LE INTERVISTE

L’ANALISI DI ROBERTO SOLLEVANTI, PARTNER DI PWC

«Crescono le aziende che si quotano in Borsa
Tanti i vantaggi, ma bisogna prepararsi bene»

di MATTEO NACCARI

«IN ITALIA è stato un ottimo anno per le quotazioni in Borsa. Nel 2017 sono state quotate 15 nuove società con un valore di mercato di 2,5 volte l’intero 2016». Roberto Sollevanti, partner di PwC di Bologna, fa il punto su Piazza Affari sottolineando numeri e dati che proprio PwC ha raccolto in uno studio dedicato al mercato europeo delle IPO, che fotografa appunto l’andamento delle nuove quotazioni.

Sollevanti, c’è fermento?

«Sì, solo in Europa nei primi nove mesi dell’anno le quotazioni sono state 230 pari a 28,3 miliardi di euro, valori in forte crescita se paragonati al 2016 quando le Ipo erano state 197».

E anche l’Italia accelera?

«È così. Nel terzo trimestre sono sbarcate a Piazza Affari 9 società, di cui 8 sull’Aim, il segmento che accoglie quelle medio piccole. Il dato non include le recenti quotazioni di Pirelli e della bolognese Gima TT avvenute in ottobre sul mercato principale. Tra l’altro quella di Pirelli è stata una delle più importanti in Europa, con un valore di 2,6 miliardi».

Il trend continuerà ad essere positivo?

«Le stime di crescita dei paesi industrializzati sono state riviste al rialzo. E questo incide sulle quotazioni, che comunque sono state favorite da nuovi strumenti come i Pir e le Spac oltre che dalla situazione di tassi molto bassi».

Perché gli imprenditori guardano alla Borsa?

«Non solo per la ricerca di capitali finanziari, ma anche come momento di maturazione aziendale, in termini di sviluppo di un piano industriale pluriennale, miglioramento dei sistemi di controllo ed informativi e riconsiderazione delle regole di governance».

Anche le aziende familiari sono interessate a Piazza Affari?

«Sì, sono interessate al percorso di Borsa, valutano positivamente nuove idee di investimento e guardano al capitale di rischio piuttosto che al debito bancario. Non dimentichiamo che una società quotata ha più visibilità verso clienti e partner internazionali ed è più attrattiva per i giovani talenti».

Quali sono i rischi per chi si quota?

«Non esistono rischi collegati al controllo dell’azionista di maggioranza, sicuramente va aumentata la trasparenza verso il mercato dei propri conti e le performance vanno monitorate costantemente, delegando di più a una squadra di manager. Va cambiata la mentalità: nei mercati di oggi vince la squadra non il singolo».

Il 2018 può essere un buon anno per le Ipo?

«Sì, bisogna però essere preparati adeguatamente perché il processo parte dai 6 ai 9 mesi prima del filing dei documenti a Borsa. La quotazione serve anche per riprogrammare obiettivi, ruoli e responsabilità aziendali. In tale contesto è significativo il Programma Elite di Borsa Italiana, di cui PwC è partner: oltre 600 aziende hanno aderito al progetto che le affianca in un processo unico di cambiamento culturale e organizzativo che le avvicina al mercato dei capitali».

MASSIMO BONACCI ASSOCIATE PARTNER DI PWC
«Le imprese puntino sul digitale
Solo così saranno competitive»

«I DIVERSI settori industriali, grazie alla rivoluzione digital stanno evolvendo con estrema rapidità e continuità, spingendo tutte le aziende ad intraprendere un percorso trasformazione del proprio modello di business, trasformazione abilitata da tecnologie innovative ed altre più consolidate che impatta sull’organizzazione, i processi operativi, le competenze del proprio personale». Lo spiega Massimo Bonacci (foto), Associate Partner di PwC, responsabile delle attività di consulenza per l’Area centrale e delle attività connesse alla Digital transformation e innovation. «Le nuove tecnologie digitali – continua – saranno sempre più un pilastro della strategia delle aziende in quanto elementi abilitanti in grado di ottimizzare ed integrare la value chain estesa dell’azienda tanto quanto in grado di favorire la nascita e lo sviluppo di nuovo business, riducendo da una parte il time to market di nuovi prodotti – servizi, dall’altra consentendo di bilanciare il cost to serve complessivo con l’obiettivo principale di continuare a fidelizzare, ampliare ed ottimizzare la base dei propri clienti anche attraverso innovative modalità di interazione con gli stessi». Bonacci, inoltre, sottolinea che «si stima che nell’arco di prossimi 5 anni il livello di digitalizzazione aumenterà in modo significativo (+39%), confermando che tali percorsi non rappresentano più una opzione per le aziende quanto più un necessario step di evoluzione».

