«Diamo fiducia ai produttori locali»

Coop Alleanza 3.0: «Ricerca continua di prodotti genuini e artigianali»

di MARCO PRINCIPINI

IL RAPPORTO con il territorio è stretto. Coop Alleanza 3.0 sostiene l’economia locale nell’agroalimentare «attraverso la ricerca continua di piccole e grandi realtà che creano prodotti genuini con cura artigianale, ma anche con la riscoperta delle varietà antiche da custodire, per preservare il patrimonio genetico e storico dei sapori delle nostre terre», fa sapere la cooperativa, nata nel 2016 dalla fusione di Coop Adriatica, Coop Consumatori Nordest e Coop Estense. Oltre all’attività commerciale finalizzata a valorizzare i singoli produttori locali, l’impegno è quello di avviare un processo di relazione tra i produttori con lo scopo di integrare le produzioni tra loro, favorendo la nascita di nuove filiere territoriali. «Per noi – è l’istantanea che arriva da Coop Alleanza 3.0 – la filiera non è solo uno strumento di garanzia e controllo delle materie prime, ma contribuisce a rendere il prodotto locale sempre più autentico, promuovendo un volano economico e di coesione sociale, coinvolgendo gli agricoltori con contratti certi di fornitura». La filiera sostenibile «deve valorizzare tutti i soggetti che la costituiscono con una equa ripartizione del valore tra loro, in grado di rispettare l’ambiente, le risorse naturali, la salvaguardia e la salute dei lavoratori, perseguendo la legalità e la responsabilità sociale d’impresa». L’impegno della cooperativa nella valorizzazione dei produttori e dei prodotti locali, nel 2018, è stato notevole: l’anno scorso, in Emilia- Romagna, Coop Alleanza 3.0 ha acquistato prodotti per un valore di quasi un milione di euro da 636 fornitori, con particolare attenzione alla piccola e media impresa agroalimentare.

NELL’AMBITO del valore dei prodotti acquistati si segnalano oltre 140 milioni di euro di ortofrutta da 86 fornitori, 128 milioni di carne da 34 fornitori, 13 milioni di prodotti ittici da 18 fornitori, 37 milioni di prodotti di pane e pasticceria da 186 fornitori. Tra i progetti, spicca ad esempio la Filiera cooperativa del pane nel Ferrarese: nel caso specifico del grano, principale risorsa dell’agricoltura del territorio, Coop Alleanza 3.0 ha sviluppato un accordo di filiera certificata e cooperativa che coinvolge le aziende agricole di Ferrara associate nella Cooperativa Terremerse, il Molino Marzola e il produttore di pane surgelato da lievitare e cuocere Vassalli Bakering. Gli elementi caratterizzanti della filiera sono la materia prima, che consta del grano coltivato solo nella provincia di Ferrara – nella varietà Monna Lisa –, la certificazione dell’intero percorso di filiera, la produzione del pane da un unico fornitore. Coop Alleanza 3.0 sostiene anche la ‘Filiera dei grani antichi Valmarecchia- San Patrignano’: l’iniziativa è stata lanciata a gennaio dalla cooperativa agricola Valmarecchia Bionatura, dalla Comunità San Patrignano e Coop Alleanza 3.0 che si è impegnata nella valorizzazione e commercializzazione dei prodotti nati dalla filiera corta a cui hanno dato vita le prime due realtà. Si parte da una materia prima nobile come il grano antico per la produzione di due referenze in esclusiva per Coop Alleanza 3.0, i Grissinotti e la Piadina di grano antico, presenti da febbraio nei 12 punti vendita della Cooperativa nel Riminese e in altri 23 negozi Coop di grandi dimensioni nel resto dell’Emilia Romagna. E ancora, spicca il Mercato dei sapori locali: a Bologna, Modena, Carpi, Reggio Emilia e Ravenna, fino al 3 luglio, si terrà l’iniziativa che vedrà protagonisti i produttori del territorio negli ipercoop Centro Borgo di Bologna, I Portali di Modena, Il Borgogioioso di Carpi, Baragalla di Reggio Emilia e nell’extracoop Centro Esp di Ravenna. Un’occasione per esplorare i prodotti locali in un vero mercato, dove saranno i produttori con la loro passione e la loro esperienza a raccontare le specialità che arrivano dal territorio.

IL CUORE dell’offerta commerciale di Coop Alleanza 3.0 sono i prodotti a marchio Coop: ad oggi sono oltre 4mila. Dagli alimentari agli articoli per la cura della persona, dalle eccellenze gastronomiche ai prodotti bio ed ecologici. In tale contesto, è fondamentale il concetto di filiera: i prodotti a marchio Coop sono caratterizzati da sicurezza, con una selezione dei fornitori e un accurato sistema di controlli, in uno scenario in cui i produttori devono rispettare standard di sicurezza per gli alimenti lungo tutta la filiera. Fondamentale è la trasparenza: informazione sui processi di filiera, come nel caso della linea Origine Coop che fornisce al consumatore conoscenza dei processi produttivi, il controllo e le garanzie certificate di sicurezza lungo tutto il percorso di eventi che l’alimento subisce a partire dalla raccolta nei campi, o dall’alimentazione dell’animale da cui deriva la materia prima alimentare, fino al consumatore.


«Qualità e territorio nel nostro Dna»

Conad, il direttore generale Francesco Avanzini: «Sono la chiave del successo»

di LUIGI MANFREDI

QUALITÀ e un legame strettissimo con il territorio. «È il Dna del nostro modo d’essere e la chiave del nostro successo». Francesco Avanzini dal novembre scorso è direttore generale del gruppo Conad, oltre 3mila supermercati sparsi in tutt’Italia.

Avanzini, cosa rappresenta il comparto agroalimentare per la vostra insegna?

«Per noi è l’essenza, perché siamo una catena di supermercati presenti su tutto il territorio nazionale e nasciamo proprio dal settore agroalimentare. Le nostre imprese, i nostri punti vendita, i nostri soci sostanzialmente sono sempre stati vicini al territorio dove operano e quindi vicini alle produzioni locali. L’agroalimentare, in particolare, è per noi la base sulla quale cominciare a costruire un’offerta per i clienti».

Quale strada perseguite in questo settore per voi decisivo?

«Coprendo tutta l’Italia in modo capillare abbiamo la necessità e l’obbligo di offrire una copertura del settore agroalimentare la più qualificata, più profonda e più vicina al territorio possibile. È sempre stato un punto di forza che ci viene riconosciuto dal mercato. Lavoriamo in modo continuativo su questo aspetto».

In concreto, come si declina l’agroalimentare sui vostri scaffali?

«La declinazione di agroalimentare riguarda soprattutto i prodotti freschi: ortofrutta, salumi e latticini, prodotti di prima e seconda lavorazione delle carni e del pesce. Il Dna di un distributore moderno è focalizzarsi su questi mercati ai quali aggiungere anche i mercati dei prodotti trasformati alimentari che provengono dal mondo industriale».

L’origine dei prodotti che mettiamo nel carrello?

«Il 90% dell’area fresco, e quasi la stessa percentuale per i prodotti di marchio Conad, provengono da produzioni locali in Italia. La relazione con la filiera, col territorio, è il punto fondamentale».

Siete presenti in tutt’Italia, ma che ruolo hanno per voi Emilia Romagna e Marche?

«Sono regioni pilastro di Conad, che è nato proprio in questi territori. Qui abbiamo trovato una grande risposta quando parliamo di prodotti freschi o freschissimi: ortofrutta, salumi, formaggi. Ad esempio siamo il primo distributore di Parmigiano reggiano. E siamo riusciti a farne apprezzare l’unicità anche fuori dall’Emilia Romagna. C’è insomma un grande legame. Nelle Marche lavoriamo anche su filiere più piccole: per esempio abbiamo valorizzato il prosciutto di Carpegna e i vini».

Un tratto distintivo di Conad è, rispetto ad altri competitor, di diversificare l’offerta a seconda del territorio, delle città addirittura…

«In alcuni comparti trovare un’offerta omogenea può essere fattore distintivo. Ma adattare l’offerta di prodotti, specie di prima o seconda lavorazione, è il nostro vero punto di forza. Oggi abbiamo 6mila fornitori in questo mercato, oltre 600 di loro ci forniscono prodotti a marchio Conad. Abbiamo lanciato linee come ‘Sapori e dintorni’ che appunto rispecchiano l’eccellenza, la provenienza, l’indicazione di dop e igp».

Parlate di percorso qualità.

«Significa qualificare le produzioni, controllarle, garantirle».

I consumatori vogliono sapere in maniera sempre più precisa il percorso dei cibi che arrivano nel piatto.

«La tracciabilità per noi è irrinunciabile. Significa garantire la trasparenza sulla provenienza di materie prime e prodotti lavorati. Da anni utilizziamo capitolati ancor più stringenti di quanto richiesto dalla legge. Sulle filiere più controllate, come la carne, chiediamo ad esempio di avere visibilità sulle provenienze degli stessi capi di bestiame e sulle zone dove sono allevati. Lo stesso vale per l’ortofrutta ».

Il vostro è un osservatorio privilegiato: quali sono a vostro giudizio luci e ombre dell’agroalimentare italiano?

«L’aspetto positivo: una storia, una provenienza, una capillarità di proposte alimentari che rispecchiano la storia dei nostri territori. In negativo vedo l’incapacità del sistema italiano di organizzarsi nella distribuzione dei prodotti anche sul fronte dimensionale, un aspetto non secondario per l’export. E questo, attenti, non vuol dire dequalificare i prodotti. Piccolo è bello, ma in questo momento non è sufficiente, perché bisogna aver presente lo scenario di una presenza globale. Paesi del bacino del Mediterraneo che hanno meno storia e meno capacità distribuiscono però i prodotti meglio di noi. Il sistema-Italia deve fare ancora parecchio».


Aweta Sistemi, sguardo al futuro

La società realizza impianti per la lavorazione dell’ortofrutta

di MARCO PRINCIPINI

L’INNOVAZIONE prima di tutto. In Aweta Sistemi, società che realizza impianti per la lavorazione dell’ortofrutta, da sempre è così. Quartier generale a Cesena, l’azienda dal 1998 è parte del Gruppo Aweta, multinazionale olandese leader nella realizzazione di impianti per lavorazione di frutta e verdura allo stato fresco. Con un fatturato annuo medio di 17 milioni di euro e oltre 60 persone in organico, e un’età media di 40 anni, si può guardare al futuro con fiducia ed affrontare con slancio le molteplici sfide dei prossimi anni. «IL 2018 – premette Massimiliano Severi, responsabile commerciale Italia – è stato un anno positivo con ottime vendite e un bilancio in salute. Per quel che riguarda il giro d’affari, ci concentriamo su impianti per la lavorazione di frutta a nocciolo, mele e pere Abate ». Infatti, di recente Aweta ha fornito alla società Patfrut di Ferrara una linea di calibratura e confezionamento dedicata alle pere della varietà Abate. «Un impianto innovativo – continua Severi – che consente la lavorazione della pera anche in acqua, garantendo quindi l’allungamento della stagionalità di commercializzazione di questi pregiati frutti ». Su questa linea l’azienda ha inserito le ultime novità per la selezione del difetto esterno riducendo sensibilmente i costi di manodopera e garantendo che i frutti siano manipolati con delicatezza. «È importante garantire al consumatore uniformità sia di gusto che di caratteristiche esterne, in modo da indurre il consumatore ad acquistare nuovamente la stessa varietà o lo stesso marchio. Se l’esperienza d’acquisto e l’esperienza gustativa sono positive il consumatore abbinerà sensazioni positive ad un certo marchio come qualità, gusto, sapore, livello di maturazione, fiducia, dolcezza, italianità e territorialità. Sarà disposto ad acquistare nuovamente quel marchio ».

