Biologico e qualità sono le armi vincenti

Boom delle aziende under 35: sono cresciute del 6% rispetto all’anno scorso

di DAVIDE EUSEBI

PIÙ GIOVANE, più attenta all’ambiente e aperta alle nuove tecnologie, ma con i piedi ben saldi nella tradizione. Sono le Marche dell’agricoltura, regione che già da anni ha fatto del biologico e della qualità le armi vincenti per distinguersi in Italia e all’estero. Terra che vede nascere un’azienda under 35 ogni quattro giorni, ma dove occorre anche fare i conti con una burocrazia che fatica a investire i fondi comunitari (appena il 19,2% della programmazione: ultimo posto nella classifica nazionale come avanzamento di spesa) e che ancora si lecca le ferite del terremoto 2016, con la ricostruzione nelle aree del cratere ancora al palo. «L’intraprendenza imprenditoriale della nostra regione – commenta Maria Letizia Gardoni, presidente di Coldiretti Marche – costruisce ogni giorno il progresso sostenibile di un territorio fortemente vocato all’attività agricola e alla valorizzazione ambientale. Tutto questo sarebbe più semplice, strutturato e incisivo, se tutti gli organi preposti contribuissero ad agevolare il percorso d’impresa spendendo con cura i finanziamenti comunitari, incentivando la promozione turistica, reinventando ciò che con il sisma del 2016 è andato perso».

NONOSTANTE tutto, le imprese giovanili crescono. Secondo i dati della Camera di Commercio delle Marche riferiti al primo trimestre 2019, sono quasi 1450. «Gli under 35 che decidono di avviare una propria impresa sono aumentati del 6% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno – sottolineano da Coldiretti Marche – e rappresentano il 5,4% delle imprese, percentuale che cresce di anno in anno». La maggior parte di esse operano in provincia di Macerata (417). Seguono Ancona (342), Pesaro (277), Ascoli (223) e Fermo (188). Possibilità di lavoro autonomo ma anche di assunzioni con un mercato del lavoro che cresce a doppia cifra. La situazione attuale vede oltre 26mila aziende e più di 18mila lavoratori; con un aumento, secondo i dati dell’Osservatorio regionale sull’occupazione rielaborati dal Coldiretti Marche, del 55,7% tra 2017 e 2018.

QUASI 3600 sono nuovi contratti stipulati nell’ultimo trimestre dello scorso anno. Una grande possibilità di lavoro soprattutto per i giovani. E non mancano quelli che hanno iniziativa e si lanciano in avventure imprenditoriali. Con una particolare predilezione per il biologico, aumentato nelle Marche sia in termini numerici (oltre 3700 aziende, +22% rispetto allo scorso anno), sia in termini di ettari adibiti (oltre 87mila, secondo gli ultimi dati Sinab). «L’agricoltura – aggiunge la presidente Gardoni – è l’unico settore che ha saputo non solo mantenere, ma anche accrescere nel tempo il proprio valore aggiunto, la capacità di generare lavoro ed esportare qualità delle produzioni e territorio. Senza dimenticare che, sempre di più, questo settore è indispensabile anche per la tenuta delle aree interne, per la sua funzione sociale e culturale e per la caratterizzazione di un regione che aumenta in notorietà per le sue bellezze».