SECONDO una recente survey condotta da PwC, la rivoluzione digitale guidata dall’IoT – Internet of things, impatterà sulle aziende su tre dimensioni. In primo luogo la digitalizzazione consentirà alle aziende di integrare i processi ‘verticali’, dallo sviluppo prodotti alla produzione, dalla logistica ai servizi di supporto; poi la digitalizzazione offrirà infinite opportunità per integrare, ampliare, ripensare prodotti e servizi sfruttando le tecnologie emergenti per indirizzare con soluzioni di successo i bisogni dei segmenti di mercato serviti; infine l’adozione delle tecnologie emergenti abiliterà le aziende ad ideare e sviluppare nuovi modelli di business in grado di sfruttare a pieno le potenzialità del digitale e di garantire alle aziende di essere competitive in un mercato in continua disruption. «In questo panorama – conclude Bonacci – le aziende non potranno stare ferme in attesa ma dovranno attentamente progettare il proprio percorso di evoluzione abilitato dal digitale. Infatti, a fronte della crescita prevista di utenti connessi al 2020, la capacità delle azienda di creare e gestire il proprio ecosistema digitale diventerà sempre più un fattore chiave per sviluppare nuovi modelli di business digitali, intercettare bisogni dei clienti, risolvere problemi operativi o catturare idee di sviluppo strategico da tutti i livelli della propria organizzazione e dai business partner».


ALBERTO VACCHI, PRESIDENTE DI CONFINDUSTRIA EMILIA AREA CENTRO

«Bologna e l’Emilia trainano la ripresa
Ma ora il rischio è lo stallo politico»

di SIMONE ARMINIO ALBERTO

Vacchi, presidente di Confindustria Area Centro: ricorderemo il 2017 come l’anno in cui la crisi è sparita?

«Ciò che è sotto agli occhi di tutti è un’inversione di tendenza certamente più concreta e strutturale di quella più limitata a cui abbiamo assistito lo scorso anno. Ciò perlomeno a livello territoriale».

Perché, nel resto dell’Italia, invece?

«A livello nazionale i dati parlano chiaro: i livelli pre-crisi sono ancora molto distanti».

Emilia Felix, questo basta?

«Siamo molto soddisfatti per il nuovo vigore economico che sta facendo della nostra città e della nostra regione oggi un’isola economicamente felice. Ma siamo in Italia, e non possiamo non guardare con preoccupazione a una mercato nazionale ancora incerto e a una ripresa che rimane impigliata a politiche che, pur buone, sono state interrotte dal clima di incertezza politica».

Presto avremo un nuovo governo. Si spera.

«E sarà importante che il nuovo esecutivo sappia proseguire su un percorso di riforme che stava dando i suoi primi frutti».

Cosa manca?

«Una politica fiscale più leggera, indubbiamente, che sappia spingere le imprese a investire con maggiore convinzione. E c’è uno spettro da scacciare: quello di uno stallo post-elettorale che, se si verificasse, farebbero perdere definitivamente all’Italia il treno della ripresa».

Torniamo su Bologna: Ibm ed Eon dopo Audi e Philip Morris… gli stranieri continuano a venire.

«La rinnovata attrattività del nostro territorio è indice di una credibilità internazionale che oggi è finalmente tornata a livelli altissimi. Questo non può che incoraggiarci a spingere sull’accelerazione delle infrastrutture, degli investimenti, della competitività, delle competenze».

La sua Confindustria si è fatta bandiera, da quest’ultimo punto di vista, di una campagna forte sul ritorno a una formazione tecnica d’eccellenza. È passato quasi un anno: ha funzionato?

«I numeri dei nuovi iscritti ai corsi di ingegneria e alle scuole tecniche dicono di sì. Anche se, ovviamente, i primi effetti concreti di questa nuova ondata si vedranno tra qualche anno, con i primi diplomati e laureati. E nel frattempo lo sforzo motivazionale deve continuare».

Poi c’è l’alternanza scuola-lavoro, che per qualcuno è un’opportunità, per qualcun altro uno sfruttamento mascherato.

«Le anomalie possono esserci e devono essere scoperte e perseguite. Fatto salvo ciò, credo che l’alternanza scuola-lavoro e i tanti progetti di ingresso degli studenti nelle fabbriche portati avanti in questi anni siano stati fondamentali a colmare una distanza, quella tra imprese e formazione, che rischiava di essere ormai insostenibile. Perciò ben venga l’alternanza scuola-lavoro. E vigiliamo che sia un’opportunità vera per i ragazzi e le imprese. Dappertutto».


L’INTERVISTA DANIELE PASSINI, PRESIDENTE DI CONFCOOPERATIVE

«Boom di assunzioni nelle nostre coop
Addetti cresciuti del 41% in quattro anni»

di LUCA ORSI

IN CASA di Confcooperative Bologna, il 2016 viene definito «l’anno della svolta». I bilanci delle 192 imprese cooperative associate – che contano oltre 74mila soci – afferma Daniele Passini, presidente di Confcooperative Bologna, «hanno tutte segni positivi, con poche eccezioni».