L’ORTOFRUTTA è un comparto tutt’altro che in declino, è dinamico e in movimento. «Grazie al controllo della filiera, si riesce a offrire un prodotto più buono e i consumi aumentano. Per noi è uno stimolo a continuare su questa strada». Anche i primi mesi del 2019 sono andati secondo le aspettative. «Le vendite – osserva Severi – stanno andando bene, ma rispetto all’anno scorso si stanno spostando più sull’estero, per una quota sul totale vendite pari o superiore al 75%, verso mercati come Russia e America del Sud e del Nord». Negli anni, il peso di Aweta Sistemi all’interno del Gruppo Aweta è cresciuto sensibilmente. «Il 90% dei progetti che riguardano linee di lavorazione per mele e frutti a nocciolo, venduti dal gruppo nel mondo, sono sviluppati, disegnati e prodotti da tecnici italiani all’interno dello stabilimento di Pievesestina. Molto apprezzata nel gruppo è la professionalità del nostro personale altamente qualificato e l’esperienza maturata sul campo. Da noi il comparto tecnico e quello commerciale lavorano in team per fornire soluzioni che consentano di migliorare i processi produttivi e ridurre i costi lavorazione. Il nostro personale è giovane e dinamico, questo è per noi tutti motivo di orgoglio e rappresenta la base della nostra fiducia verso il futuro».


«Crescono fatturato ed esportazioni»

Angelo Galeati, ad di Sabelli Group: «Nuovo brand di formaggi per i giovani»

di MARCO PRINCIPINI

CON UN FATTURATO in crescita del 7% nel 2018 – e un primo quadrimestre che ha visto le esportazioni del marchio Sabelli schizzare a +18% – non si fermano le mosse del gruppo per consolidare la propria crescita produttiva e finanziaria. Il prossimo passo è il lancio del marchio ‘Natura Sincera’, un nuovo brand di formaggi freschi dedicato ai consumatori più giovani e attenti agli stili di vita moderni. La gamma ‘Natura Sincera’ – che comprende vari formati di mozzarella, mozzarelline, scamorza e ricotta – si propone come una alternativa di qualità, restando fedele alla genuinità e al rispetto dell’arte casearia che caratterizzano il lavoro del gruppo marchigiano. Il fulcro di questa offerta è il consumatore moderno e dinamico, alla ricerca di semplicità e autenticità, attento all’ambiente e a stili di vita sani.

«IL MARCHIO ‘Natura Sincera’ nasce dalla volontà di affiancare al marchio Sabelli, che rappresenta mozzarella, stracciatelle e burrate di segmento premium, un’alternativa per un target che cerca il gusto ma è attento anche al prezzo – spiega Angelo Galeati, amministratore delegato di Sabelli Group –. In questo modo completiamo la nostra offerta in modo forte ed efficace, per raggiungere nuove fasce di consumatori e cogliere nuove opportunità di mercato ». Il gruppo Sabelli può contare su un’esperienza quasi centenaria, tramandata attraverso quattro generazioni e oggi nelle mani dei nipoti di Archimede Sabelli, fondatore originario. «Sabelli è un’azienda di famiglia, saldamente a conduzione italiana – prosegue Galeati – la nostra responsabilità è quella di raccogliere questa eredità, e allo stesso tempo proseguire il percorso di crescita attraverso l’innovazione tecnologica e produttiva e acquisizioni eccellenti, per arricchire il nostro territorio e la filiera di produttori italiani con cui lavoriamo».

I RISULTATI di questo lavoro si vedono, con una crescita che negli ultimi anni si è dimostrata costante e ha portato Sabelli Group a essere il secondo polo produttivo nel comparto della mozzarella da tavola. Nel 2019 è stata inaugurata una nuova struttura commerciale, che divide le attività produttive per aree di servizio. È Sabelli Brands la divisione per la gestione dei prodotti a marchio Sabelli, ‘Val d’Aveto’ e ‘Natura Sincera’, mentre Sabelli Industrial si occuperà di Marca del Distributore e marchi di fantasia. A queste divisioni si affiancano Sabelli Retail, per la gestione dei punti vendita aziendali sul territorio locale, e la già esistente Sabelli Distribuzione, la piattaforma logistica dell’azienda per il Centro Italia. ‘Summa’ di tutta questa esperienza è il libro ‘Con il Latte nelle Vene’, edito da Capponi Editore. L’autobiografia di Archimede Sabelli, fondatore del caseificio, che con la propria voce racconta la storia di un sogno che ha preso forma quasi 100 anni fa, e oggi si concretizza in una realtà imprenditoriale arrivata alla quarta generazione, con 4 siti produttivi in cui si lavorano 155mila tonnellate di latte fresco all’anno e si garantisce occupazione a 500 persone.

‘CON IL LATTE nelle vene’ testimonia la passione, il lavoro e la capacità di superare grandi difficoltà in un periodo storico di forti mutamenti per l’Italia e per il territorio marchigiano, in cui Sabelli si è insediata negli anni ’50. «Sono partito da zero, anzi da meno di niente – scrive un anziano Archimede Sabelli nel suo libro autobiografico –, perciò se volevo dare a me e alla mia famiglia una vita tranquilla, dovevo lavorare duro, con caparbietà e ostinazione, come in effetti ho fatto. Questa scelta ha comportato un prezzo salato da pagare, ma era l’unica possibilità che avevo. Oggi posso dire che il mio lavoro è stato una passione divorante, una malattia dalla quale ho scelto di non guarire. Dentro ci ho messo l’anima e la mia visone del mondo, ci ho messo il mio entusiasmo e la mia esuberanza».


Il Caab è sempre più ‘green’

Il Centro agroalimentare di Bologna leader nella sostenibilità energetica

di LUCA ORSI

IL CAAB di Bologna è sempre più green. Nel 2018 chiude il bilancio in utile per l’ottavo anno consecutivo. E raggiunge anche anche un importante traguardo: il rimborso integrale – con un anticipo di 18 mesi – del debito di 15 milioni di euro contratto con il Comune di Bologna alla costituzione della società. Il Centro agroalimentare del capoluogo emiliano, struttura occupata al 100%, si conferma leader per la sostenibilità energetica. «Nel febbraio scorso – spiega Duccio Caccioni, direttore Marketing & Qualità – si è conclusa la costruzione del Progetto CAAB 3, con l’installazione di un impianto fotovoltaico da 450 kWp sulla copertura della palazzina uffici, abbinato a un sistema di accumulo di taglia industriale da 50 kWp-210 kWh». Questo nuovo impianto permetterà al Caab di autoconsumare circa l’80% del proprio fabbisogno elettrico annuo, risparmiando 23mila euro l’anno e abbattendo le emissioni di Co2 di oltre 5mila tonnellate annue. «Sarà garantita una produzione annua di energia elettrica pari a circa 520mila kWh l’anno – calcola Caccioni – capaci di soddisfare il consumo medio di 200 famiglie».

SI TRATTA dell’impianto fotovoltaico con sistema di accumulo energetico per autoconsumo più grande d’Italia, che guiderà il Caab verso il 100% a energia solare e a chilometro-Zero. A questo si aggiungono le nuove postazioni di ricarica accessibili ai veicoli in transito nell’area del Caab-Fico Eataly World. È così arrivata a compimento, dopo un piano di investimenti sulle energie rinnovabili iniziato nel 2012, la svolta elettrica del Caab. «Siamo diventati un vero e proprio laboratorio dell’economia sostenibile – afferma Andrea Segré, presidente di Caab –; il sogno è che quanto prima la frutta e la verdura raggiungano noi e poi la città senza generare inquinamento ambientale né acustico». Il Caab, in altre parole, punta a diventare una piattaforma di distribuzione organizzata con mezzi ecosostenibili, elettrici (alimentati con l’energia autoprodotta) o a metano. Un traguardo che avrebbe un impatto considerevole sull’ambiente, spiega Caccioni, «se si pensa che circa il 30% del traffico e dell’inquinamento sono causati dal trasporto di cibo». Non basta. Caab, infatti, afferma il direttore generale Alessandro Bonfiglioli, «integra la sostenibilità energetica alla sostenibilità agroalimentare attraverso la commercializzazione e quindi il consumo di frutta e verdura sostenibili e di alta qualità, certificata ISO 9000». Per quanto riguarda i numeri di bilancio, Caab stabilisce quello che viene definito «un nuovo record di esercizio»: il Centro agroalimentare bolognese archivia il 2018 con utile netto di 1.012.982 euro ante imposte (post imposte 634.172), nell’anno dell’evoluzione a società per azioni. Viene così migliorata la performance del bilancio 2017, che si era chiuso con utile netto post imposta di 483.987 euro, così come lo stato patrimoniale attivo, che ammonta complessivamente a 84.728.491 euro, in crescita rispetto al dato 2017 (84.348.599 euro).

NEL 2018, inoltre, il valore della produzione è cresciuto del 3,4% ed è pari a 262.199 euro, con attivo valore/costi di 1.288.937 di euro, in crescita di 81.171 euro rispetto al bilancio 2017. «Ufficializzare l’ottavo risultato utile consecutivo è una soddisfazione importante per tutto il sistema mercatale Caab, dai produttori agli operatori ai grossisti – spiega Bonfiglioli –. Si apre adesso una nuova fase di valutazione strategica sulle future direttrici di sviluppo nazionali e internazionali della società». «Nuova fase che potrà contare – sottolinea Segré – sul networking e la sinergia avviata con il Centro agroalimentare e logistica di Parma (Cal) e il Centro agroalimentare riminese (Caar), attraverso lo specifico Protocollo di intenti siglato nei mesi scorsi, a vantaggio dei consumatori e degli operatori commerciali». L’accordo, promosso dall’assessorato al Commercio della Regione Emilia-Romagna, «ha dato il via a un progetto di aggregazione organizzativa e operativa delle tre strutture: fra gli obiettivi, non solo il potenziamento di efficienza e qualità dei servizi, ma anche la razionalizzazione delle spese e il contenimento dei costi gestionali, la condivisione e lo scambio delle conoscenze e delle migliori pratiche adottate dai tre Centri».


«La magia di Fico conquista la Cina»

Tiziana Primori, amministratore delegato di Fico Eataly World

di LUCA ORSI

FICO EATALY WORLD – «il parco del cibo più grande del mondo », recita lo slogan – è sempre più proiettato fuori dai confini nazionali. E «l’impatto sull’estero è molto, molto positivo», assicura Tiziana Primori, amministratore delegato di Fico Eataly World. In poco più di un anno e mezzo di vita, Fico ha ospitato «oltre cento delegazioni straniere, per conoscere e capire le eccellenze del Made in Italy ». Si tratta solo in minima parte di delegazioni istituzionali. In maggioranza arrivano a Bologna delegazioni «di imprenditori e manager ad alto livello, in rappresentanza di fondi di investimento, società della Grande distribuzione, della ristorazione e del mondo agricolo ». Il Paese più assiduo, spiega la Primori, «è la Cina, con oltre 60 delegazioni in visita» dall’apertura del parco. Solo nelle ultime due settimane, da Pechino e Shanghai ne sono arrivate otto. «Stiamo lavorando molto in Cina per dare una sempre maggiore visibilità ai prodotti e allo stile italiani».

L’INTERESSE dei cinesi per Fico ha riflessi importanti anche sui media. Il primo luglio, annuncia la Primori, «un’emittente televisiva con cinquanta canali girerà un documentario di venti minuti sul nostro Parco». E grande riscontro ha avuto, lo scorso maggio, la partecipazione della provincia cinese di Jilin – con lo chef chef Li Haoying, Maestro della Cucina – all’iniziativa ‘Le culture del mondo’, confronto fra ingredienti, itinerari e tradizioni da territori diversi. Che Fico sia riconosciuto come un polo internazionale del cibo e dello stile italiano a cui il mondo guarda con interesse, «lo dimostra anche la trasferta, in occasione del primo compleanno del Parco, a novembre scorso, dell’intero board di Specialty Food Association, ente che promuove Fancy Food New York, fiera agroalimentare tra le più importanti del mondo». Delegazioni in visita a Fico vengono anche dall’Est Europa, dalla Francia, dal Regno Unito, dagli Stati Uniti e dai Paesi del Sud America. «A tutti – afferma la Primori – cerchiamo di fare capire che i prodotti italiani sono buoni, sostenibili (con impatto ambientale più basso) e con un buon rapporto qualità/prezzo».

