«Alma Mater, una laurea che vale»

Rossi di Schio: «A un anno dal diploma quasi otto studenti su dieci lavorano»

di LORENZO PEDRINI

NUMERI imponenti e, per molti versi, incoraggianti, per un polo universitario mai così attento, accanto all’accademia, anche alle dinamiche occupazionali. «Se quella per la buona didattica resta una vocazione solida – ha infatti commentato la professoressa del Dipartimento di Ingegneria industriale, delegata di Alma Mater per l’Inserimento nel mondo del lavoro, Eugenia Rossi di Schio –, quella per l’aiuto all’inserimento nel mondo professionale è in parte nuova, ma già porta risultati». L’analisi dei dati di AlmaLaurea, il consorzio interuniversitario che si occupa di monitorare i risultati futuri degli studenti, segnala, del resto, «tassi di occupazione a un anno dall’alloro più alti rispetto alla media italiana, sia per i laureati triennali (74,4% contro 71,1%) che per i dottori magistrali (76,6% contro 73,9%), su un monte totale di 18mila pergamene rilasciate ogni anno».

AIUTA molto, in questo senso, anche il fatto che si diplomi nel tempo stabilito il 65,4% di chi porta a termine i corsi, contro un dato italiano fermo invece a quota 51,1%, ma bisogna segnalare anche che i positivi dati occupazionali si riferiscono, precisa Rossi di Schio, «a qualsiasi forma di attività retribuita, compresi dottorati e tirocini». Un altro buon viatico per trovare un lavoro a pochi mesi dalla laurea – oltre alla puntualità – sembra poi essere la propensione a fare esperienze formative all’estero, «come sperimenta, ormai, il 15,7% degli studenti delle triennali e il 19,5% di quelli dei corsi specialistici», mentre uno dei meriti rivendicati da Alma Mater sta nella «strutturazione di percorsi didattici concordati nel merito, anche oltre gli obblighi normativi, con le parti sociali ».

ALTRETTANTO rilevante, inoltre, è, sempre secondo Rossi di Schio, «lo sforzo profuso per integrare ognuno dei 219 corsi di studio attivi con piccoli moduli dedicati all’acquisizione di competenze trasversali, che spaziano dalle lingue all’imprenditorialità e dal pensiero computazionale alle tematiche connesse alla proprietà intellettuale ». Se la gamma di sbocchi lavorativi specifici per chi si laurea in un’università generalista è «praticamente infinita», al contrario è possibile censire le forme contrattuali per mezzo delle quali si viene assunti, «con una maggiore incidenza, nelle ultime due annate, dei contratti a termine rispetto ai tempi determinati », sia per i tre quarti dei laureati che finiscono nel settore dei servizi che per il 25% che approda al comparto industriale. Il 70%, infine, è assorbito da datori di lavoro privati, mentre il 21% diventa dipendente pubblico e il 9% lavorerà nel no-profit. Perché queste cifre siano sempre migliori, il programma di Alma Mater è chiaro e passa, chiude Rossi di Schio, «dai quasi 20.500 tirocini attivati nel 2017, dai numerosi eventi di orientamento che mettono a confronto gli studenti con la galassia imprenditoriale, dalle grandi giornate dedicate al reclutamento come il Career Day bolognese e da un fitto calendario di Recruiting Day settoriali, concepiti per valorizzare le peculiarità didattiche di ogni nostro campus e le diverse vocazioni dei territori che li ospitano».


FARE IMPRESA

Startup e spin-off, così idee
geniali diventano realtà

IDEE rivoluzionarie e un’industria di nuova generazione, con l’università a fare da tratto d’unione. È questo, dice Rosa Grimaldi (nella foto), delegata di Alma Mater all’Imprenditorialità, ordinaria del Dipartimento di Scienze aziendali, «l’approccio adottato dall’Università di Bologna negli ultimi anni», teso a «stimolare, accompagnare e promuovere gli spunti d’impresa di studenti, docenti e ricercatori». Si punta all’utilizzo di «investimenti senza precedenti » per prendersi cura sia dell’imprenditorialità studentesca – «dalla quale hanno origine molte delle startup che sosteniamo» – sia i cosiddetti «spin-off di ricerca », che mutano l’attività di professori, dottorandi e assegnisti in realtà solide e pronte per il mercato. Il processo di concepimento, gestazione e nascita, lungo e tortuoso, passa «attraverso cinque fasi principali: la prima è l’attenzione alle tematiche imprenditoriali che caratterizza i corsi di tutte le aree di studio». Poi, dopo un lavoro di analisi dei progetti sorti da questo humus, arriva il momento dell’accompagnamento nei primi passi, in particolare, «nella redazione del business plan». Solo allora giunge il tempo delle vere e proprie incubazione e accelerazione d’impresa, svolte presso il bolognese AlmaCube e in strutture simili in ognuna delle sedi distaccate». Ultima ma non ultima, la fase di inserimento, ad azienda costituita, nei «circuiti nazionali e internazionali, sui quali operiamo favorendo accordi di collaborazione e buone condizioni istituzionali per il loro successo».