Nel dettaglio?

«Il fatturato aggregato stimato al 31 dicembre 2016 supera i 4 miliardi di euro, con un +3% sull’anno prima. E i soci sono cresciuti dell’1,5%. Ma il dato più eclatante riguarda l’occupazione».

Che numeri ci sono?

«Negli ultimi quattro anni, secondo i dati della Camera di commercio, i nostri addetti sono cresciuti del 41%, passando dai circa 9.200 del 2012 ai 13mila dell’anno scorso».

Sono posti di lavoro stabili?

«Il 96% dei contratti sono a tempo indeterminato».

Come ci siete riusciti?

«Non abbiamo licenziato, a costo di erodere il patrimonio; e abbiamo recuperato tutti i dipendenti espulsi dai cicli produttivi quando l’industria ‘tirava’ poco».

Parla della fascia di lavoratori over 40?

«Si tratta soprattutto di lavoratori sopra i 45 anni. Li abbiamo riconvertiti, anche grazie ai nostri centri di formazione, e ricollocati nelle nostre aziende».

Basta a giustificare questi numeri?

«No. Ha pesato anche il boom delle cooperative sociali in questi ultimi anni. Nel campo del welfare, anche gli Enti locali hanno capito che esternalizzare i servizi è un bene per tutti. E noi offriamo la flessibilità di cui c’è bisogno».

Possiamo dunque parlare di svolta duratura?

«Beh, il 2016 è stato l’anno in cui le nostre cooperative si sono consolidate e hanno fatto investimenti guardando in prospettiva».

E il 2017 che anno è stato?

«Un anno in cui è continuato il trend positivo delle assunzioni».

C’è una schiarita anche nel settore delle costruzioni, che ha pagato caro la crisi?

«Possiamo già affermare chele nostre cooperative edili cominciano a vedere un’inversione di tendenza, soprattutto grazie alle ristrutturazioni. Ci auguriamo che, a fine anno, questo trend venga confermato».

Il modello cooperativo conferma dunque una buona tenuta.

«Specie negli ultimi due-tre anni, il modello di impresa cooperativa ha avuto, nel nostro territorio, un forte sviluppo. Costruzioni a parte».

È un modello elogiato anche da Papa Francesco.

«È un modello che non piegala solidarietà alla logica del profitto finanziario. La cooperazione è un modello di impresa che guarda la persona, non un sistema speculativo».

A che punto è il percorso verso l’alleanza con Legacoop e Agci?

«Non è ancora costituita in modo organico, ma in modo politico sì. Di fatto, il rapporto con le istituzione è tenuto dall’Aci, l’Alleanza delle cooperative italiane».


RITA GHEDINI, PRESIDENTE DI LEGACOOP

«Continua la crescita di volumi e fatturati
Forte sostegno alle start-up cooperative»

di LUCA ORSI

PER il colosso Legacoop, il 2017 è stato «un anno di consolidamento, in linea con una tendenza già individuata nel 2016», afferma la presidente Rita Ghedini.

Facciamo il punto.

«In generale, ci sono molti segnali positivi di un migliore andamento dell’economia. C’è un dato di ripresa, seppure modesta, dei consumi interni».

Quali sono i settori che più ne beneficiano?

«L’agroindustria, dove Granarolo, con le sue performance, traina il settore. Poi c’è il sociale, comparto ampio, con specificità diverse: continua a crescere, sia pure meno di un anno fa».

Insomma, una fotografia positiva.

«La situazione è positiva rispetto ai volumi, con colori diversi all’interno rispetto alle performance. C’è infatti qualche sottocomparto che presenta qualche sofferenza».

Qual è lo stato di salute del settore costruzioni, falcidiato dalla crisi?

«Si registra un segno più, che conferma il trend di crescita del 2016. Ma va ricordato che si parte da un profondo rosso».

Quali prospettive per il 2018?

«Stiamo facendo le valutazioni, e a metà dicembre faremo il punto all’assemblea dei delegati».

Le sue sensazioni?

«Rispetto a volumi e fatturati mi aspetto un segno positivo, con alcuni comparti ancora senza crescite significative nelle marginalità».

Sul fronte dell’occupazione?

«Anche qui prevedo il segno più. Una caratteristica, va ricordato, che abbiamo mantenuto anche negli anni più duri della crisi».

Dove prevede ci saranno novità positive?

«Guardiamo con attenzione tutto ciò che ha a che fare con le filiere dell’internazionalizzazione. E anche il consumo è ripartito, in parte per la spinta dell’e-commerce».

Qual è la prospettiva in tema di servizi?

«Molto dipenderà dall’andamento delle commesse pubbliche, che sono ancora la parte preponderante. Anche se, in alcuni comparti, cominciano a crescere gli appalti privati».

