«Siamo una regione leader
Il segreto? Il gioco di squadra»

Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia-Romagna

di LUCA ORSI

IMPRENDITORI lungimiranti e mano d’opera di altissimo livello. Con la consapevolezza che «fare bene insieme» sia uno dei segreti dell’eccellenza del tessuto industriale della nostra regione. Ne è convinto Stefano Bonaccini, presidente della Regione Emilia-Romagna, che sottolinea l’importanza del gioco di squadra nella competizione globale.

Nella nostra regione la crisi ha avuto un impatto meno devastante che altrove. Perché?

«Se l’Emilia-Romagna è riuscita a tenere di più e meglio, risultando negli ultimi quattro anni prima in Italia per crescita, export procapite e occupazione, lo si deve in primo luogo all’eccellenza delle sue imprese e alla capacità della sua mano d’opera: un ‘saper fare bene’ che anche nella competizione globale paga. Altrettanto importante è il ‘saper fare insieme’: un gioco di squadra che, tutti insieme, abbiamo fatto con il Patto per il Lavoro».

Di cosa si tratta?

«Come Regione lo firmammo nel luglio 2015 con sindacati e imprese, enti locali e università, Camere di commercio e banche, fino al Terzo settore. Insieme abbiamo scelto la priorità del lavoro, investendo sulla qualità a tutti i livelli, dalla formazione alla ricerca, dall’innovazione all’internazionalizzazione ».

Con quali risultati?

«La disoccupazione è passata dal 9% di inizio legislatura, nel gennaio 2015, al 5,9% di oggi. Nel 2018, per la prima volta in Emilia-Romagna abbiamo registrato un numero di occupati superiore ai due milioni. Il tasso di occupazione ha superato il 70%, il più alto nel Paese, ai livelli massimi anche per le donne».

Ci sono stati riflessi sul Pil?

«L’anno scorso il Pil regionale è cresciuto dell’1,4%, e nessuno ha fatto meglio in Italia. E le esportazioni hanno raggiunto i 63 miliardi (+5,7%), con lo storico sorpasso sul Veneto, che pure ha mezzo milione di abitanti in più e il valore pro-capite che ha superato i 14mila euro».

Un trend positivo in anni di crisi.

«Abbiamo realizzato una vera e propria politica industriale anticiclica, fatta di attrazione di investimenti privati attraverso investimenti pubblici, dal momento che attraverso i fondi regionali, statali ed europei abbiamo mobilitato quasi 20 miliardi di euro, ben oltre i 15 che ci eravamo dati come obiettivo al momento della firma del Patto».

Il sistema lavoro/imprese è fuori dal tunnel?

«Attenzione, nessuno canti vittoria. In pochi mesi la situazione internazionale è peggiorata e l’Italia si ritrova nuovamente in recessione, facendo peggio del resto d’Europa. Quest’anno questa regione vede dimezzare previsioni di crescita: faremo fatica ad arrivare all’1%, come la Lombardia. E se noi e loro cresciamo così poco, vuol dire che che questo Paese crescerà dello zero-virgola-niente». Come evitare di tornare nel tunnel? «Abbiamo incalzato il Governo per sbloccare infrastrutture fondamentali per la competitività dei nostri territori e del nostro comparto produttivo e del turismo: opere già autorizzate e finanziate, dal valore di 2,5 miliardi. Pensiamo solo al Passante di Bologna, alla Bretella Campogalliano-Sassuolo e alla Cispadana. E stiamo facendo uno sforzo straordinario sulla messa in sicurezza del territorio, sulla rigenerazione urbana e sulla riqualificazione della costa: ingredienti che coniugano sicurezza, sostenibilità, attrattività ».

Veniamo all’occupazione.

«Come Regione, insieme con tutti i soggetti del Patto per il Lavoro, vogliamo fare di più per un’occupazione di qualità: dalla lotta alla precarietà, ancora troppo alta, al lavoro non sempre adeguatamente remunerato perché povero di diritti. Sono temi che tra le generazioni più giovani hanno una dimensione insostenibile: anche per questo, coi firmatari del Patto per il Lavoro abbiamo sottoscritto quattro mesi fa il ‘Patto Giovani plus’, destinando 260 milioni a interventi per la buona occupazione di ragazze e ragazzi».

In concreto, i giovani dell’Emilia- Romagna su quali strumenti potranno contare?