Lorenzo Pedrini


ALMA MATER BOLOGNA HA SEDI DISTACCATE A RIMINI, RAVENNA, CESENA E FORLÌ

Le tante eccellenze dei campus della Romagna

SE IL CUORE del più antico ateneo dell’Occidente batte sotto le Due Torri, molte delle sue eccellenze didattiche e formative hanno sede in Romagna. Sono sparse fra i campus di Rimini, Ravenna, Cesena e Forlì e tra i loro distaccamenti provinciali. Qui – anche sul fronte dei rapporti con il mondo del lavoro – la macchina di Alma Mater non si ferma mai, grazie all’organizzazione di eventi di orientamento e reclutamento in linea con il prossimo degli appuntamenti bolognesi, il ciclo di incontri Filosofia? Ci campo!, che coinvolgerà, tra aprile e maggio, il Dipartimento di Filosofia e Comunicazione. Dopo il Recruiting Day Carriere nella moda, che lo scorso ottobre ha visto il campus riminese ospitare l’incontro fra i grandi marchi del fashion e i laureati di tutti i corsi dell’Università di Bologna, così, sempre all’ombra del Tempio Malatestiano, il 14 maggio andrà in scena anche la nuova edizione del tradizionale Lavoro in corso, momento dedicato alla conoscenza fra studenti e realtà imprenditoriali del territorio.

NEL Campus di Ravenna, invece, prosegue l’esperimento dei JobCafé, i seminari e laboratori informali che offrono un’agile guida agli sbocchi possibili del lavoro e della ricerca. In autunno, poi, tornerà anche Lavoro cerca università, con la promozione di tirocini formativi della durata di sei mesi pensati per 15 aziende attive in tutto o in parte nella provincia di Ravenna. Il clou del calendario cesenate, poi, sarà il Job Day rivolto al settore Ict (Information and Communications Technology) del prossimo 16 maggio, mentre Forlì, accanto alle specifiche iniziative promosse in modo continuativo assieme alle industrie territoriali, attende già uno speciale Recruiting Day che, in autunno, interesserà i comparti cooperativo e no-profit. Romagnola per vocazione, anche se emiliana per diritto, nemmeno Imola starà a guardare, visto l’arrivo, il prossimo 7 maggio, di Verso il lavoro, la giornata che permetterà agli iscritti di ogni corso della sede imolese di ascoltare i rappresentanti di oltre 30 aziende della zona. Per capire, anche qui, che cosa fare del proprio futuro.

l. p.


«I nostri corsi rispondono
alle esigenze del mercato del lavoro»

Angelo Andrisano, rettore dell’ateneo di Modena e Reggio Emilia

di LORENZO PEDRINI

TROVANO lavoro quasi tutti. E lo trovano presto, grazie a una puntualità nell’ottenere la laurea senza pari in Italia; e a una propensione superiore alla media a intraprendere stage e tirocini lontano dalle aule. Sono gli studenti dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. Forti, secondo il rettore Angelo Andrisano, «di una politica d’ateneo che sa rispondere alle attese del tessuto economico-sociale, ponendoci ai vertici della qualità non solo per le attività formative promosse, ma anche per le prospettive occupazionali dei nostri studenti». Se si scorrono i numeri raccolti dall’indagine condotta da Alma- Laurea nel 2017, a balzare immediatamente all’occhio è infatti il tasso di disoccupazione a un anno dal conseguimento del titolo: è il più basso d’Italia (10%, contro una media nazionale del 18,2%), motivato di certo anche dalla quota elevata di laureati in corso (65,2% contro 51,1%).

UNA FRECCIA altrettanto importante all’arco di chi studia sui banchi modenesi e reggiani, però, sta in un accesso più facile che altrove ai tirocini curricolari, frequentati, mentre il dato italiano recita 57,9%, dal 77,6% dei dottori triennali e magistrali e costituiti – nel 52,9% dei casi – da esperienze di lavoro svolte al di fuori dell’università. Più della metà dei giovani stagisti e tirocinanti, dunque, ha l’occasione di approcciare fin da subito una realtà professionale estranea, mentre nel resto della nazione lo fa solo il 37,2%; e tanti sono anche i laureati volati all’estero durante la triennale o la magistrale (14,6% rispetto al 12,8% nazionale). Se è vero, poi, che il 54,5% dei laureati delle triennali svolge un’attività retribuita già a dodici mesi dall’alloro, i dottori specialistici al lavoro – dopo lo stesso lasso di tempo, sono addirittura l’86,1% – record italiano tra gli atenei generalisti che firmano più di mille lauree all’anno. La quota di disoccupati è ferma al 10,4%, con un’Italia che viaggia al 17%. Allargando lo sguardo a cinque anni dalla proclamazione, invece, il tasso di disoccupazione scende al 3,7% e la laurea magistrale è valsa un posto di lavoro al 91,6% degli studenti di Unimore, due terzi dei quali assunti a tempo indeterminato.