Cosa fa Legacoop per i giovani imprenditori?

«Da un paio di anni siamo già in campo per sostenere le start-up cooperative, l’avvio di nuove attività imprenditoriali. Riteniamo sia importante coinvolgere nei vari settori produttivi i giovani che scelgono la forma cooperativa per avviare una nuova attività. È un modo importante per offrire alle nuove generazioni delle opportunità di lavoro. E, in fondo, è anche un modo per rinnovare noi stessi».


STEFANO SCUTIGLIANI, AD METALCASTELLO

«Teniamo duro e guadagniamo posizioni
Ma lo facciamo dalla montagna: vale di più»

di SIMONE ARMINIO

TENERE duro, resistere e crescere anche in montagna, dove alla crisi e alla concorrenza cinese si aggiungono la neve, le connessioni ballerine, i trasporti faticosi, la disattenzione delle istituzioni. Stefano Scutigliani, ad di Metalcastello, azienda meccanica conosciuta nel mondo: chi ve la fa fare di stare a Castel di Casio?

«Logisticamente parlando è una scelta folle. Concretamente parlando questa azienda, e le qualità che la rendono leader al mondo nella produzione di ingranaggi per trasmissioni meccaniche, dalle macchine per il movimento terra ai trattori, dai industriali al navale e l’automotive, lontano da Castel di Casio non avrebbe speranza di sopravvivere».

Addirittura?

«Vede: uffici e macchinari si possono spostare, ma la forza di un’azienda come la nostra lo fanno le persone, e quel substrato di conoscenze acquisite e tramandate negli anni, di competenze professionali e di fornitori e contoterzisti. Un saper fare che è impossibile estirpare ed estirpare altrove, se non con un impegno di decenni. E quel know how, oggi, sta di casa qui, a Castel di Casio».

Eppure lei governa anche due stabilimenti in India.

«E in India mandiamo i nostri ingegneri e i nostri tecnici, con ottimi risultati. Ma ciò che produciamo qui sull’Appennino, quel di più che ci rende unici sul mercato, non si può esportare».

Parliamo di dati: come è andato questo 2017?

«È stato un anno se possibile migliore al precedente, pur molto positivo, sia in termini di fatturato che di utili. Se parliamo di classifica, oggetto di questa pubblicazione, abbiamo guadagnato cinquanta posizioni: nel settore meccanico, cuore della metalmeccanica siamo, nei top 10».

Bravissimi voi, o è la crisi globale a essere passata?

«Bisogna intendersi con i temi, perché se parliamo di domanda globale posso assicurarle che non è ancora aumentata. Viceversa, però, sono sorti nuovi poli, in giro per i mondo, anche con l’entrata in campo di Cina e India, che hanno risvegliato la richiesta per aziende come la nostra».

Lameccanica, infatti, in classifica cresce tutta.

«Con una differenza sostanziale: alcuni fatturati che leggo sono aggregati. Metalcastello, invece, produce solo in Italia, con costi maggiori e le difficoltà che ci dicevamo. Se questa classifica fosse una competizione sportiva, insomma, chiederei senz’altro un bonus per noi».

Ma perché in Italia si cresce meno?

«Perché perdiamo competitività, e continuiamo ad avere un gap tecnologico difficile da colmare, nonostante gli sforzi delle aziende. Vedo imprenditori che si affannano e corrono in un sistema in cui lo Stato non incentiva, le infrastrutture mancano, l’università e le scuole non sono sul pezzo».

Con Confindustria avete lanciato un anno fa un appello alle famiglie: iscrivete i vostri figli alle scuole tecniche. Ha funzionato?

«A qualcosa è servito, ma tutti dovrebbero fare di più».

Qual è il punto?

«Sa cosa è successo con l’ultima gelata, nei giorni scorsi? Che i nostri operai si sono alzati di notte e sono andati in azienda ad azionare le pompe d’emergenza senza che nessuno glielo chiedesse. è lo spirito che ci rende vincenti e che troppo spesso, attorno a noi e nelle nuove generazioni, sembra perduto. Dovremmo recuperarlo, allora sì che torneremmo competitivi».


ALESSANDRO BONAZZI, PRESIDENTE DELL’ORDINE DEI COMMERCIALISTI

«Vicini alle imprese nel mondo che cambia
Preparati alla rivoluzione digitale»

di LUCA ORSI

LA CRISI sembra essere alle spalle. L’economia del nostro territorio vive un periodo positivo. Un trend che «potrebbe confermarsi e proseguire nei prossimi anni», commenta Alessandro Bonazzi, presidente dell’Ordine dei commercialisti di Bologna.

Si conferma la bontà del nostro modo di fare impresa.