TRA le coltivazioni, il grano resta la produzione che va per la maggiore, con quasi 110mila ettari di campagna dedicata, ma questo 2019 sarà ricordato nella storia come il primo raccolto dopo 12 anni di assenza della barbabietola da zucchero. Coltivazione autoctona e diffusissima anche per la presenza degli zuccherifici, abbandonata dopo le scelte comunitarie di prediligere la produzione di zucchero all’estero, durante l’estate si raccoglierà di nuovo barbabietola in 300 ettari tutti bio. Si stimano 120mila quintali di raccolto da destinare al mercato dello zucchero biologico e 100% Made in Italy. «Una possibilità – spiegano Gardoni – che si è presentata grazie alla sempre maggiore sensibilità dei consumatori che danno più importanza alla sostenibilità e all’etica nella produzione anziché al prezzo». L’export dalle Marche ha mostrato segni positivi per quanto riguarda l’ortofrutta lavorato (oltre 22 milioni di euro di valore, +23% rispetto al 2017) e il vino (quasi 57 milioni, +9,5). «In un mercato commerciale senza confini geografici e senza equivalenza delle regole – conclude la presidente regionale Coldiretti – il percorso più lungimirante per l’agroalimentare deve basarsi su trasparenza e sostenibilità».


PROGETTO UN’IDEA DI FONDAZIONE EDOARDO GARRONE E LEGAMBIENTE

Sostegno alle imprese colpite dal sisma

SOSTENERE le giovani imprese di Lazio, Marche e Umbria, che, nel contesto di forte discontinuità e incertezza creato dal terremoto del 2016, vedono e vogliono cogliere l’opportunità di reinventarsi e riposizionarsi sul mercato, rivitalizzando l’economia del territorio appenninico. È questa la scommessa di Fondazione Edoardo Garrone e Legambiente, che insieme hanno realizzato ReStartApp per il Centro Italia. Il progetto – a cui hanno dato il patrocinio le Regioni Umbria, Lazio e Marche e Fondazione Symbola – ha coinvolto nel 2018 oltre 30 aziende delle aree del cratere, principalmente imprese agricole, agroalimentari, di allevamento, turistiche e di artigianato. In un anno e mezzo di lavoro sul territorio, nell’ambito di otto coaching individuali e dell’avvio di tre laboratori per la creazione di reti d’imprese, si sono svolti 84 incontri e oltre 600 ore di formazione professionale e consulenza, per fornire supporto e strumenti concreti in diversi ambiti: dal controllo di gestione alla ricerca di nuovi business e mercati, fino al marketing e alla comunicazione. Tra i risultati, l’avvio di due progetti di rete, ‘Amatrice terra viva’ nel Lazio e ‘Rizomi, Terre fertili in rete’ nelle Marche, finalizzati alla sperimentazione di nuove forme di collaborazione imprenditoriale e alla nascita di nuove attività e sinergie sul territorio.

AMORE per la terra, sostenibilità ambientale, tradizione e innovazione, sinergia, agricoltura di qualità e valorizzazione dei prodotti tipici, sono le parole chiave alla base di questi due progetti che guardano al futuro dell’Appennino e delle sue comunità. Nel Lazio, ReStartApp per il Centro Italia ha affiancato una rete già costituita, l’associazione ‘Amatrice terra viva’, nata nel 2018 su iniziativa di 12 imprenditori tra Amatrice e Accumoli e sostenuta da Alce nero, storica azienda del biologico italiana, con l’obiettivo di creare una filiera bio capace di valorizzare la cultura cerealicola locale attraverso la coltivazione di grani antichi.


