Un marchio per sfidare i mercati
«Così puntiamo alla fascia alta»

L’associazione diretta da Alberto Mazzoni è nata per valorizzare enogastronomia, turismo e cultura. Ammontano a oltre 400mila euro gli investimenti messi in campo attraverso i fondi del Psr Misura 3.2

di Giuseppe Catapano

Un lavoro di squadra che ha come obiettivo la promozione dell’agroalimentare marchigiano in Italia e nel mondo. Funziona e porta risultati. Tanto che di recente è stata avviata una task force proprio per lanciare un piano di promozione combinato. Food Brand Marche, Regione e Camera di Commercio unica regionale sono i soggetti che ne fanno parte. Tre realtà che si sono unite per raggiungere un traguardo condiviso. Il promotore di quest’unione è a sua volta una squadra: tale è Food Brand Marche, l’associazione di produttori nata nel 2017 per valorizzare in maniera integrata l’enogastronomia, il turismo e la cultura del territorio. Valgono oltre 400mila euro gli investimenti messi in campo dalla realtà diretta da Alberto Mazzoni attraverso il Psr Misura 3.2, a cui seguiranno altri progetti a partire dal prossimo anno. Dall’olio alla carne, dalla pasta ai legumi, fino ai salumi, ai formaggi e al vino, sono 35 i prodotti Dop, Igp e Stg protagonisti delle azioni promozionali di Food Brand Marche: si parte con il Prosciutto di Carpegna, da novembre oggetto di una campagna nei punti vendita italiani dall’Abruzzo alla Lombardia, per poi proseguire con le azioni dedicate all’olio e al Formaggio di Fossa di Sogliano Dop, ma anche alle carni Igp e biologiche. A queste iniziative si aggiungono quelle organizzate dalla Regione Marche e dalla Camera di Commercio unica regionale, con un ulteriore investimento in promozione. Tra gli eventi già messi in campo, due b2b suddivisi in quattro giornate all’Enoteca regionale di Offida e nella sede dell’Istituto marchigiano di enogastronomia (Ime) a Jesi, dedicati a vino, olio, pasta e tartufi marchigiani. Il primo (ieri, 27 novembre, e oggi 28) rivolto a stampa e operatori europei con il coinvolgimento di oltre 90 aziende, il secondo (3-4 dicembre) per giornalisti e importatori dei Paesi terzi (Stati Uniti e Canada) con più di 60 aziende partecipanti. Nel complesso, l’intero progetto mette a sistema le eccellenze di una filiera da quasi 3 miliardi di euro di Pil (l’8,5% del prodotto interno lordo regionale) con circa 43mila imprese coinvolte (elaborazione Nomisma Agroalimentare su dati Istat 2017). Food Brand Marche, dal canto suo, è tra le prime compagini regionali italiane ad aggregare sotto un unico marchio l’intero comparto agroalimentare del territorio: nata nel 2017 (Cooperlat, Fattorie Marchigiane, Bovinmarche, Bio Marche, Consorzio Vini Piceni, Istituto marchigiano di tutela vini-Imt e Società Agricola Biologica Srl sono i soci fondatori), raggruppa già oltre la metà del Pil wine & food della regione, con 3mila imprese agricole coinvolte e un fatturato aggregato di circa 750 milioni di euro. L’idea – già sperimentata col vino – è quella di fare squadra per valorizzare le eccellenze regionali in un sistema in cui le grandi compagini fanno da traino alle piccole realtà, perché un consorzio esiste quando esiste una volontà collettiva. A fare da apripista per le strategie promozionali è proprio il comparto vino, che in termini di investimenti, gioco di squadra e risultati rappresenta una vera e propria case history a livello nazionale, grazie anche alla sinergia tra i due consorzi regionali, Imt e Consorzio vini piceni, entrambi riuniti in Food Brand Marche. Un esempio da seguire (e seguito): l’indagine Nomisma Wine Monitor presentata allo scorso Vinitaly testimonia che ogni milione di euro investito nei Paesi terzi dalle Marche in promozione ha generato un ritorno nell’export di vino per 7,5 milioni di euro. Una gestione virtuosa dei fondi comunitari Ocm e Psr, che negli ultimi 15 anni ha fatto crescere l’export vinicolo marchigiano dell’85%, collaborazione tra produttori e territorio, capacità di investire e forte identità territoriale sono anche i capisaldi dell’Imt, che solo quest’anno ha messo in campo investimenti per oltre 3,6 milioni di euro nella promozione delle Dop enoiche marchigiane (15 quelle tutelate su un totale di 20 regionali), di cui oltre 1,4 milioni di euro attraverso il Psr Marche Misura 3.2 e più di 2,2 milioni di euro con l’Ocm vino. «Puntiamo – l’analisi di Alberto Mazzoni, direttore di Food Brand Marche e di Imt – a mettere in piedi una compagine in grado di fare massa critica e presentarsi unita nei mercati nazionali e internazionali. Un obiettivo possibile grazie anche alla condivisione di intenti con il vicepresidente e assessore all’Agricoltura della Regione Marche, Anna Casini. I prodotti marchigiani possono inserirsi in una nicchia di mercato di alta fascia, e affermare il proprio brand di qualità nel sistema wine & food». Un pilastro del sistema di promozione è l’Istituto marchigiano di enogastronomia (Ime): ‘Ime Experience’ è un progetto dedicato alla conoscenza, alla formazione, alla divulgazione e alla degustazione dei prodotti enogastronomici marchigiani di qualità. Un polo multimediale con 10 sezioni espositive disposte sui 3 piani di Palazzo Balleani a Jesi. Una location che si presta anche a ospitare corsi, degustazioni, workshop e seminari, l’obiettivo è farla diventare riferimento per scuole, istituti alberghieri e agrari, ristoratori, ma anche per produttori, tour operator, turisti. Oltre a produttori e associazioni di settore, il progetto Ime coinvolge le imprese dell’indotto, con la regia di Imt e Comune di Jesi. Ancora una volta le Marche che fanno squadra. «Così si è vincenti» ribadisce Mazzoni.