IN GENERALE, i visitatori del parco apprezzano molto l’integrazione, cifra tipica di Fico, fra aziende grandi e piccole. E c’è molto interesse per il ‘percorso’ che va dal campo e gli allevamenti alle fabbriche, fino all’assaggio del prodotto finale. All’interno del parco «sono presenti le principali razze animali, coltivazioni, quaranta fabbriche: ogni giorno facciamo birre, latte, mortadella, pasta… E dei tour guidati, come nei musei, per spiegare i valori che vogliamo comunicare con la nostra attività». Molto ambìti, commenta ancora la Primori, «anche i nostri numerosi corsi». Fra i tanti corsi pratici (www.eatalyworld.it), Fico propone quelli di sfoglia e pasta fresca all’uovo con le mitiche sfogline bolognesi, per imparare segreti e tecniche della pasta tradizionale. Gli amanti della pizza pssono cimentarsi nella preparazione dell’autentica napoletana grazie ai pizzaioli di Rossopomodoro. E i più golosi possono deliziare occhi e palato con il laboratorio di Carpigiani che svela i segreti dell’arte della gelateria.

FICO nasce per mostrare in un luogo unico al mondo quanta storia, quanto futuro, quanta attenzione al territorio e alla sostenibilità sono presenti in Italia. «L’idea è narrare una storia e nel farlo stimolare tutti i cinque sensi – spiega la Primori –. Ma il nostro racconto è anche sociale ed etico, perché vuole ricordare che un gesto quotidiano come comprare un prodotto al supermercato o andare al ristorante ha alle spalle una storia molto importante».


APPUNTAMENTI FINO A SETTEMBRE TANTE OCCASIONI DI SVAGO E DIVERTIMENTO

Drive-in e pizza da record: il cartellone dell’estate

TUTTI I GIORNI appuntamenti diversi, che si ripetono di settimana in settimana. Tutti studiati in collaborazione con i più importanti partner attivi in città per godere delle sere d’estate all’aria aperta: dalle degustazioni in vigna del martedì, abbinate alle ‘fiabe in tenda’ (con le letture per i bambini nell’uliveto di Fico), all’AperiFico del giovedì, l’amato aperitivo in frutteto che torna anche quest’anno. Novità assoluta per il sabato sera è, invece, il Cinema in vigna organizzato con la Cineteca di Bologna, con la proiezione gratuita di alcuni dei maggiori successi degli ultimi anni. E ancora, il Drive-in, un ciclo di quattro appuntamenti col cinema dal sapore squisitamente rétro (dopo la ‘prima’ del 21 giugno, le altre serate sono il 19 luglio, il 23 agosto e il 20 settembre). Fra gli eventi in cartellone si segnalano, sabato 27 luglio, ‘La pizza da Guinness: 500 metri di specialità da tutta Italia’. Trenta maestri pizzaioli per 500 metri di pizza con tutti i condimenti d’Italia da realizzare in diretta, a Fico, insieme alla collaborazione di Pizza Village e Rossopomodoro. Tra tutte, la regione Marche sarà presente con la pizza Rossini, accompagnata per l’occasione da alcune arie musicali del maestro. Il 30,31 agosto e 1° settembre, ‘Identità d’origine-Dop e Igp dall’Italia e dall’Europa’. una kermesse di tre giorni promossa da Fico Eataly World e Regione Emilia-Romagna, interamente dedicata alla valorizzazione dei prodotti a certificazione garantita, simbolo delle denominazioni tipiche italiane ed europee.


Varignana, il palazzo dell’olio genuino

A Castel San Pietro il più esteso oliveto dell’Emilia Romagna

di MARCO PRINCIPINI

LA PIÙ ESTESA produzione di olio extravergine di oliva della regione Emilia-Romagna con olive interamente aziendali nasce nei terreni di proprietà di Agrivar, l’azienda agricola di Palazzo di Varignana, resort di lusso adagiato ai piedi dei colli bolognesi nel piccolo e antico borgo di Varignana, frazione del comune di Castel San Pietro. Avviata nel 2015, l’azienda agricola conta oggi oltre 100 ettari di uliveti e 65 mila piante attualmente in conversione al biologico e privilegia la coltivazione delle cultivar autoctone, tra cui la Ghiacciola e la Nostrana, a cui si aggiungono in minore percentuale Frantoio, Leccino, Maurino e Leccio del Corno.

STUDI letterari dicono che l’olivicoltura nelle colline di Varignana era praticata sino ai primi del Settecento, quando iniziò quella che gli storici definiscono come ‘piccola era glaciale’, con conseguente morìa delle piante di olivo. A testimonianza di questa epoca, protetti dalle mura del cimitero della cappella di Varignana, sono arrivati fino ai giorni nostri quattro ulivi secolari di varietà Ghiacciola. La passione che il fondatore di Palazzo di Varignana nutre da sempre per la pianta di ulivo e per la storia di Claterna ha riportato in auge questa coltura, per secoli abbandonata, facendo sì che ospitalità e agricoltura si fondano in un grande progetto di rinascita e recupero del territorio. Lo scopo è stato quello di rivalutare una zona collinare, per sua natura fortemente vocata all’agricoltura, nella quale erano presenti grandi appezzamenti di terra incolti o con colture di poco pregio. Inoltre, le importanti opere di drenaggio, bonifica, pulizia di fossi e canali che si sono rese necessarie, hanno contribuito ad abbassare notevolmente i problemi di dissesto idrogeologico di queste meravigliose colline. Si tratta quindi di un progetto agroalimentare ecosostenibile molto ambizioso e che sta già facendo conoscere questo angolo di territorio anche al di fuori dei confini nazionali.

L’OLIO EXTRAVERGINE di oliva Palazzo di Varignana ha ottenuto infatti diversi riconoscimenti nazionali e internazionali, in particolare il monocultivar Ghiacciola ‘Claterna’ dell’annata olearia 2018 ha ricevuto i prestigiosi ‘Tre Foglie’ nella Guida Gambero Rosso, ‘Grande Olio 2019’ nella Guida agli Extravergini Slow Food e, a livello internazionale, il ‘Gold Prize’ al Joop di Tokyo e il ‘Silver Award’ al NYIOOC di New York. Secondo le previsioni agronomiche il regime produttivo sarà raggiunto attorno al 2025/2026, con 130 ettari di uliveto e 100 mila piante per una produzione complessiva di circa 100mila litri, che farà di Palazzo Varignana il più grande produttore di olio Extravergine di oliva dell’Emilia Romagna. È prevista in tempi brevi la realizzazione di un frantoio aziendale. INFINE, novità di quest’anno, è l’adesione al progetto dell’olio extravergine di oliva dei Colli di Bologna, che si prefigge di promuovere un olio tipico della zona, contraddistinguendolo con il marchio collettivo ‘Olio extravergine dei Colli di Bologna’ e di avviare l’iter che porterà all’ottenimento della certificazione Igp.

LE ALTRE COLTURE Non solo olio extravergine, ma anche tremila metri di orto in avvicendamento e zafferano, un ettaro di mandorleto, un fragoleto, un frutteto di mele, pere, albicocche e ciliegie. A questo si aggiungono 4.000 metri di goji, un orto terrazzato con 42 diverse erbe aromatiche e 35 ettari di vigneti nei quali si coltivano uve prevalentemente autoctone e nel 2018 sono state realizzate le prime due referenze del progetto enologico che prevede anche produzione di vini privi di solfiti.


Surgital e l’obiettivo dei 100 milioni

Da piccolo laboratorio a colosso, la lunga strada del gruppo di Lavezzola

ERA NATA nel 1980, come piccolo laboratorio artigianale. Oggi Surgital è una multinazionale che punta, come gruppo, a raggiungere i 100 milioni di euro di fatturato nel 2021. Ogni giorno dal suo stabilimento a Lavezzola, frazione di Conselice in provincia di Ravenna, escono 135 tonnellate di pasta fresca, 60.000 piatti monoporzione e otto tonnellate di sughi in pepite. Tutti destinati alla ristorazione, al catering e ai bar, anche se questo sarà l’anno di sbarco nella grande distribuzione organizzata. Al lavoro ci sono 340 dipendenti e, nei prossimi tre anni, ne entreranno altri 20-30, grazie a un progetto di ampliamento da 10 milioni di euro di investimento. Insomma, numeri da grande realtà anche se il cuore resta in Romagna. Da lì, però, il gruppo si estende con «altre due filiali commerciali in Francia, con uffici e magazzini nella città di Lione, e negli Stati Uniti, con sede amministrativa a New York e magazzini nello Stato del New Jersey, e la presenza di area manager diretti in Germania e Uk», elenca Massimiliano Bacchini, consigliere d’amministrazione e direttore commerciale di Surgital. È lui uno dei tre figli attivi in azienda di Romana Tamburini, attuale presidente e fondatrice di questa realtà nel 1980, e dell’ad Edoardo Bacchini.

L’EUROPA resta ancora il cardine del gruppo: l’80% del fatturato deriva dalle vendite nel vecchio continente. Ma sempre più spesso Surgital guarda fuori dai confini europei: a ovest, dove i mercati più interessanti sono quelli statunitense e canadese, e a est, in particolare a Singapore, Hong Kong e in Giappone. Poi stanno aumentando gli investimenti nella penisola araba, dove si punta a crescere nel medio-lungo termine. «Il nostro obiettivo è intercettare e generare interesse nei mercati evoluti con un forte potere di spesa, in cui esiste già una propensione al consumo fuori casa e il cibo italiano esercita un importante appeal », spiega Bacchini. Ma la crescita passa anche per l’esplorazione di nuove aree di mercato: «Ci stiamo preparando a entrare nel mondo della grande distribuzione: nella seconda parte dell’anno lanceremo un brand completamente nuovo destinato al consumo domestico che, pur esplorando una canale inconsueto per noi, attingerà a tutta l’esperienza maturata nel canale Food Service». Intanto, nel primo trimestre di quest’anno è stato approvato il piano industriale triennale, che prevede l’obiettivo ambizioso di fare cifra tonda tra due anni: «Puntiamo a superare nel 2021 i 100 milioni di fatturato per tutto il gruppo Surgital». Se realizzato, si tratterebbe di una crescita in doppia cifra rispetto al 2018, chiuso con oltre 80 milioni di ricavi, per il 60% grazie al mercato italiano. La fetta più grossa arriva da horeca e foodservice che, da soli, rappresentano l’87% del fatturato totale. Numeri che fanno già oggi di Surgital la prima azienda italiana produttrice di pasta fresca surgelata, piatti pronti surgelati e sughi in pepite surgelati per ristorazione, catering e bar.

PARTE della crescita passa anche attraverso l’ampliamento dello stabilimento: «Da qualche settimana abbiamo ottenuto tutte le autorizzazioni da parte delle autorità competenti – racconta Bacchini –. Questo prevederà un cambiamento della viabilità circostante il fabbricato per via di una diversa gestione logistica». L’ampliamento, di circa 4.000 metri quadrati tutti destinati all’area produttiva, prevede l’inserimento di nuove linee di produzione (attualmente sono 29). L’investimento, che vedrà la fine dei lavori e l’attività a pieno regime entro il 2020, vale oltre 10 milioni di euro. E, grazie anche all’ingrandimento, aumenterà la forza lavoro impiegata: si parla di 20-30 assunzioni nei prossimi tre anni.

«LE FIGURE più ricercate sono in ambito marketing e trade marketing, ricerca e sviluppo e in area commerciale – spiega Bacchini –. Siamo in contatto con le facoltà universitarie del territorio, ma in particolare da diversi anni abbiamo un rapporto di collaborazione continuativa con l’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo». E intanto, si lavora anche per dare un’impronta di sostenibilità alla produzione. Lo stabilimento di Lavezzola è autonomo a livello energetico e, parzialmente, anche a livello idrico. Merito di un sistema integrato che mette insieme un impianto fotovoltaico, una centrale di trigenerazione a metano e una terza centrale elettrica a turbine, che permettono di renderlo autonomo nell’approvvigionamento di energia elettrica e nella produzione di vapore e acqua calda per i processi produttivi. Significa, in altri termini, un risparmio di CO2 pari a 370 tonnellate al mese.