Rinnovamento fra classici e riscoperte

La produzione regionale di vino ammonta all’1,8% della quota nazionale

SE ALLA FINE degli anni ’60 nelle Marche si contavano 205 vitigni a uva da vino, più altri non identificati, ora quelli coltivativi sono andati via via riducendosi, ma nella direzione di un importante rinnovamento del patrimonio viticolo. Dopo l’istituzione delle prime Doc nella regione (Sangiovese, Montepulciano, Verdicchio, Trebbiano toscano e Biancame) ora le Marche vantano cinque vini Docg, 15 Doc (nella recente edizione di Vinitaly sono stati festeggiati i 50 anni della Doc del Bianchello del Metauro) e uno a Indicazione di origine protetta (Igt). Complessivamente, gli ettari vitati sono 17.332 (dati Ismea 2018) che danno vita a 876.000 ettolitri all’anno (media 2014-2018), pari allo 1,8% della quota nazionale: il valore dei soli vini Doc e Igt ammonta ad oltre 33 milioni di euro. Il territorio marchigiano è prevalentemente collinare (per il 70%) e montuoso; le fasce pianeggianti sono limitate a piccole aree lungo la costa e lungo i fiumi. Nei primi anni del 1900 l’area vinicola del Piceno era la più importante della regione, con le uve Sangiovese e Montepulciano, mentre nella parte settentrionale si concentrava la produzione di vini bianchi da uve Verdicchio (la cantina Fazi Battaglia creò la bottiglia a forma di anfora ancora oggi associata a questo vino), Trebbiano e Malvasia. A tutt’oggi i vitigni bianchi coltivati nelle Marche rappresentano il 60% e si trovano importanti vigneti autoctoni come il Lacrima e la Vernaccia nera. In regione vengono coltivati anche lo Chardonnay, il Ciliegiolo, il Passerina, il Pecorino, il Trebbiano toscano e la Malvasia bianca lunga. Il vino rosso nelle Marche è sinonimo soprattutto di Montepulciano e Sangiovese e tra le nicchie produttive è stata riscoperta la Vernaccia nera di Serrapetrona, nel maceratese, che fa affidamento su una superficie totale di appena 45 ettari: è stata la prima nelle Marche ad ottenere il riconoscimento della Docg. Questo vino è uno spumante rosso prodotto nelle versioni secco e dolce, utilizzando un sistema molto particolare. Dopo la vendemmia una parte delle uve è vitificata in rosso, mentre una percentuale viene lasciata ad appassire in modo da concentrare la quantità di zuccheri. Le uve appassite sono quindi pigiate e il mosto si aggiunge al primo vino, provocando una seconda fermentazione. La spumantizzazione della Vernaccia di Serrapetrona conferisce al vino la caratteristica spuma rosa. «Ci sono varietà che pur non esprimendo sempre grandi volumi sono in crescita – osserva Riccardo Cotarella, presidente Assoenologi, docente di viticoltura ed enologia presso l’Università della Tuscia e considerato uno dei maggiori esperti mondiali di vini – come il Pecorino e il Passerina. Il vino è una creatura dell’uomo che ha saputo dare ancora più valore a un frutto ottenendo un prodotto straordinario».

LA REGIONE può contare su nuove risorse da investire nel settore: dopo che il ministero delle Politiche agricole ha rimodulato le risorse disponibili del Programma nazionale di sostegno al settore vitivinicolo, sono in arrivo a 7,9 milioni di fondi statali per la campagna vitivinicola 2019, con un incremento di 169 mila euro rispetto allo scorso anno. Lo ha comunica la vicepresidente Anna Casini, assessore all’Agricoltura, al Tavolo della filiera vitivinicola regionale, convocato per condividere le misure di promozione sui mercati ‘terzi’ (extra Ue), finanziate con gli stanziamenti ministeriali dell’Ocm (Organizzazione comune di mercato, cioè la regolamentazione disposta dell’Unione europea) 2019-2020.