«Più orientamento, prima di tutto, affinché ci sia un supporto più forte tra le aspirazioni dei ragazzi, l’offerta formativa e i fabbisogni di professionalità del presente e del futuro; poi più spazi e più formazione, in particolare quella tecnica, viste le competenze richieste dai nostri settori produttivi. Ancora: la Rete attiva per il lavoro, attraverso la quale i ragazzi, dopo il diploma o la laurea, possono recarsi a un Centro per l’impiego per essere accompagnati nella ricerca del lavoro. Poi più accesso al credito e consulenza per avviare nuove imprese o per rafforzare quelle già avviate, in particolare nell’industria culturale e creativa ».

Curate anche l’alta formazione?

«Certo, le opportunità non si fermano al diploma o alla laurea: investiamo nell’alta formazione con borse di studio, di ricerca e dottorati in settori innovativi e ad alto valore aggiunto: ad esempio i Big Data, su cui vogliamo diventare un centro europeo e mondiale». Parliamo di relazioni sindacali.

Qui più che altrove i conflitti si risolvono. Sono ‘diversi’ i sindacati, gli imprenditori?

«Ho detto che l’Emilia-Romagna è terra del ‘saper fare bene insieme’. È una virtù che si traduce ogni giorno nel cercare di migliorare, innovare, crescere insieme, specie nei luoghi di lavoro. Nei nostri distretti, nelle nostre piccole e medie imprese, la gestione aziendale vede spesso il datore di lavoro e i lavoratori condividere strategie e passi in avanti, così come i momenti difficili. La concertazione con i sindacati per migliorare le condizioni di lavoro, sperimentare nuove forme di tutela, allargare sia il perimetro dei diritti sia le opportunità d’impresa, qui ha radici robuste: in molti casi abbiamo praticato la partecipazione attiva dei lavoratori prima ancora che fosse codificata».

È così in tutti i settori?

«No, in alcuni settori più maturi, come in altri dei servizi, vi sono problemi rilevanti di rispetto dei contratti e di agibilità degli stessi sindacati. Come Regione, non sempre abbiamo gli strumenti per contrastare questi fenomeni, ma in questi casi il nostro posto è sempre accanto ai lavoratori».

Come valuta l’arrivo di capitali stranieri?

«Chiediamo responsabilità sociale d’impresa: i capitali stranieri sono sempre i benvenuti, ma contrastiamo ogni forma di capitalismo predatorio, mordi e fuggi, che non metta radici e non si faccia carico della qualità della vita di chi lavora».

A proposito, l’Emilia-Romagna attrae sempre più grandi imprese, non solo italiane.

«Siamo di fronte a una novità, a una positiva inversione di tendenza. Negli ultimi anni siamo diventati una regione attrattiva rispetto ai grandi Gruppi, italiani e stranieri, che o potenziano i loro insediamenti produttivi o ne aprono di nuovi».

Perché?

«Chi sceglie l’Emilia-Romagna lo fa anzitutto per il tessuto socioeconomico che trova: una straordinaria rete di imprese e di distretti, professionalità alte su tutta la filiera e una buona rete di formazione. Poi, trova un sistema istituzionale, amministrativo e di servizi affidabile, di standard europeo: elemento cruciale per chi sceglie di investire e non vuole aggiungere al rischio d’impresa quello di un sistema inefficiente e inaffidabile ».

Qui si vive bene, dicono.

«Non c’è dubbio: incide anche una buona qualità della vita. Se devi convincere manager o dirigenti stranieri a spostarsi, devi anche offrirgli una prospettiva di vita appetibile. In questi anni abbiamo investito moltissimo su questi aspetti di attrattività e sulla qualità di sistema: nessuno quanto noi si è speso per la formazione e la stessa legge regionale sull’attrattività ha riscosso un successo crescente ». Qualche esempio? «L’ultimo bando ha messo in gioco 11 milioni per 5 progetti: hanno portato investimenti per quasi 40, 250 nuovi posti di lavoro, 9 su 10 laureati. In quello precedente, con 41 milioni messi a disposizione per 13 progetti, abbiamo avuto investimenti per 126 milioni e 1.200 nuovi occupati». Chi partecipa? «Gruppi come Ibm Italia, Eon Reality, Lamborghini, Ducati Motor, Yoox, Teko Telecom, Avl Italia, B. Braun Avitum Italy, Hpe e Ima. E ricordo Philip Morris e il nuovo stabilimento realizzato alle porte di Bologna, ad Anzola Emilia».

