Family office, nuove sfide
«Così aiutiamo le imprese»

Roberto Sollevanti, Audit partner PwC e Coordnatore geografia area centrale
«Uno dei temi più delicati per le aziende è quello del passaggio generazionale»

di Luca Orsi

La crescente complessità con cui si confronta chi detiene grandi patrimoni, spiega Roberto Sollevanti, Audit partner PwC e Coordinatore geografia area centrale, «ha alimentato negli ultimi 15 anni un proliferare di strutture di family office, strutture private che offrono servizi di vario genere alle famiglie».
Con quale obiettivo?
«Proteggere e conservare in via sostenibile il patrimonio familiare in tutte le sue componenti».
Quali servizi offrono?
«Si va dalla gestione dei beni e delle partecipazioni a governance e la trasmissione della ricchezza; dall’istruzione della nuova generazione alla gestione dei conflitti familiari».
Com’è composto il portafoglio dei family offices?
«È aumentata l’esposizione verso asset alternativi: nel 2019 ha raggiunto circa il 40% del totale degli investimenti, con un incremento di 1,4 punti percentuali rispetto all’anno precedente».
Può fare qualche esempio?
«Fra gli investimenti alternativi, il peso maggiore è dell’asset class private equity».
In che percentuale?
«Circa l’80% dei family office oggi investe in questo settore, con un’esposizione media di circa il 19% del totale del portafoglio».
Quanto pesa l’investimento immobiliare?
«Circa il 73% dei family office investono nel real estate, con un’esposizione pari al 17% del portafoglio totale».
Il fenomeno è diffuso in Italia?
«Il trend è in continua crescita. Secondo Magstat, i family office attivi sono 139 con un patrimonio in gestione di 80 miliardi».
Di cosa si occupano?
«In primis di asset allocation, ma anche di temi fiscali e societari, con un’attenzione particolare alla strategia di famiglia».
Qual è la principale sfida?
«Una delle più delicate è il passaggio generazionale. In Italia, circa l’85% delle imprese è a conduzione familiare, ma solo il 13% riesce a superare la terza generazione. Ogni anno vengono stipulati circa 60,000 patti generazionali, di cui oltre il 20% non va a buon fine».
Come si rimedia?
«I family office si stanno strutturando anche per formare nuove generazioni con programmi di tutoring e mentoring specifici ad affrontare le sfide future».
Con che forze siete in campo?
«Come primaria società di servizi professionali abbiamo una squadra italiana e internazionale in grado di aiutare le famiglie italiane, dando un nostro punto di vista competente ed indipendente non essendo impegnati nella gestione diretta dei patrimoni di famiglia, sia servendo i family office, sia supportando le famiglie che non hanno ancora un family office, anche per motivi di massa critica, con servizi ad hoc».


Massimo Bonacci, Associate partner PwC, Business & digital trasformation leader

«Trasformazione digitale ancora per pochi»

Secondo un recente studio, solo un’azienda su 10 ha realmente abbracciato le nuove tecnologie