Riccardo Rimondi


Pesca, il Copego punta sull’innovazione

Il Consorzio pescatori di Goro investe 2 milioni per realizzare un nuovo impianto

di GIUSEPPE CATAPANO

UNA realtà che raggruppa circa 600 soci e nel 2018 ha realizzato un giro d’affari di 53 milioni di euro. Il Copego, Consorzio pescatori di Goro, è l’anima di un paese di meno di 4mila residenti e «in cui – precisa il presidente Massimo Genari – il 90% degli abitanti fa il pescatore». Il Copego, però, è molto di più: la vongola verace è il core business «e noi, insieme al Consorzio di Scardovari, siamo leader in Italia: da soli raggiungiamo il 25% della produzione nazionale». Il 2018 ne ha portato in dote 60mila quintali, più altri molluschi. Se l’allevamento della vongola verace filippina (Ruditapes philippinarum), specie alloctona di origine asiatica, rappresenta infatti la produzione primaria, importante è la presenza di impianti fissi di cozze (Mytilus galloprovincialis) in sospensione così come l’attività di mitilicoltura su fondale sia in allevamento che su banco naturale, oltre alla pesca di ostriche della specie Crassostrea gigas su banco naturale.

IL COPEGO opera in una delle aree più fertili per la molluschicoltura, il Delta del Po: la superficie in concessione al consorzio destinata all’allevamento di vongole veraci ammonta a circa 600 ettari ed è situata all’interno della Sacca. «Il nostro settore – osserva Genari – da qualche anno sta attraversando un periodo di difficoltà per quanto riguarda la produzione, perché c’è meno seme: questo riguarda l’acquacoltura in generale e in particolare la vongola verace. I prezzi, di conseguenza, sono aumentati e solo in parte si è compensata la mancanza di quantità a livello di reddito». Un periodo non semplice, quindi. «Bisogna essere attenti nella gestione delle lagune, per quanto ci riguarda della Sacca di Goro. Serve un occhio più critico rispetto a qualche anno fa proprio perché le produzioni sono più limitate». Anche per questo l’innovazione riveste un ruolo fondamentale.

«È UTILE per contrastare il calo produttivo: per questo – ammette il presidente del Copego – abbiamo deliberato un investimento da 2 milioni di euro per realizzare una struttura a terra in cui far nascere e crescere del seme, da laboratorio, per sopperire alla mancanza in natura. Finora non era mai stato portato avanti un progetto di questo tipo perché non ce n’era bisogno. Ma noi siamo una realtà importante e dobbiamo attrezzarci al meglio». Le aspettative sono alte: l’impianto andrà a regime entro i primi sei mesi del 2020 e »dovrebbe permetterci di coprire dal 10% al 30% del nostro fabbisogno. Siamo i primi e siamo in fase di progettazione, l’investimento è stato deliberato in Consiglio d’amministrazione. Non essendoci altre realtà di questo tipo, non abbiamo un termine di paragone. Ma siamo fiduciosi, siamo stati lungimiranti e speriamo di essere di esempio per tutto il settore». Anche perché il calo produttivo rischia di mettere ulteriormente in difficoltà il settore e «occorre agire. Io sono prima di tutto un pescatore, ogni mattina mi alzo alle 5 , e vedo la realtà con i miei occhi. Per noi – continua Genari – è una grande sfida che speriamo di vincere».

LA VONGOLA verace di Goro finisce per il 90% in Italia: «Serviamo le principali catene della grande distribuzione, i mercati di Roma e Napoli e i grossisti in generale ». L’export, oggi al 10%, è tutto rivolto alla Spagna. «Gli spagnoli, come noi, amano i frutti di mare».


«Aceto balsamico, sarà un anno buono»

Mariangela Grosoli: «Il settore è in salute e l’appeal del prodotto cresce»

di VALERIO GAGLIARDELLI

È GIÀ STATO archiviato come un incidente di percorso il calo del 7% registrato lo scorso anno nella produzione di Aceto Balsamico di Modena Igp. Sette milioni di litri in meno – per l’esattezza da 97 a 90 – dovuti a una vendemmia che nel 2017, a livello europeo, è stata disastrosa a causa del meteo, con una resa dell’uva scesa addirittura del 40% e i prezzi delle materie prime (vino e mosto) alle stelle, tanto da frenare un mercato che ad ogni modo continua sfiorare il miliardo di euro sul fatturato al consumo.

«MA GIÀ da quest’anno contiamo di risalire ai livelli precedenti », spiega Mariangela Grosoli, presidente del Consorzio Tutela del Balsamico Igp e titolare di un’acetaia nella culla dell’oro nero modenese, a Spilamberto, dove in questi giorni si terrà una fiera ultracentenaria a tema. «Il settore scoppia comunque di salute – continua la stessa Grosoli – e l’appeal del nostro prodotto, che resta molto legato al territorio senza rinunciare a un’internazionalizzazione ormai consolidata, continua a crescere. La vendemmia del 2018 è andata molto meglio, siamo fiduciosi per questo 2019, e in prospettiva ci attendono delle belle sfide da vincere». Si va «dall’incremento dell’export, che già supera il 92% della produzione, allo sviluppo costante del turismo di qualità nelle nostre zone. Passando per la lotta alla contraffazione in ambito Unione europea: entro fine anno dovrebbe infatti arrivare la sentenza della Corte di Giustizia europea sull’uso esclusivo del termine ‘balsamico’ ».

E ALL’ORIZZONTE c’è una novità che potrebbe fare decollare ulteriormente sia il Balsamico Igp, sia il Tradizionale Dop: un nuovo protocollo d’intesa tra i rispettivi Consorzi di Tutela, cioè un accordo che sia in grado di creare sinergie sempre più strette tra i due aceti ‘cugini’, finalizzate alla difesa e alla promozione dei due prodotti. Che restano diversi e complementari, perché solo l’Igp prevede un aggiunta al mosto di almeno il 10% di aceto di vino (più una quota variabile di aceto di vino invecchiato). Mentre il Tradizionale Dop – prodotto più costoso e di nicchia – è basato su tempi e lavorazione molto più lunghi: minimo 12 anni.

IL MARCHIO IGP impone che la produzione possa avvenire solo nelle province di Modena e Reggio Emilia, dove il clima influenza la maturazione e l’invecchiamento dell’aceto in maniera determinante, sempre a partire da mosti d’uva provenienti esclusivamente da vitigni di Lambrusco, Sangiovese, Trebbiano, Albana, Ancellotta, Fortana e Montuni.

LE ACETAIE LOCALI, con grande lungimiranza, hanno intuito già da parecchi anni il potenziale turistico del Balsamico e si sono organizzate in rete tra loro. Anche con gli enti locali e i ristoranti, per poter proporre ai visitatori vere proprie esperienze sensoriali basate su degustazioni e accostamenti gastronomici con le tante altre eccellenze del territorio emiliano, prima tra tutte il Parmigiano Reggiano. Una strategia che, come detto, ha premiato anche le esportazioni, che oggi raggiungono 120 differenti Paesi: il 28% riguardano gli Stati Uniti, seguiti da Germania (15%), Spagna (quasi 5%), Regno Unito (4%) e Australia (poco più del 3%).

LE AZIENDE associate al Consorzio Tutela Aceto Balsamico di Modena IGP sono 50. Tra le realtà consorziate figurano alcuni dei marchi storici del settore, che fin dall’inizio del Novecento hanno contribuito al successo del prodotto sia in Italia che sui mercati internazionali. Al mondo dell’Aceto Balsamico di Modena appartengono 119 cantine, 61 concentratori, 72 acetaie e 177 confezionatori. Gli addetti al settore sono oltre un migliaio.

IL FATTURATO dell’Aceto Balsamico di Modena alla produzione supera i 370 milioni di euro; quello al consumo, come detto, raggiunge il miliardo di euro. Queste cifre collocano il prodotto nella top five delle specialità alimentari Dop e Igp italiane, al fianco di Grana Padano Dop, Parmigiano Reggiano Dop, Prosciutto di Parma Dop, Mozzarella di Bufala Campana Dop


«Patate, annata fra le migliori di sempre»

Giulio Romagnoli, imprenditore alla guida dell’azienda di famiglia

«L’ANNATA produttiva 2019, iniziata con le produzioni di novelle siciliane, sarà ricordata come una delle più remunerative di sempre». Non usa mezzi termini Giulio Romagnoli, imprenditore alla guida dell’azienda agricola Romagnoli, guardando alle prospettive della stagione delle patate. Gli spazi per fare bene ci sono tutti, per un’azienda forte di un fatturato che nel 2018 ha sfiorato i 33,5 milioni, con una quantità di patate commercializzate che supera le 56mila tonnellate. Quelle da consumo si avvicinano alle 29mila tonnellate, per una quota export di 2.626 tonnellate, oltre un milioni di euro a valore. Gli addetti totali sono 64, per un piccolo impero che conta otto stabilimenti di stoccaggio – di cui tre di proprietà – e una capacità frigorifera di 18.300 tonnellate. Numeri di tutto rispetto, per un’azienda agricola che ha superato, nel 2018, il traguardo dei 90 anni di vita.

E CHE di strada ne ha fatta tanta, da quando partì, nel 1928, a Castel d’Aiano, piccolo comune nel cuore dell’Appennino bolognese, grazie all’azione del fondatore Natale Romagnoli. Un emigrato, uno dei tantissimi di quegli anni, che, tornato nel proprio paese dagli Stati Uniti, investì nella proprietà agricola a conduzione familiare. La zona dell’Appennino bolognese è particolarmente vocata nella coltivazione della patata e, negli anni, l’esperienza sulla coltivazione portò poi a sperimentare nuove varietà importate dal Nord Europa. Il commercio delle patate, da consumo e da seme, crebbe, fino a proporne l’acquisto ai consorzi agrari di tutta Italia. Arriviamo così agli anni Sessanta e Settanta, quando Romagnoli è ormai un’azienda strutturata, con numerosi collaboratori e la capacità di svolgere attività di lavorazione, commercio e servizio in campo ortofrutticolo. Per poi giungere ai giorni nostri, attraverso decenni in cui la strategia di partnership e costruzione di relazioni e valore a lungo termine non ha conosciuto soste. «Romagnoli conduce e coordina direttamente la produzione agricola – spiega Romagnoli – investe in impegni di filiera, partecipa e contribuisce all’affermazione dei sistemi di accordo interprofessionale della regione Emilia-Romagna, promuove i sistemi organizzati per garantire miglioramento ed adeguato valore aggiunto alle patate». Quest’anno, soprattutto a livello economico, le prospettive sono rosee: «Le aspettative per una campagna di soddisfazione ci sono tutte – è l’analisi di Romagnoli –. L’offerta di prodotto sarà limitata almeno fino alla metà di luglio, con una probabile finestra verso l’export per prodotto di ottima qualità, certificato Global Gap». Finora, a dominare è stata l’attività in Sicilia: «A seguito di una serie di favorevoli coincidenze, per due mesi (aprile e maggio) l’unico areale produttivo è stata la Sicilia, con quotazioni al produttore sempre superiori al a 60 centesimi al chilo».

INTANTO, Romagnoli punta a gettare anche le basi per il proprio futuro, che passa attraverso l’impegno per l’agricoltura sostenibile di qualità, intervenendo sia nella fase di ricerca di nuove varietà resistenti ai patogeni sia nelle fasi di coltivazione, lavorazione, stoccaggio e commercializzazione. In particolare, si lavora su tre direttrici. La prima è quella di una nuova generazione di varietà pataticole di origine naturale, con una buona tolleranza alle avversità, a partire dalla peronospora, e una presenza minima di residui chimici di sintesi. Obiettivo, «ridurre la chimica, salvaguardare l’ambiente e offrire soluzioni innovative di qualità al mondo produttivo». Al lavoro sotto questo aspetto c’è un team di realtà scientifiche, coordinate dalla sezione agronomica della Romagnoli. Poi si lavora alla nuova linea tecnica di coltivazione a lotta integrata volontaria che esclude il glifosate e alcune molecole chimiche di sintesi. «A partire da questa campagna – spiega Romagnoli – Romagnoli F.lli Spa offrirà alle altre aziende agricole della filiera pataticola nuove linee guida con l’obiettivo di fare agricoltura in modo sostenibile, nel rispetto dell’ambiente e delle persone». Terza direttrice, la qualificazione delle proprie attività anche attraverso certificazioni che garantiscano la qualità di processi e prodotti ed etica della gestione aziendale. Recentemente è stata rinnovata, con il punteggio di 99,57/100, la certificazione internazionale di processo International Featured Standards (Ifs) Food, che definisce i requisiti di sicurezza dei prodotti alimentari. Poi c’è il protocollo Grasp, che attesta l’attenzione da parte dell’azienda all’aspetto sociale ed etico del lavoro, certificando l’implementazione di buone pratiche in termini di salute, sicurezza, welfare, contratti, salari e libertà di rappresentanza per i lavoratori.