«Non c’è dubbio: il nostro territorio è caratterizzato da imprenditori illuminati, che hanno costruito un modello di gestione delle imprese molto evoluto. E che si sono fatti trovare pronti nel momento in cui la crisi si è allentata».

Qual è il punto di forza, a suo parere?

«Ce ne sono più di uno: capacità umane e tecniche notevoli. E imprenditori che hanno saputo impostare strategie di lungo periodo, immaginando scenari di ripresa, e quindi investendo, anche in tempo di crisi».

I commercialisti, che hanno queste aziende come clienti, come si rapportano con questo scenario?

«Dobbiamo essere capaci di stare vicino ai clienti, non solo imprese, ma anche enti e singoli, in relazione al mondo che cambia».

In che modo?

«Sapendo anticipare le necessità dei clienti e le esigenze del mercato. Dobbiamo essere pronti, con studi bene organizzati e preparazione e competenze tecniche adeguate».

Che ruolo gioca, in questo scenario, la formazione?

«Un ruolo fondamentale. Come Ordine poniamo una profonda attenzione nei confronti dell’aggiornamento e della formazione professionale, specie verso i colleghi più giovani».

Quali sono le ‘materie’ su cui puntate di più?

«Direi due su tutte: la competenze digitali, ormai indispensabili; e la conoscenza delle lingue straniere, per essere in grado di affiancare al meglio i nostri clienti e le aziende che operano con l’estero».

L’Ordine, così legato alle aziende, che rapporti ha con Confindustria?

«Abbiamo rapporti di reciproca collaborazione intensi, sinergici nel costruire percorsi e progetti formativi. C’è un modello bolognese, da qualche anno, che si sta ora sviluppando anche a livello nazionale».

Qual è lo stato di salute dell’Ordine di Bologna?

«Buono. Gli iscritti sono in crescita: dai 2.477 del 2016 siamo passati ai 2.534 di quest’anno. Un dato in controtendenza rispetto alla maggior parte degli Ordini».

Ci sono buone prospettive di lavoro?

«Bologna è un distretto economico molto importante, ricco di realtà positive. E in questo momento di ripresa, direi di crescita, si aprono nuove opportunità per i nostri iscritti».


DANIELE FILIPPI, DIRETTORE DI CRIF RATINGS SRL

«Il quantitative easing non durerà per sempre
Chi lo ha capito ha già pensato ai bond»

di SIMONE ARMINIO

È UN ANNO importante quello che sta per chiudersi per Crif Rating, agenzia italiana di rating del credito con sede a Bologna. Per i risultati ottenuti, ma anche per un dato societario: da divisione di Crif, colosso globale di informazioni creditizie, l’agenzia si è trasformata in una Srl autonoma all’interno del gruppo.

Daniele Filippi, direttore di Crif Ratings, perché questa operazione?

«Per i vantaggi che derivano dall’avere una maggiore autonomia e indipendenza, pur senza con ciò rinunciare al grande valore aggiunto che ci porta l’essere all’interno del gruppo Crif».

Altri traguardi di quest’anno?

«Abbiamo continuato il nostro percorso di accreditamento come agenzia di rating in Italia e all’estero, sottolineato anche dalla collaborazione triennale sugli Hydrobond con la Banca Europea di investimenti, un esempio a cui oggi guardano anche altri settori».

Chi sono i vostri clienti?

«Stiamo lavorando molto con fondi italiani ed esteri e con le principali banche, dai grandi gruppi internazionali alle banche locali, affacciatesi di recente sul mercato delle emissioni obbligazionarie».

Poi ci sono i ratings e gli studi.

«Ne abbiamo emesso molti, sia privati che pubblici, ad esempio nel mondo delle multiutility, ma ovviamente non solo».

La vostra sede di Barcellona avrà seguito la crisi catalana.

«Al termine delle nostre analisi non abbiamo riscontrato particolari contraccolpi sui titoli che seguiamo, e non abbiamo stimato particolari oscillazioni neppure per quelle aziende che si sono precipitate a operare una ridomiciliazione in altre regioni per ovviare a una possibile scissione».

Come va invece il mercato dei bond?

«Per ciò che riguarda i mini-bond il valore assoluto delle operazioni nei primi mesi del 2017 si aggira sui 3 miliardi. Qualche cambiamento, però, c’è stato».

Cosa?

«È diminuito il numero delle società emittenti a parità del valore delle emissioni. Questo vuol dire che ad essersi alzato è l’ammontare delle operazioni, quindi la fiducia in questo strumento, che nel settore dei bond cresce soprattutto in funzione di una progressiva riduzione attesa del Quantitative easing della Bce».

Crede perciò che il Quantitative Easing sia uno strumento destinato a finire?

«È scritto nell’ordine naturale delle cose. Ed è per questo che le aziende finanziariamente più evolute o più lungimiranti, vedi Esselunga o Tper, si sono già mosse in cerca di alternative».

Ma perché i bond convengono?