Claudio Ferri


L’ANALISI NEGLI ULTIMI ANNI LA PRODUZIONE È CRESCIUTA DEL 45%

Un terzo dei Dop italiani è prodotto sul mare

VINO E MARE: lungo la Penisola si confermano un connubio vincente. In Italia quasi una delle aree viticole più vocate (Dop) su tre si affaccia sul mare. E l’export dei bianchi fermi italiani sta crescendo più velocemente dei rossi (+47%, contro il +35% dal 2010 al 2018) e i vigneti con finestre sul mare sono quelli che registrano le migliori performance. È il quadro di sintesi – al convegno ‘Vino da mare’, organizzato a Fano dall’Istituto marchigiano di tutela vini (Imt) – tracciato dal responsabile di Nomisma Wine Monitor, Denis Pantini. Secondo l’analisi, presentata per i 50 anni della Doc Bianchello del Metauro, il 31% delle 408 Dop del Paese vanta areali con sbocco sul mare, con Marche, Liguria, Sardegna, Sicilia, Calabria, Puglia, Molise e Abruzzo che presentano una percentuale ‘marittima’ delle loro denominazioni sopra il il 75%. Un’incidenza singolare tra i principali Paesi produttori, destinata a crescere: a eccezione del Prosecco, che comunque in piccola parte si affaccia sulla costa, in Italia la produzione di vini ‘marittimi’ è cresciuta negli ultimi anni del 45%, a fronte di un +13% degli altri vini. In questo scenario, anche il mercato sembra assecondare la tendenza: tra le 7 regioni italiane cresciute nell’export di oltre il 90% nell’ultimo decennio, 4 presentano una forte incidenza di vigneti ‘marittimi’ (Marche, Sicilia, Puglia e Abruzzo). «Una componente importante per le esportazioni è data dal turismo – dice il direttore Imt, Alberto Mazzoni –. Un bacino di turisti stranieri può rappresentare una leva fondamentale per la promozione delle produzioni autoctone; è il caso del Bianchello del Metauro e di altre aree marchigiane, a forte concentrazione di turismo balneare». Complice il Bianchello, nel decennio la provincia di Pesaro ha registrato un +370% nelle esportazioni.


Grano, annata condizionata dal maltempo

Albertini (Progeo): «Qualità nella media, senza punte di eccellenza»

di CLAUDIO FERRI

LA PRODUZIONE di frumento tenero, per uso zootecnico e umano, in Italia è di circa 3 milioni di tonnellate, ma ne arrivano più di altrettanto da altri Paesi produttori, perché il fabbisogno arriva a circa 7 milioni. Lo stesso vale per il grano duro: ne produciamo circa 4,5 milioni di tonnellate, contro le 6 consumate; l’Italia importa quindi grandi quantitativi dall’estero, grani di forza molto richiesti dall’industria di trasformazione, pastai in primis. C’è quindi una ‘dipendenza’ da altri Paesi anche a causa di una disaffezione dei cerealicoltori: le basse quotazione non soddisfano le basilari condizioni economiche per coltivare frumenti. Una diretta conseguenza è che le superfici a livello nazionali sono in calo. La superficie coltivata a grano tenero in regione quest’anno si è attestata sui 182mila ettari, mentre il ‘duro’ ne conta circa 44.500. «È un’annata controversa per i cereali, colture non risparmiate, come tante, dalle piogge torrenziali di maggio che, oltre a determinare allettamenti delle piante, hanno facilitato l’insorgenza di patologie al frumento». La valutazione tecnica è di Marco Albertini, agronomo di Progeo, che traccia un quadro sintetico della coltivazione di frumento in Emilia Romagna. «Il grano, sia duro che tenero, è in ritardo vegetativo ma sta recuperando – osserva – anche se qualche problema lo potrà dare il ripiegamento a terra del frumento, fenomeno che si manifesta in modo puntiforme. Tuttavia la produttività che si aspettiamo sarà discreta e molto dipenderà, come sempre, dai giorni antecedenti la mietitura, ritardata di circa una settimana rispetto allo scorso anno». Le piogge e l’impossibilità di intervenire con cure fitosanitarie a causa dei terreni imbibiti di acqua ha accentuato il fusarium, una patologia fungina, a cui è più sensibile il grano duro. Che, rispetto al tenero, «accuserà maggiormente le avversità climatiche. In generale la qualità sarà nella media, ma senza punte di eccellenza». Il nostro Paese genera circa l’11% della produzione globale di grano duro, su un totale di 38,6 milioni stimati nel 2018, oltre a detenere il primato anche in Europa con il 45% della produzione. La regione con la maggiore produzione di grano duro in Italia (Istat 2017) è la Puglia, cui segue la Sicilia. Al nord troviamo l’Emilia Romagna (massima concentrazione a Bologna, Ferrara, Modena e Ravenna). e le Marche, rispettivamente con circa 461.000 e 455.000 tonnellate.