IL CONTESTO

Il Pil della filiera vale 3 miliardi

Gli occupati del comparto sono circa 72mila, 43mila le imprese attive

Il Pil della filiera agroalimentare nelle Marche vale 2,97 miliardi di euro, con un peso dell’8,5% sul totale del prodotto interno lordo. Gli occupati del comparto sono circa 72mila, con 43mila imprese attive (elaborazioni Nomisma Agroalimentare su base dati Istat 2017). Trainante è l’export che ha raggiunto a valore quota 375 milioni di euro nel 2018 (+1,9% rispetto al 2017, dati Regione Marche): i prodotti più esportati sono quelli agricoli, vini e bevande, pasta e prodotti da forno, carne e derivati. Bene anche i lattiero-caseari. Le Marche, inoltre, sono la regione più biologica d’Italia se si considera il numero di attività di questo comparto per milioni di abitanti.


Ambiente e giovani, rivoluzione «green»

Ricambio generazionale e biologico le carte da giocare. Nella provincia di Macerata il maggior numero di aziende under 35

Un’agricoltura sempre più green. Sia nell’approccio con l’ambiente e sia, volendo scomodare l’anagrafe, nell’età dei suoi protagonisti. È quanto sta avvenendo nelle Marche, regione dove la rivoluzione delle campagne passa anche e soprattutto attraverso un ricambio generazionale che attira sempre più under 35. Lo si vede fin dalla scelta universitaria con gli iscritti alla Facoltà di Agraria della Politecnica delle Marche cresciuti dell’11% negli ultimi 5 anni. Dei circa 1.000 iscritti la maggior parte sono maschi, ma non manca una forte componente femminile: oltre il 35% della popolazione studentesca. La conferma arriva dando un’occhiata alla rielaborazione di Coldiretti Marche su dati della Camera di Commercio unica regionale, che individua una crescita del 3% nell’ultimo anno delle aziende condotte da un under 35. Su un totale di oltre 26mila aziende agricole attive nelle Marche al primo semestre 2019, circa 1.500 sono gestite da giovani imprenditori. La percentuale di crescita è addirittura doppia se prendiamo in considerazione le tre province terremotate: Macerata, Fermo e Ascoli. È proprio Macerata a ospitare il maggior numero di aziende under 35: ben 425. Seguono Ancona con 348, Pesaro (286), Ascoli (232) e Fermo (194). Giovani che nella loro traiettoria di futuro non abbandonano il territorio e, anzi, restano o vanno a ripopolare quelle aree dell’entroterra che, già in via di spopolamento, rischiavano il colpo di grazia dopo lo schiaffo del terremoto. «Le Marche stanno continuando a costruire il proprio percorso di distintività grazie al proprio carattere agricolo, fatto di cura dell’ambiente, ricambio generazionale e imprenditoria femminile – commenta Maria Letizia Gardoni, presidente di Coldiretti Marche – I numeri di crescita diffusa su ogni fronte, dalle superfici coltivate all’export fino al valore aggiunto generato, indicano la portata della ricchezza complessiva generata a favore non solo delle imprese protagoniste, ma di tutta la società marchigiana che può godere dei beni comuni di cui gli agricoltori si prendono quotidianamente cura: la sicurezza alimentare, i paesaggi inconfondibili, la tutela delle risorse naturali ». È proprio nell’entroterra che si concentra la maggior parte dei piccoli comuni marchigiani, quelli che contano meno di 5mila abitanti e che sono la culla dell’agroalimentare di qualità (ben due terzi delle produzioni Dop e Igp regionali) e sede di oltre 35mila imprese (quasi il 24% del totale regionale), molte delle quali legate all’agricoltura e alla manifattura agroalimentare. I tanti giovani che affrontano l’imprenditorialità dei campi hanno, per altro, un approccio innovativo all’agricoltura con