«Logistica, la nostra risposta globale»

Massimo Savini, amministratore delegato di RLA Italia: «Realtà in crescita»

DALLA GRANDE alla piccola distribuzione, con mezzi ad hoc ed ecologici. Dai trasporti refrigerati internazionali alle piccole spedizioni a temperatura controllata, con una lunga esperienza nel settore del fresco. RLA Italia, azienda con quartier generale nel Cesenate, che si occupa di logistica per il settore agroalimentare, è una realtà in continua crescita. Ma, soprattutto, capace di adattarsi alle esigenze del mercato. RLA – acronimo di Rete Logistica Agroalimentare – «sa soddisfare tutti i requisiti necessari per rispondere in modo globale ai clienti. E in questo siamo gli unici », premette l’amministratore delegato Massimo Savini. Grandi trasporti, ma anche micro- logistica, logistica di prossimità o dell’ultimo miglio. Con partenza dalle piattaforme di Gambettola, Bologna, Faenza e Verona, RLA è in grado di consegnare merce a strutture sia pubbliche sia private delle città di Emilia-Romagna, Toscana, Marche e Veneto. «Il nostro core business – afferma ancora Savini – resta la grande distribuzione, siamo specialisti del groupage e abbiamo un’esperienza quarantennale in questo settore. Ma negli anni abbiamo notato che è cresciuta la richiesta di piccole consegne, destinata a determinate strutture, quasi tutti i giorni e da effettuare con mezzi adatti ».

«IL NOSTRO servizio di distribuzione è rivolto anche ad aziende ed e-commerce, che devono gestire spedizioni con bassi volumi e destinazioni differenti in un’area geografica precisa. Con personale qualificato, di esperienza e continuamente formato, portiamo in consegna anche un solo collo con ad esempio ortofrutta, prodotti freschi e generi vari». Una sfida importante per RLA, con lo sguardo sempre rivolto al futuro. «Abbiamo i mezzi per entrare nelle città, occorre fare un passo ulteriore con un’attenzione sempre maggiore all’ambiente, utilizzando camion elettrici. Lo faremo, perché siamo sensibili alle questioni ambientali e sociali». Quel che è certo è che «anche grandi colossi internazionali come Amazon stanno investendo nella micro-distribuzione. Siamo un’azienda di servizi, dobbiamo essere attenti a quello che chiede il mercato».

RLA lavora sia sulla logistica di grandi gruppi – come Coop, Auchan, Esselunga, Lidl, Leclerc, Conad, Carrefour, Bennet, Eurospin, Aldi e Pam – sia su quella di aziende italiane e estere dell’agroalimentare, come Caviro, Conserve Italia, Valfrutta, Orogel, Agrintesa e altri big del settore. E consegna a mense pubbliche, private, universitarie, ospedali, asili, erboristerie, parafarmacie, farmacie, negozi di prossimità.

I NUMERI dell’azienda: ogni giorno si movimentano 150 automezzi e 4mila bancali, con 300 punti di destino, 5 piattaforme in Italia (oltre a Gambettola, Bologna, Faenza e Verona c’è anche Ragusa), 400 partner. Il 2018 si è chiuso con un fatturato di circa 20 milioni di euro. «Siamo – continua Savini – una media realtà e tale vorremmo restare. Non vogliamo perdere l’elasticità che abbiamo, tipica di un’azienda di servizi. E vogliamo continuare a lavorare tenendo la persona al centro: la tecnologia è utile, fondamentale, ma senza professionalità adeguate non si va lontano. Il nostro compito è mettere i lavoratori nelle migliori condizioni per fare il proprio mestiere ».

RLA occupa una sessantina di persone, più gli indiretti, che nei periodi di picco superano le 100 unità. «Siamo concentrati sulle sfide per il futuro – conclude Savini –: dall’ambiente alle nuove tecnologie, RLA vuole essere protagonista ».


«I nostri pilastri? Riuso e sostenibilità»

Parola dell’azienda ferrarese leader di imballaggi in plastica a sponde abbattibili

di FRANCESCO MORONI

«MOVIMENTAZIONI record a 140 milioni, con riflessi positivi per l’ambiente e la filiera». L’annuale evento pubblico di CPR System, in occasione dell’assemblea di bilancio quest’anno al Museo Ducati di Bologna, ha messo in evidenza in modo particolare i valori su cui l’azienda di Gallo (Ferrara) sta fortemente puntando in questi anni: sostenibilità ambientale ed economia circolare. Mario Tozzi, noto divulgatore scientifico esperto di ambiente, ha evidenziato alcuni punti chiave su cui concentrare l’attenzione a livello di produzione, ma anche di opinione pubblica: «La chiave di volta per evitare di riempire l’ambiente di plastica è quella del riuso, un elemento chiave su cui non ci si è ancora soffermati abbastanza ». CPR System, sottolinea Tozzi, presenta «un modello che va incontro proprio a questa esigenza ».

«LA PLASTICA in sé non è cattiva – aggiunge l’esperto –, quello che è devastante è la sua immissione nell’ambiente. È l’uomo l’artefice di tanto degrado e abbiamo soluzioni a portata di mano, che possono invertire la tendenza». Il messaggio che CPR System intende diffondere per trasmettere a tutti i valori di una scelta nata oltre 20 anni fa, dunque, sembra chiaro: puntare sull’economia circolare.

CPR System è oggi l’azienda leader in Italia per gli imballaggi in plastica a sponde abbattibili: un modello che associa l’intera filiera dell’ortofrutta con 1036 associati tra cui si annoverano, oltre ai produttori, 54 distributori delle principali insegne italiane, stampatori e aziende di servizio. Un sistema cooperativo che ha fatto propri, da sempre, i valori della sostenibilità e del riutilizzo. «Oggi – dichiara il presidente di CPR System, Francesco Avanzini – stiamo investendo tutte le nostre energie sulla ricerca e lo sviluppo. Siamo riusciti, a diventare leader italiani del settore e soprattutto abbiamo mantenuto inalterati nel tempo i valori fondanti della nostra azienda. L’uso di CPR System aiuta l’ambiente, perché con il riutilizzo non crea rifiuti e abbiamo in essere di portare questa filosofia anche nei nostri progetti futuri».

«OGGI abbiamo chiuso un bilancio consolidato con 55,6 milioni di euro di fatturato – conclude Avanzini –, ma soprattutto 17 milioni di euro di capitale sociale e un patrimonio netto di 37,16 milioni di euro. Numeri che attestano la forza e la solidità di un modello vincente». Un risultato importante, condiviso a 360 gradi. «Chiudiamo un’annata – dichiara Monica Artosi, direttore generale di CPR System – molto difficile per l’ortofrutta italiana, ma nonostante questo abbiamo consolidato la nostra posizione, così come crescono le movimentazioni delle casse che sfiorano la cifra record di 140 milioni, con un +4,5 rispetto al 2017».

IN CRESCITA anche le movimentazioni dei pallet, con poco più di 6 milioni di movimenti e un +3,5 rispetto al 2017. «I numeri attestano il successo del nostro modello – conclude Monica Artosi – che, grazie all’efficienza e all’economicità dei servizi offerti, prosegue la crescita portando, e di questo sono particolarmente orgogliosa, un contributo concreto alla salvaguardia ambientale ».

MA COSA si intende per riuso? Non è altro che l’alternativa all’usa e getta, in quanto non crea rifiuti. Viene messo in atto sia quando le funzioni per cui è stato creato l’oggetto sono riviste alla luce di un suo nuovo ed originale utilizzo, sia – come nel caso del pooling – quando si attua un modello circolare di gestione, che riutilizza all’infinito un prodotto. «Ogni anno si producono oltre 310 milioni di tonnellate di plastica – sottolineano da CPR System –, che vengono versate in mare dai fiumi: 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici, che hanno causato la formazione di 5 ‘isole di plastica’ ».

NATA nell’800, la plastica ha conosciuto il suo boom solo recentemente. Nel 1964 la sua produzione era di 30 milioni di tonnellate annue; nel 2016 è schizzata a 335 milioni. «Se questo trend dovesse continuare – aggiungo da CPR –, si arriverebbe, nel 2050, a una produzione mondiale di 1800 tonnellate ». L’impegno degli italiani nella differenziata, in ogni caso, sta aumentando: nel 1998 si raccoglievano infatti 1,8 chili di materiali polimerici per abitante, mentre oggi si contano circa 18 chili per ogni cittadino. Rispetto al 2017, l’anno scorso la raccolta della plastica è aumentata del 14% (di sei volte rispetto a quella messa in commercio), ma – anche per mancanza di impianti di trattamento – spesso buona parte finisce in discarica. «Se in Europa siamo fra i primi per recupero dei rifiuti (79% della raccolta complessiva, ndr) al pari con la Germania – concludono da CPR System –, facciamo fatica a trasformare tutto il materiale recuperato in oggetti con una nuova vita.


Apofruit esporta il ‘bio’ tutto italiano

La cooperativa di Cesena ha sfondato il tetto dei 350 milioni di euro di fatturato

di GABRIELE TASSI

FISCHIO d’inizio di una partita cominciata negli anni ‘90. Si usavano ancora schede e cabine telefoniche quando Apofruit decideva di lanciarsi nel ‘bio’. Oggi, il gruppo cesenate, con un’esperienza di oltre 50 anni nel campo dell’ortofrutta e quasi quattromila soci sparsi in tutta Italia, deve proprio a questo settore un terzo del suo ricco fatturato da oltre 350 milioni di euro (presentato negli scorsi giorni). Sono circa 800 infatti le aziende ‘col bollino’, passate attraverso gli attenti esami per ottenere la certificazione, in altri termini, intorno al 20% della produzione totale. Apofruit, con i propri produttori e grazie a Canova s.r.l., la società partecipata del gruppo che commercializza il prodotto biologico a marchio Almaverde Bio, ha convertito quella che era inizialmente una nicchia di mercato, a un ‘must’ per fasce di pubblico sempre più ampie. L’azienda di Cesena, coerentemente con la sua politica di qualità e innovazione, ha così saputo anticipare le nuove tendenze grazie allo sviluppo di ricerche, di sistemi di produzione adeguati e di organizzazione. Tradotto in numeri: Canova ha commercializzato nel solo 2018 oltre 40mila tonnellate di prodotto. Ma qual è il segreto? «Il nostro comparto Bio – spiega il direttore di Canova Ernesto Fornari – gestisce settimanalmente fino a 40 referenze di frutta e verdura fresca, per facilitare il cliente con una gamma molto ampia ».

NEANCHE a dirlo, nel mirino del gruppo romagnolo che nel 2018 ha prodotto oltre 2 milioni di quintali di ortofrutta, c’è in particolar modo la grande distribuzione, sia quella della nostra Penisola che quella estera. Dati alla mano – infatti -, per quanto riguarda l’Italia, almeno il 70% dei prodotti passerebbe dai supermercati, mentre, fuori dai nostri confini, la percentuale sale ancora di più, arrivando a toccare livelli altissimi nel Regno Unito, Nord Europa e Germania. L’export rappresenta per Apofruit, fino al 50% della quota commerciale, di cui un significativo 10 % esportato in paesi lontani via mare o via aerea. Ma quale frutta preferiscono gli europei? A quanto pare, soprattutto mele, kiwi, pere, pesche e nettarine, albicocche, i principali prodotti in termini di volumi, ma anche fragole, ciliegie, uva e tutto il pacchetto delle produzioni italiane. L’Oltremare invece viene presidiato con le produzioni che grazie alla loro durevolezza possono essere conservati più facilmente, e quindi risentono meno dei tempi dovuti al trasporto ( mele , kiwi , pere , uva, susine).

