempo che ci vuole“ è il nostro motto di produttività: le nostre materie prime vengono trasformate all’interno dell’azienda con un sistema di lavorazione tradizionale a una temperatura controllata che non supera mai i 36° e la pasta viene essiccata per 24 ore, 48 per alcuni formati. Questo metodo conferisce alla pasta proprietà nutritive, proteiche a lento assorbimento e con un basso indice glicemico. La pasta risulta leggera, facile da digerire, eccellente a livello nutrizionale con un basso indice glicemico scientificamente garantito».

(Info: www.lacampofilone. it)


Surgelati Vis, ecco l’asso
«Copriamo tutta la filiera»

L’impresa di cui Gabriele Virgili è presidente controlla le varie fasi, dall’acquisto della materia prima al confezionamento

di Davide Eusebi

Gabriele Virgili, presidente di Vis industrie alimentari spa, che momento è per il surgelato a tavola?
«Un grande momento per il consumatore, una grande opportunità per il livello di qualità che è stato raggiunto e per le circostanze ».
A cosa si riferisce?
«Al fatto che il mercato del surgelato è la conseguenza del percorso di trasformazione della società. Quando, alla fine degli anni ’70, siamo partiti, i ritmi quotidiani per tutti erano molto diversi e i tempi per cucinare molto più ampi rispetto a quelli odierni. Le abitudini della gente sono cambiate di conseguenza, sia dei giovani che dei meno giovani. Oggi la pausa pranzo difficilmente consente alla gente di cimentarsi in cucina con la preparazione di ricette elaborate o che richiedono tempo e disponibilità in termini di energia. In questo senso il surgelato rappresenta una soluzione buona, comoda e sicura».
Chi apprezza il surgelato?
«Tutti e in particolare le nuove generazioni che ne misurano il livello di qualità, la sicurezza, i controlli. L’attenzione alla salute dei consumatori che il nostro gruppo ha, è un aspetto molto importante».
Sì, ma il fresco…
«Guardi, il surgelato alla fine è più fresco del fresco. Quando la catena del freddo è ben controllata e l’azienda che produce è di qualità ed esegue in maniera corretta le procedure, come tutti fanno nel nostro settore, la qualità dei prodotti è eccellente e l’assortimento permette ai nostri clienti di accontentare ogni esigenza: dallo spuntino, all’aperitivo, al pranzo, al pasto completo, tutto garantendo un alto standard di qualità che grazie a noi e ai nostri clienti arriva ogni giorno sulle tavole degli italiani ».
E con la cucina alternativa come la mettiamo?
«L’offerta di Vis industrie alimentari abbraccia tutta la gamma, forniamo buonissimi prodotti surgelati anche nei settori biologico, vegano, gluten free e naturalmente anche nei settori della carne, del pesce, del formaggio in tutte le sue declinazioni. E inoltre delle verdure pastellate che sono un prodotto molto apprezzato dal mercato».
Cosa fa la differenza?
«Nel nostro caso avere in mano la produzione. Abbiamo tre fabbriche che producono, tre stabilimenti che coprono tutta la filiera produttiva, direttamente sotto il nostro controllo accurato: partiamo dall’acquisto della materia prima, e continuiamo poi con la trasformazione, i processi come la panatura, la friggitura, la cottura, la surgelazione, il confezionamento in busta, astuccio, cartone. Nulla viene trascurato».
Chi sono i vostri clienti?
«Serviamo tre principali settori: la grande distribuzione, dove lavoriamo molto a marchio, ovvero rifornendo marchi importanti ai quali facciamo arrivare le nostre lavorazioni che poi vengono vendute da loro. In questo senso possiamo dire che siamo partner ideale per le aziende che vogliono produrre a marchio loro e che siamo in grado di soddisfare adeguatamente. Serviamo tutta la grande distribuzione italiana, il cui settore rappresenta per noi il 50% della distribuzione. Poi c’è l’industria, cioè le maggiori aziende industriali di produzioni alimentari. Il terzo settore è quello della ristorazione collettiva e del food service, i grossisti e chi fa catering ».
Chi garantisce il cliente e il consumatore?
«Abbiamo tutte le certificazioni migliori del food: di processo, di prodotto, di qualità di provenienza e di tracciabilità. Ognuno può vedere da dove vengono le nostre materie prime che oltre a essere tracciate sono controllate dagli enti supervisori, estremamente attenti».


Numeri di un successo

Crescita e sostenibilità: la ricetta che guarda al futuro

Fatturato di 35 milioni per il gruppo, 110 dipendenti. L’amministratore delegato Alessandro Nardi-Dei: «Valutiamo acquisizioni»

Alessandro Nardi-Dei, vice presidente e amministratore delegato di industrie Vis spiega il successo dell’azienda attraverso i numeri: «Nel 2018 il gruppo (Vis e Salmon Club) ha chiuso con un fatturato di 35 milioni, con un Ebitda superiore all’otto per cento, una crescita importante sia per quanto rigurada i ricavi che per il risultato economico raggiunto rispetto all’esercizio precedente. L’azienda ha 110 dipendenti che lavorano nei tre stabilimenti in Italia, tra Veneto, Marche e Abruzzo». Chiari gli obiettivi per il futuro: «Crescere non solo per linee interne, aumentando la gamma dei prodotti che possiamo vendere, ma anche valutando ulteriori acquisizioni per completare la gamma del surgelato». Un altro aspetto su cui l’azienda pone grande attenzione è la sostenibilità ambientale: «Siamo molto sensibili a questo tema, tanto che tutta l’energia che consumiamo nelle nostre fabbriche è verde, certificata e proviene da fonti rinnovabili. La nostra è una realtà che non solo non inquina, ma genera energia. Come gruppo consumiamo oltre 5 milioni di Kw e compriamo energia pulita e certificata Grenner dal nostro fornitore. Abbiamo da poco avviato, nel 2019, un impianto di cogenerazione, che riscalda l’olio di frittura». Il piano di efficientamento energetico è all’avanguardia: «Recuperando i fumi di scarico del motore – spiega il vice presidente Nardi-Dei – viene efficientato uno dei processi più energivori dell’industria alimentare e sono ridotte le emissioni per 130.000 chili di C02 all’anno. Infatti l’impianto innovativo di cogenerazione è in grado di migliorare uno dei processi produttivi dove si impiega più energia nell’industria alimentare: il riscaldamento dell’olio di girasole utilizzato, raffinato al 100% per la frittura, con il mantenimento costante dello stesso alla temperatura ideale per la frittura degli alimenti. L’impianto di cogenerazione installato produrrà oltre il 50% del fabbisogno di energia elettrica dell’azienda e contribuirà per il 40% anche alla produzione di energia termica. Sempre in regime di sostenibilità, l’azienda, che vanta pure una certificazione etica, confeziona i propri prodotti con imballi riciclabili e, già per alcune referenze, biodegradabili.