spiccate sensibilità nei confronti della preservazione degli ambienti naturali, della tutela della biodiversità e del benessere animale. «Il sisma del 2016, l’incertezza dei mercati delle commodities, le conseguenze del cambiamento climatico – prosegue la presidente Gardoni – rientrano nel paniere delle difficoltà più grandi che il nostro settore si trova a dover fronteggiare. Questo però non ha impedito agli agricoltori di continuare ad investire, con un modello e un metodo d’impresa diverso, sempre più legato al territorio e alle sue peculiarità, attento all’etica del processo produttivo ed inserito nei percorsi di filiera che Coldiretti Marche sta continuamente implementando su ogni filiera, dalla zootecnia, al cereale, fino alla barbabietola da zucchero. Alla filiera economica si accompagna la filiera della relazione, quella che lega in maniera indissolubile il contesto rurale a quello urbano e che si realizza attraversa i nostri mercati di Campagna amica, luogo non solo di vendita ma di conoscenza, diventati un punto di riferimento e un esempio di prossimità per tutti quei cittadini che cercano il cibo di qualità inserito in un percorso di trasparenza e di massima tracciabilità ». Non è un caso, dunque, che le Marche, nel tempo, siano diventate una delle regioni più bio d’Italia. Quasi il 21% dei terreni sono coltivati con metodo biologico. Una percentuale che ci vede ben al di sopra della media italiana e tre volte oltre la media dell’Unione Europea. Oltre 98mila ettari, secondo l’ultimo rapporto Sinab, il 13% in più rispetto al dato precedente. La coltura più gettonata tra quelle biologiche è il foraggio che arriva a 28mila ettari (+19%) seguita dai cereali che superano i 18mila ettari (+7% in un anno). E anche con il vino non si scherza. Più di un terreno su tre è coltivato a biologico. I vigneti bio sono arrivati a coprire oltre 5.600 ettari, aumentando del 7% in un anno. Una marcia in più per i vini di qualità, soprattutto nei mercati esteri dove i marchigiani continuano a essere apprezzati: l’export vitivinicolo regionale ha superato i 27 milioni di euro di valore nei primi sei mesi dell’anno. Lo scorso anno il comparto arrivò a un valore delle esportazioni superiore a 57 milioni. Ma quante sono le aziende biologiche nel totale? All’Anagrafe regionale ce ne sono iscritte circa 3.900, + 27% rispetto a un paio di anni fa. La provincia di Macerata è quella più rappresentata con oltre 1.100 imprese. Seguono Pesaro (963), Ancona (764), Ascoli (731) e Fermo (308). Una crescita inarrestabile e dovuta anche alla spinta dei consumatori, sempre più attenti alla qualità, alla tracciabilità dei prodotti ma anche all’etica di produzione.

Davide Eusebi

1
L’ortofrutta
traina l’export

L’export marchigiano ha superato i 189 milioni nel primo semestre 2019, segnando un aumento del 9% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Va particolarmente bene il settore dell’ortofrutta lavorato e conservato, che compie un balzo del 24%, andando a sfiorare i 13 milioni di euro in questi primi due trimestri. Bene anche la pasta di grano duro che arriva a circa 8,5 milioni (+5,5%). Tra le province la più votata per l’export è Ancona.

2
Gusto e ospitalità
assi dell’agriturismo

L’agroalimentare tenta un turista su cinque, crescono dell’1,1%% gli agriturismi nelle Marche. Lo ha reso noto l’Istat nel suo ultimo report dedicato al settore. Nelle Marche arrivano a 1.082 le attività agrituristiche riconosciute, la maggior parte delle quali offre ospitalità oltre che prodotti del territorio. I viaggiatori continuano a prediligere il mare (45%) ma campagne, collina e montagne rappresentano circa il 40%