«ALL’ESTERO il prodotto italiano è molto apprezzato, per le caratteristiche organolettiche, per l’alta qualità del prodotto e perché è sempre garanzia di qualità e salubrità per il consumato», dichiara Gianluca Casadio, marketing manager di Apofruit. Solemio Italia (la linea dedicata all’oriente), propone infatti frutta italiana top di gamma per i consumatori della Cina, Taiwan, Hong Kong, in particolare kiwi, uva senza semi e arance coltivati secondo i più rigorosi disciplinari per offrire il massimo della qualità.

C’È POI la frutta più delicata, parliamo in particolar modo, di fragole ciliegie e pesche nettarine, vittime di due mesi di ‘clima pazzo’, fra aprile e maggio. «L’avvio della campagna estiva è stato complesso – commenta Mirco Zanelli direttore commerciale di Apofruit Italia – prima la siccità, poi il ritorno delle basse temperature e delle piogge hanno falcidiato le colture precoci, in modo particolare in Emilia-Romagna e in Basilicata.

TUTTO questo ha influito non solo sulla produzione, ma anche sul consumo vero e proprio di frutta, che ovviamente cala quando le temperature si abbassano». Proprio nelle ultime settimane è arrivata l’estate, quella vera, finalmente una boccata d’ossigeno per una situazione «sulla via della risoluzione, sia come volumi di produzione che come vendite – conclude -, un toccasana per un mercato che al momento è un po’ sotto pressione».

MA NON È TUTTO, perché fa parte del Gruppo Apofruit anche Mediterraneo Group, società consortile che associa, oltre ad Apofruit Italia, imprese cooperative e private altamente specializzate, autonome nella gestione, per la commercializzazione dei prodotti sia sul mercato estero che quello nazionale. Mediterraneo Group nel 2018 ha commercializzato oltre 30 mila tonnellate di prodotto (principalmente fragole, finocchi, carote, lattuga e meloni) per un volume di affari pari a 38 milioni di euro.


Apo Conerpo, la sfida del clima che cambia

Il presidente Vernocchi: «Investiamo in ricerca per difenderci dal meteo estremo»

di GABRIELE TASSI

QUANDO la partita contro il cambiamento climatico diventa uno sforzo di responsabilità. Due i piatti della bilancia da tenere in equilibrio: la sostenibilità economica delle aziende e quella ambientale. Già perché – alla fine – di business si tratta nel caso di Apo Conerpo, la cooperativa di ortofrutta, forte di marchi come Valfrutta, Yoga e Cirio; un ‘colosso agricolo’, capace di generare un volume d’affari da 717 milioni di euro. «Due piatti, quelli della bilancia – commenta il presidente, Davide Vernocchi –, da tenere sullo stesso piano». Non si parla in questo caso solo di responsabilità sociale nei confronti dell’ambiente, ma anche «garantire un futuro ai nostri produttori, e anche ai loro figli, che saranno i soci di domani ».

Vernocchi, si cammina sul ciglio del precipizio. In fin dei conti ci sono aziende da far tirare avanti e un bilancio da tracciare; dove sta la quadra?

«Neanche a dirlo, è un equilibrio difficile da mantenere. Da quarant’anni a questa parte, la temperatura media massima nella Pianura Padana (dove si concentra la maggior parte dei nostri produttori), si è alzata di circa 2 gradi. Gli eventi meteorologici diventano sempre più estremi, e questo favorisce lo sviluppo di muffe e parassiti, eventi deleteri quando si tratta di tirare le somme a fine anno. Ciò che può fare un’azienda come la nostra è continuare a investire nella ricerca, per trovare una soluzione in tempi rapidi a questa situazione di grande difficoltà».

Nel dettaglio, su che terreni vi siete mossi?

«Abbiamo, per esempio, sviluppato progetti di miglioramento genetico no Ogm per cercare nuove varietà per tutte le specie frutticole di nostro interesse che siano resistenti alle nuove fitopatie, che si possano difendere con un basso uso di fitofarmaci, che siano resilienti ai cambianti climatici. Ma soprattutto che, allo stesso tempo, siano apprezzate per colore e gusto dal consumatore. Nel frattempo è diventata nostra anche la battaglia contro la cimice asiatica, la nemica dei frutteti, abbiamo sperimentando – assieme al Crpv – l’impiego di insetti antagonisti, in alternativa all’uso di fitofarmaci. Resta comunque una battaglia molto difficile da portare avanti, in un settore che attualmente è molto in sofferenza, nonostante in Emilia-Romagna, la forma cooperativa dia tanta forza al comparto ».

E in effetti i numeri non sono dei migliori…

«Il rapporto agroalimentare dell’Emilia-Romagna 2018, fotografa una situazione in cui un po’ tutte le produzioni sono in forte calo, rispetto alla stagione precedente. Nel dettaglio scendono: le pere (-5,2%), i kaki (-8%), le pesche (-11,5%), le ciliegie (-25,7%) e addirittura -33,7% per le albicocche. C’è da dire che, come Apo Conerpo, grazie agli oltre 6mila soci, distribuiti su una superficie coltivata di circa 31mila ettari, sicuramente contribuiamo ad alzare la media regionale. Per esempio, se in Emilia-Romagna le colture arboree sono diminuite dell’8,8%, il nostro calo si attesta intorno al 4%. Stessa cosa per le orticole, dove perdiamo circa 2 punti percentuali in meno rispetto alla media regionale; il tutto, ovviamente, da calcolare su una quantità di ortofrutta conferita pari a un milione di tonnellate».

Dati che purtroppo non sembrano confortanti, e nel 2019 cosa dobbiamo attenderci?

«La carenza di acqua fino ad aprile, e un maggio così piovoso non sono certo state le condizioni ideali per l’allegagione della frutta invernale e per la scalarità di quella estiva. Già si sono visti i primi danni sulle ciliegie precoci (irrecuperabili per via del ‘cracking’, ovvero le spaccature della buccia) e su altra frutta, a quanto pare, caratterizzata da calibri inferiori rispetto alla media».

Sono ‘solo’ queste le conseguenze del clima altalenante sulla produzione?

«Per farla più semplice, il volume degli scarti è aumentato in modo considerevole. Di conseguenza, si ha meno prodotto fresco, un mercato su cui si gioca una partita importante dal punto di vista del reddito ».

A proposito di mercati, a che punto siamo con l’export?

«Altro tasto dolente per il nostro settore in generale, ma anche per Apo Conerpo. Il Paese è un po’ in affanno in termini di competitività. L’embargo della Russia, le incertezze della Brexit, la guerra dei dazi di Trump e una ripresa economica dell’Italia più lenta degli altri paesi europei. Lo scenario non facilita affatto il nostro export, che sull’ortofrutta è essenziale, in quanto in Italia abbiamo territori vocati, tecniche agronomiche all’avanguardia e produttori molto in gamba che permettono di produrre più di quanto il nostro paese consuma, dando un sostegno alla bilancia commerciale. In questo caso sono i dati Istat sul commercio internazionale che danno una fotografia molto precisa ma anche molto preoccupante: nel 2018 il valore delle frutta esportata dall’Italia è calato rispetto all’anno precedente del 9,3%. In quantità il calo per l’export di frutta è ancora superiore: -14,9%».


«Progetti di filiera per prodotti al top»

Pier Paolo Rosetti, direttore generale di Conserve Italia

«YOGA è la salute di ogni casa». Così recitava uno slogan degli anni ’50 che pubblicizzava i succhi di frutta della storica azienda di Massa Lombarda, prima in Italia a inventarsi queste bevande. Quelle parole sono ancora di grande attualità, se è vero che al consumatore ormai non basta più nemmeno la qualità della frutta coltivata dai soci di Conserve Italia, il consorzio cooperativo da 14.000 agricoltori che dal 1994 detiene il marchio Yoga. «Senza innovazione, la qualità dei nostri prodotti da sola non basta più a vincere le nuove e difficili sfide dei mercati», spiega Pier Paolo Rosetti, direttore generale di Conserve Italia. «I succhi Yoga rappresentano il top di gamma nel mercato italiano, dove detengono la quota principale – continua Rosetti –. Sono bevande buone e gustose, piacciono ai bambini e agli adulti, perché realizzate con la migliore frutta dei nostri agricoltori, lavorata secondo processi produttivi sicuri, tracciabili e certificati nei nostri tre stabilimenti romagnoli. Per aumentare ulteriormente la qualità, abbiamo anche avviato sei progetti di filiera con 200 aziende agricole romagnole per un totale di 800 ettari; questi nostri soci coltivano frutta destinata alla sola realizzazione di succhi, per loro abbiamo selezionato le migliori varietà per questa tipologia di prodotti, e possono contare su contratti stabili fino a 15 anni con reddito fisso garantito».

E allora perché tutto questo non può bastare?

«Perché il consumatore oggi vuole di più: è attento al benessere, ha maturato nuove consapevolezze e nuove esigenze. Chiede una maggiore attenzione agli aspetti nutrizionali, agli ingredienti, ai gusti emergenti, alla contaminazione con altre culture. Vuole sperimentare, osare, ma sempre con un occhio di riguardo alla salute».

Proprio come recitava quel vecchio slogan. Ma come si risponde a queste nuove richieste?

«Facendo innovazione con prodotti che nascono da un grande lavoro di squadra tra le varie funzioni aziendali, novità che arricchiscono le categorie già presidiate intercettando i trend di mercato e ne esplorano di nuove. È per questo che abbiamo lanciato di recente nei supermercati italiani due proposte di grande impatto per Yoga. Mi riferisco innanzitutto ai Centrifugati Yoga, un prodotto completamente nuovo e inedito, un mix di frutta, verdura e spezie presente in tre gusti a base di curcuma, chia e zenzero, senza l’aggiunta di zuccheri. La seconda grande novità riguarda invece un prodotto molto diffuso nelle famiglie italiane come lo Yoga Optimum, per il quale abbiamo rivisitato la ricetta proponendolo ora anche nella versione senza zuccheri aggiunti e lasciandone intatto il gusto».

Qual è la situazione nel mercato dei succhi di frutta?

«Parliamo di un mercato interno che sviluppa un fatturato oltre i 700 milioni di euro e si trova in una situazione di difficoltà. Nel solo 2018, complice anche una stagione poco fortunata, ha registrato un calo del 5,3% a valore nel canale retail, dove Yoga detiene una quota del 16%. Noi però teniamo, e in alcuni segmenti siamo persino in crescita, come nei prodotti a base di frutta e verdura. Un altro esempio arriva dal canale horeca (bar, ristoranti e hotel), dove Conserve Italia è leader con il 54,5% del mercato dei succhi da 200 e 250 ml (quelli più venduti) e Yoga è il primo marchio con il 30,8%. In questo caso nell’ultimo anno, a fronte di un calo del mercato pari al 6,8%, Yoga ha registrato un +0,5% grazie all’innovazione di Yoga L’Arte del 100%, la prima linea di succhi per bar italiani con 100% di frutta e senza zuccheri aggiunti».