Il mondo cambia a una velocità molto superiore rispetto al passato. La dinamicità dei mercati impone alle aziende dei settori industriali di trasformarsi – con l’utilizzo di tecnologie digitali innovative – per essere competitive. «Tecnologie determinanti per l’evoluzione delle aziende e la crescita del business», dice Massimo Bonacci, Associate partner PwC, Business & Digital trasformation Services.
Quanto è diffusa la digitalizzazione?
«Dal recente studio di PwC, il Global Digital Operations Study, emerge che solo il 10% delle aziende ha abbracciato la digital transformation. Sono aziende che vengono identificate come Digital Champions».
Chi sono?
«I Digital Champion si distinguono per capacità di indirizzare la trasformazione bilanciata dei 4 ecosistemi di business che costituiscono le fondamenta della catena del valore digitale».
Può fare esempi?
«C’è il Customer Solutions Ecosystem (Cse). Nell’ambito di un continuo miglioramento del proprio service offering digitale, i Digital Champions sono eccellenze capaci di interpretare in maniera strategica informazioni, dati e conoscenza dei clienti, confezionando soluzioni e proposte personalizzate e mirate per venire incontro alle loro esigenze, integrando prodotti tradizionali e nuove tecnologie e metodologie».
Un altro esempio?
«L’ecosistema delle operations, spina dorsale di una catena di valore. Ha un’importanza fondamentale nel supportare il Cse, dall’ideazione alla realizzazione del prodotto, alle attività di supply chain, manufacturing e logistica ».
Il Technology Ecosystem?
«I sistemi informatici rivestono un ruolo chiave nella realizzazione della trasformazione digitale. La maggior parte dei Digital Champions è in grado di identificare chiaramente le tecnologie necessarie e più adatte a offrire al cliente quel valore aggiunto che genera un vantaggio competitivo ».
Il quarto ecosistema?
«È il People Ecosystem. È l’ambito della competenza e della cultura organizzativa Lo studio di PwC mette in risalto come questo sia il dominio che supporta la digital transformation con strategie di sviluppo delle competenze e percorsi di carriera, di valorizzazione dei talenti, comportamenti e inclinazioni delle risorse umane».
È recepito nelle aziende?
«Nella maggior parte dei casi, anche le più virtuose in termini di digital transformation mancano di visione strategica e cultura per realizzare appieno quell’ ‘umanesimo tecnologico’ che sempre di più pone le persone al centro dell’evoluzione del business. Ma perfezionare la tecnologia serve soprattutto a gestire la complessità umana. In particolare, far leva su processi di automazione in grado di gestire attività ripetitive supporterà la creatività umana liberandola e non sostituendola». Marco Principini

FOCUS

«Non si trovano nuovi talenti»

Per i Ceo italiani manca personale qualificato in ‘human capital

Secondi i dati i dati della PwC CEO Survey del 2019, il 54% dei CEO italiani valuta con attenzione la «disponibilità di competenze chiave» e fatica a reperire nuovi talenti all’esterno; il 65% dei CEO italiani ritiene che sia diventato più complesso assumere nuovi talenti e il 42% ritiene che ciò sia imputabile a una carenza di personale qualificato in ambito Human Capital. «Insomma – spiega Massimo Bonacci, Associate partner PwC, «è in atto una sfida tecnologica che mette al centro le competenze ed il capitale umano, un ambiente ideale per le aziende agili che fanno del grado di innovazione e non della dimensione il loro punto di forza».


«Innovazione e creatività
per conquistare i mercati»

Michele Poggipolini, presidente dei giovani imprenditori di Confindustria:
«Export fondamentale, dobbiamo cercare di crescere grazie ai nostri prodotti»

di Giuseppe Catapano

Michele Poggipolini festeggerà all’inizio del 2020 il primo anno alla guida del Gruppo giovani imprenditori di Confindustria Emilia area centro. Mentre Valter Caiumi è diventato presidente dell’associazione lo scorso aprile: il 2019 è stato un anno di rinnovamento per Confindustria.
Poggipolini, com’è andato questo primo periodo di lavoro del nuovo gruppo dirigenziale?
«Giudico l’esperienza positiva. Rappresentiamo più di tremila aziende tra Bologna, Modena e Ferrara, in un territorio che è il cuore manifatturiero d’Europa, per un totale di venti filiere. Per questo abbiamo una visione completa: ci sono trend positivi, mentre altri comparti stanno rallentando. Nessun allarme, anche perché, come imprenditori, siamo abituati a reagire. Ma c’è attenzione ».
Si riferisce alle dinamiche internazionali e nazionali?
«Nel nostro Paese stenta a esserci una vera politica industriale, e questo non aiuta. L’export è fondamentale, per cui anche le situazioni politiche internazionali rischiano di generare ricadute sui nostri territori. Ecco perché dobbiamo cercare di crescere per conquistare mercati attraverso i prodotti, l’innovazione e la creatività. Stiamo svolgendo un ottimo lavoro sulle filiere, cerchiamo di mettere ancora più in rete le aziende: sfruttando le tecnologie in maniera trasversale ne trae un vantaggio competitivo l’intera filiera ».
La meccanica è trainante, l’agroalimentare soffre per i cambiamenti climatici, l’edilizia non si rialza. È questa l’istantanea dell’economia emiliana?
«Abbiamo anche un automotive di eccellenza. Il segreto per superare le difficoltà è puntare alla specializzazione e all’innovazione, anche trasferendo determinate tecnologie in altri comparti».
Questione plastic tax: come andrà a finire?
«Serve una visione più ampia, a beneficio di tutti. È sbagliata l’impostazione: si è presa una decisione senza valutare le conseguenze negative per le aziende».
Dal Passante di Bologna alla Cispadana, l’Emilia Romagna ‘chiede’ infrastrutture.
«L’augurio è che la burocrazia abbia il minore impatto possibile. Siamo in un’area strategica, non possiamo rimanere fermi».
Le elezioni regionali di gennaio: cosa chiede Confindustria?
«Prima di tutto che si parli di contenuti, non ci interessano le ideologie. Vogliamo che l’attenzione sia posta sui programmi per il prossimo mandato. Occorre concretezza ».
Quali le vostre prossime sfide?
«Intendiamo essere sempre più di supporto ai nostri associati e ai giovani in generale, avvicinando a loro il mondo dell’impresa».


