LE INTERVISTE

L’INTERVISTA GIANNI BENDANDI, PARTNER DI PWC: «ECCO IL CORPORATE VENTURING»

«Chi vuole innovare punta sulle startup
Così si scoprono nuovi prodotti e tecnologie»

di GIUSEPPE CATAPANO

SI CHIAMA Corporate Venturing: consiste nell’investimento diretto, o tramite un veicolo di proprietà, in startup e società emergenti – spesso anche note come scaleup – da parte di grandi società e gruppi, con finalità sia strategiche che finanziarie. «Un fenomeno già ampiamente diffuso in paesi come gli Stati Uniti, il Regno Unito o la Francia – precisa Gianni Bendandi, partner di PwC – e che ormai è diventato una componente essenziale della strategia di sviluppo di molte società».

Bendandi, quali sono i vantaggi del Corporate Venturing?

«Le società riescono a scoprire nuovi prodotti, sviluppare modelli di business innovativi e sfruttare nuove tecnologie grazie all’investimento in altre società, loro stesse innovative».

Come spiega la diffusione di questo strumento?

«Le società realmente innovative stanno trasformando le proprie industrie dall’interno, e in molti casi stanno entrando aggredendo mercati a loro sconosciuti tramite offerte distintive. L’innovazione esiste in diverse forme, e per questo le società di maggior successo utilizzano una gamma di modelli operativi come l’open innovation, il corporate venturing, l’incubazione e l’accelerazione di giovani società, il design thinking come driver dei propri risultati».

E come si concretizza lo sviluppo di una struttura di Corporate Venturing?

«Non si tratta solo della creazione di una task force, di un team, o in alcuni casi di un fondo che investe capitali, ma è anche un modello di open innovation che consiste in uno scambio di risorse (umane e non), di know-how di prodotti, metodi, processi e culture, dove non è sempre la società più grande a fornire risorse e supporto. Esiste uno scambio reciproco di risorse, se il modello è ben strutturato».

Un modello virtuoso, dunque?

«Le startup emergenti possono dare una nuova prospettiva e fornire esempi concreti di potenziali percorsi alternativi o aggiuntivi di sviluppo alla società, sfruttando la propria creatività, flessibilità e drive unici. Possono anche introdurre la società a un nuovo modo di lavorare o di operare nel proprio contesto di riferimento, aprendo la strada alla creazione e allo sfruttamento di nuove tecnologie, oppure favorire l’ingresso in nuovi segmenti di mercato. Come possono aiutare i manager a scoprire ambiti del mercato fino a quel momento non conosciuti».

Solo vantaggi, per una società?

«I vantaggi sono molteplici e vanno dalla possibilità di posizionarsi strategicamente, in vista di una futura acquisizione di una società promettente, alla potenziale condivisione del rischio collegato allo sviluppo e al successo di un’iniziativa innovativa con altri investitori, fino a un forte miglioramento della propria immagine, al pieno sfruttamento del proprio know how e a un potenziale ritorno economico molto significativo».

Quale il trend globale del Corporate Venturing?

«I dati globali indicano come questo fenomeno sia in continua crescita, raggiungendo un picco di oltre 30 miliardi di dollari di investimenti nel 2017 a livello mondiale».

E l’Italia?

«La propensione all’investimento e il volume degli investimenti da parte di leader di settore italiani in società giovani, innovative ed emergenti sta incrementando rapidamente. Nel 2018 sono quasi 3.500 le società di capitale con una partecipazione diretta in startup innovative, oltre 7.000 le società di capitale con una partecipazione in startup diretta o tramite veicoli di investimento e oltre 7.600 le società complessive con partecipazioni in startup dirette o tramite veicoli di investimento, numero in aumento di quasi il 50% rispetto al 2016» 


L’INTERVISTA GIUSEPPE ERMOCIDA, PARTNER DI PWC: «SALGONO RICAVI E MARGINALITÀ»

«Anni positivi per l’economia della Romagna Bene i fatturati, export e anche occupazione»

«IL 2017 è stato un anno positivo per la Romagna. E lo sarà anche il 2018». È l’analisi – numeri alla mano – di Giuseppe Ermocida, partner di PwC.