3
Pac, conto salato
13,6 milioni in meno

È di oltre 13,6 milioni il salato conto che rischia di abbattersi sulle campagne marchigiane. Lo afferma la Coldiretti regionale in riferimento alla riduzione del budget per la Politica agricola comune (Pac) dal 2020 al 2021, prevista dalla proposta di regolamento transitorio adottato dalla Commissione Ue. Il ricalcolo vede per le Marche oltre 8,5 milioni in meno per i pagamenti diretti e circa 5 milioni di riduzione per il Psr

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Donne al timone
7.500 imprese rosa

Le donne hanno un ruolo fondamentale in agricoltura. Nelle Marche, secondo una rielaborazione di Coldiretti Marche su dati della Camera di Commercio regionale, oltre il 28% delle imprese agricole ha al timone un’imprenditrice. Si supera il 40% nel caso degli agriturismi. Circa 7.500 aziende rosa figurano registrate nella nostre regione al secondo trimestre del 2019

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La prevenzione paga
Meno infortuni

La prevenzione paga, meno infortuni in agricoltura. Dato in controtendenza quello del lavoro nei campi rispetto agli altri settori. Lo annuncia la Coldiretti nel commentare i dati Inail al terzo trimestre 2019. Dall’inizio dell’anno gli infortuni in agricoltura sono diminuiti del 3,5%. Dato in controtendenza rispetto all’intero mondo del lavoro dove si è registrato un lieve aumento dello 0,6%


Da tanti petali diversi il fior fiore delle olive

La regione vanta una notevole biodiversità. L’olio extravergine non è l’unico frutto di un tesoro valorizzato dal disciplinare Igt

di Davide Eusebi

Marche in prima linea per l’olio extravergine di qualità. La regione vanta una notevole biodiversità: Ascolana tenera, Frantoio, Carboncella, Leccino, Coroncina, Mignola, Orbetana, Piantone di Falerone, Piantone di Mogliano, Raggia, Rosciola dei Colli Esini e Sargano di Fermo. Tutte specie autoctone alle quali si aggiungono anche le varietà Frantoio e Leccino, provenienti da altre regioni ma coltivate da secoli nella nostra regione. Sono queste le olive che rientrano nel disciplinare dell’Igt Marche, la denominazione – che si aggiunge alla già presente Dop di Cartoceto – che da un paio di anni rappresenta una possibilità in più per i produttori di distinguersi nel marasma che si pone di fronte ai consumatori. Confusione allo scaffale generata dal fatto che, come da anni ribadisce Coldiretti, nonostante sia obbligatorio indicare per legge in etichetta (dal primo luglio 2009) l’origine delle olive, nella maggior parte dei casi la lettura da parte dei consumatori è quantomeno difficoltosa. «Sulle bottiglie di extravergine ottenute da olive straniere in vendita nei supermercati – denuncia Tommaso Di Sante, membro della Camera di Commercio unica delle Marche – è quasi impossibile, nella stragrande maggioranza dei casi, leggere le scritte “miscele di oli di oliva comunitari”, “miscele di oli di oliva non comunitari” o “miscele di oli di oliva comunitari e non comunitari” obbligatorie per legge nelle etichette dell’olio di oliva. La scritta è riportata in caratteri molto piccoli, posti dietro alla bottiglia e, in molti casi, in una posizione sull’etichetta che la rende difficilmente visibile. Inoltre spesso bottiglie con extravergine ottenuto da olive straniere sono vendute con marchi italiani e riportano con grande evidenza immagini, frasi o nomi che richiamano all’italianità fortemente ingannevoli. I consumatori dovrebbero fare la spesa con la lente di ingrandimento per poter scegliere consapevolmente ». «Le importazioni di olio d’oliva spagnolo nel 2019 – spiega Di Sante – crescono in quantità del 48% con gravi ripercussioni sul mercato e sull’Uliveto Italia. Nei soli primi otto mesi dell’anno sono arrivati dall’estero ben 280 milioni di chili di olio iberico spesso mescolati con quelli nazionali per acquisire, con le immagini in etichetta e sotto la copertura di marchi storici, magari ceduti all’estero, una parvenza di italianità da sfruttare sui mercati nazionali e mondiali. Secondo uno studio Unaprol il costo di un litro di olio extravergine di oliva Dop o Igp è in media sui 12 euro a litro ma si assistono a storture che vedono olio anche a 4 a litro, troppo basso per un olio a denominazione ». Per quanto riguarda il prodotto biologico, invece, la media è di 9 euro al litro. Nelle Marche il calo medio stimato è di circa il 40%. Le condizioni climatiche di quest’anno, con un inverno secco e le piogge concentrate per la maggior parte in un maggio dal freddo anomalo, oltre alla successiva estate calda, hanno condizionato la crescita delle piante. I coltivatori hanno avuto il loro da fare con i trattamenti antiparassitari anche a campagna olivicola inoltrata. Questo ha permesso comunque di mantenere un’ottima qualità del prodotto. Nelle Marche circa 10mila ettari di terreni sono occupati da oliveti. Di questi oltre 2.800 ettari sono coltivati con metodo biologico. Quasi il 10% in più rispetto alla scorsa stagione e questo a riprova dell’attenzione verso la qualità e la salubrità che mettono i nostri coltivatori. Qualità all’origine da proteggere e rendere ben identificabile in etichetta, per rispettare il diritto dei consumatori alla trasparenza. Non solo olio extravergine: la regione ha come fiore all’occhiello l’oliva Ascolana da consumare senza passaggio al frantoio – sono circa 160 quelli attivi nelle Marche – fritta e farcita come recita la tradizione. Gli ultimi dati Ismea dicono che la sua produzione è raddoppiata negli anni raggiungendo quota 25mila chili.