d.e.


Radici e nuove tendenze: la sfida di Pizzoli

Nella coltivazione delle patate vengono impiegate le più avanzate pratiche agronomiche. Senza però rinunciare alla tradizione

Il 2019 si prospetta un anno particolarmente significativo per il percorso di crescita della Pizzoli, una delle più importanti realtà industriali italiane nel settore delle patate. Pizzoli è un’azienda a conduzione familiare giunta alla terza generazione che si distingue per la sua lunga tradizione industriale, e si propone di incarnare valori come passione, ingegno e devozione verso la terra. Nel tempo ha unito a una grande capacità di innovare, l’attenzione alla qualità del prodotto, al valore di marca e alla sostenibilità, attraverso il presidio di una filiera produttiva con fondamenta solide: areali italiani ad alta vocazione, agronomi esperti e varietà pataticole pregiate, accuratamente selezionate da uno staff di professionisti. Pur mantenendo fortemente le proprie radici nella comunità nella quale storicamente opera, l’azienda investe continuamente in piani di espansione in ambito agricolo, promuovendo la coltivazione di patate secondo le più avanzate pratiche agronomiche in tutte le regioni italiane. L’orientamento al mercato e l’attenzione verso le nuove tendenze di consumo sono i due pilastri fondativi dell’offerta commerciale Pizzoli che, nel segmento ortofrutta, si articola in un parco di prodotti segmentato e dall’elevato profilo qualitativo. L’item di punta, Iodì, è una patata fresca, genuina e soprattutto fonte di iodio, quindi particolarmente adatta a chi ama uno stile di vita sano e attivo. La sua versatilità d’uso consente le più svariate ricette, garantisce ottimi risultati in cucina e infinite idee di preparazione che l’azienda suggerisce anche nei momenti di stagionalità e ricorrenze particolari. Il prodotto è stato protagonista di una campagna di comunicazione web, stampa e radio che contava sull’appoggio di un testimonial d’eccezione proveniente dal mondo dello sport, il plurimedagliato nuotatore bolognese Marco Orsi. Nel settore dei surgelati, Pizzoli si conferma leader di categoria nel canale della grande distribuzione organizzata, grazie al successo di prodotti come le ultime specialità della linea Patasnella Barchette e Fette con buccia o le Croccomagie Topolino, dedicate ai più piccoli. Sul fronte novità, da poche settimane l’azienda ha lanciato un restyling della linea di prodotti commercializzati direttamente sotto il brand Pizzoli, il quale sarà accompagnato da un nuovo packaging design e da un nuovo slogan: ‘We Love Sempre Diverse’. Con questo messaggio l’azienda ha voluto dare enfasi al patrimonio di diversità che caratterizza la linea, pensata per soddisfare in maniera trasversale i gusti di tutti i consumatori. Al momento si tratta di cinque prodotti che vanno dall’immancabile bastoncino a taglio classico – We Love Croccanti – a specialità come We Love Gustose, patatine con un particolare taglio ondulato pensato per catturare le salse, o We Love Dolci, patatine americane. L’azienda è in forte sviluppo anche nel canale foodservice, il quale sta vivendo negli ultimi anni un importante fermento dovuto non solo alla crescita dei consumi out-of-home (fuori da casa), ma anche all’affermazione di nuovi format di somministrazione al pubblico basati sull’offerta di menù ed esperienze altamente originali e differenziate. Pienamente in linea con questa tendenza la scelta dell’azienda di essere presente all’interno di Fico Eataly World a Bologna con un proprio flagship store: il Bistrot della Patata, uno spazio esperienziale dove vivere e assaporare tutta la versatilità gastronomica della patata italiana.


Missione sostenibilità

Energia dall’impianto a biomasse
E il depuratore ricicla l’acqua

Particolare attenzione per la salvaguardia dell’ambiente e delle risorse naturali

