Da Mina che prestò la sua voce per diversi spot della Barilla fino a Frank Sinatra, molti cantanti hanno lavorato per la pubblicità. Tra questi anche musicisti del calibro di Nicola Arigliano e Franco Cerri

di Piero Degli Antoni

Con «Carosello» l’Italia si aacciava timidamente, per la prima volta, alla civiltà consumistica. Con grazia, prudenza, eleganza: allora vigeva l’idea di una tv pedagogica che doveva accompagnare per mano un popolo tradizionalmente dedito al lavoro agricolo verso l’industrializzazione. «Carosello» fu anche uno straordinario strumento per rassodare l’unità del Paese: i suoi slogan, i suoi motivetti, i suoi tormentoni (anche se allora nessuno li avrebbe chiamati così) si diondevano allo stesso modo a nord, sud, est e ovest, creando un linguaggio comune con cui siciliani e lombardi, toscani e sardi, potevano intendersi. «Carosello» fu a suo modo un azzardo: la pubblicità era ancora considerata parente del demonio e per attutirne l’impatto si scelse una formula particolare, lontana dai «commercials» americani. Uno sketch vero e proprio, che poteva durare anche due minuti, due minuti emezzo, con una veloce, quasi sussurrata, appendice finale con il nome del prodotto. Allo stesso tempo, vennero ingaggiati i migliori talenti dello spettacolo di allora, in tutti i campi, compreso ovviamente quello musicale. I cantanti erano delle vere star, forse le più popolari accanto a quelle del cinema, visto che la tv non aveva ancora fornito personaggi della stessa levatura. E quindi il mondo pubblicitario pescò a piene mani in quell’incredibile serbatoio di talenti. Giusto per accennare a due nomi, ricordiamo che per Carosello furono ingaggiati Mina e addirittura Frank Sinatra. Mina girò vari spot pubblicitari per la Barilla, in ambientazioni quantomeno originali. La regia era di Valerio Zurlini, un altro nome d’oro del nostro cinema. Ovviamente la sua performance principale era il canto: intonò Una casa in cima al mondo sulla scalinata del Palazzo della Civiltà Italiana all’Eur, L’ultima occasione al mitico Piper, Mai così sul tetto delle aviorimesse Alitalia a Fiumicino, Se telefonando (scritta da Maurizio Costanzo) nel cantiere della stazione di Napoli. Tutti scenari che volevano rappresentare un’Italia in piena corsa verso un luminoso futuro di inarrestabile sviluppo. In coda allo spot,Mina si prestava a elogiare (senza troppa convinzione, per la verità) le qualità straordinare del prodotto, sfilando inmezzo ai pacchi di pasta. Ma ancora più curioso è lo spot della Cedrata Tassoni girato a bordo di un traghetto lacustre (Como?) con un’orchestra bizzarramente disposta sulla prua. Ma dicevamo di Frank Sinatra. Incredibilmente la Perugina nel 1963 riuscì a ingaggiarlo per uno spot in cui, accompagnato da una piccola orchestrina, cantava una canzone, al termine della quale, con la voce di un doppiatore, diceva: «Tante grazie a voi, e tanti baci», unico omaggio esplicito alla ditta sponsorizzatrice. Tra i grandi big della musica italiana che si prestarono alle campagne di Carosello, non si può dimenticare – dal 1964 al 1968 – Domenico Modugno e il famoso slogan «Con Api si vola». Nello spot Modugno «volava» a bordo di una Innocenti J4 spider. Lunga è la lista dei cantanti che accettarono di prestare la propria voce alla pubblicizzazione di vari marchi. Nino Taranto nel 1959 interpretò alcune scenette recitate e cantate direttamente ispirate all’avanspettacolo, che terminavano con l’apologia del formaggio Invernizzina: Taranto con disinvoltura ne estraeva una confezione dalla tasca per decantarne le lodi. Non può mancare naturalmente il Quartetto Cetra. Nel 1962 e 1963 Felice Chiusano, Giovanni ‘Tata’ Giacobetti, Lucia Mannucci e Antonio Virgilio Savona confezionarono una serie di Caroselli in cui impersonavano solerti commessi di un negozio di abbigliamento che, pur di convincere le clienti a comprare, ogni volta si travestivano con i costumi del Paese di provenienza dell’ospite intonando ovviamente una canzonetta parodistica adatta. Il prodotto a cui facevano pubblicità era il dimenticato filato Helion prodotto dalla Chatillon, quando ancora l’Italia aveva una forte industria tessile. Sempre a proposito di musica non si possono ignorare né Nicola Arigliano né Franco Cerri. Arigliano era un ottimo cantante jazz, eppure in Carosello interpretava varie scenette comiche incentrate su bislacche scommesse («Scommettiamo una cena?») e la finale declamazione della bontà del digestivo Antonetto (fece pubblicità anche per l’Amaro Cora e per il Punt e Mes, per il quale scrisse un jingle diventato leggendario («Appuntamento yes… appuntamento con Punt eMes»). Mentre Franco Cerri, esimio chitarrista jazz, negli anni Settanta venne ingaggiato come «uomo in ammollo»: immerso fino al collo in una vasca trasparente, ma vestito, cercava di convincere le casalinghe della meravigliose qualità del detersivo Biopresto. Infine non si può dimenticare la meravigliosa melodia del Mattino tratta dal Peer Gynt che fece da sfondo – a partire dal 1966 – alle oniriche disavventure di Mimmo Craig. L’attore sognava regolarmente di inseguire una bellissima ragazzama, a causa di una pancia abnorme (in realtà un gilet di poliuretano espanso legato sotto la camicia) andava incontro a disastrosi fallimenti amorosi. Una volta risvegliato dall’incubo, però, scopriva di essere tornato magro, grazie alle infallibili doti dietetiche dell’Olio Sasso. Memorabile la canzoncina intonata dal felice interprete: «… e la pancia non c’è più…»