La qualità non basta

«Settore da tutelare»

Sabatini e Di Sante (Camera di Commercio) mettono in guardia dai prodotti a basso costo

Un settore di grande qualità, che anche per questo va tutelato e promosso al meglio. «Quello dell’olio d’oliva è, da sempre, un ambito produttivo di grande interesse per la nostra regione: sono 60 oggi le imprese certificate Assam (tra aziende agricole, frantoi e confezionatori), oltre 20.000, come si diceva, i chilogrammi di olio prodotti lo scorso anno – spiega Gino Sabatini (nella foto), presidente della Camera di Commercio unica delle Marche –. L’obiettivo prioritario, oggi, è quello di una conversione decisa di tutta la produzione verso la qualità certificata (penso ad esempio alla partita dell’etichetta parlante), vale a dire il più importante strumento di salvaguardia dell’olivicoltura e di rispetto del consumatore: questo per scongiurare cattive abitudini di acquisto create dalla presenza nella grande distribuzione di prodotti di costi eccessivamente ridotti e dubbia provenienza. La tutela della qualità si traduce in tutela non solo della salute ma anche dell’economia e delle tradizioni». Della necessità di tutelare il settore dai falsi e da prodotti scadenti è convinto anche Tommaso Di Sante, rappresentante degli agricoltori nella giunta camerale. «Dal tappo antirabbocco alla carta degli oli al ristorante – spiega Di Sante – dobbiamo adottare sistemi virtuosi per tutelare i consumatori e le produzioni. Con il calo della produzione il rischio maggiore è proprio quello di ritrovarsi sulla tavola un prodotto estero che arriva da Paesi che non rispettano le nostre stesse leggi in tema di tutela dell’ambiente e dei lavoratori ». Insomma, l’oro giallo marchigiano deve essere custodito con cura. È un bene prezioso che va preservato.


«Siamo i pionieri di un nuovo modello»

Sostenibilità, risultati lusinghieri. Maria Letizia Gardoni, presidente di Coldiretti: nel mondo produttivo c’è consapevolezza