Daniele Passini, presidente di Confcooperative Bologna

«Le nostre coop continuano a dare lavoro»

Guerra dei dazi e Brexit, i timori: «Preoccupano soprattutto i settori legati all’agroalimentare e al consumo»

Daniele Passini, presidente di Confcooperative Bologna, come sta il vostro comparto?
«In uno scenario globale poco brillante e in un Paese di fatto fermo, lo stato di salute delle nostre cooperative è buono. Con luci e ombre a seconda delle attività. Le aziende bolognesi negli ultimi due anni non hanno subito scossoni particolarmente significativi, ma continuano a svolgere la loro funzione anticiclica aumentando, anche se con meno slancio rispetto al recente passato, l’occupazione. Le 190 coop di Confcooperative a Bologna danno lavoro regolare, sicuro e stabile a 17mila lavoratori, con un fatturato aggregato di 4,2 miliardi di euro».
Quanto pesano le dinamiche internazionali, tra guerra dei dazi e Brexit, su un comparto come l’agroalimentare?
«In un’economia globalizzata, per un’area come la nostra, fortemente internazionalizzata, ogni turbativa socio-economica ha riflessi negativi. I settori più legati al consumo e all’agroalimentare sono i più colpiti, e sono i più preoccupati per il futuro a breve-medio termine. La guerra dei dazi doganali e tanti conflitti determinano il pessimismo degli operatori, compreso quello dei nostri cooperatori, molti dei quali rappresentano le eccellenze dell’autentico made in Italy. Mi auguro un futuro di ripresa: sarà l’ulteriore occasione per la cooperazione di dimostrare il suo ruolo anticiclico e di strumento di tenuta economica e sociale».
L’edilizia ha spiragli di ripresa?
«Come altri comparti, rimane ferma al palo. L’ultimo anno è stato difficile e non si colgono cambiamenti significativi. Per le costruzioni e i servizi, le incertezze del governo – con le alterne e contraddittorie regole sui lavori pubblici e gli appalti, poi applicate anche peggio – penalizzano le imprese. Pesa anche l’atteggiamento delle pubbliche amministrazioni locali che stanziano a preventivo investimenti in lavori e servizi e poi a consuntivo si registra che non vengono realizzati. Dopo la firma dell’innovativo protocollo appalti tra Comune e Città metropolitana, imprenditori e sindacati, che supera le pastoie del codice appalti e vieta il massimo ribasso, dirigenti comunali e aziende pubbliche non hanno più alibi per non procedere in modo sicuro e trasparente con appalti e gare che diano impulso alla economia e alle imprese locali».
Quali le prossime sfide per Confcooperative Bologna?
«Con l’assemblea dell’anno scorso, abbiamo intrapreso un nuovo percorso per un’azione di rappresentanza delle coop associate che ci porterà fino alla prossima assemblea del 28 febbraio 2020. Dopo gli anni della crisi, che non è passata, puntiamo allo sviluppo delle imprese. Affianchiamo e accompagniamo le aziende nella crescita orientata agli obiettivi di sostenibilità previsti dall’Agenda Onu per il 2030. La sostenibilità è paradigma imprescindibile per la sopravvivenza stessa e poi per la crescita e lo sviluppo competitivo ».

m. p.