Ermocida, su quali dati si fondano le certezze?

«Nel 2017 emergono prima di tutto un aumento del fatturato complessivo delle Top 500 (+8,7%) e una crescita a doppia cifra della marginalità operativa (+14,8%). Il Return on Assets è pari al 4,5%, segno della capacità del capitale di dare un ritorno adeguato in un contesto di miglioramento della situazione finanziaria delle principali aziende»

Quali settori vanno meglio?

«Tra i principali 8 settori spicca la performance in termini di crescita dei ricavi dei ‘Componenti elettronici’ e della ‘Fabbricazione macchinari’. Crescono in linea con la media del territorio 4 degli 8 settori evidenziati, ‘Agricoltura e agroalimentare’, ‘Commercio all’ingrosso’, ‘Commercio al dettaglio’ e ‘Tessile, moda e pelletteria’. In crescita, leggermente oltre la media, l’‘Impiantistica e costruzioni’. Nonostante il miglioramento delle performance medie dei Top 10 dei diversi settori, l’unico a registrare un calo significativo del fatturato nel 2017 è il comparto ‘Utilities’ dovuto, tuttavia, a una precisa strategia di uno dei principali operatori di interrompere la fornitura di energia elettrica per un suo cliente. Quattro comparti dell’economia della Romagna presi in considerazione, ‘Fabbricazione macchinari’, ‘Tessile, moda e pelletteria’, ‘Impiantistica e costruzioni’ e ‘Utilities’ riportano un Ebitda decisamente al di sopra della media complessiva delle Top 500».

E le previsioni per il 2018?

«La stima di PwC sui bilanci delle aziende romagnole nel 2018 è per una crescita sia di fatturato che di Ebitda rispetto al 2017».

La Borsa è sempre più un’opportunità?

«Dalle analisi svolte, PwC ha individuato almeno 40 gruppi della Romagna pronti alla quotazione presso Borsa Italiana, di cui 10 all’Aim. Il 2017 ha registrato il record di Ipo in Italia (39) grazie alla convergenza di diversi fattori positivi quali i Pir, multipli attraenti, benefici fiscali per i costi di quotazione e ottime performance aziendali. Nel 2018 si conferma l’efficacia del mercato Aim per le società di piccole e medie dimensioni e con importanti prospettive di crescita, mentre per il mercato principale, complice l’incertezza macroeconomica nel nostro Paese, si registra una rallentamento rispetto al 2017. Nel 2017 due società della Romagna hanno concluso il processo di quotazione presso Borsa Italiana. Sino al 30 settembre 2018, in Italia ci sono state 29 Ipo ma nessuna di queste nelle province della Romagna».

Operazioni di Mergers & Acquisitions: c’è vitalità in Romagna?

«Il 2017 è stato un anno record a livello nazionale per numero di operazioni M&A in Italia (577 operazioni). In particolare, proprio l’Emilia Romagna ha registrato 98 operazioni (lato target companies) nel 2017 a fronte di 69 nel 2016 e si conferma stabilmente la seconda regione in Italia dopo la Lombardia. Se analizziamo le operazioni di M&A in Romagna, si passa dalle 9 del 2014 (considerando le bidder e target companies) alle 28 del 2017. Sino al terzo trimestre 2018 si registrano 10 operazioni».


INTESA SANPAOLO STEFANIA BERGAMASCHI, DIRETTORE COMMERCIALE IMPRESE

«Una banca attenta a famiglie e aziende
Al loro fianco, come partner per la crescita»

di MARCO PRINCIPINI

INTESA SANPAOLO opera in Romagna al servizio di oltre 150.000 clienti, di cui quasi 6.000 aziende, con 77 filiali e oltre 750 dipendenti. «Nei primi nove mesi dell’anno abbiamo erogato 596 milioni di nuovo credito a medio-lungo termine: il 66% alle imprese e il 34% alle famiglie, a testimonianza di una costante attenzione all’economia locale», spiega Stefania Bergamaschi, direttore commerciale imprese Emilia Romagna, Marche, Abruzzo e Molise.