La qualità che si sposa con la sostenibilità ambientale e l’etica nella produzione. E che quando si parla di tavola incontra i nuovi orientamenti di un pubblico di consumatori sempre più attento ai temi della corretta alimentazione e della salute. Soprattutto dirigendo le proprie scelte di acquisto verso prodotti che arrivano dall’agricoltura biologica. In questo campo – ci si passi il gioco di parole – le Marche sono, come sistema regione, ai vertici nazionali. Da anni. Oggi si confermano prima regione, davanti a Umbria e Toscana, per densità di attività dedite al biologico rispetto al numero di abitanti. Un primato confermato di recente, fanno sapere da Coldiretti Marche, dal rapporto Bio Bank 2019. Il report, ogni anno, analizza la situazione delle varie regioni d’Italia attraverso differenti tipologie di attività: quelle che si occupano di alimentazione, aziende che fanno la vendita diretta, negozi, agriturismi, ristoranti, mense scolastiche, eccetera. Non poteva essere altrimenti in una regione che, pur piccola dal punto di vista della superficie (9.401 chilometri quadrati e oltre 470mila ettari di superficie agricola utilizzata) ha una così alta incidenza di ettari votati al biologico: oltre il 20%, quarta regione d’Italia al pari della Toscana. Ben al di sopra della media italiana del 15,5% e della media dei Paesi Ue del 7%. Gli ettari marchigiani dedicati al biologico hanno superato i 98mila e sono in aumento di quasi il 13% rispetto al dato precedente. Questo fa delle Marche una delle regioni più bio d’Italia. Anche perché il Belpaese, in generale, è da record anche per quanto riguarda la sicurezza alimentare. Fra i cinque Stati europei più importanti dal punto di vista agricolo, l’Italia è, infatti, quello con il minor numero di prodotti con residui chimici oltre i limiti di legge con appena lo 0,8% del totale contro l’1,3% della media Ue o il 5,5% dei prodotti extracomunitari. Ma l’edizione 2019 dello speciale report di Bio Bank, tutto dedicato al biologico, vede le Marche sul podio anche nelle diverse sottocategorie prese in considerazione. Come densità di attività che si occupano di produzione e successivamente di vendita diretta dei cibi biologici, ad esempio, sono seconde dietro all’Umbria e davanti alla Toscana. La provincia di Ascoli Piceno, con una media di 201,6 attività per milione di abitanti, è terza tra le province italiane dietro Grosseto e Siena. Il podio regionale arriva anche per quanto riguarda i mercati bio in piazza. Medaglia di bronzo spinta anche dai numerosi appuntamenti con gli agricoltori di Campagna Amica Coldiretti, con le sole Valle d’Aosta ed Emilia Romagna a fare meglio. Medaglia d’argento, invece, sempre calcolando la densità per milione di abitante, per le boutique del bio. Marche dietro al Trentino. Nella classifica delle province, Macerata e Pesaro sono quinte classificate, rispettivamente per i mercati e per i negozi. La provincia pesarese ha anche un lusinghiero quarto posto nazionale per numero assoluto di aziende agricole biologiche che fanno anche attività agrituristica. Quest’ultimo risultato è la locomotiva dell’intero territorio regionale alla conquista del terzo posto italiano. Settore agrituristico che, proprio di recente, ha visto la crescita nei numeri sia le attività che le presenze turistiche: gli agriturismi sono aumentati dell’1,1% secondo l’ultima indagine dell’Istat (su dati 2018) come è aumentato anche il numero di pernottamenti: +4,5%. Non manca, infine, la menzione per quanto riguarda l’utilizzo che ristoranti, bar e gelaterie fanno degli ingredienti biologici: le Marche rappresentano, per densità, la seconda regione italiana con 24,8 attività per milione di abitanti. «La sempre maggiore sensibilità e consapevolezza del mondo produttivo nei confronti delle buone pratiche agricole sta rendendo la nostra regione – commenta Maria Letizia Gardoni, presidente di Coldiretti Marche – il territorio di riferimento per la conversione biologica che sta avanzando in maniera sempre più decisa e decisiva. Il rispetto delle risorse naturali, dei suoli e della loro fertilità e della biodiversità sono solo alcuni degli aspetti di rilievo di un nuovo paradigma agricolo che fa del proprio lavoro una scelta di cura di un territorio molto più vasto di quello delimitato dai propri confini aziendali. Il percorso biologico è un percorso etico che mette al centro non solo la sostenibilità ambientale, ma anche il rispetto del lavoro e la durabilità economica delle aziende». Un altro aspetto fondamentale e di notevole importanza è che il biologico, con i suoi numeri in ascesa, è un comparto economico che coinvolge particolarmente i giovani. Mentre cresce la platea degli agricoltori under 35 (circa 1.500 le aziende in regione al secondo trimestre 2019, oltre il 3% in più rispetto allo stesso periodo del 2018 secondo una rielaborazione di Coldiretti Marche su dati della Camera di Commercio regionale), aumentano anche i terreni convertiti. In ben 18mila ettari si coltivano cereali bio (+7%) e va bene anche il vino, con più di una vigna su tre coltivata a biologico, oltre 5.600 ettari (+7% in un anno), e l’olio (quasi il 10% in più). Numeri crescenti anche per il miele con un aumento di attività di quasi il 60% negli ultimi tre anni. Ma a lievitare è, in generale, la quantità totale degli operatori: sono 3845 le realtà iscritte all’Albo biologico regionale, aumentate del 26% negli ultimi due anni. A fare da traino al settore l’aumento costante dei consumi nazionali ed esteri che ha portato il giro d’affari del bio a 5,8 miliardi, con un aumento record del 264% degli ultimi dieci anni secondo quanto stimato Coldiretti sulla base dei dati Nomisma relativi al 2018. Il colore verde non caratterizza solamente l’attenzione per l’ambiente, ma anche il ricambio generazionale in atto. Con 425 aziende under 35, la provincia di Macerata è la prima in regione per numero di attività condotte da giovani. Seguono Ancona con 348, Pesaro (286), Ascoli Piceno (232) e Fermo (194). Il numero di aziende è cresciuto di circa il 3%, ma la percentuale di crescita è addirittura doppia se prendiamo in considerazione le tre province terremotate: Macerata, Fermo e Ascoli. Secondo questi dati, i giovani nella loro traiettoria di futuro non abbandonano il territorio e, anzi, restano o vanno a ripopolare quelle aree dell’entroterra che, già in via di spopolamento, rischiavano il colpo di grazia dopo lo schiaffo del terremoto.


