«Export, sulla via Emilia il futuro è già qui»

Stefano Bonaccini: «Possiamo anticipare Industria 4.0, partendo dalle persone»

STEFANO Bonaccini, presidente della Regione Emilia- Romagna, da quando l’Industria 4.0 è diventato un tema così rilevante dell’agenda politica?

«Industria 4.0 sta ridisegnando completamente i sistemi produttivi non solo in Emilia-Romagna ma in tutto il mondo. Fin dal 2015, abbiamo inserito nel Patto per il Lavoro il tema di come fosse possibile non solo inseguire, ma anche anticipare un tale ridisegno del sistema produttivo. Con l’idea che si possa oggi, qui, poter rispondere alla domanda di beni fortemente differenziati, direi personalizzati, ma su vasta scala. Tutte le nuove tecnologie diventano fondamentali, in particolare il tema dei Big Data, e cioè la digitalizzazione e la capacità di elaborazione di questi dati».

Avete messo in campo diverse azioni di sostegno alle imprese e alla ricerca. Su cosa si può intervenire in futuro?

«Sistema produttivo e sistema della ricerca si devono parlare e integrare, per avere la capacità di rispondere ai bisogni emergenti: con questo obiettivo abbiamo sostenuto i centri di ricerca, creando la rete regionale dell’Alta tecnologia. E con la legge sulla attrattività abbiamo consolidato le imprese interne e aperto a quelle esterne, accompagnando la forte spinta alla creazione di nuove aziende, i tanti progetti dedicati alle start up e, soprattutto, le start up nate dalle Università».

Si parla spesso di Data Valley. Perché avere il 70% della capacità di supercalcolo italiana è così importante?

«Non si tratta semplicemente di centri dati. Oggi in Emilia-Romagna ci sono soprattutto grandi centri di elaborazione, che significa non soltanto la capacità di raccogliere e cumulare i dati ma anche di elaborarli per applicarli all’industria. In questo il differenziale vero è legato alla qualità delle persone e delle loro competenze. Abbiamo varato misure per le risorse umane, l’educazione professionale e tecnica. Per questo ci riconoscono che abbiamo non solo grandi macchine, ma anche grandi competenze professionali: la capacità e la conoscenza fanno l’infrastruttura necessaria per lo sviluppo di tutto il Paese e anche dell’Europa. In Emilia-Romagna l’abbiamo realizzata».

Qualche anno fa, sui big data, si diceva che, per quanto fossimo al vertice in Italia, rispetto al resto d’Europa dovevamo ancora lavorare. Oggi?

«Con il lavoro condotto in questi anni possiamo dire che in Emilia- Romagna abbiamo la più grande capacità di supercalcolo d’Europa. In particolare, nel Tecnopolo di Bologna, avremo il Centro di elaborazione dati dell’Agenzia europea per le previsioni meteo a medio raggio, e con Cineca e Infn avremo una grandissima capacità di supercalcolo, al servizio di tutto il sistema di ricerca e produttivo del Sud Europa. Una straordinaria infrastruttura per lo sviluppo dell’industria dei prossimi anni. E non stiamo parlando di un futuro lontano, ma di un futuro già iniziato».

Avere molte realtà orientate all’export vi ha aiutati nelle strategie ‘4.0’?

«In Emilia-Romagna non solo abbiamo realtà orientate all’export, ma attività che sono totalmente internazionalizzate. Ci sono imprese che fanno il 90% di export, sono già imprese totalmente dentro all’economia globale. Abbiamo sostenuto le esportazioni, i grandi investimenti che operatori internazionali hanno realizzato nel nostro territorio, così come il ridisegno a livello globale dei gruppi emiliano-romagnoli. E ricordiamoci che l’Emilia-Romagna si è confermata la prima regione italiana per export pro-capite».

Nel nostro tessuto produttivo prevalgono piccole e piccolissime imprese. Un vantaggio o un limite?

«Abbiamo imprese di dimensione diversificata che lavorano in filiera. Dobbiamo parlare soprattutto di sistemi di impresa. Il problema nasce quando abbiamo imprese piccole a bassa specializzazione, scollegate dal resto. In questi anni abbiamo operato per mettere sempre più in sinergia le imprese, favorire la loro specializzazione relativa ma anche la loro complementarietà, quindi l’idea di potere competere come territorio nei confronti di altri territori». Un altro elemento è l’allargarsi del gap tra chi innova e sta sul mercato e chi non ci riesce. Come si affronta il problema? «Ci stiamo concentrando soprattutto su tre aspetti. Il primo è permettere a tutte le imprese di far parte di cluster di sistemi territoriali. Poi la possibilità per tutti di avere la formazione necessaria, non solo per i giovani ma anche per il cosiddetto re-training per chi già lavora. Infine, stiamo favorendo quella che potremmo chiamare ‘diplomazia economica’, cioè il collegamento della nostra regione con altre regioni d’Europa e del mondo, creando così una rete di protezione, nella quale anche le imprese più piccole possano operare in tutti i continenti. Voglio solo ricordare l’intesa per la crescita sostenibile che abbiamo firmato a Bologna poche settimane fa con alcune fra le aree più avanzate a livello internazionale: gli Stati americani della California e della Pennsylvania, la regione del Guangdong (Cina), la provincia del Gauteng (Sudafrica), i tedeschi dell’Assia e i francesi della Nouvelle-Aquitaine».