La storia e il futuro vanno a braccetto. Pizzoli possiede due stabilimenti produttivi e una piattaforma logistica ad elevata automazione nell’area di Bologna, operando attivamente in tutte le fasi della filiera pataticola. L’azienda nasce a Budrio, nel Bolognese, nel 1926, quando i due fratelli, Ennio e Irnerio Pizzoli si pongono l’obiettivo che sembrava a molti un’utopia: la valorizzazione di uno dei prodotti più poveri della terra, le patate. L’azienda, giunta ora alla terza generazione, nel tempo ha sempre unito a una grande capacità di innovare, l’attenzione alla qualità del prodotto, al valore di marca e alla sostenibilità, attraverso il presidio di una filiera produttiva con fondamenta solide. Pur mantenendo fortemente le proprie radici nella comunità nella quale storicamente opera, Pizzoli investe continuamente in piani di espansione in ambito agricolo, promuovendo la coltivazione di patate in diverse zone del Belpaese. Nel perseguire il proprio obiettivo l’azienda ha sempre posto particolare interesse su temi come la salvaguardia dell’ambiente e delle risorse naturali, impegnandosi a limitare il più possibile il proprio impatto ed integrando ai processi industriali attività in grado di valorizzare i sottoprodotti. Attualmente nel suo stabilimento nei pressi di Bologna, un impianto a biomasse alimentato con gli scarti di lavorazione e un depuratore delle acque coprono quasi la totalità del fabbisogno di energia elettrica e fino al 40% dell’acqua utilizzata nel processo produttivo. Inoltre, nella coltivazione in campo, grazie all’utilizzo di nuove tecnologie di fertirrigazione «drip» si riduce il consumo di acqua del 40% e di concimi del 30%. Pizzoli è presente in tutti i canali di vendita attraverso un’importante rete commerciale sia con il portafoglio prodotti a proprio marchio, che come produttore di referenze a marchio del distributore. L’orientamento al mercato e l’attenzione verso le nuove tendenze di consumo, sono i due pilastri fondativi dell’offerta commerciale Pizzoli, che, nel segmento ortofrutta, si articola in un parco referenze ben segmentato e dall’elevato profilo qualitativo. Caratteristiche fondamentali per affrontare nuove sfide.


«La qualità parte dalle nostre campagne»

Granfrutta Zani conta oltre 500 soci in tutta Italia, ma affonda le radici nella Romagna. «I nostri team di agronomi accanto ai produttor

Da quando Luciano Zani fondò l’impresa, di strada ne è stata percorsa tanta, anche alla guida di quello storico camion per la frutta che lui stesso acquistò. Oggi però Granfrutta Zani, guidata dal figlio Alessandro, è un colosso nel settore con base e cuore a Granarolo Faentino, in provincia di Ravenna, ma oltre 500 soci in tutta Italia che producono fragole, pere, kiwi, pesche, nettarine, susine, albicocche, mele, kaki, cocomeri e verdure. Attraverso una rete di partner dal nord al sud Itaia, Granfrutta Zani può oggi integrare l’offerta dei soci con altri prodotti come cavolo rapa attraverso partner italiani di fiducia e commercializziamo pere, mele e kiwi dall’emisfero Sud per rispondere alle esigenze di completezza d’assortimento richieste dalle moderne forme di distribuzione. Il tutto però rispondendo all’imperativo-slogan ’More than fruit’, che in azienda hanno tradotto così: qualità estesa a tutte le fasi della filiera, unita a procedure di controllo, analisi, tracciabilità e professionalità nei servizi offerti, per crescere insieme e nel rispetto del mondo in cui viviamo, ottenendo le più importanti certificazioni. E proprio queste certificazioni passano anche attraverso due indirizzi principali sul fronte della ricerca: lo sviluppo e il controllo della qualità. Lo sviluppo è un percorso che la cooperativa compie per la sostenibilità della sua produzione, la tutela delle coltivazioni e la salvaguardia delle proprietà dei frutti lungo tutta la filiera. Per perseguire questi obiettivi Granfrutta Zani si basa su energie rinnovabili, packaging biodegradabile, conservazione e tutela proprietà del prodotto e produzioni biologiche.
Come riuscite a coniugare la prossimità con la filiera produttiva, una crescente richiesta della clientela di sapori di un tempo, semplicità e bio con la Gdo?
«Noi partiamo dalla qualità – risponde Alessandro Zani, ad e direttore generale di Granfrutta Zani –, che vuol dire il gusto buono e genuino della frutta; la qualità parte dalla campagna ed è da lì che iniziamo, studiandola. Poi sulla base della ricerca varietale selezioniamo le migliori varietà da piantare e da lì, lungo tutta la filiera, controlliamo e curiamo i nostri prodotti in modo da poter offrire sul mercato frutta buona e dai sapori inconfondibili. Ricordiamoci, infatti, che la Romagna è un territorio naturalmente vocato dove si può e si deve diversificare: abbiamo infatti tantissimi prodotti come pesche, nettarine, susine, albicocche, mele, pere, kiwi, kaki».
Quanto è importante nel 2019 prendere parte a grandi fiere di settore come FuturPera?
«Molto e noi saremo presenti con Origine Group. In un anno come questo in cui la pericoltura è in crisi, partecipare a queste fiere vuol dire essere presenti: il settore non va abbandonato dobbiamo crederci e trovare strategie per rilanciare il prodotto ».
Molti dei vostri marchi sono tra i più apprezzati dal nord al sud Italia: su cosa si deve ancora puntare?
«Proprio su questi marchi. Noi da anni facciamo parte di “club” per quanto riguarda le pomacee, drupacee e kiwi e i risultati sono discreti. Attraverso club, gruppi e consorzi i marchi diventano più forti, ci sono regole da rispettare e c’è ovviamente la forza dell’essere una squadra. Questo insieme alla qualità e all’innovazione da sicuramente buoni risultati».
Parliamo di plastica monouso: l’ortofrutta è uno dei settori che maggiormente ricorre al packaging usa e getta, quindi com’è possibile invertire la tendenza? Avete già provato sperimentazioni?
«È un tema molto sentito in questo momento; noi lavoriamo sia con cartone che con plastica, la nostra è PET-R che vuol dire riciclata al 100%. Sono state cercate anche altre alternative, ma al momento ancora non soddisfano: nel confezionamento di frutta e verdura faranno fatica a sostituire del tutto la plastica. Quello che si dovrebbe invece fare a ogni costo è gestirla meglio, iniziando da una buona educazione: riciclare tutto».
Quali sono le leve per rendere un settore come quello agroalimentare ancora al passo con i tempi e redditizio per le centinaia di famiglie che orbitano intorno a Granfrutta Zani?
«Ci possiamo salvare solo facendo qualità abbinata alla quantità. Come cooperativa cerchiamo di indirizzare i nostri produttori su cosa piantare dopo aver analizzato i terreni e le acque. L’ufficio tecnico li segue lungo tutta la filiera. Sappiamo purtroppo che in Emilia Romagna i costi della manodopera sono nettamente più alti di altre regioni del sud Italia ma anche di regioni del nord Italia che beneficiano di sgravi fiscali perché Regione autonome. Chiediamo alla Regione un aiuto, poter esser competitivi se vogliamo continuare a produrre quantitativi importanti. Allo Stato chiediamo la possibilità di poter esportare in tutte le parti del mondo dove la qualità la vogliono e la pagano, dove oggi non c’è nessun accordo bilaterale fra gli stati, non c’è un protocollo. Troppe sono le nazioni dove noi non possiamo vendere le nostre susine, mele, pere e kiwi che aiuterebbero l’intero settore e permetterebbe ai nostri produttori migliori soddisfazioni».