TRA LE PROVINCE marchigiane – complessivamente le superfici a frumento duro ricoprono 103 mila ettari – vantano la produzione maggiore Ancona (2,1 milioni di quintali) seguita da Macerata (1,4), Pesaro (400mila), Fermo (355mila) e Ascoli (354mila). Molto inferiore l’investimento a frumento tenero, coltivato su una superficie di 21.500 ettari. Sul grano duro dal 2017 è attivo un accordo di filiera sottoscritto dalle organizzazioni dei produttori cerealicoli e Barilla, promosso dalla Regione Emilia Romagna, che prevede la fornitura all’azienda di Parma di un quantitativo di 120mila tonnellate e per una superficie coltivata di circa 20mila ettari all’anno. Questa iniziativa rappresenta un modello di organizzazione della filiera, dal campo alla tavola, che ha consentito di far nascere in questa regione un polo di eccellenza per la produzione di grano duro di alta qualità. L’intesa ha un’importante valenza ambientale, poiché il frumento di alta qualità per la pasta Barilla è coltivato con tecniche produttive all’insegna della sostenibilità, in linea con i disciplinari di produzione integrata e in particolare l’impiego di questi tecniche consentirà di ridurre le emissioni di CO2 del 20%. Sul piano economico, per il biennio 2018-2109 è previsto l’incremento di cinque euro a tonnellata del prezzo garantito per una quota prefissata del 30% della produzione conferita; aumento che farà così salire il compenso pagato agli agricoltori da 240 euro a tonnellata (per il grano con contenuto proteico del 13%), a 250 nel caso di una percentuale del 13,5%, per arrivare a toccare i 260 euro per merce con contenuto di proteine uguale o superiore al 14%. Per il pagamento della restante quota del 70% del prodotto conferito si farà invece riferimento ai listini della Borsa merci di Bologna: prezzo al quale si aggiungono poi i premi legati ai parametri di qualità e all’adesione agli impegni previsti dall’accordo.


APPUNTAMENTO UN CARTELLONE DI INIZIATIVE DA APRILE A NOVEMBRE

Il festival ‘Cerealia’ 2019 è dedicato al farro

SI CHIAMA con un nome latino: Cerealia. È un festival dedicato, appunto, a tutti i cereali. Così come, di fatto, avveniva nell’antica Roma durante gli antichi riti delle Vestali e nei Ludi di Cerere. Giunto alla IX edizione, il festival si tiene – in un periodo che va da aprile a novembre – in diverse regioni d’Italia. Il cereale ‘simbolo’ scelto quest’anno è il farro, il più antico grano coltivato dall’uomo. Va ricordato che nella tradizione marchigiana il farro è il protagonista di numerosi piatti tipici, soprattutto dell’entroterra collinare e montano. Il farro prodotto nelle Marche appartiene ad una specie particolarmente pregiata: il Triticum dicoccum (detto farro medio o ‘vero farro’, antesignano del grano duro), anche detto «farro delle Marche», la qualità più pura dell’antico cereale.

SOSTENIBILITÀ ed economia circolare ispirano invece il tema guida del festival: ‘L’etica nel piatto’. Il valore sociale ed economico dei cereali è immenso. Cerealia «vuole diffondere la conoscenza e la coscienza del valore della terra e delle culture autoctone, riallacciare i legami tra il territorio di produzione e la tavola del consumatore, riportando in vita anche usi e costumi antichi, fondati sul rispetto della terra e dei suoi frutti». Come tradizione, il festival punta a valorizzare lo scambio e l’arricchimento interculturale tra i paesi del Mediterraneo, incentrando gli appuntamenti sui temi di cultura, alimentazione, ambiente, territorio, società, economia e turismo.