C’è chi dice che l’Industria 4.0 comporterà la perdita di molti posti di lavoro. Ma intanto le imprese lamentano una carenza di tecnici e ingegneri.

«Stiamo spingendo i centri di formazione professionale, ma anche le scuole e le Università, a dare al nostro sistema produttivo non solo ingegneri e tecnici, ma anche quei quadri di base fondamentali per innalzare la qualità generale della produzione. Come in tutti i grandi cambiamenti, ci saranno attività che verranno meno ma altre nuove che si svilupperanno. Solo 15 anni fa tutti i maggiori player a livello mondiale non esistevano. Sono scomparsi posti di lavoro, ne sono stati creati molti altri. Non dobbiamo avere paura del futuro: qui proviamo anzi a definirlo, partendo dal presente, dalle persone e dal senso di comunità, senza paura di innovare».

Riccardo Rimondi


Il cuore dei dati batte a Bologna

Sotto le Due Torri il Centro meteo europeo e un nuovo supercomputer

BOLOGNA cuore europeo dei sistemi di supercalcolo e dei big data. Grazie al nuovo Data centre del Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (Ecmwf), che vedrà la luce entro il 2020. Il Council dell’Ecmwf, l’organizzazione intergovernativa con sede a Reading in Gran Bretagna, nel giugno 2017 ha riconosciuto il valore del progetto avanzato dalla Regione Emilia- Romagna, premiando il lavoro di squadra fra istituzioni (Governo, Regione, Città metropolitana di Bologna), Università di Bologna e Centri di ricerca, ma anche i forti investimenti che la Regione ha messo in campo in ricerca e trasferimento tecnologico.

MA IL CAPOLUOGO non ha conquistato solo il Data Centre dell’Ecmwf: in arrivo c’è anche il supercomputer da 120 milioni di euro che sta per arrivare al Tecnopolo di Bologna. È stato scelto in Lussemburgo il progetto candidato dal Cineca come progetto italiano per l’assegnazione dei supercomputer dell’EuroHPC Joint Undertaking, l’impresa comune europea a supporto di progetti e infrastrutture per il calcolo ad alte prestazioni. L’Emilia-Romagna, dove già oggi si concentra il 70% della capacità di calcolo e di storage nazionale, con migliaia di ricercatori coinvolti, con questo nuovo supercalcolatore passa dalla diciannovesima alla quinta posizione nella classifica mondiale, diventando di fatto la Data Valley europea.

UN SUCCESSO assoluto per Bologna, per l’Emilia-Romagna e per il Paese, frutto anche di una serie di accordi sottoscritti in questi mesi che hanno reso disponibile il Tecnopolo, di proprietà della Regione, quale sede strategica di insediamento del supercomputer. In particolare la collaborazione tra Cineca e Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) per l’utilizzo e la gestione del supercomputer, che impegna il ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca scientifica a mettere a disposizione ulteriori 120 milioni di euro per sostenerne il costo totale di acquisizione e gestione, per quanto non coperto dal concorso finanziario della Joint Undertaking con risorse dell’Unione europea.

UN’ALTRA REALTÀ scientifica di rilievo internazionale troverà presto casa a Bologna: la direzione e sede amministrativa del Cta, il Cherenkov Telescope Array, il più grande e più sensibile osservatorio per raggi gamma al mondo, con una rete di 118 telescopi per studiare l’Universo violento, sarà istituita entro la fine del 2020 a Bologna sotto forma di un Consorzio europeo per le infrastrutture di ricerca (Eric).

UN PROGETTO a cui stanno lavorando oltre 1.400 tra scienziati e ingegneri provenienti da 31 Paesi del mondo, capace di coinvolgere l’Istituto nazionale di Astrofisica, l’Istituto nazionale di Fisica nucleare e l’Università di Bologna. Un altro traguardo che premia un lavoro di squadra che ha visto il Governo, con il Miur in primo piano, svolgere un ruolo fondamentale di sostegno del progetto in sede europea. Protagonisti anche la Regione, gli enti scientifici e di ricerca e il territorio.

BIG DATA, intelligenza artificiale, meteorologia e cambiamento climatico sono tutti aspetti fondamentali su cui viale Aldo Moro si sta muovendo. L’Assemblea legislativa ha approvato all’unanimità a giugno 2019 il progetto di legge della Giunta che disciplina la possibilità di ospitare grandi infrastrutture di ricerca nel Tecnopolo di Bologna e attrarre investimenti pubblici e privati per posizionare l’intero territorio regionale ai più alti livelli della comunità scientifica.

IN QUESTO senso è prevista anche l’istituzione della Fondazione Big Data for Human Development tra grandi istituzioni scientifiche regionali, nazionali, internazionali e imprese per favorire l’attrazione di talenti e di investimenti pubblici e privati sulle nuove tecnologie. Con l’obiettivo, appunto, di fare di Bologna e dell’Emilia-Romagna un baricentro internazionale per lo studio e le applicazioni in queste materie.