Qui ci sono imprese all’avanguardia in tema di welfare aziendale. Cosa ne pensa?

«È un’altra conferma del fatto che qualità significa tenere insieme impresa di eccellenza e benessere di chi ci lavora. E gli accordi che vengono firmati tra imprese e sindacati sono inevitabilmente tarati su questo standard. Dico anche che alcune strade innovative abbiamo contribuito ad aprirle noi, come Regione ed Enti locali, indicando un orizzonte e soluzioni d’avanguardia, sostenendole con misure concrete. Il legislatore nazionale è arrivato dopo».


IL PUNTO POI C’È LA LOTTA ALLA PRECARIETÀ E AL LAVORO POVERO

«Così utilizziamo tutti i fondi europei»

LA REGIONE Emilia-Romagna «utilizza fino all’ultimo euro i fondi europei», afferma il governatore Stefano Bonaccini. «Un’efficacia e un’efficienza di spesa riconosciuta sia dalle autorità europee, sia dal ministero dell’Economia e delle finanze, che ci ha indicati come modello». Basti dire che a fine 2018, su un budget complessivo di oltre 480 milioni di euro del Fondo europeo per lo sviluppo regionale, «quasi 360 milioni, circa il 75%, risultavano già impegnati per sostenere più di 2.400 progetti e generare sul territorio oltre 700 milioni di euro di investimenti». Sul fronte del lavoro, Bonaccini sottolinea «l’impegno altrettanto forte della Regione nelle situazioni di crisi aziendali: più di 8mila posti salvati, su 12.500 persone coinvolte, nelle 58 vertenze seguite fra il 2016 e il 2018. Quando diciamo ‘coesione’ e ‘lavoro’, le nostre politiche vanno misurate anche su questo: facciamo ogni sforzo perché le realtà produttive possano essere salvaguardate e rilanciate e l’occupazione tutelata».

IL PROBLEMA più grave, per Bonaccini, è «la precarietà e il lavoro povero, sia dipendente che autonomo, che investe soprattutto i più giovani». Una piaga di cui il nostro territorio non è immune. «Una Regione non dispone di tutte le leve, ma quelle che abbiamo le stiamo utilizzando tutte». Due esempi: «La legge sull’attrattività premia solo le aziende che assumono a tempo indeterminato; mentre la nuova legge sui tirocini è più stringente ed esigente verso le imprese, perché in passato ne hanno fatto anche cattivo uso». Il punto di fondo, secondo Bonaccini. è chiaro: «Non puoi pagare per troppo tempo un ragazzo poche centinaia di euro, né puoi immaginare una porta girevole per cui fuori uno e dentro l’altro. Se la qualità non arriva nelle condizioni di lavoro e nei salari delle persone, è un imbroglio. E noi vogliamo una qualità del lavoro e dei servizi che faccia vivere meglio le persone, distribuendo in modo equo le risorse e riducendo la divaricazione tra ricchezza e povertà».


«Le imprese siano al servizio della persona»

Zuppi, arcivescovo di Bologna: «La solidarietà ha sempre aiutato la crescita»

di MASSIMO SELLERI

«SOLO IL LAVORO porta alla dignità». Il concetto sta parecchio a cuore all’arcivescovo di Bologna, monsignor Matteo Zuppi (nella foto), tanto che – con lo stesso Comune di Bologna e con altre associazioni di categoria del territorio – ha stretto un patto che si chiama per l’appunto «Insieme per il lavoro». «In questo delicato momento – spiega monsignor Zuppi – i sussidi non servono. Sono solo un palliativo ma non aiutano la persona a uscire dalla povertà e a ritrovare la dignità. Senza lavoro e stabilità, senza passione per la vita finiamo per non essere generativi ma solo consumatori. La crisi economica impone di rimettere al centro, senza incertezza e compromessi, la persona che non è mai solo manodopera».

Cosa deve fare oggi l’impresa?

«Le imprese devono mettersi al servizio della persona, perché solo chi serve trova gioia, non si stanca e cresce. Nel concreto, possono aiutare l’inserimento dei più deboli, come chi si trova fuori dal mondo del lavoro, o integrare i tanti emigrati che cercano solo futuro, formazione e competenza per dimostrare chi si è. La solidarietà ha sempre aiutato la crescita. Non dobbiamo pensarla chiusa nei nostri confini, ma aprirla a tutti, soprattutto all’Africa, che sta offrendo nuovi scenari e possibilità davvero importanti. La sfida è dimostrare che questa impresa è possibile e che si può essere imprenditori capaci e più produttivi se si difende l’uomo e la sua dignità».