IL PREMIO

Un fertilizzante dai reflui dell’acqua Idea da «Oscar»

I reflui dell’acqua vengono filtrati e riutilizzati per ottenere fertilizzante organico e per coltivare la microalga Spirulina. È l’idea vincente di Matteo Moglie, un giovane imprenditore agricolo di Jesi (Ancona), vincitore dell’Oscar Green per la categoria «Sostenibilità». Si tratta del premio che coniuga giovani, ambiente, agricoltura e innovazione e che Coldiretti organizza ogni anno proprio per promuovere al meglio le buone pratiche in agricoltura e accendere i riflettori sui protagonisti della rivoluzione green che caratterizza il settore nella regione Marche.


«Noi, custodi di saperi e sapori
Le priorità? Innovazione e reddito»

Mirella Gattari, presidente della Cia regionale, mette in fila le parole d’ordine per il nuovo anno

di Antonio Del Prete

Innovazione, sburocratizzazione, reddito sono solo alcune delle parole che Mirella Gattari, presidente della Confederazione Italiana Agricoltori (Cia) delle Marche, mette all’ordine del giorno per il 2020 alle porte. Perché l’anno che si sta per chiudere brilla per qualità, ma non per quantità. Perché l’export non decolla e il contesto internazionale dà poche certezze.
Gattari, che anno è stato il 2019 per gli agricoltori marchigiani?
«Dove il maltempo non ha flagellato le coltivazioni, le produzioni sono state qualitativamente buone, ma in ogni settore la quantità prodotta è sotto la media. Nelle zone colpite, invece, oltre alla mancata produzione si sono registrati danni ingenti alle strutture. Forte preoccupazione continua a dare il comparto più importante della regione, il cerealicolo; siamo la terza regione italiana per produzione, ma il prezzo riconosciuto agli agricoltori continua a essere più basso dei costi sostenuti per la produzione ».
Si può incoronare un prodotto principe?
«Sicuramente, anche quest’anno, il vino: vendemmia con uve ottime anche se la produzione è appena più bassa della media. I vini promettono di essere eccezionali ».
Tempo di olio, come sta andando la produzione?
«Rispetto all’anno scorso c’è stato un aumento medio di produzione, ma visto che nel 2018 in alcune zone non si è proprio raccolto, è una “vittoria di Pirro” in quanto la previsione di fine campagna è quella di non raggiungere neanche lontanamente la media annua».
L’export è in salute?
«Le esportazioni stanno andando bene, come certificato da Istat: più 9% nel primo semestre 2019. Ma non volano. È Imperativo lavorare per migliorare la nostra azione promozionale. La Germania, per esempio, è inondata da olive e olio spagnoli, mentre non conosce il nostro. C’è spazio, quindi, per vendere i nostri prodotti, premiati dal riconoscimento Igp olio Marche, promuovere l’oliva ascolana e valorizzare la Dop».
I dazi preoccupano le imprese agricole marchigiane?
«La preoccupazione è limitata ad alcuni settori, ma non è possibile stare tranquilli. Per questo siamo favorevoli agli accordi commerciali bilaterali».
L’agropirateria è un problema?
«È un problema molto serio, le contraffazioni limitano e invadono gli spazi nell’esportazione. Queste pratiche scorrette hanno effetti devastanti sui nostri redditi. Sul piano interno è un problema anche maggiore, in quanto la sleale concorrenza, oltre a oscurare il lavoro serio e i sacrifici di tanti, determina l’abbassamento del reddito e automaticamente blocca lo sviluppo. Tutto ciò fa aumentare il pericolo di abbandono delle aziende, quindi del territorio, con tutte le conseguenze eco-ambientali che un mancato presidio determina. Per questo motivo la Cia, che è uno dei fondatori di Libera, da sempre promuove la legalità: non solo si fa portavoce della parte sana del comparto, ma invita i cittadini a premiare questi imprenditori, che fortunatamente sono la maggioranza, acquistando i loro prodotti. Non possiamo permettere che un manipolo di pseudo furbi o disonesti contagi negativamente un settore vitale per il paese ».
Per gli agricoltori l’Europa è una risorsa o un limite?
«L’Europa è una risorsa. Si pensi al caos che la Brexit, se davvero attuata, porterebbe. Gli ingranaggi della politica agricola europea ahimé si inceppano in Italia, con Agea, e a volte in alcune fasi gestite dalle Regioni, che complicano e burocratizzano ogni richiesta di premio o progetto di sviluppo. L’agenzia che è nata per agevolare ed espletare pratiche nella realtà spesso risulta essere il primo problema degli agricoltori».
Il biologico ha ancora grandi margini di crescita?
«Il biologico è uno dei fiori all’occhiello della nostra agricoltura, in una regione che storicamente e per prima ha saputo individuare una pratica di successo sia per il mercato sia per l’ambiente. In un momento di grande sensibilità verso la qualità dei cibi, ha ancora margini di crescita. Resta necessaria una grande attenzione alla remunerazione del prodotto per compensare le minori produzioni».
Come procede il ricambio generazionale?
«Grazie agli incentivi presenti nel Programma regionale di sviluppo rurale, a una maggiore consapevolezza dei giovani in tema di agricoltura, alle numerose iscrizioni agli istituti e alle Facoltà di Agraria, sicuramente si è iniziato a concretizzare. Purtroppo, però, non siamo ancora all’altezza delle necessità del comparto. Continuiamo ad avere un’età media molto alta per molti motivi, tra cui l’enorme investimento iniziale necessario, le mancate certezze di reddito per via dei mercati sempre più fluttuanti e, non per ultimo, le prospettive pensionistiche ridicole. Il problema è molto più accentuato nella parte montana e svantaggiata della regione, dove tutte le difficoltà di fare impresa sono moltiplicate dal territorio e dagli effetti del sisma, e il reddito è una chimera. Servono pratiche e strumenti nazionali che favoriscano il ricambio. Ciò vale per le aree non svantaggiate e a maggior ragione per le zone montane, che hanno bisogno di tutti quei provvedimenti finalizzati alla tutela non solo degli agricoltori, ma in generale dei cittadini. Occorre infatti ricreare un tessuto sociale vivace e compatto, capace di mantenere vivo il territorio».
Quali sono le parole d’ordine per il 2020?
«Innovazione, sburocratizzazione, semplificazione, mercati, reddito, qualità, giovani, ambiente. E donna, che come la terra è feconda e poliedrica. Insomma, si tratta degli stessi aspetti che danno ossigeno alla nostra voglia di fare impresa, di essere custodi di saperi e sapori unici».