Con riferimento alle imprese romagnole, la ripresa è davvero iniziata?

«Il tessuto imprenditoriale romagnolo rimane uno dei più vivaci dell’intero panorama nazionale, con un modello industriale che è stato in grado di riprendersi rapidamente dalla crisi e affrontare le nuove sfide: l’innovazione tecnologica, anche dei processi, e l’internazionalizzazione. Non a caso, nel secondo trimestre del 2018, l’export dei distretti dell’Emilia Romagna è cresciuto del 3,7%, un dato superiore alla crescita del totale dei distretti tradizionali italiani (+3,1%). Se vediamo la specificità dell’area, i distretti romagnoli hanno performance ancora superiori, come le macchine per il legno di Rimini (+12,5%), l’ortofrutta (+7,8%) e i mobili imbottiti di Forlì (+9,5%)».

Molti imprenditori, specie nei periodi di crisi, vedono le banche come ‘avversari’ e non alleati, lamentando per esempio eccessive difficoltà nell’accesso al credito. Avete rilevato anche voi questa diffidenza? Come è stato in questi anni il rapporto con le imprese del territorio?

«Cito alcuni numeri che spiegano cosa significhi per Intesa Sanpaolo essere vicina alle aziende e allo sviluppo del Paese. Nei primi nove mesi dell’anno, la Banca ha erogato 13,7 miliardi alle PMI italiane, anche attraverso il sostegno all’innovazione con circa 3.500 domande evase e oltre 1 miliardo erogato nell’ambito di Impresa 4.0. In questi anni poi, non abbiamo mai mancato di sostenere le aziende, anche quelle in difficoltà; non a caso, nelle regioni in cui il Gruppo opera dal 2014 abbiamo aiutato circa 80mila imprese a rientrare in bonis, preservando centinaia di migliaia di posti di lavoro».

Avete nuovi prodotti per le imprese?

«Da sempre Intesa Sanpaolo è sinonimo di innovazione, sia nel modello di servizio sia nella profondità dei prodotti offerti alla nostra clientela. Una relazione, quella tra il nostro Gruppo e le imprese, che ha contribuito a generare un nuovo modo di fare banca che da fornitore di credito viene ad assumere il ruolo di vero e proprio partner per la crescita. Non solo credito quindi, ma anche e soprattutto sostegno al cambiamento culturale delle aziende, grazie alla formazione, con l’introduzione della piattaforma digitale Skill4Capital, che consente l’accesso a un ampio catalogo di corsi personalizzati per settore, e all’implementazione di un nuovo modello di rating che fa della valorizzazione del capitale complessivo dell’impresa, e quindi non solo economico, uno dei suoi cardini. Abbiamo anche costituito una società ad hoc, Intesa Sanpaolo Forvalue, che si occupa di traghettare le aziende in questo ‘nuovo mondo’ fatto di digitalizzazione e competenze sempre più evolute».

L’incorporazione di Cariromagna indica che le banche locali sono al tramonto?

«L’operazione è in continuità con le scelte strategiche che oltre dieci anni fa avevano portato Cariromagna nel Gruppo Intesa Sanpaolo e, come allora, mira a salvaguardare la solidità e la capacità di stare sul mercato così da essere in grado di sostenere l’economia locale anche nei momenti più difficili per il sistema finanziario. È in corso un’evoluzione di cosa significhi essere una banca del territorio. Per continuare a operare con successo le nostre aziende necessitano di innovazione continua e di capacità di penetrazione sui mercati internazionali e per accompagnare le imprese in queste due direttrici occorre un grande Gruppo capace di operare come una banca locale. Per quel che riguarda Intesa Sanpaolo tutto ruota intorno al fine ultimo e più importante: servire e sostenere l’economia reale, con tutti i positivi riflessi occupazionali e sociali che ne conseguono. Non è un caso che il nostro sostegno al territorio non sia mai venuto meno, neppure nel periodo più critico. Vorrei sottolineare, inoltre, come quello che dal 26 novembre ha riguardato Cariromagna sia un ‘cambiamento senza cambiamenti’. È mutato solo l’Iban, di cui i correntisti sono stati avvisati con debito anticipo. Tutti gli altri servizi proseguono in continuità».