«In primo luogo, semplicemente, perché permettono alle aziende una diversificazione del proprio accesso alla finanza e una diversificazione delle proprie fonti di finanziamento. È poi uno strumento sempre più apprezzato dai mercati perché qualifica l’azienda. I bond emessi hanno generalmente un rating in loro supporto, quindi una certificazione terza e approfondita sulla situazione finanziaria».

Come sta l’economia bolognese?

«Bene, in un contesto italiano di generale recuperi di produttività e investimenti. Sono degni di particolare rilievo i rialzi positivi della meccanica, un’eccellenza emiliana ormai conclamata nel mondo, ma anche il settore food, così in crescita, sta dando il suo contributo a un crescente benessere generale».


ANDREA MOSCHETTI, PRESIDENTE FAAC GROUP

«Sempre più leader negli Stati Uniti
ma la testa è ben salda a Bologna»

di SIMONE ARMINIO

ANDREA Moschetti, presidente del Gruppo Faac: che anno è questo che sta per concludersi? «Chiuderemo il 2017 in linea con le previsioni, con un fatturato attorno ai 430 milioni di euro, contro i poco meno di 400 milioni dell’anno precedente». L’Italia, da sempre, vi conosce per i cancelli automatici.

Il presente, però, è fatto anche di businessmolto più avanzati.

«Il nostro business ha da tempo tre diverse direttrici. La prima è quella che chiamiamo ‘access automation’. Comprende le automazioni dei cancelli, ma anche i dissuasori per delimitare aree private e anche pubbliche. Una necessità tornata all’ordine del giorno con gli ultimi, tragici fatti di terrorismo».

Un mercato maturo?

«Un mercato consolidato ma mai fermo. Lo dimostrano i nostri ultimi, recenti, brevetti».

Il secondo business?

«È quello legato ai controlli di accesso per i parcheggi, compresi i sistemi di pagamento della sosta. Un mercato che negli Usa ci vede al secondo posto: serviamo grandi municipalità, aeroporti, ma anche parcheggi privati».

Il terzo e ultimo settore.

«È quello legato agli accessi pedonali. Un settore su cui stiamo investendo molto in nuove tecnologie e nuovi materiali, estetica e design compresi».

Cosa traina di più, oggi?

«La prima business unit, quella per noi storica, produce ancora oggi 230 milioni di fatturato annuo, di cui 50 milioni in Italia».

Va meglio all’estero che in Patria.

«L’Italia resta un nostro importante mercato. Ma da tempo al primo posto per noi ci sono gli Stati Uniti».

La produzione?

«Si trova a Bologna, in Brasile, in Sudafrica, in Bulgaria, negli Stati Uniti…, più uno stabilimento in Irlanda dove produciamo del tutto internamente – e siamo forse gli unici a farlo, tutta l’elettronica del gruppo».

E la testa dov’è?

«A Bologna, nello storico stabilimento di Zola Predosa, dove è sempre rimasta salda. Un impegno a rimanere qui dove siamo nati che oggi è anche scritto nero su bianco tra le disposizioni del nuovo trust che governa l’azienda».

Altre disposizioni del nuovo socio unico, la Curia di Bologna?

«Un’attenzione nei confronti del welfare aziendale che quest’anno si è tradotto in un’assistenza sanitaria gratuita per tutti i nostri 2.500 dipendenti nel mondo. Una ‘best practice’ che in Italia potrebbe non far notizia, ma che ha fatto scalpore in altri Stati in cui operiamo».

Siete anche main sponsor del Bologna calcio.Ma dica la verità: conviene?

«Se anche solo non considerassimo la passione sportiva e l’empatia, posso dirle dati alla mano che il ritorno di immagine che ne abbiamo, in Italia e all’estero, non è paragonabile all’investimento fatto».


GIANLUCA PAVANELLO, AD DI MACRON

«Vestiamo gli sforzi degli sportivi
e le emozioni dei loro tifosi»

di SIMONE ARMINIO

È OTTIMISTA Gianluca Pavanello, ad di Macron, ormai un nome di punta nell’abbigliamento tecnico sportivo. Forti in Europa e nel mondo («nel 2017 – spiega –, siamo cresciuti di oltre il 15% e chiuderemo con 83 milioni di euro di fatturato circa»), la novità è che «anche l’Italia, finalmente, è tornata a crescere».

Pavanello: felici per voi e, ci consenta, anche un po’ per il Paese. Ma quanto conta, per Macron, l’Italia?

«È ancora il primo mercato, anche se ormai la quota nazionale, rispetto al totale del nostro fatturato, non supera il 25% delle vendite».

Merito del calcio?

«Quest’anno abbiamo tra i nostri clienti ben quattro club di serie A, poiché a Bologna, Lazio e Cagliari si è aggiunta la Spal».

Nomi che fanno il paio a un ‘roster’ di club esteri ormai di non poco conto.