È quello che lei sta facendo con la Faac, la multinazionale di proprietà della Curia?

«Il vescovo non entra nel merito delle scelte dell’azienda. Il cardinale Caffarra (predecessore di Zuppi, ndr) scelse questo sistema del trust: ci sono tre fiduciari che amministrano l’azienda per conto della diocesi. Io sono il primo a non voler fare l’imprenditore, perché ognuno deve fare il suo mestiere; però, ho comunque il compito di ricordare alcuni principi e alcuni elementi di fondo, e che tutti gli utili siano tutti quanti destinati alla carità. Questa è stata una mia scelta: quando ero piccolo, se trovavo qualche soldo per strada i miei genitori mi dicevano ‘dallo ai poveri’ e la cosa a me scocciava molto: alla fine avrei preferito tenerli per me, però, me lo sono sempre ricordato. Se uno ha una grazia la deve sempre restituire, ecco perché abbiamo scelto di dare indicazioni per la difesa dei lavoratori, del welfare e di investire molto nella ricerca».

Cosa si augura per il futuro?

«Soluzioni stabili per aiutare a guardare al domani con fiducia e per rispondere alle necessità delle persone e delle famiglie. Oggi l’ascensore sociale è fermo e se l’ascensore sociale non funziona, non si ha speranza. Ne abbiamo così poca che l’unica via è realizzare i desideri emigrando come dimostra la notizia che negli ultimi cinque anni, 244mila italiani hanno lasciato il nostro Paese, dei quali più della metà laureati».


L’EREDITÀ IN PASSATO COLONIA E GAND RINUNCIARONO AD AZIENDE LASCIATE DA FEDELI

Bologna, prima e unica diocesi
proprietaria di una multinazionale

DALLA NASCITA della società di massa – stiamo parlando degli inizi del ’900 – ad oggi, la Curia di Bologna è stata la prima e unica diocesi a diventare proprietaria di una azienda multinazionale. In precedenza, soltanto l’arcidiocesi di Colonia aveva ricevuto in eredità un’impresa di un certo valore nazionale che, però, fu subito venduta; così come la diocesi belga di Gand si ritrovò nominata in un testamento e divenne la titolare in una piccola azienda, ma anche qui – in tempi rapidi – venne individuato un acquirente. Nel marzo del 2012 scompare Michelangelo Manini, azionista di maggioranza della Faac, l’azienda leader nella produzione di cancelli automatici. L’imprenditore nomina erede universale l’arcidiocesi di Bologna, in una serie di testamento olografi tutti identici.

DOPO una lunga battaglia legale con i parenti del Manini – chiusasi con un accordo stragiudiziale fra le parti – nel 2014 la Curia petroniana diventa unico azionario della multinazionale. E il cardinale Carlo Caffarra (nella foto a destra, durante una visita alla Faac) ritiene che l’unico modo per dare vera esecuzione alle volontà di Manini sia quella di mantenere la proprietà dell’azienda e di utilizzare i dividendi per le opere di bene, scindendo però la proprietà dalla gestione del club. Per questo, nel 2015 viene fondato un trust composto da tre professionisti: l’avvocato Andrea Moschetti (presidente della Faac), l’avvocato Bruno Gattai e Giuseppe Berti (manager di Luxottica). Insieme, formano l’assemblea dei soci e hanno il potere di gestire e sviluppare l’azienda in autonomia rispetto alla Curia, cioè la proprietà.

NELL’OTTOBRE del 2015 la guida dell’arcidiocesi passa di Bologna a Matteo Zuppi, il quale conferma la volontà di non vendere l’azienda e decide di impegnare i dividendi che spettano annualmente all’unico socio a favore dei poveri. Nel frattempo, la Faac ha avuto una crescita esponenziale, passando dai mille a oltre 2.500 dipendenti solo in Italia, applicando diversi contratti integrativi a favore della famiglia, e con un fatturato che supera i 400 milioni di euro.