Quali sono le filiere più interessanti in Romagna?

«Pur con oscillazioni, spesso frutto anche della situazione macroeconomica, ma sempre con una solida vocazione all’export, i Distretti della Romagna continuano e continueranno a svolgere un ruolo strategico e determinante: dall’abbigliamento e dalle macchine per il legno di Rimini fino ai mobili di Forlì, passando per le calzature di San Mauro Pascoli e l’ortofrutta romagnola. In tal senso il nostro Gruppo ha scelto di agevolare le imprese che investono semplificandone l’accesso al credito: nella determinazione del rating valorizziamo gli aspetti qualitativi come l’investimento in capitale umano e l’innovazione, la sostenibilità e, appunto, l’appartenenza alle filiere. Nel complesso dell’Emilia Romagna hanno aderito al Programma Filiere di Intesa Sanpaolo, che consente alle piccole imprese di ottenere un migliore e più conveniente accesso al credito, 89 aziende capofila con circa 2.600 imprese fornitrici ed un giro d’affari complessivo di 13,4 miliardi di euro».

Veniamo al turismo.

«Parlare dell’importanza del comparto turistico in riferimento alla Romagna si rischia di scivolare nell’ovvio. Si tratta di un territorio che da decenni, sulla costa ma sempre più anche nell’entroterra, è l’avanguardia di un’offerta turistica di successo: forte del fascino della tradizione da un lato e capace di anticipare e talvolta addirittura dare vita alle nuove tendenze dall’altro. Dal nostro punto di vista si tratta di un settore con peculiarità ed esigenze molto specifiche, basti pensare ai flussi legati alla stagionalità, cui ci curiamo di dare risposte efficaci, sia attraverso la conoscenza delle singole imprese che con il dialogo con le associazioni di categoria».


L’INTERVISTA DANIELE FILIPPI, DIRETTORE COMMERCIALIE DI CRIF RATINGS

«L’Emilia Romagna ha un buon andamento
Bisogna differenziare le fonti di finanziamento»

di SIMONE ARMINIO

NON SOLO dagli Usa arrivano i ratings, ovvero le ‘pagelle’ di un ente terzo sulla solidità di enti e aziende. Con le sue quattro sedi tra Italia e Spagna e con alle spalle un gruppo internazionale per le informazioni creditizie, Crif Ratings è infatti ormai dal 2012 un attore europeo peculiare e ‘made in Italy’ del rating del credito.

Daniele Filippi, direttore commerciale di Crif Ratings, che pagella dà alla nostra economia?

«Gli indici legati ai tassi di default (ovvero i ritardi di più di 90 giorni nei pagamenti) che abbiamo analizzato ci danno un valore nazionale del 3,9%, in diminuzione sul 4% di giugno 2017 e al 4,7% di dicembre 2016. Tradotto: la rischiosità delle imprese non finanziarie italiane migliora ancora, seppur di poco».

E la nostra regione?

«Mantiene un buon andamento. L’Emilia-Romagna ha imprese ai primi posti nella nostra classifica della bassa rischiosità delle imprese italiane, soprattutto in settori peculiari come meccanica, packaging, ceramica, automotive.

E gli alimentari?

«Vanno ancora meglio, e mostrano un contenimento del default più elevato degli alti settori».

Quali sono i fattori di rischio da cui guardarsi?

«Quelli potenzialmente più incidenti sono le turbolenze nazionali (legate alla manovra del governo e agli accordi con la Ue) e internazionali, che vanno dalle politiche di Trump alla Brexit. A questi si aggiungano i costi del petrolio e delle materie prime»

Continuano le difficoltà di accesso al credito?