Confagricoltura

«Nuovo patto tra i soggetti della filiera»

Un nuovo patto tra i vari soggetti della filiera e una comunicazione corretta. Parte da qui Alessandro Alessandrini, direttore di Confagricoltura Marche. Non ci gira troppo intorno: «Il modo con cui spesso si rappresenta l’agricoltura è fuorviante: la riscoperta di coltivazioni improbabili o di consistenza economica insignificante, di metodi agronomici al limite della superstizione, e il moltiplicarsi all’infinito di marchi Dop, Doc, Igp, Docg, nascondono la crisi strutturale del settore». E fa l’esempio dalla sua regione, «coltivata per circa 260mila ettari, divisi più o meno a metà tra oleaginose, cereali minori, leguminose, vigneti e oliveti; circa 130mila sono dedicati al grano duro, il che dimostra quanto sia importante questa coltura per tutta l’economia agricola locale ». «Quindi – sostiene – ogni informazione distorta può ingenerare gravi ripercussioni». Il ragionamento chiama in causa l’intera filiera della pasta, danneggiata a suo avviso dal messaggio secondo il quale «solo il grano duro italiano sia sinonimo di qualità». Un’idea che secondo Alessandrini «genera timori ingiustificati nei consumatori, con conseguenze autolesionistiche: i consumi di pasta calano progressivamente mentre aumentano quelli del riso, questo sì in gran parte importato dall’estero». «Il nostro grano duro sarà anche il migliore – prosegue -, ma non servirà a nulla se non riusciremo a venderlo a un prezzo adeguato e nei tempi giusti ». Poi, l’esponente di Confagricoltura si concentra sul tema della vendita diretta, perché «pensare di risollevare le sorti del nostro agroalimentare sganciando la produzione dall’industria di trasformazione non solo è sbagliato ma anche velleitario, quantomeno anacronistico». «Chi ha specializzato la propria azienda a seminativi come potrà mai andare sul mercato a vendere direttamente le proprie produzioni?», si chiede. Per Alessandrini di dovrebbe quindi stringere un nuovo patto tra agricoltura, industria di trasformazione e commercio, «con il giusto compenso per ciascuna delle fasi, altrimenti difficilmente riusciremo ad affrontare gli isterismi dei mercati».