IN PILLOLE

I numeri del successo della cooperativa

Granfrutta Zani conta su cinque stabilimenti operativi tra i territori di Faenza e Ravenna. Possiede un impianto fotovoltaico da 700 Megawatt nel solo stabilimento di Sant’Andrea e ha soci produttori in tutta Italia. I centri di ritiro sono dislocati in Lazio, Campania, Basilicata, Molise, Calabria e Puglia. Granfrutta Zani ha 95 dipendenti fissi, ma necessita di circa un migliaio di lavoratori a impiego stagionale per lavorare un milione di quintali di frutta e verdura distribuiti all’anno. I prodotti vengono distribuiti nei mercati di tutta Italia, in Europa, Africa, Asia e America.


«Rilanciare la pera nei consumi degli italiani»

La priorità secondo Paolo Bruni, presidente di CSO Italy: «Dobbiamo conquistare il target dei giovani: ecco come faremo

Nell’annus horribilis della pericoltura italiana, con la produzione più bassa mai registrata in Emilia-Romagna, i problemi climatici e la cimice asiatica, CSO Italy lancia un progetto di promozione della pera Igp dell’Emilia- Romagna sostenuto dal PSR 2014-2020. «E’ fondamentale riconquistare i consumatori – dichiara il presidente di CSO Italy, Paolo Bruni –. Sappiamo che il consumo di pere si concentra principalmente sulle fasce di consumatori oltre i 50 anni ed è importante oggi intercettare nuovi fan altrimenti siamo destinati ad un declino assicurato. In occasione del World Pear Forum, organizzato da CSO Italy a FuturPera presentiamo infatti i risultati di un sondaggio sui consumatori per valutare il grado di apprezzamento delle nostre pere. Penso – continua Bruni – che prima di tutto sia importante far percepire il valore del consumo di pere di provenienza italiana mettendo in evidenza i plus che contraddistinguono la produzione nazionale. E’ poi fondamentale conquistare nuovi consumatori rivolgendoci ad un target giovane con strumenti adeguati ». Ed è questo uno degli obiettivi principali del progetto Psr cofinanziato dalla Regione Emilia- Romagna e dai soci del Consorzio di tutela della Pera Igp per le campagne 2019 e 2020, che raggiungerà oltre 20 milioni di contatti attraverso azioni mirate sui social, in tv e sulla stampa. Una squadra di bikers, capitanati da Tessa Gelisio, la conduttrice di Cotto e Mangiato, ha percorso in bicicletta i territori dell’Emilia Romagna dove si coltiva la pera Igp, un viaggio in cinque tappe in onda su Italia 1 dal 14 novembre a gennaio. «In un momento così difficile per la pericoltura emiliano-romagnola – dichiara Piergiorgio Lenzarini, presidente del Consorzio Pera Igp dell’Emilia-Romagna – vogliamo dare impulso al consumo di pere comunicando il valore del legame con il territorio di provenienza. E’ fondamentale oggi rilanciare i valori di un prodotto straordinario per la sua bontà, per i requisiti nutrizionali che lo caratterizzano, le eccellenti caratteristiche gourmet. Abbiamo pensato ad un pubblico giovane e curioso, unendo il cicloturismo e la buona tavola, due cose che tanto caratterizzano l’Emilia-Romagna». La campagna di comunicazione per rilanciare il consumo di pere nella fascia più giovane della popolazione è la risposta concreta ai dati preoccupanti elaborati da Elisa Macchi, direttore di CSO Italy. Il consuntivo della produzione 2019 per la pera italiana si sta attestanto su volumi «nettamente inferiori a quella del 2018 e i più bassi degli ultimi 25 anni – spiega –. La riduzione produttiva è dovuta a molteplici fattori: il calo delle superfici in produzione dettato da una scarsa fioritura ed allegagione, a cui si è aggiunta una cascola accentuata, aspetti già rilevati in fase previsionale. Durante il periodo estivo le produzioni nel nord Italia sono state inoltre colpite in maniera rilevante da problematiche fitosanitarie: in Emilia-Romagna la maculatura bruna e i danni da cimice asiatica, problematiche ancora più accentuate in Veneto e Friuli. Nel Nord Italia, questi fattori hanno determinato danni ingenti, incidendo notevolmente sul mancato raccolto per frutti non adatti sia per il fresco che per la trasformazione. Non sono inoltre mancate diverse grandinate». Un combinato disposto di fattori che si è tradotto in numeri allarmanti. L’Emilia-Romagna, con poco più di 246.000 tonnellate, segna un –51% sia rispetto al 2018, che rispetto alla media del 2014-2017. «Se confrontata col 2011, ultima stagione con produzione elevata, l’offerta emiliano-romagnola 2019 flette del 62%», continua Macchi. Secondo i dati del CSO è fortemente compromessa l’offerta 2019 di pere anche nel Veneto: con poco più di 27.000 tonnellate, la disponibilità di prodotto si pone sul -64% sul 2018, nettamente al di sotto della media recente. In calo i quantitativi per tutte le principali cultivar, con variazioni tra -60% e -80% sul 2018. In decisa riduzione, rispetto all’annata precedente, anche le altre regioni settentrionali: Friuli -43% rispetto al già contenuto 2018, Lombardia circa -60% sulla scorsa annata e Piemonte posizionato sul -40%. Nel Sud-Italia anche la cultivar Coscia evidenzia un’offerta tra le più contenute degli ultimi anni, dovuta ad una scarsa fioritura, a cui sono seguite condizioni meteo non favorevoli durante l’allegagione, oltre alle molteplici grandinate. La produzione totale di pere in Italia per la stagione 2019, con poco più di 363.000 tonnellate complessive, scende del 50% sul 2018, ponendosi al di sotto del 60% rispetto al 2011. L’Emilia-Romagna resta il centro della produzione europea di pere, concentrando fra le province di Reggio Emilia, Modena, Bologna, Ferrara e Ravenna il 70% della produzione, dove spiccano le Igp Abate Fetel, Decana del Comizio, Conference, William, Max Red Bartlett, Kaiser, Santa Maria e Carmen.