«L’incognita, da questo punto di vista, sono le reazioni del mercato del credito alla riduzione e l’azzeramento del Quantitative Easing, ovvero l’acquisto di titoli di Stato da parte della Bce che ha sostenuto il mondo bancario fino ad oggi. Reazioni che finora non si sono viste (le erogazioni bancarie continueranno al ritmo attuale nelle nostre previsioni ancora nei primi mesi del 2019) ma che potrebbero non tardare ad arrivare».

In cosa si potrebbero manifestare queste reazioni?

«Nell’aumento dei tassi d’interesse, con effetti negativi sul numero di erogazioni e sul loro costo, soprattutto se lo spread continuerà ad aumentare».

Come tutelarsi, secondo voi?

«La strada maestra resta sempre il differenziare le fonti di finanziamento, guardando con maggiore attenzione al mercato dei capitali e ai prestiti obbligazionari come bond e private placement».

Cosa cambia?

«I prestiti bancari sono più convenienti, anche se in funzione di quanto detto prevediamo che il differenziale si riduca. I bond guardano più lontano e, benché su strutture senza garanzie, assicurano un prestito più duraturo».

I bond sono anche i campi d’applicazione peculiari per agenzie come la vostra.

«Stiamo vedendo crescere le richieste di rating privati ai fini dell’emissione di bond negli ultimi anni, così come notiamo un fermento tra i fondi di debito. Il mercato dei bond privati, insomma, lentamente, sta crescendo».

Chi compra questi bond?

«Realtà sostanzialmente italiane, per ciò che riguarda i minibond, pensati per un mercato nazionale. Ciò fatta eccezione della Banca europea degli investimenti che invece ha sempre mostrato un grande interesse nei confronti di minibon delle imprese italiane»

Le aziende italiane continuano a rimanere essenzialmente troppo piccole per competere sui mercati?

«Le dimensioni rimangono ridotte, anche se il compito che ci siamo dati noi, come agenzia di rating locale, è proprio quello di valorizzare e dare valore paritetico alle nostre aziende sui mercati internazionali. Chiaro: le nostre grandi, anche in Emilia Romagna, saranno sempre piccole se confrontate alle dimensioni delle aziende americane. Ma siamo qui per dimostrare che un’azienda italiana può essere molto solida, attiva sui mercati e degna di fiducia, sebbene più piccola. Lo dimostrano le acquisizioni anche recenti di alcuni nostri nomi, penso a Ima, a Gd, alla stessa Crif ma anche a molte altre».

Qual è oggi il vostro rapporto con la capogruppo?

«In ottemperanza agli ultimi regolamenti siamo passati dall’essere una divisione di Crif a una srl indipendente all’interno del gruppo. Ovviamente nel nostro valore aggiunto c’è la possibilità di accesso al pacchetto informativo del gruppo, e a tutte le informazioni sul credito che rappresentano oggi l’elemento peculiare e il punto di forza di Crif nel mondo. Internazionalità che di riflesso dà a noi una credibilità facilmente spendibile sui mercati».


CONFINDUSTRIA ROMAGNA IL PRESIDENTE PAOLO MAGGIOLI

«Ricordiamoci che l’unione fa la forza
Un errore fermare le grandi opere»

di GIUSEPPE CATAPANO

PAOLO Maggioli, presidente di Confindustria Romagna, la crisi economica può essere considerata definitivamente alle spalle per le imprese romagnole?

«Sembrava che la crisi fosse ormai passata, con l’ingresso in una fase positiva caratterizzata da qualche trimestre con il segno più. Ma l’ultima rilevazione del Centro studi di Confindustria ci dice che siamo tornati in una situazione complicata. A livello nazionale ci sono criticità, di conseguenza anche a livello locale occorre tenere alta la soglia di attenzione».

Quindi le preoccupazioni arrivano soprattutto da Roma?

«Sono rivolte innanzitutto al contesto generale, perché il clima non è di fiducia. Il rapporto delle rappresentanze con il governo è forse nella fase più difficile degli ultimi anni e questo non lascia ben sperare. Teniamo presente che proprio la collaborazione tra le stesse rappresentanze e governo fa raggiungere i risultati migliori: il segnale di allarme non arriva soltanto da Confindustria, ma da tutte le realtà che rappresentano il mondo produttivo».