AD ASSORBIRE le loro competenze è, per l’84,1%, il settore privato; mentre il 12,7% è impiegato nel comparto pubblico e il 2,2% nel no-profit, con i servizi e l’industria ad accogliere, rispettivamente, il 56,4% e il 41,4% delle nuove leve. Al netto del conforto dei numeri, però, un’accademia del terzo millennio non può non affrontare il tema della creazione di impresa, al centro di programmi di sostegno all’imprenditorialità studentesca iniziati nel lontano 2004. Il loro frutto, finora, è incarnato dei 34 soggetti che – tra spin-off e startup – hanno visto la luce in Unimore, per poi essere incubate, a partire dal 2015, nel ventre del Tecnopolo di Modena. Ben 23 di queste imprese, visto il tipo di vocazione imprenditoriale del territorio, rientra nell’area tecnologica, mentre nove, per la medesima ragione, riguardano il settore biomedicale e le restanti il comparto socio-economico.


A un anno dalla proclamazione
un laureato su due lavora già

I dati dell’ateneo di Ferrara. Il 57% degli occupati è in aziende locali

di LORENZO PEDRINI

UN ARTICOLATO programma di tirocini post-laurea che lega a doppio filo l’università e il tessuto industriale del suo territorio, accanto a un piano di valorizzazione della ricerca in chiave imprenditoriale attivo ormai da vent’anni. Sono questi due, consolidati nel tempo e affiancati costantemente da molte altre iniziative specifiche, i cardini sui quali si innestano le politiche occupazionali dell’Università degli Studi di Ferrara, dove, come recita il motto latino d’ateneo, «è dal lavoro che nascono i frutti». Il sistema, stando agli ultimi dati di AlmaLaurea, pare funzionare, dal momento che, a un anno dall’alloro, il 51,5% dei laureati di corsi triennali, magistrali e a ciclo unico afferma di essersi già messo all’opera, mentre il 54,4% si dice impegnato (o già impegnato in precedenza) in attività formative post-laurea e i disoccupati sono il 14,6%. Tra chi ha terminato gli studi da tre anni, invece, gli occupati balzano al 70,3% e la disoccupazione arretra a quota 5,5%, con una significativa crescita del tasso di frequentazione di tirocini, dottorati e affini (73,1%).

A UN LUSTRO dalla proclamazione, poi, un lavoro lo hanno trovato quattro studenti su cinque, magari passando proprio da uno dei percorsi ad hoc curati dall’ateneo. Dei 105 giovani che hanno partecipato a un tirocinio universitario dopo la laurea nel 2018, infatti, nonostante un calo dei numeri assoluti dovuto a una legislazione regionale che ne ha vietato l’attivazione per i profili professionali che richiedono l’abilitazione, 22 ricevono già uno stipendio, con le facoltà economiche (36%), scientifiche (27%) e l’ingegneria (23%) a fare la parte del leone. Più di tre quarti del totale degli occupati, poi, è andato a integrare gli organici delle aziende ferraresi (57%), bolognesi (17%) e ravennati (4%), con la restante parte finita poco più in là, in Veneto, fra le province di Vicenza, Venezia, Belluno e Rovigo.

I SETTORI più attrattivi, invece, si sono rivelati quello dei servizi ambientali e di controllo qualità e quello delle professioni amministrative (che pesano entrambi per il 17%) e quello delle attività specialistiche legate all’edilizia (13%). Questo senza contare il centinaio di soci e la sessantina di dipendenti che, nell’area estense, contribuiscono al successo dei 26 spin-off universitari diventati imprese dal 1999 ad oggi, dopo un’incubazione quinquennale all’interno degli spazi accademici sfruttata appieno da 21 di questi soggetti. I comparti di riferimento, in questo caso, spaziano dal chimico/farmaceutico al biotecnologico e dall’ingegneria edile ed elettronica all’architettura e beneficiano dei contatti con potenziali investitori garantiti dagli accordi siglati da Unife con i principali attori economici e amministrativi del territorio.