«Il Bruges in Belgio, Deportivo de La Coruña in Spagna, e poi Dinamo Bucarest, Stella Rossa di Belgrado, e molte altre squadre».

Ma quanto pesa il calcio nel vostro business?

«Attorno al 60%, seguito da basket, volley e pallamano. Ma stiamo crescendo moltissimo anche nel rugby, soprattutto in Inghilterra e Francia. Meno in Italia, dove però siamo orgogliosi di aver legato a noi la nazionale per otto anni. Se si aggiunge la nazionale scozzese fanno due squadre con nostre maglie all’interno del celebre Sei nazioni».

Chiariamolo: cosa si guadagna a offrire gratuitamente le maglie a un club?

«La licenza per produrre e vendere il merchandising ufficiale, sia nei canali del club stesso che nei nostri 120 Macron Store».

E le vendite non risentono delle alterne vicissitudini dei club?

«L’oscillazione emozionale sulla base dei risultati sportivi può valere fino a un 30% di fatturato. In ogni caso i contratti di sponsorizzazione tecnica, in genere, prevedono queste naturali oscillazioni. In ogni caso: i team sono il nostro core business, ma stiamo crescendo molto anche nel running, con una linea di prodotti belli e ricercata, volutamente di fascia alta».

Un risultato di cui vantarsi?

«La Uefa ci ha indicati come terzo brand mondiale nella sponsorizzazione di club professionistici, e dal prossimo anno saremo il loro unico partner tecnico per l’abbigliamento».

Cosa vuol dire?

«Che affideranno a noi la realizzazione delle maglie per quelle squadre sprovviste di sponsorizzazione: nove, ad oggi».

Il 25% del fatturato viene dall’Italia, si diceva. E il resto?

«Per il 65% da altri Stati europei, Inghilterra e Francia in testa, poi paesi del nord, Portogallo Olanda. Il restante 10% arriva da fuori Europa: Australia, e Medio Oriente: negli Emirati vestiamo quattro squadre su un totale di dieci».

Gli sponsor tecnici sono ogni anno sul banco degli imputati per certe modifiche troppo creative alle maglie.

«Un problema che non ci appartiene, poiché una delle nostre peculiarità è lavorare fin da subito in stretto contatto con i club stessi. Siam come dei sarti che vestono i team in perfetta aderenza al loro stile peculiare. E abbiamo una cura maniacale dei dettagli».

Perlomeno per le maglie che scendono in campo.

«Per tutte, perché le svelo un altro nostro segreto: le maglie per i giocatori e quelle in vendita, per noi, sono esattamente identiche: stessa produzione».


GIAN PIETRO BEGHELLI FONDATORE DELLA BEGHELLI

«Qui investono aziende internazionali
La fase critica è superata, ma c’è molto da fare»

di ANTONIO DEL PRETE

DAL 1982 al 2017; da Monteveglio, oggi inglobato nel Comune di Valsamoggia (Bologna), agli angoli più remoti del mondo. Tanto tempo, grandi distanze, innumerevoli esperienze. Gian Pietro Beghelli, fondatore dell’omonima azienda che progetta, produce e distribuisce apparecchi per l’illuminazione tecnico professionale, ha un’idea chiara di dove siamo: «In un luogo, l’Emilia Romagna, ideale per fare impresa».

E di dove bisogna andare:

«Avanti, puntando su ricerca, innovazione e comunicazione».

Beghelli, il suo è un osservatorio privilegiato: qual è lo stato di salute dell’economia italiana?

«La fase critica è superata, ma c’è ancora molto da fare perché sui mercati internazionali si muovono nuovi protagonisti molto aggressivi. Come i cinesi, che ormai sfornano prodotti di discreta qualità a costi sempre inferiori».

L’Emilia Romagna e Bologna, in particolare, che momento stanno vivendo?

«Questo è un periodo magnifico per la nostra terra, che è ormai la silicon valley d’Europa. Qui vengono a investire importanti realtà internazionali perché trovano tutto: un’ottima logistica, tecnologia e persone capaci di lavorare». La crisi è alle spalle, quindi? «Direi di sì, anche se sarà molto difficile tornare ai livelli di prima. Ma ci sono segnali incoraggianti, come la difficoltà nel trovare manodopera specializzata».

Voi come avete superato gli anni più complicati?

«Investendo nella ricerca, puntando sull’innovazione e sulla comunicazione».

Ora gli affari come vanno?

«Abbiamo superato il momento difficile vissuto due o tre anni fa a causa dal taglio degli incentivi al fotovoltaico. Siamo ottimisti perché i nuovi prodotti stanno dando ottimi risultati».

Quanto incide la vostra presenza all’estero?