«Sosteniamo i produttori in difficoltà»

Il presidente Apo Conerpo: «Annata terribile per le pere: ricerca e aiuti per salvare imprese, posti di lavoro e un’eccellenza nazionale»

Il 2019 sarà ricordato come l’anno più difficile per la frutticoltura emiliano-romagnola. Clima, problemi fitosanitari e cimice asiatica: a pagare il conto più caro è stato sicuramente il settore pericolo: «In regione – commenta Davide Vernocchi, presidente di Apo Conerpo, Organizzazione di Produttori che raccoglie 6.000 soci, riuniti in 50 cooperative – viene coltivato il 70% delle pere italiane: 19.000 ettari distribuiti fra circa 5.000 aziende agricole che hanno subito danni ingentissimi. Come Apo Conerpo stiamo operando su più fronti per tutelare i nostri produttori, sostenendoli in questo momento di estrema difficoltà ».
A quanto ammontano i danni per il settore pericolo?
«Questo 2019 resterà nella memoria per l’inedita violenza con cui diversi fattori si sono accaniti sul comparto delle pere: alternaria e maculatura bruna si sono manifestate come mai in passato, per non parlare della proliferazione incontrollata della cimice asiatica: in regione abbiamo stimato circa 120 milioni di danni e una perdita di occupazione di oltre 300mila giornate/ uomo».
Un danno che rischia di compromettere un settore che rappresenta un’eccellenza in Italia.
«Come Apo Conerpo ci siamo attivati immediatamente chiedendo interventi straordinari al Governo e all’UE per indennizzare gli agricoltori colpiti, finanziare l’acquisto di difese meccaniche contro la cimice e accelerare la ricerca. Le prime risposte non si sono fatte attendere: nella Finanziaria è previsto uno stanziamento di 80 milioni, di cui 40 utilizzabili a parziale copertura dei danni subìti dal settore nel 2019. Anche se non sufficienti, lo possiamo considerare un buon inizio. Dalla Regione Emilia-Romagna sono già stati messi in campo fondi attraverso il PSR per sostenere l’acquisto delle reti a protezione delle colture e per incentivare la ricerca, oltre a contributi in conto interessi per nuovi finanziamenti».
Quali iniziative sta mettendo in campo Apo Conerpo per sostenere i produttori di pere?
«Stiamo collaborando fattivamente con gli enti di ricerca per lo sviluppo di soluzioni efficaci e sostenibili, sia dal punto di vista ambientale che economico, due elementi imprescindibilmente legati. Inoltre stiamo avviando per i nostri soci un nuovo strumento per agevolare l’approvvigionamento dei mezzi tecnici per la prossima campagna e, all’arrivo delle misure attuative, forniremo il supporto necessario per favorire l’accesso alle risorse previste in Finanziaria. Inoltre, stiamo avviando un progetto di valorizzazione del comparto ortofrutticolo: dopo Fruit24, che ci ha visti coinvolti in una campagna di promozione dei consumi di frutta e verdura, è in preparazione nuova iniziativa triennale dedicata alla sicurezza alimentare e alle garanzie che la filiera cooperativa può offrire in questo ambito».


IN PILLOLE

Tutti i numeri del colosso

Seimila produttori soci per l’organizzazione leader in Europa

È un’organizzazione di produttori che raccoglie 6mila associati, riuniti in 50 coop socie dislocate in tutti i territori vocati alla produzione di ortofrutta. Con oltre un milione di tonnellate di frutta e verdura commercializzate ogni anno, 91 stabilimenti di lavorazione, 190 tecnici agricoli e 4mila addetti su oltre 31mila ettari di superficie coltivata, Apo Conerpo è leader europeo nel settore.


«Reti e ricerca contro la cimice»

L’impegno del Cae per il settore della pericoltura che interessa 15mila ettari su quattro province