La metamorfosi del pianeta donna

Da ‘Bocca di Rosa’ di Fabrizio De Andrè a ‘Non sono una signora’ cantata da Loredana Bertè, il lungo processo di emancipazione è passato anche attraverso molti successi della musica leggera

di Viviana Ponchia

A lungo il paese della canzone è stato come l’isola sognata da Truaut: pieno di donne, tante donne, donne bellissime, tutte gambe, senza fine, avvinte come l’edera, legate a un amore simbiotico senza il quale non potevano nemmeno esistere (“e se domani io non potessi rivedere te/ avrei perduto il mondo intero non solo te ”, e siamo già nel 1964). I più attenti, con il senno di poi, ci hanno visto un catalogo antropologico da manuale del perfetto turista sessuale. O un prontuario dei clichè sull’implume bipede femmina in perenne equilibrio fra due estremi: la madre-moglie-schiava e la puttana. Il lungo processo di emancipazione che è passato anche attraverso la musica ha dovuto prima di tutto liberarsi della messinscena di fiori, stelle, fate turchine e fattrici. Per poi dare spazio a un’infilata di creature apparentemente strambema capaci di raccontare come stavano davvero le cose nell’altra metà del cielo. Peccatrici, fanatiche dei rapporti a tre, prive di anima e signora sarà lei. Va riconosciuto con onestà che a prendere nota della metamorfosi è quasi sempre un uomo, ma si tratta di una galanteria antica già svelata da Ramòn Gomez de la Serna: «Laura continua a uscire da messa bella e giovane tutte le domeniche. Chi è scomparso è il Petrarca». E quindi onore a lui e a lei per il coraggio di avere avuto quel pensiero stupendo: in pochi anni le ragazze cambiano dentro e fuori dai dischi, imparano a tradire ma nessuno le può giudicare e possono andarsene a testa bassa senza te. Per raccontare la metamorfosi qui sono state scelte canzoni diventate ben altro per tutti gli italiani: modi di dire, di sbagliare, di ricordare. A cominciare da quel capolavoro che tutti ci portiamo dentro scritto da Fabrizio De Andrè, il monumento alla donna che si vende per amore dell’amore. Bocca di Rosa, uscita nel 1967, ha ormai la stessa riconoscibilità di un inno nazionale e il paesino di Sant’Ilario è diventato la comune geografia del pregiudizio e del riscatto. Scritta con Gian Piero Reverberi, la canzone è il definitivo J’accuse al bigottismo e alla chiusura mentale di un’Italia dalla morale piccina ed entra a gamba tesa nell’immaginario collettivo al punto che la Treccani alla voce “bocca di rosa” assegna il significato di prostituta. Poi venne il ’68 con la sua Bambola, pietra miliare della musica leggera italiana che Patty Pravo, già famosa per cover come Ragazzo triste e Se perdo te , non voleva cantare. La ragazza del Piper non si riconosceva nella femminuccia succube di un uomo. Accettò quando si rese conto che si trattava in realtà di una storia di ribellione («No ragazzo no tu non mi metterai tra le dieci bambole che non ti piacciono più») e diventò l’artista più venduta di sempre dopo Mina. Nel 1971 il femminismo ha ancora parecchia strada da percorrere quando Rosanna Fratello ricorda allo spasimante: «Non ti scordare che ho quattro fratelli», evocando i torvi congiunti e una concezione della famiglia ben nota a migliaia di italiane. La cantante ventenne fa centro con Sono una donna non sono una santa , tanti si riconoscono nel dilemma fra passione e terrore di ribellarsi alle convenzioni. Uno dei più grandi successi dell’estate 1973 è Minuetto scritto da Franco Califano e cantato da Mia Martini. Sembra lo schema classico della sedotta e abbandonata e invece è lo sfogo di una donna schiava di una relazione insoddisfacente: «Non posso dirti sempre sì». Peccato se manca il lieto fine. Nello stesso anno è di nuovo Patty Pravo a rivendicare inedite prospettive sentimentali. Pazza idea provoca raccontando di una ragazza che pensa con rimpianto al suo ex. E lo fa a letto con l’altro, scabrosa rivendicazione di un immaginario erotico indipendente. A questo punto gli uomini si scocciano e l’anno dopo arriva il rabbioso monologo di Riccardo Cocciante contro la sua “Bella senz’anima”, che da noi scatena l’ira delle femministe ma in Spagna e nei paesi Sudamericani alitti dalle dittature diventa un canto rivoluzionario. A spacciare il mistero e l’ambiguità di desideri e speranze in confezione spray ci pensa nel 1977 l’extraterrestre Renato Zero che sale sul palco con Mi vendo truccato e pieno di lustrini. Nostalgica ed erotica la voce di Patty rilancia nel ’78 con Pensiero Stupendo scritta da Ivano Fossati: un amore da vivere in tre e la rottura di un’idea d coppia sedimentata. In contemporanea Lucio Battisti ci regala la sua Donna per amico confermando che sì, è possibile. Nel 1979 c’è bisogno di Gianna Nannini per parlare in maniera nemmeno troppo velata di masturbazione (la Statua della libertà sulla copertina del disco ha in mano un vibratore). E nell’82 tocca Loredana Bertè – ancora con la complicità di Fossati – fare irruzione nei salotti per bene gridando Non sono una signora : quasi l’autobiografia di una ragazza nata nel profondo Sud degli anni Cinquanta che riesce a prendere l’ascensore sociale (ma che fatica) e diventa una star.