Per la prima volta da qualche anno la preoccupazione supera l’ottimismo. È così anche per lei?

«C’è incertezza, inutile negarlo. Questo influisce. Le riforme che erano partite sono in una fase di stallo. Mancava un passo per considerarci del tutto fuori dalla crisi: aggiungere gli investimenti pubblici che danno uno slancio. Una buona politica infrastrutturale è importante, senza quest’ultima è difficile che il Paese riparta davvero».

E non pare esserci, stando alle scelte del governo sul tema.

«In un Paese già in difficoltà dal punto di visto infrastrutturale, a livello generale, con una tendenza all’arretratezza, questo blocco ulteriore non può che far male. Così non si genera fiducia e soprattutto si rinuncia a un contributo importante al Pil che invece potrebbe esserci puntando sulle grandi opere. Non a caso importanti imprese del settore costruzioni sono in difficoltà».

Il tema è attuale anche in Romagna, dove diverse infrastrutture avrebbero bisogno di un ammodernamento e servirebbero nuovi collegamenti.

«Sono d’accordo. Impossibile non menzionare la E55, la Orte Mestre, che già il governo precedente non aveva considerato tra le opere prioritarie: se la situazione resterà quella attuale, continueremo a trovarci di fronte a un problema enorme. C’è poi la questione Passante di Bologna, opera importante non solo per la città, ma per la regione tutta e direi anche per l’Italia in generale considerando la centralità di Bologna. La verità è che le infrastrutture fanno la differenza fra un Paese che è competitivo e uno che invece non lo è».

Anche da parte di Confindustria Romagna arriva l’invito al governo di cambiare rotta?

«È fondamentale che il governo, fermo restando che è giusto scegliere quali infrastrutture ritenere prioritarie, perché non bisogna sperperare risorse economiche, cambi atteggiamento. Non si può aspettare in eterno, anche perché per realizzare una grande opera serve tempo…».

Lei si è sempre battuto per una Romagna meno periferica e più centrale nel contesto regionale. Il territorio attraversa una fase di vitalità?

«Noi sosteniamo che la Romagna debba essere intesa come realtà unica e unita. Si sono fatti e si stanno compiendo sforzi importanti in tal senso, perché così possono presentarsi opportunità di sviluppo notevoli. Abbiamo un milione di abitanti, il turismo rappresenta un punto di forza, possiamo contare su una solida base industriale in vari settori. Vuol dire che ci sono tutte le caratteristiche per essere vincenti se si ragiona in termini unitari a partire proprio da un’infrastrutturazione comune. Senza dimenticare che la Romagna vanta un porto che compete con quelli europei: il porto di Ravenna è strategico e finalmente è destinatario di investimenti importanti».

Spesso, però, la Romagna sui grandi temi si è divisa.

«Dobbiamo compiere uno sforzo noi romagnoli nel considerarci parte di una realtà unica, pur nel rispetto dei campanili».

Una sfida che riguarda anche Confindustria, con Forlì-Cesena che ‘gioca’ da sola?

«A prescindere dagli scenari che riguardano Confindustria, e credo che l’unità sia un obiettivo raggiungibile, mi riferisco alla coesione del territorio. Ritengo che ci siano diverse opportunità da cogliere, se restiamo compatti. Una richiesta di una città singola e molto più debole di una richiesta fatta dalla Romagna unica e unita».


ORDINE DEI COMMERCIALISTI DI RAVENNA IL PRESIDENTE GIANANDREA FACCHINI

«Infrastrutture, la grande sfida per il futuro
Buoni collegamenti aiutano il turismo»

di GIUSEPPE CATAPANO

GIANANDREA Facchini, presidente dell’Ordine dei dottori commercialisti ed esperti contabili di Ravenna, la crisi è alle spalle?

«Guardando soprattutto alla provincia di Ravenna, possiamo dire che in alcuni settori come l’offshore i segnali di ripresa ci sono. Aziende del territorio hanno acquisito commesse importanti, con un impatto positivo su tutto l’indotto. Lo sviluppo dell’area portuale sarà fondamentale».