Si scrive Consorzio agrario dell’Emilia, ma si legge assistenza a 360° alle imprese agricole di ogni dimensione. Eccola qua la forza del Cae presieduto da Antonio Ferro, con sede a San Giorgio di Piano ma con un ruolo centrale in un territorio dove la coltura del pero è strategica: nelle province di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio Emilia sono, infatti, oltre 15.000 gli ettari coltivati a pero e rappresentano un importante risorsa del comparto agricolo. «In questo contesto il Cae, attraverso la propria rete di tecnici sul territorio offre un servizio a 360° alle imprese frutticole del territorio – spiega il presidente –. Tecnici qualificati seguono l’intero ciclo colturale offrendo assistenza specializzata nell’ambito della difesa affiancando l’agricoltore nelle scelte dei vari prodotti da utilizzare, rispettando le disposizioni previste dalle norme agro-ambientali per ottenere produzioni eco-sostenibili e rispondenti alle attuali esigenze del mercato ». In questo scenario, quindi, il consorzio è impegnato sia nella fase di impianto del frutteto attraverso un pool di agronomi e software dedicati predisponendone il layout, sia in tutte le fasi della messa a dimora, fornendo all’agricoltore tutto il materiale utile alla realizzazione dell’impianto (pali, fili, ancore ecc.). Infine il Cae realizza impianti di micro-irrigazione e/o aspersione adeguati ad ogni situazione colturale. «Da tempo forniamo il servizio di protezione attiva contro la grandine (rete antigrandine) – aggiunge Ferro – e negli ultimi, anni in considerazione dell’aumentata problematica legata alla cimice asiatica, realizziamo appositi impianti di reti antinsetto che al momento riteniamo siano una valida protezione contro gli attacchi di questo pericoloso fitofago». Copertura assicurativa e la fornitura di una gamma completa di macchine (trattrici) per la gestione del frutteto, dalla difesa (atomizzatori e barre), alle lavorazioni (trinciaerba) alla raccolta sono gli ulteriori servizi messi a disposizione dal Cae. Intanto, sul fronte della ricerca legata al pero «negli ultimi anni si sta lavorando per trovare possibili soluzioni per la maculatura bruna e contro la cimice asiatica – spiega Claudio Cristiani, responsabile R&S –. E per soluzioni agronomiche legate all’agricoltura di precisione».


Italpollina

Fertilizzanti 100% biologici

Tra gli attori protagonisti a FuturPera ci sarà anche Italpollina, la società di fertilizzanti che opera da diversi anni in frutticoltura a livello internazionale producendo direttamente tutti i suoi prodotti. La società conta su sei stabilimenti di produzione coordinati da tre centri di ricerca e sviluppo che attraverso le due principali divisioni – Organics e Specialties – offrono fertilizzanti organici, biostimolanti 100% vegetali e microrganismi simbionti. «A FuturPera, Italpollina, sarà lieta di presentare diversi prodotti biologici che permettono di ridurre i gravi fenomeni di mortalità delle piante o che permettono uno sviluppo più regolare dei frutti a vantaggio della qualità della produzione – spiega il direttore tecnico commerciale Roberto Longo (foto) –. I fertilizzanti organici apportano elementi nutritivi che non inquinano l’ambiente e grazie all’alto contenuto in sostanza organica garantiscono un veloce ripristino della fertilità fisica, chimica e biologica dei frutteti, riducendo così i ben noti fenomeni dovuti alla “stanchezza del terreno” e del suo eccessivo sfruttamento». Tra i biostimolanti 100% vegetali e biologici verranno presentati quelli a base di peptidi e aminoacidi capaci di aiutare le piante contro i danni legati al clima come le gelate e i sempre più frequenti shock termici. Al salone «presenteremo poi –continua –, grazie alla stretta collaborazione con il Cae, i biostimolanti ad altissima concentrazione di osmoliti, sostanze vegetali capaci di prevenire a livello radicale e/o fogliare gli stress idrici e di potenziare l’assorbimento del ferro e lo sviluppo delle pere senza incidere in modo negativo. Ma non mancherà spazio anche per i prodotti a base del nostro ceppo esclusivo di Trichoderma atroviride che a differenza degli altri vive solo sulla superficie radicale e aiuta le radici a rimanere più sane».


«Le nostre soluzioni a sostegno delle colture»

La modenese Scam dal 1951 è un punto di riferimento per le aziende agricole. «Siamo certificati per le produzioni non inquinanti»

Agricoltura che cresce, sana e salvaguardata, grazie al lavoro e alla produzione Scam. Scam è una società per azioni situata a Modena con circa cento addetti, che opera dal 1951 nel settore della nutrizione e della difesa delle colture agrarie con una particolare tradizione nella produzione di fertilizzanti organominerali. Rappresenta un attore conosciuto soprattutto a livello nazionale, ma anche orientato all’internazionalizzazione e alle filiere agroindustriali, come scopriamo meglio con il direttore generale Felice Lo Faso.
Direttore, come possiamo declinare le parole chiave di cui sopra nel quotidiano di Scam?
«Scam è dotata di uno storico sito produttivo che resiste tuttora all’aggressività di mercato e concorrenza grazie a un valore radicato sin dalla nostra nascita nello spirito di fare fabbrica. Con investimenti di modernizzazione intendiamo difendere il nostro sito produttivo e creare un prodotto di valore e qualità che possa continuare ad affermarsi in Italia e affacciarsi nei mercati esteri. E qui mi collego all’internazionalizzazione, a cominciare dai mercati dell’Est Europa, finendo a quelli orientali e del Sud America. Per noi espandersi all’estero significa utilizzare la capacità produttiva libera per una migliore efficienza e gestione generale dell’azienda e assorbire e sviluppare importanti quantità di prodotti per la nutrizione delle colture agrarie».
E filiera?
«Filiera deriva dal fatto che Scam sia controllata da un socio di maggioranza che si chiama Progeo. Progeo raggruppa sotto la propria ala un numero rilevante di agricoltori associati a cui fornisce una serie di servizi seguendo le aziende agricole con precise tecniche di coltivazione e fornitura di mezzi tecnici, fino al conferimento del prodotto finale. Scam è parte di questa catena per quanto riguarda la nutrizione e la difesa delle colture agricole».
Continuiamo per parole chiave. A nutrizione, salvaguardia e sviluppo quali produzioni corrispondono?
«Scam nel proprio sito produttivo formula e confeziona agrofarmaci per sé e per conto terzi. I principi attivi di questi agro-farmaci derivano dalla ricerca agrochimica mondiale e in Scam sono realizzati per assicurare alla nostra rete distributiva sul territorio nazionale le migliori soluzioni tecniche utili alla difesa delle colture agrarie dalle patologie più diffuse. Dal 2018 è stata avviata una modernissima linea di agro-farmaci liquidi».
E in materia di nutrizione?
«Qui entriamo nel mondo degli organo-minerali, ossia ciò che rappresenta il nostro core-business. Si tratta di concimi speciali in granuli che associano una componente attiva di origine organica a quella di origine minerale. Da evidenziare poi i fertilizzanti liquidi, gli idrosolubili ed i biostimolanti».
Scam è attenta anche alla sostenibilità, vantando la dichiarazione ambientale di prodotto certificata.
«È così. L’Epd è un fiore all’occhiello, una certificazione molto apprezzata che dà ai nostri prodotti un valore aggiunto. Significa che Scam è un’azienda pulita e controllata, attenta e ossequiosa delle normative ambientali e antinquinamento. Un aspetto valoriale non da poco se si considera che per raggiungerlo e mantenerlo serve costantemente un importante sforzo umano ed economico».
Fra le altre attività, spicca anche un servizio per conto terzi. Può dirci di più?
«Come azienda ci mettiamo a disposizione di tutta una serie di player industriali anche esteri con la nostra capacità produttiva libera. In Scam trovano un hub di produzione, confezionamento e logistico, con tanto di magazzino doganale».
Come guarda Scam al futuro?
«In cantiere abbiamo un brevetto per un nuovo agro-farmaco e stiamo poi lavorando su nuovi prodotti biostimolanti, una gamma di prodotti liquidi che fungano da specialità di origine vegetale biostimolante per aumentare e migliorare le rese produttive e di qualità».