Marco Principini


Succo in edizione limitata per la Notte Rosa 2019

CONSERVE ITALIA festeggia l’arrivo dell’estate lanciando in concomitanza con la Notte Rosa 2019 il succo Yoga Pesca Nettarina di Romagna Igp 200 ml in limited edition. La Pesca Nettarina di Romagna Igp ha ottenuto l’Indicazione Geografica Protetta dall’Ue nel 1997, quale riconoscimento ufficiale che tutela la tipicità e la tradizione di una coltura che rappresenta la storia della frutticoltura italiana. E della Romagna Yoga – marchio di Conserve Italia, sinonimo di buona frutta da bere – è un testimonial storico, perché nasce oltre 70 anni fa a Massa Lombarda, in provincia di Ravenna, e perché ha sempre valorizzato le produzioni locali e nazionali. Il profondo legame tra Yoga e la Romagna si rafforza così ancora una volta in occasione della 14ª edizione della Notte Rosa, quando venerdì 5 luglio 2019, lungo i 130 chilometri della Riviera, andrà in scena la Pink R-evolution (questo il tema di quest’anno). Yoga Pesca Nettarina di Romagna IGP, il succo di frutta limited edition ottenuto solo con pesche nettarine Igp, è distribuito in esclusiva nei bar e locali della Riviera romagnola e si prepara quindi ad invadere le località turistiche interessate dalla Notte Rosa


«Made in Italy di qualità e vincente»

Mauro Tonello, presidente di Sis Sementi: «Prodotti all’avanguardia»

«IL MADE in Italy? Fondamentale, c’è sempre più richiesta anche dal settore della trasformazione. Ma noi pensiamo di essere oltre, con prodotti salubri e all’avanguardia: è un made in Italy di qualità ed è vincente». Mauro Tonello è il presidente di Sis (Società italiana sementi), realtà con sede nel Bolognese che vanta oltre settant’anni di storia e «sempre proiettata al futuro». Lo dimostrano le diverse sfide in cui Sis è impegnata. «Dal 2020 – spiega Tonello, ex numero uno di Coldiretti Emilia Romagna – contiamo di avere sementi di riso esenti da infestanti. E lavoriamo sul ritorno delle arachidi in Italia, come a cavallo tra gli anni Sessanta e Sessanta. Abbiamo ritrovato il seme, che va rimesso in purezza: ora stiamo risalendo la china, la trasformazione è interessata a un prodotto italiano. Parliamo di arachidi con un sapore completamente diverso dal solito. Ora dobbiamo aspettare che la moltiplicazione del seme ci consenta di avere quantità importanti per approdare nel mercato in maniera imponente ».

MA C’È DELL’ALTRO. «Anche per il grano tenero e il grano duro ci sarà qualche novità, ma molte delle nostre varietà sono tra le più seminate d’Italia, con performance non facilmente raggiungibili, e non è il momento di sostituirle. Stiamo lavorando a un progetto per il pop corn tutto italiano e a uno, di portata europea, per la resistenza di alcune varietà di riso alla salinità». Sis occupa un centinaio di addetti, il 2018 si è chiuso con un fatturato di circa 45 milioni di euro. I volumi di vendita sono in costante crescita, nel comparto del grano tenero l’azienda vanta oltre il 20% di quote di mercato, che salgono al 30% per il grano duro (20% anche per il riso). «La campagna autunnale – osserva Tonello – è andata molto bene. Per le varietà primaverili, soia, ceci, erba medica e sorgo, abbiamo terminato i sementi. Proprio per il sorgo, le vendite si sono rivelate superiori del 30% rispetto al passato. Stabile il mais». Il 90% della produzione è riservata al mercato nazionale, «ma sia nel 2018 che quest’anno sono aumentati i quantitativi per l’estero. Alcune nostre varietà di grano tenero e grano duro – osserva il presidente – sono piaciute molto in giro per il mondo, sia in Europa che fuori dal nostro continente. Sono molto appetibili per il mondo industriale, per il contenuto proteico e per il particolare colore. Questo seme verrà riprodotto in diversi Paesi».

NEL SETTORE agricolo non mancano gli interrogativi, dovuti a problemi meteorologici. «Per la soia, le colture hanno subito un ritardo di circa trenta giorni a causa delle piogge. Chi ha anticipato la semina si trova comunque in difficoltà proprio per l’acqua copiosa che è caduta. Chi è andato oltre ha il problema del ritardo e non si ha memoria di un’attesa così lunga. Vale per la soia, ma anche per mais, sorgo e riso. Non ci resta che sperare in un prolungamento dell’estate, raccogliendo tra settembre e ottobre ciò che normalmente si raccoglie agli inizi di settembre ». Mentre Sis continuerà a impegnarsi nella ricerca, nella sperimentazione e nell’innovazione «per portare benefici e sicurezza all’intera filiera agricola». «Solo il seme certificato può permettere e garantire una filiera completamente tracciata», ha più volte ripetuto Tonello. Parola d’ordine, salubrità. Partendo dall’inizio, dal seme.

Giuseppe Catapano


«Il consumatore premia l’alta qualità»

Federico Maccari, amministratore delegato di Entroterra Spa

di GAIA GENNARETTI

È L’AZIENDA LEADER in Italia per la pasta all’uovo lunga premium da 250 grammi. Dopo avere consolidato le quote di mercato nelle regioni più mature per l’azienda e avere ottenuto importanti risultati anche nelle altre regioni target, ora Entroterra Spa – titolare del marchio La Pasta di Camerino – punta a espandere la distribuzione dei prodotti su tutto il territorio nazionale; e a consolidare la propria presenza nei mercati esteri in cui è già presente (Nord Europa e Stati Uniti) e ad aprirsi a Spagna e Brasile. Non solo, un’attenzione particolare è rivolta a chi tiene al benessere e a coloro che praticano sport grazie anche alla collaborazione con Jury Chechi, testimonial della pasta Hammurabi. L’azienda ha chiuso il 2018 a quota 18 milioni di euro, a marzo 2019 il fatturato era cresciuto a 22 milioni e a luglio saranno disponibili i dati del secondo trimestre: «Il consumatore – afferma Federico Maccari, amministratore delegato di Entroterra Spa –- continua a premiarci per l’alta qualità del prodotto e per il suo vincente rapporto qualità prezzo». La Pasta di Camerino è infatti l’unica a garantire ingredienti italiani al 100 per cento e una totale tracciabilità delle singole confezioni che il cliente può consultare in qualsiasi momento.

LA PIÙ RECENTE novità che, secondo Maccari, rivoluzionerà il settore, è Hammurabi, un grano antico progenitore di tutti i grani selezionati dall’uomo nel corso dei millenni (risale infatti al 10.000 a.C) che già ai tempi della Mesopotamia era apprezzato per le proprietà nutrizionali.

Federico Maccari, l’azienda sta raggiungendo importanti risultati. Cos’è che premia?

«Abbiamo consolidato le quote di mercato nelle regioni per noi mature e conseguito, anche per quest’anno, importanti risultati di crescita nelle altre regioni target. Ci confermiamo come l’azienda leader in Italia nel formato di pasta all’uovo lunga premium da 250grammi; il consumatore apprezza l’alta qualità del prodotto e di conseguenza il rapporto qualità prezzo».

E per questo anno quali sono i principali obiettivi?

«Puntiamo a completare la distribuzione dei nostri pIl consumo di pasta sta diminuendo in linea generale,
qual è la vostra strategiarodotti sul territorio continuando a crescere nelle quote di mercato che ci consentono già oggi di essere leader nella pasta all’uovo nelle Marche e prossimi a diventarlo anche in altre regioni. Inoltre, grazie all’accordo con Jury Chechi, che sarà il testimonial della pasta Hammurabi, aumenteremo la nostra visibilità guardando a due target strategici: chi è attento al benessere e a coloro che praticano sport».

Il consumo di pasta sta diminuendo in linea generale, qual è la vostra strategia?

«Il consumo di pasta sta decrescendo da anni ormai, per tanti motivi. Il consumatore fa sempre più attenzione a ciò che mangia, alla qualità dei prodotti e alle proprietà organolettiche. Per questo motivo noi garantiamo, unici in Italia, che la nostra pasta sia realizzata con ingredienti 100 per cento italiani, filiera tracciata e sempre disponibile al consumatore per ogni singola confezione. Non va poi dimenticato il nostro nuovo prodotto, Hammurabi. Si tratta di una pasta di grano antico monococco integrale che ha caratteristiche uniche per l’alta percentuale di proteine, superiore al 20 per cento, il basso indice di glutine e per la presenza dei principali minerali. Si tratta di un tipo di pasta destinato a rivoluzionare questo settore, perché non è paragonabile a nessun altro prodotto attualmente sul mercato».

Superando i confini nazionali, quali sono i progetti de La Pasta di Camerino?

«Intendiamo consolidarci nei mercati nei quali siamo già presenti, in particolare il Nord Europa (Germania, Olanda, Belgio, Polonia) e Stati Uniti. Inoltre abbiamo già stretto degli accordi che ci consentono già di cominciare ad essere presenti in Spagna e Brasile ».


«Esperienza al fianco degli agricoltori»

Il direttore Massimo Masetti: «A Ravenna terreno fertile dove poter lavorare»

di FRANCESCO MORONI

«MIGLIORARE la marginalità dei prodotti grazie alle filiere e puntare su programmazione e razionalizzazione dei costi». Sono questi gli obiettivi del Consorzio agrario di Ravenna, dallo scorso 24 giugno sotto la guida del nuovo direttore Massimo Masetti. L’avvicendamento con cui Masetti è succeduto a Mario Tassinari, ex direttore alla guida del consorzio per diversi anni, è coinciso con il 120esimo del gruppo: un’occasione per trarre un bilancio dell’annata appena conclusa e gettare uno sguardo sulle politiche e le prospettive del futuro.

Masetti, ci parli dell’ultima annata.

«In fin dei conti, possiamo trarre un bilancio positivo, ma è fondamentale ora continuare a investire e farlo anche in quelle annate più delicate, in cui non si ha piena soddisfazione dal mercato».

Cosa significa?

«L’agricoltura è fatta di diversi settori. Purtroppo, però, si fa davvero fatica a dire che stia vivendo un momento di splendore. Poi ci sono alcuni comparti in cui le cose vanno meglio, altri peggio».

Ci dica di più.

«Noi viviamo nella provincia di Ravenna, dove in qualche modo abbiamo un terreno fertile dove poter lavorare. Questo grazie alle condizioni climatiche, alla professionalità dei produttori, alla capacità di organizzarsi in termini di programmazione».

Qual è il vostro obiettivo?

«Parliamo di compito, piuttosto. Vogliamo essere al fianco dei produttori in tutto ciò che è ricerca, innovazione, sviluppo».

Questo in cosa si traduce?

«Da una parte, riteniamo indispensabile migliorare la marginalità dei prodotti, attraverso la valorizzazione di percorsi come le filiere o programmi che portino l’agricoltore a intercettare i bisogni e le esigenze del mercato. Dall’altra, c’è il lavoro che viene fatto in campagna, come detto, puntando su ricerca e sviluppo: lo scopo è arrivare a una programmazione e razionalizzazione dei costi, in modo tale da farli restare competitivi».

E il mercato?

«Tutto questo, si inserisce in un contesto di mercato sempre più allargato e frammentato, anche un po’ schizofrenico, dove ormai è difficile orientarsi e riuscire a incidere ».

Com’è opportuno muoversi, quindi?

«È necessario impegnarsi per rimanere concentrati, operando al meglio delle nostre possibilità e, non da ultimo, spendendo il meno possibile. Questa è la missione con cui lavoriamo ogni giorno in campagna».

In che modo?

«Il Consorzio agrario cerca di farlo attraverso i propri servizi, puntando molto su un’area di ricerca e sviluppo costituita da tanti tecnici di campagna, estremamente preparati. Sono loro la nostra vera espressione, l’ossatura di un sistema importante».

Il nostro Paese che risposte da al riguardo?

«Si sente dire spesso che siamo indietro, ma onestamente credo le cose non stiano così».

Che intende, nello specifico?

«Abbiamo agricoltori davvero preparati dal punto di vista professionale, che possono fare qualunque cosa. È ovvio, poi, che si deve fare i conti con la morfologia dei nostri terreni e dell’ambiente che ci circonda: spesso si cade nell’errore di operare un confronto tra territori molto diversi tra loro».

Qualche esempio?

«Quando si parla di impiego di tecnologia in quelli che vengono definiti poco più che ‘piccoli orticelli’: il discorso si fa più complicato, ma non impossibile».

Attraverso nuovi strumenti?

«L’agricoltura di precisione è già presente e utilizzata nelle nostre zone, ma va adattata e implica dei tempi non così immediati. C’è chi ha un’idea un po’ distorta di fronte a strumentazioni oggettivamente molto belle e che mostrano un netto passo in avanti. Queste, però, vanno applicate nella giusta maniera e senza aspettative sbagliate ».

Questo avvicendamento nella direzione, invece, cosa comporta?