Non solo per la città, ma anche per la Romagna e per la regione tutta.

«Parliamo del porto della regione. Le aziende avranno uno sbocco via mare che faciliterà l’export-import dei prodotti. Se il progetto prosegue come previsto, ci saranno certamente risvolti positivi».

Mancano ‘solo’ i bandi perché diventi operativo.

«Se avremo aziende aggiudicatarie del territorio, saranno direttamente loro a portare a compimento un progetto così importante, con tutti i vantaggi del caso. Se invece le aziende arriveranno da fuori, ne beneficerà l’indotto: arriveranno qui lavoratori che avranno bisogno di alloggi e che si stabiliranno in città. Ora bisogna migliorare la rete infrastrutturale di comunicazione».

La nota dolente?

«Ravenna è un po’ fuori dai principali assi di comunicazione. L’amministrazione comunale si sta impegnando per migliorare la situazione. È chiaro che, per realizzare progetti infrastrutturali, bisogna avere le risorse finanziarie. Questo è il punto interrogativo: vale in generale, non solo per Ravenna o per la Romagna».

Anche quando ci sono le risorse, possono esserci problemi. Il caso Bologna insegna: Autostrade era pronta a investire 750 milioni per realizzare il Passante di Mezzo, ma il governo ha bloccato l’opera.

«Bisogna avere unità di intenti non soltanto a livello locale. Serve una strategia comune».

Intanto  la E45 continua a essere l’incubo degli automobilisti.

«Da prima dell’estate è in continua manutenzione con notevoli disagi per chi la percorre. Aggiungiamo la recente chiusura della Ravegnana, strada già tortuosa e stretta per sua natura, che unisce Forlì e Ravenna. Il problema deve essere risvolto al più presto».

È proprio quella delle infrastrutture la grande sfida per il futuro?

«Sì, è lo è innanzitutto a livello nazionale. Le infrastrutture portano lavoro e  miglioramento dei trasporti. Non possono che esserci benefici. Il problema è sempre lo stesso: trovare i finanziamenti per fare queste opere. E bisogna sempre cercare di affidare gli eventuali lavori a imprese solide e serie, altrimenti si corre il rischio di rallentare troppo i tempi se le imprese affidatarie non portano a termine i lavori».

La tanta discussa subalternità della Romagna rispetto all’Emilia è soltanto un ricordo?

«A mio avviso sì. Le divisioni devono essere superate, si deve favorire una visione complessiva della regione. La Romagna, a livello di tradizione e storia, è diversa dall’Emilia. Ma si deve ragionare in maniera unitaria: un compito importante da questo punto di vista spetta a chi gestisce le istituzioni. Occorre trattare tutti in egual modo».

Ravenna è un riferimento nel tessuto economico romagnolo?

«Possiamo dirlo senza timore di essere smentiti. L’aspetto turistico rende Ravenna una città importante a livello internazionale, con turisti da tutto il mondo e monumenti che sono patrimonio Unesco. L’economia ravennate sta muovendo passi decisi per accogliere sempre più turisti dall’estero e da fuori città. Anche in questo caso torna il tema infrastrutturale: non deve esserci un turismo mordi e fuggi, ed è fondamentale avere collegamenti adeguati».

La riapertura dell’aeroporto di Forlì può essere un’occasione per Ravenna?

«Sì, è un’opportunità perché Forlì è più vicina rispetto a Rimini e soprattutto a Bologna. La riapertura dello scalo forlivese potrebbe favorire l’afflusso dei turisti. Ma ritorna il tema infrastrutturale, perché serve collegare meglio Forlì e Ravenna».

Un’azienda importante del territorio è la Cmc, che attraversa un momento di difficoltà.

«Parliamo di un’azienda che lavora in tutto il mondo. Ci auguriamo che la crisi sia transitoria e che possa esser risolta al più presto. Cmc rappresenta per Ravenna una realtà importante. L’auspicio è che tutto vada per il meglio»

2018-12-14T12:21:46+00:00Argomento: ECONOMIA|