ELEZIONI REGIONALI

«Le proposte ai candidati»

«Servono più sussidiarietà e maggiori opportunità per le giovani generazioni»

Il 26 gennaio si vota per la Regione. «Le elezioni e la relativa campagna elettorale sono un’importante occasione per farsi ascoltare, dialogare e confrontarsi con partiti e candidati», afferma Daniele Passini, presidente di Confcooperative Bologna. Con le altre organizzazioni dell’Alleanza delle cooperative «stiamo mettendo a punto proposte e richieste per i candidati. In Emilia Romagna deve riprendere con convinzione la concertazione effettiva tra le parti in causa. C’è bisogno di maggiore e più diffusa sussidiarietà, così come di continuare a migliorare e non depauperare un sistema sociale ed economico tra i migliori d’Europa. Dobbiamo fare in modo che per tutti quanti, e per i giovani in particolare, ci siano opportunità».


«Trasversalità e ricerca
per guardare al futuro»

Rita Ghedini, presidente di Legacoop: «La nostra organizzazione
è sempre più orizzontale. Via i vecchi settori, ragioniamo per macroare

di Simone Arminio

Ai settori rigidi e i compartimenti stagni, Legacoop Bologna ha detto addio già da un po’. «Dobbiamo guardare al futuro – considera la presidente Rita Ghedini –, facendo i conti con un un presente in cui, alla lunga crisi e a una ripresa troppo corta, è sopraggiunta adesso la stagnazione».
Ghedini, addio settori tradizionali, dunque.
«All’ultimo congresso abbiamo discusso e ridefinito le traiettorie strategiche del lavoro dell’associazione per il prossimo mandato. L’idea è quella di una piattaforma sempre più orizzontale, a servizio dell’insieme delle nostre cooperative, uscendo fuori dalle tipologie tradizionali, ma considerate in filoni sempre più intersettoriali ».
Quali sono?
«Essenzialmente tre. C’è la macroarea delle cooperative, che ha a che fare con l’educazione o la formazione. C’è l’area riconducibile al mondo agroalimentare, ma che considera al suo interno sia la produzione che la trasformazione e la distribuzione, e c’è una terza macroarea rivolta invece ai servizi, a prescindere che siano alla persona, all’innovazione sociale, ai territori, e che abbiano aspetti culturali ma anche di rigenerazione sociale.
E cosa li accomuna?
«Per tutte le nostre cooperative, la linea guida prioritaria riguarda la sostenibilità intesa in senso ampio. Quella economica, ovviamente, ma anche ambientale e sociale».
Poi c’è l’innovazione. A chi compete?
«Tutto il settore cooperativo è altamente innovativo per statuto. Una vocazione che per noi è sempre più strategica, come dimostrano i progetti che portiamo avanti con l’Università di Bologna. Il contenitore è Vicoo, Visioni cooperative, progetto ormai giunto al quarto anno e che di recente ha implementato la sua attività con una collaborazione con il Cern di Ginevra».
A che serve, in concreto?
«È un ambito di ricerca scientifica in seno al quale nascono idee da sviluppare in nuove startup cooperative, o progetti che vanno a migliorare processi produttivi già esistenti».
Innovazioni a parte, come sta il mondo cooperativo bolognese?
«I dati ci danno una sostanziale tenuta nel numero delle cooperative. Cresce il numero dei soci nel consumo, ma è la reazione agli effetti della norma sui soci inattivi introdotta nel 2017».
A gennaio si vota in Regione. Cosa chiede a chi vincerà?
«Tutti i dati dicono che l’Emilia- Romagna ha avuto buone performances. Molto positivi sono stati gli accordi sottoscritti tra politica e mondo economico. Su questo aspetto ci aspettiamo che nel prossimo quinquennio ci sia continuità d’azione».