«Per noi è davvero importante. Innanzitutto, dal punto di vista personale, vorrei ringraziare Mario Tassinari: ha dato un contributo fondamentale in questi anni, facendo crescere il consorzio soprattutto attraverso una programmazione mirata e metodi di analisi molto validi. La concomitanza vuole, e non è un caso, che il cambio nella direzione sia caduto il 24 giugno, a 120 anni esatti dalla nostra fondazione. È un bel traguardo, ma anche un punto di partenza per proiettarci nel futuro».


Sedano, fra lotta integrata e bio

Fortini è da 40 anni specialista nella lavorazione dell’ortaggio

«RICERCA e produzione, per aggiungere ancora più valore all’azienda». Parola di Sergio Frontini, numero uno – insieme a Fabio – di Frontini Ortofrutticoli, azienda di Castello d’Argile (Bologna) specializzata nella produzione, lavorazione e commercializzazione del sedano. «Un esempio di esperienza, continuità e programmazione – sottolineano dal gruppo –: le conoscenze e le capacità sviluppate sono il risultato di oltre 40 anni di attività all’interno della particolare filiera di questo ortaggio»: dalla collaborazione con le aziende sementiere nella selezione delle varietà, alla collaborazione con i clienti-distributori nell’individuazione di tecniche e metodi di lavorazione per migliorare la presentazione del prodotto nei punti vendita e la sua praticità d’uso per il consumatore finale. L’azienda Frontini è in grado di garantire la fornitura di sedano verde, sedano sbiancato e sedano bianco con diverse possibilità di lavorazione, dodici mesi all’anno, e in diverse confezioni: sfuso intero, cuore di sedano in vassoio, cuore di sedano floppato e «l’ultimo sedano nato», il sedano elfy (mini sedano). Tutto questo grazie a uno stretto rapporto di collaborazione con diverse aziende agricole, distribuite in diversi areali produttivi in Italia (Emilia- Romagna, Puglia, Lazio, Abruzzo e Veneto) e in Spagna (Murcia). «Fortini Ortofrutticoli ogni anno pianifica una produzione di sedano che interessa circa 100 ettari di superficie in aziende agricole fornitrici, oltre che mantenere una produzione interna su terreni di proprietà, devoluta principalmente alla sperimentazione di nuove tecnologie e tecniche colturali».

LO STABILIMENTO di produzione nella provincia di Bologna è dotato di un innovativo impianto fotovoltaico – sottolineano i titolari dell’azienda –, con la possibilità di stoccare e gestire l’energia prodotta, riducendo così l’impatto ambientale delle attività di lavorazione aziendali». L’organizzazione dell’azienda è certificata ‘Global gap catena di custodia’ per lo stoccaggio, la lavorazione e la commercializzazione dei prodotti certificati, inoltre, è certificata IFS e biologico. I collaboratori e i tecnici Fortini sono «sempre a disposizione per esporre i progetti di ricerca e innovazione » che aggiungono ancora più valore al lavoro dell’azienda, dalla produzione primaria fino alle indagini di mercato sul consumatore finale. Specializzazione, programmazione delle produzioni, flessibilità e potenzialità produttiva capace di soddisfare le esigenze della grande distribuzione: questi i principali punti di forza dell’azienda, ai quali si aggiunge l’inconfutabile esperienza maturata negli anni dai titolari Sergio e Fabio e dai loro collaboratori. E oggi c’è anche il confronto con le iniziative e le attenzioni dei figli Simone e Alessandro, impegnati a loro volta nell’azienda e nel rafforzare ancor di più il carattere e la predisposizione alla dinamicità e all’innovazione.

m. p.


«Professionisti di qualità contro la crisi»

Alberto Stefanati, presidente di Capa Cologna, traccia il bilancio 2018

di FRANCESCO MORONI

«L’ALLARME nelle campagne della regione è innegabile: un ‘anno nero’ del granturco, ma che abbiamo affrontato senza fare pesare al socio diminuzioni di prezzo». A tracciare un bilancio è Alberto Stefanati, presidente di Capa Cologna, cooperativa ferrarese.

Com’è andato il 2018?

«La produzione e la qualità dei grani sono state inferiori rispetto al 2017. La soia si è mantenuta nella media, ed è stata buona la produzione del granturco. Prezzi decisamente bassi, sotto le aspettative».

Prospettive per il 2019?

«Siamo all’inizio della raccolta del grano, è prematuro fare considerazioni sull’andamento delle produzioni. L’andamento climatico sfavorevole con siccità invernale, poi l’eccesso di piogge in tarda primavera con basse temperature a maggio che hanno fatto ritardare le semine primaverili, poi di nuovo le temperature elevate nel mese di giugno… Sono condizioni che non si sono mai verificate, e che mettono sotto stress le piante, con produzioni e qualità da appurare».

Che traguardi avete raggiunto?

«Un, importante, raggiunto nel corso di quest’anno, riguarda la ‘misura singola 4.2.01 – Investimenti rivolti a imprese agroindustriali’. Si tratta di un bando presentato nel 2016 per la costruzione di sei nuovi silos della capacità di 6mila tonnellate ciascuno, così che lo stoccaggio complessivo della cooperativa arriverà a 160mila tonnellate. I lavori per la costruzione dei nuovi impianti di stoccaggio sono terminati e collaudati con esito positivo».

Un risultato importante.

«Ma i momenti che ci rendono orgogliosi non finiscono qui. Capa Cologna, con Grandi Colture Italiane, ha presentato nell’ottobre 2017 due importanti progetti di filiera inerenti al ‘PSR 2014/2020 – Progetti di filiera Focus Area 3A’. Uno sulle oleoproteaginose riguardante la soia e uno sui cereali riguardante granturco e grano».

Questo cosa permette?

«Attraverso tali filiere, gli agricoltori possono accedere ai contributi comunitari con una maggiore facilità rispetto alla presentazione di una domanda singola. Questo percorso di filiera conferma che il legame di sinergia fra l’agricoltore e la Cooperativa cresce ogni giorno ».

C’è poi l’acquisto all’asta, dal fallimento di Capa Ferrara, di uno stabilimento a Vigarano Pieve.

«Questo ha comportato un ampliamento della capacità di stoccaggio e l’inserimento in una nuova realtà territoriale, con nuovi soci. Abbiamo così ampliato i servizi alle aziende agricole, iniziando insieme una nuova sfida: quella del biologico ».

Qual è la vostra missione?

«Obiettivo della Cooperativa e dei soci è produrre un’ampia gamma di prodotti sostenibili e di alta qualità, ottenuti attraverso un’agricoltura innovativa, capace di valorizzare le eccellenze della filiera agroalimentare italiana e di tutelare il territorio».

Per per quanto riguarda l’impiantistica?

«Grazie al bando di cui parlavo, stiamo lavorando per riqualificare la struttura. L’obiettivo è dotarsi di un nuovo impianto essiccante da 1500 tonnellate, in sostituzione dell’attuale (800), per portare la capacità di essiccazione a 6mila tonnellate giornaliere. Di eguale importanza anche la costante adesione di nuovi soci e quindi l’aumento di superfici, che ci dà fiducia nel controllo di quantità del prodotto e ci permette di mantenere rapporti in filiera con utilizzatori importanti. La garanzia che vogliamo dare è quella di mantenere la qualità e la professionalità nel nostro lavoro».

E la partnership con Barilla?

«Il progetto di filiera ‘Grano duro sostenibile’ è stato confermato insieme a Barilla, in collaborazione con la Regione. Si tratta di un accordo per la fornitura di grano duro alta qualità per la pasta Barilla, al quale Capa Cologna aderisce da anni. La novità di quest’anno è il progetto, sempre con Barilla, ‘La Carta del Mulino’, per una farina da agricoltura sostenibile».

Che cosa chiedete alla classe politica per il vostro settore?

«Fare agricoltura è sempre più difficile. I governi parlano di sostenibilità, di sviluppo, di qualità dei prodotti primari. Ma come è possibile ottenere tutto questo se al centro dell’attenzione non viene messo l’agricoltore? I consigli, i suggerimenti e gli auspici rimangono gli stessi: meno burocrazia, maggiore reddito per gli agricoltori, dialogo di filiera, difesa delle risorse della Politica agricola comune, migliorare la qualità».

Come vede il futuro?

«Il futuro dell’agricoltura è legato alle innovazioni. È necessario, quindi, guardare con fiducia e senza pregiudizi ai risultati della ricerca scientifica, utilizzando tutte le innovazioni disponibili. Ben sapendo che sostenibilità economica e sostenibilità ambientale possono coesistere grazie ai risultati della ricerca scientifica»


Masi, climatizzatori sumisura

L’azienda di Molinella è tra i leader italiani nel settore

UNA REALTÀ a misura di famiglia, diventata ‘maggiorenne’ quest’anno, ma capace in meno di due decenni di avvicinare i tre milioni di euro di fatturato con una quota export che si aggira intorno al 30%. E in grado di entrare, in questi anni, tra i leader del suo settore in Italia. È la Masi Conditioners Srl, con sede a Molinella, dove si trova il nuovo stabilimento costruito nel 2012. Al lavoro, oggi, ci sono 14 dipendenti, oltre ai due titolari: Paola e Stefano Masi, che diedero una forma alla loro idea nel 2001, rilevando dalla precedente gestione l’azienda che oggi porta il loro nome Masi Conditioners produce climatizzatori per cabine di macchine movimento terra, carrelli elevatori e trattori agricoli. «Negli anni abbiamo sempre investito e siamo cresciuti tanto, sul mercato italiano e all’estero – racconta Paola Masi, che si occupa del lato commerciale dell’azienda, mentre il marito è focalizzato sulla parte tecnica –. Ci vogliamo consolidare nella nostra dimensione: abbiamo fatto tanto, siamo invecchiati in fretta e siamo fortunati, perché la nostra è riconosciuta come un’azienda di qualità. Le scelte imprenditoriali giuste ci hanno portati a essere leader in questo settore di nicchia».

L’AREA produttiva dello stabilimento si sviluppa su una superficie di circa 3.000 metri quadrati, con sei linee di assemblaggio, ed è in grado di produrre intorno ai 4.000 impianti all’anno, tra riscaldamenti, condizionatori e climatizzatori, che sono i tre tipi di prodotti su cui si concentra l’attività di Masi Conditioners. Ma oltre al prodotto finito, è fondamentale tutto il percorso che sta a monte di questo. «Partiamo dal contatto con il cliente, che nel nostro caso sono i costruttori delle macchine – spiega Paola Masi –. Insieme all’ufficio tecnico sviluppiamo un progetto customizzato. Poi c’è la fase di prototipazione e quella di pre-serie. Quindi dedichiamo una linea a quello specifico cliente».

INSOMMA, l’attività di Masi si sviluppa dal progetto fino al montaggio e all’assemblaggio, sempre fianco a fianco con i clienti. E se la maggior parte di loro sono italiani, non mancano quelli stranieri: l’export è orientato prevalentemente sull’Est Europa. Con la garanzia, in ogni caso, di un’alta qualità: l’azienda è certificata DIN EN ISO 9001:2015 e, con un gruppo di lavoro organizzato per processi, è in grado di gestire sia le grandi produzioni in serie sia i piccoli lotti. La marcatura CE dei prodotti, inoltre, è un ulteriore e importante valore aggiunto che disciplina l’intero ciclo di vita, dalla sua realizzazione fino all’immissione sul mercato di ogni singolo componente.

DOPO L’ESTATE, per Masi Conditioners sarà la volta delle grandi fiere, dove l’azienda di Molinella presenterà le sue novità. Il 4 e il 5 settembre Masi sarà a Bologna per Farete, la due giorni organizzata da Confindustria Emilia Area Centro per mettere in contatto le imprese e sviluppare nuove opportunità di business. «Per noi è la prima volta a questa manifestazione», sottolinea Paola Masi. Dal 10 al 13 ottobre, invece, la vetrina sarà quella di Agrilevante, alla Fiera del Levante di Bari: «Una manifestazione molto importante per tutta l’area sud del Paese». Il terzo appuntamento di rilievo sarà ad Hannover, per Agritechnica, in programma dal 10 al 16 novembre.