Massimo Selleri


«Il mercato del lavoro è ormai globale
Innovazione e sostenibilità sono le sfide»

Mattei (Unibo): «L’estero opportunità per i giovani. Le aziende stanno cambiando»

di GIUSEPPE CATAPANO

«IL MERCATO del lavoro è ormai globale e un’esperienza all’estero è da considerare un’opportunità. Mentre, per le aziende, innovazione e sostenibilità sono i due grandi driver del cambiamento ». Marco Maria Mattei è professore ordinario di Economia aziendale all’Università di Bologna, dove insegna Financial accounting, principi contabili internazionali e analisi di bilancio.

Professore, le previsioni per il 2019 parlano di una crescita modesta anche per l’Emilia Romagna. Quale è la sua istantanea?

«Il 2017 è stato un anno positivo, per la nostra regione e globalmente. Il 2018 sembra essere stato altrettanto positivo, con alcuni settori che hanno ottenuto risultati sopra la media. Il 2019 è cominciato nel segno dell’incertezza: l’impressione di un rallentamento dell’economia c’è, aspettando i dati ».

Da parte di molte aziende c’è preoccupazione. Condivide?

«L’elemento dirimente è la dimensione aziendale, più del settore. Le micro-aziende hanno patito un lungo periodo di difficoltà successivo alla crisi, solo nel 2017 hanno ritrovato i numeri del lustro precedente come fatturato aggregato e occupati. Le realtà medio- grandi hanno affrontato l’ultimo quinquennio con tassi di crescita importanti. La capacità di competere dipende molto dalla dimensione, che incide sulla capacità di portare avanti processi di rinnovamento ».

A cosa si fa riferimento quando si parla di dimensione aziendale? Numero di addetti, fatturato e capacità di investire?

«Dal fatturato al numero dei dipendenti, sono diversi i parametri. La dimensione è comunque da rapportare al settore di appartenenza: conta molto perché le nuove tecnologie e la sostenibilità incideranno sempre di più e richiederanno cambiamenti significativi. Solo con una dimensione critica sufficientemente grande si possono sopportare questi costi».

Ma l’Italia è composta per oltre il 90% da piccole imprese. È penalizzata?

«In passato è stata penalizzata, in parte rischia di esserlo anche in futuro. L’innovazione coinvolge l’intera organizzazione con maggiori spese, chi sperimenta di più deve accettare anche il costo del fallimento. Si possono generare problemi nel caso in cui la dimensione non consenta di sostenere il costo del fallimento».

Innovazione è quindi la parola chiave guardando al futuro?

«Sono due i grandi driver del cambiamento: innovazione tecnologica e sostenibilità. Difficile prevedere l’intensità e la tempistica dell’impatto sui singoli settori. Ma tale impatto ci sarà e le aziende dovranno essere pronte. Per esserlo occorre avviare subito il processo di innovazione. Sia chiaro: non solo i grandi colossi possono permettersi i costi del rinnovamento ».

C’è interesse al tema dell’innovazione da parte dei giovani?

«Noi come Università ne promuoviamo la diffusione».

Un’occasione per i giovani?

«Deve essere così, se non lo fosse sarebbe un problema. Ma è una questione di competenze, ancor più che anagrafica».

L’Emilia Romagna vanta diverse eccellenze, dalla meccanica al packaging. Come stanno questi settori?

«Il packaging è cresciuto molto pur essendo legato a comparti che risultano in molti casi maturi. Il nostro distretto ha sempre trovato il modo di espandere la propria area di mercato, per questo sono fiducioso. La meccanica in generale ha diverse specializzazioni al suo interno, nel 2018 molte aziende hanno goduto di crescite importanti. A seconda dell’andamento macro-economico le prospettive di crescita possono modificarsi, perché l’export è fondamentale ».

La Regione è attrattiva?

«Sì, ma scontiamo comunque un rischio paese elevato, è difficile prescindere da questo. Detto questo, l’Emilia Romagna è un territorio virtuoso, il distretto manifatturiero è particolarmente efficiente e noto, questo ha attratto diversi investimenti stranieri».

La fuga di cervelli è inevitabile?

«Nella mia prospettiva il mercato del lavoro è globale, certamente europeo. Noi abbiamo anche tanti studenti che lavorano in paesi come Stati Uniti o Cina. Lavorare all’estero non significa che non ci siano opportunità in Italia. L’esperienza in sedi estere arricchisce molto e fa parte del normale percorso di crescita. Sarebbe un peccato, però, se i talenti dell’Università di Bologna decidessero di non tornare più indietro».