I commercialisti

«Abbiamo competenze e valori utili al Paese»

Alessandro Bonazzi, presidente dell’Ordine di Bologna: «Garanti della legalità per imprese, istituzioni e singoli»

di Luca Orsi

L’Ordine dei commercialisti e degli esperti contabili di Bologna – presieduto da Alessandro Bonazzi, 53 anni, in carica fino al 2020 – ha quest’anno la presidenza di turno del Coordinamento regionale (Coder). Di recente, l’Ordine bolognese ha avviato un piano di comunicazione di carattere pluriennale, con una maggiore «apertura verso l’esterno».
Presidente Bonazzi, cosa significa?
«I nostri iscritti, le istituzioni, i clienti, sanno già chi siamo. Dobbiamo farci conoscere dalla ‘persona che passa dall’altra parte della strada’. È uno modo per dare forza alla nostra immagine, ai nostri valori».
Da dove nasce questa esigenza?
«Dal fatto che ci dobbiamo confrontare sempre più con l’erosione delle competenze, l’aumento dei carichi – come ammortizzatori tra Fisco e contribuente – la concorrenza di tributaristi improvvisati, sedicenti escapologi fiscali e maneggioni disonesti».
‘Utili al Paese’, è il vostro slogan.
«È il titolo di una campagna realizzata dal Consiglio nazionale, alla quale siamo coordinati, per valorizzare la nostra identità e rilanciare il nostro ruolo sociale ed economico».
A chi siete ‘utili’?
«A chi cerca professionisti competenti, aggiornati, versatili e garanti della legalità».
Quali sono i vostri valori portanti?
«Formazione professionale accurata e specialistica, obiettività, indipendenza e imparzialità, deontologia, disciplina. E siamo assicurati ».
La formazione è continua?
«Deve esserlo. Il professionista è tenuto a mantenere competenza e capacità professionale al livello richiesto, per assicurare ai suoi clienti prestazioni professionali di livello elevato. E deve farlo con diligenza e secondo le correnti prassi, le tecniche professionali e le disposizioni legislative».
Quali le qualità più rilevanti?
«Il professionista non deve mai porsi in una situazione che possa diminuire il suo libero arbitrio o essere di ostacolo all’adempimento dei suoi doveri, così come deve evitare qualsiasi situazione in cui egli si trovi in conflitto di interessi che possa essere interpretato come suscettibile di influenzare la sua integrità o la sua obiettività ».
Com’è cambiata la vostra professione? Non siete più solo quelli che… fanno i conti.
«Non c’è dubbio. La professione si è evoluta, e la rivoluzione digitale non si è ancora conclusa. Oggi siamo competenti in diverse tipologie di attività: adempimenti di legge (civilistici, fiscali, previdenziali), revisione legale e controllo contabile, certificazione legale, attività connesse al Tribunale (curatore), consulenze di medio/ alto profilo nelle problematiche fiscali, giuridiche, patrimoniali, economiche e finanziarie di persone, società ed enti».

FOCUS

Coordinamento regionale

Il Coder riunisce gli otto Ordini presenti in Emilia-Romagna

Il CODER è il Coordinamento fra gli Ordini dei dottori commercialisti dell’Emilia Romagna. Riunisce – nell’ambito di un coordinamento – tutti gli Ordini regionali, e precisamente quelli di Bologna, Ferrara, Forlì-Cesena, Modena, Parma, Piacenza, Ravenna e Rimini. Il CODER ha lo scopo statutario di coordinare le attività degli Ordini aderenti, favorendo l’aggregazione tra gli Ordini stessi, la ricerca e lo sviluppo di programmi comuni, l’organizzazione di manifestazioni culturali e convegni, la gestione coordinata delle attività in connessione e nei confronti del Consiglio Nazionale. L’Ordine di Bologna, presieduto da Alessandro Bonazzi, ha quest’anno la presidenza di turno del CODER.