«A FuturPera per sostenere il frutto di casa»

Al salone internazionale anche il Gruppo Mazzoni che dagli anni ’50 ha sede a Ferrara, cuore della zona produttiva per eccellenza

Un colosso nella filiera dell’ortofrutta europea per FuturPera. All’evento fieristico, sarà presente anche il Gruppo Mazzoni, da oltre 50 anni attore protagonista made in Ferrara nella ricerca e sviluppo di nuove varietà ortofrutticole, nel vivaismo, produzione agricola, fino alla commercializzazione di ortofrutta fresca e surgelata. Un’attività a 360° nel settore che scopriamo meglio nelle parole dell’amministratore della Mazzoni Spa Luigi Mazzoni.
Iniziamo da una breve presentazione di quelle che sono le attività gestite dal Gruppo.
«Come Gruppo Mazzoni, copriamo una serie di attività su tutta la filiera ortofrutticola fresca e non solo. Dagli anni ’50, in cui iniziammo con il commercio della frutta fresca integrata con una nostra produzione, abbiamo svolto attività vivaistiche e di ricerca varietale attraverso il CIV, Consorzio Italiano Vivaisti, di cui siamo soci fondatori. Il CIV detiene oltre venti brevetti vegetali, concessi in licenza ai soci come a imprese estere. Per quanto riguarda il comparto vivaistico, Mazzoni si occupa poi di moltiplicare le piantine di fragole in Italia e Polonia e della produzione di alberi da frutto, soprattutto meli, peri e ciliegi. A seguire l’attività di produzione, che svolgiamo con colture a pieno campo e frutteti nel ferrarese, nel Lazio e in Calabria, c’è l’attività di stoccaggio, condizionamento e commercializzazione. Il Gruppo gestisce tre centrali di confezionamento, con impianti specializzati per referenza. Da quasi 20 anni ci occupiamo anche di ortofrutta biologica, attraverso una società dedicata. Infine, sottolineerei la divisione che si occupa di frutta surgelata, importando frutti rossi ed esotici».
Il Gruppo Mazzoni vanta per altro un modello innovativo e brevettato di pianta da frutto. Ci parli un po’ del ‘Bibaum®’.
«Nell’ambito dell’attività vivaistica abbiamo ideato e protetto con un brevetto un’innovativa modalità di produzione di piante da frutto in vivaio. La particolare conformazione del modello Bibaum® ha una propria struttura definita a “doppio asse” e uno sviluppo della pianta a parete che comporta grossi vantaggi produttivi, accelerando il processo e migliorando anche la qualità della frutta».
E quali sarebbero nel dettaglio i vantaggi?
«La produzione che ne consegue è frutta più esposta alla luce e quindi più facile da raccogliere, più colorata e di migliore qualità. Inoltre, la forma a parete facilita la potatura e la meccanizzazione di alcune operazioni. Si tratta di una forma che si adatta a molte specie, come il melo, il pero e il ciliegio».
Il gruppo è sempre più proteso verso i mercati esteri, visto che esportate oltre il 65% dei prodotti?
«In questo dato c’è da fare un distinguo fra i prodotti dell’attività vivaistica e quelli derivati dalla produzione fresca. In generale possiamo dire che l’attività di Mazzoni è rivolta principalmente ai mercati europei di Germania, Francia, Regno Unito ed Est Europa, con una quota anche in nord Africa ed oltreoceano. Lavoriamo sia sul territorio nazionale che all’estero con le principali catene di distribuzione».
Il tutto con un occhio sempre attento alla sostenibilità.
«Esattamente. Da almeno 15 anni i nostri partner commerciali ci hanno educato a concentrarci sulla sostenibilità, prima ancora che fosse un argomento così mainstream come è oggi. Poniamo grande attenzione e parsimonia nella gestione delle risorse. Oggi siamo un’azienda quasi per un quarto autosufficiente energeticamente. Durante le nostre plurime attività poniamo spesso l’accento sul riciclo e recupero delle materie prime, compresa la sostituzione della plastica per imballaggi con altri prodotti, così da ridurre ulteriormente il consumo di plastica monouso».
Quali novità per il futuro?
«Stiamo investendo in strutture per la conservazione e il confezionamento dei prodotti per migliorarne la qualità e durabilità nel tempo. Nello specifico parliamo di frigoriferi di ultima generazione e impianti di lavorazione più moderni, anche per impattare i costi. E infine continuiamo nel solco di quelle sfide produttive per cercare di riaggiornare le nostre tecniche, in modo tale che possano impattare i danni ambientali dovuti ad esempio alla piaga delle cimici asiatiche»,
Cosa significa partecipare alla terza edizione di FuturPera?
«La nostra azienda ha la propria sede a Ferrara, nel cuore del bacino storico produttivo delle pere. Un prodotto che da qualche anno sta attraversando un periodo abbastanza complesso. Riteniamo che anche la nostra presenza all’evento fieristico sia importante testimonianza di quanto il gruppo creda fortemente su questo prodotto assolutamente importante per un territorio come quello estense».