«Abbiamo presidi in Cina, Usa, Canada, Messico e in altri Paesi: siamo una piccolissima multinazionale, tutte le aziende del gruppo dislocate all’estero vanno bene. Peraltro, circa il 50% del nostro fatturato arriva dai mercati internazionali».

Su quale prodotto puntate per il futuro?

«Non trascuriamo nessuna delle nostre divisioni: dall’illuminazione d’emergenza, il nostro cavallo di battaglia, al risparmio energetico, dal telesoccorso alla sicurezza. Ultimamente abbiamo brevettato in tutto il mondo una placca intelligente, in grado, tra le altre cose, di sorvegliare la casa per evitare intrusioni e di cambiare i colori dell’illuminazione domestica».

Grazie agli spot televisivi siete conosciuti da tutti. Quanto è importante la pubblicità?

«È fondamentale, soprattutto se si hanno prodotti innovativi da far conoscere. È un mondo difficile, molto competitivo, ma siamo nati in un Paese ricco di creatività e voglia di lavorare. Sono orgoglioso di essere italiano».


ANDREA CANÈ, DIRETTORE CREATIVO DI WOOLRICH INTERNATIONAL

«Due secoli di storia e un occhio al futuro
Siamo re della lana, guardiamo all’high-tech»

di SIMONE ARMINIO

UN EVENTO più unico che raro: la Woolrich, storico marchio del tessile statunitense (187 anni di storia: cominciarono a fornire coperte ai tempi della Guerra Civile), da un anno parla italiano.

Andrea Canè, direttore creativo di Woolrich International, è utile ricordarlo: com’è successo?

«La bolognese W.P. Lavori in corso era da tempo distributrice in Europa e parte dell’Asia del marchio Woolrich. Un brand forte più all’estero che in patria, che nel 2016 navigava in acque complicate. Ne sarebbero usciti vendendo altre royalties per la commercializzazione nel mondo, limitando nei fatti a noi la possibilità di ulteriore crescita. In alternativa serviva trovare un nuovo azionista forte. Ed eccoci qua: dalla fusione tra Woolrich Inc. e Woolrich Europe è nata a Woolrich international, controllata dalla W.P. e con al suo interno le quote delle storiche famiglie fondatrici».

W.P. però era anche altro.

«Lo è tuttora, con 800 clienti che distribuiamo in vari Paesi, anche tramite i nostri multimarca».

In America come sta andando?

«Stiamo recuperando terreno su tutti i fronti, e ciò che ancora non abbiamo recuperato in Usa lo abbiamo guadagnato in Europa. Abbiamo chiuso il 2016 a 190 milioni di dollari, e chiuderemo il 2017 con una crescita del 10%».

Come si fanno questi numeri?

«Abbiamo concentrato le nostre forze su ciò ce ci riesce meglio, le nostre linee invernali, limitando la vendita diretta di lana e tessuti pur non eliminandola, perché in Usa soprattutto serviamo da sempre, e ancora, marchi storici.Meglio guardare al core business. Su queste basi nasce il nostro ultimo accordo».

I giapponesi di Goldwin Inc, nuovi soci di minoranza.

«Produrranno con noi, a partire all’autunno-inverno 2018, la nuova linea outdoor diWoolrich. E per dimostrare che credono nel progetto sono entrati nella compagine azionaria. Ne siamo orgogliosi: personalmente ho sempre ammirato la loro dedizione allo sviluppo di capi high-tech, la loro immaginazione e la loro incredibile attenzione alla funzionalità dei capi, che li rende leader nel settore. Così abbiamo chiuso la nostra linea interna di outdoor per realizzarne una nuova con loro: noi siamo bravi sulla lana, è importante concentrarci su quella».

Butterete via i telai centenari che ancora vanno nello stabilimento storico, in Pennsylvania?

«No, assolutamente: fanno parte del marchio e della storia Woolrich e non si toccano, nonostante le difficoltà: c’è un team, al nostro interno, specializzato nella produzione di pezzi di ricambio ormai introvabili sul mercato. Al loro fianco c’è il resto della produzione industriale, che stiamo rivedendo e ottimizzando».

Con l’arrivo dei giapponesi coprite tutti i fusi: come si fa?

«Iniziando le videoconferenze all’alba, col fuso americano, e le chiudiamo a notte fonda, con quello giapponese. Ma, scherzi a parte, nella nuova gestione ha funzionato molto avere fin da subito una governance unica, con Cristina Calori con global president, Paolo Corinaldesi global ceo, e me global creative director».

Tutti dalla Bolognina. Qualcuno, l’anno scorso, vi avrà detto: impossibile.

«In molti, e credo avessero ragione. Ma eravamo anche molto convinti di farcela, poiché da distributiori storici del marchio in Europa e Asia partivamo da una conoscenza profonda e decennale di Woolrich, problemi e potenzialità comprese. Ed eccoci qui».

2017-12-07T16:39:29+00:00Argomento: ECONOMIA|