«L’innovazione a servizio della frutta»

Aweta, azienda leader nella produzione di impianti lavorazione di prodotti freschi, sarà presente a FuturPera

Forma, colore, consistenza e grado di maturazione. Caratteristiche che nel mondo dell’ortofrutta contemporaneo diventano tratti essenziali da conoscere per essere competivi sul mercato. E Aweta Sistemi, società che realizza impianti per la lavorazione dell’ortofrutta, mette a disposizione delle imprese del settore macchinari innovativi in grado di soddisfare proprio queste esigenze. Quartier generale a Cesena, l’azienda dal 1998 è parte del Gruppo Aweta, multinazionale olandese leader nella realizzazione di impianti per lavorazione di frutta e verdura allo stato fresco. E i numeri parlano da soli: fatturato medio annuo di 17 milioni di euro e oltre 60 persone in organico, con un’età media di 40 anni. «Il 2019 – premette Massimiliano Severi, responsabile commerciale Italia – è stato un anno positivo con ottime vendite e un bilancio in salute. Per quel che riguarda il giro d’affari, ci concentriamo su impianti per la lavorazione di frutta a nocciolo, mele e pere Abate ». Aweta ha fornito alla società Patfrut di Ferrara una linea di calibratura e confezionamento dedicata alle pere della varietà Abate. «Un impianto innovativo – continua Severi – che consente la lavorazione della pera anche in acqua, garantendo quindi l’allungamento della stagionalità di commercializzazione di questi pregiati frutti». Su questa linea l’azienda ha inserito le ultime novità per la selezione del difetto esterno riducendo sensibilmente i costi di manodopera e garantendo che i frutti siano manipolati con delicatezza. «È importante garantire al consumatore uniformità sia di gusto che di caratteristiche esterne, in modo da indurre il consumatore ad acquistare nuovamente la stessa varietà o lo stesso marchio. Se l’esperienza d’acquisto e l’esperienza gustativa sono positive il consumatore abbinerà sensazioni positive ad un certo marchio come qualità, gusto, sapore, livello di maturazione, fiducia, dolcezza, italianità e territorialità. Sarà disposto ad acquistare nuovamente quel marchio». Se le pere costituiscono un settore importante per Aweta, è l’ortofrutta nel suo complesso a mostrarsi come un comparto tutt’altro che in declino. «Grazie al controllo della filiera, si riesce a offrire un prodotto più buono e i consumi aumentano. Per noi è uno stimolo a continuare su questa strada». Anche i primi mesi del 2019 sono andati secondo le aspettative. «E per il 2020 ci sono buone aspettative – osserva Severi – sebbene ci si stia spostando più sull’estero, per una quota sul totale vendite pari o superiore al 75%, verso mercati come Russia e America del Sud e del Nord». Negli anni, il peso di Aweta Sistemi all’interno del Gruppo Aweta è cresciuto sensibilmente. «Il 90% dei progetti che riguardano linee di lavorazione per mele e frutti a nocciolo, venduti dal gruppo nel mondo, sono sviluppati, disegnati e prodotti da tecnici italiani all’interno dello stabilimento di Pievesestina. Molto apprezzata nel gruppo è la professionalità del nostro personale altamente qualificato e l’esperienza maturata sul campo. Da noi il comparto tecnico e quello commerciale lavorano in team per fornire soluzioni che consentano di migliorare i processi produttivi e ridurre i costi lavorazione. Il nostro personale è giovane e dinamico, questo è per noi tutti motivo di orgoglio e rappresenta la base della nostra fiducia verso il futuro». Di recente sono state due le commesse importanti che hanno confermato la scelta di affidabilità riposta in Aweta Sistemi. A luglio è stato montato alla Borton & Son di Yakima (Washington) un impianto per le mele “Hybrid line”, con capacità 150 bins /h. Si tratta di un impianto ibrido, cioè con una sezione che lavora come pre-calibratura da cui escono bins pieni destinati alla conservazione e con una sezione dedicata all’impacco diretto. La linea si compone di Robot Portico, calibratrice Aweta Rollerstar 16 linee e 86 uscite con una lunghezza record id 120 m e sonsori qualità esterna PowerVision HS e qualità interna Inscan Pulse e proprio in queste settimane sta affrontando la prima stagione produttiva. Il secondo grande impianto che verrà attivato ad agosto 2020 è alla cooperativa Kurmark-Unifrut di Magré (Bolzano), che lavora 45.000 tonnellate all’anno. In questo caso si tratta di una linea di precalibro mele, con capacità 110 bins /h.


IN PILLOLE

I numeri del successo

1 L’azienda
Aweta Sistemi fa parte della multinazionale olandese leader nella realizzazione di impianti per la lavorazione della frutta e della verdura allo stato fresco. Ha sede a Cesena, fin dal 1998.
2 Il bilancio
L’impresa romagnola ha un fatturato medio annuo di 17 milioni di euro e conta su oltre 60 addetti in organico, con un’età media di 40 anni.
3 Gli ordini
Ultimamente le vendite si sono spostate molto all’estero. Oggi oltre il 75% degli ordini arrivano da mercati come Russia, America del Sud e America del Nord.
4 Il know-how
Il 90% dei progetti che riguardano linee di lavorazione per mele e frutti a nocciolo sono sviluppati, disegnati e prodotti da tecnici italiani nello stabilimento di Cesena