La rivoluzione digitale: un’opportunità
Musica accessibile sempre e ovunque

di Enzo Mazza*

La passione per la musica ha sempre fatto parte della mia famiglia: i miei ricordi tornano subito a genitori e zii che, nel salotto di casa o perino sotto un patio in giardino, riempivano l’aria con le note di Schubert, Beethoven o Mendelssohn. E un incontro di famiglia, anche con la parte tedesca, era sempre l’occasione per un trio o un quartetto: la fortuna di crescere in una famiglia di musicisti (per diletto, ma tutti con diploma di Conservatorio) mi ha o erto l’opportunità di costruire un’identità musicale molto precoce che mi ha anche aiutato a scoprire generi musicali diversi e artisti di varie epoche. La musica è un linguaggio così forte ed emozionale che va oltre gli steccati che spesso qualcuno cerca di costruire per stabilire dei conini tra musica colta e il resto. Tra i miei ricordi più dolci c’è ad esempio quello della zia che, poco dopo aver eseguito al pianoforte partiture molto di icili di autori romantici, ha inserito su un mangiadischi i 45 giri di Pavone, Celentano, Morandi, cantando tutte le canzoni in classiica. Questi dettagli mi hanno aiutato ad apprezzare la musica a trecentosessanta gradi: un atto di forte curiosità che guidato il corso della mia vita. E sebbene non sia cresciuto nell’industria musicale, ma abbia mosso i primi passi nel settore dell’informatica e dell’high tech, per quanto questo mondo potesse apparire così distante, pochi anni dopo il mio ingresso nell’industria musicale ho assistito proprio alla più grande rivoluzione tecnologica che potesse essere mai capitare in un settore dei contenuti. La sida enorme si è tramutata a quel punto nella preservazione di un mondo che costruiva carriere artistiche e che investiva nella ricerca e sviluppo da un’innovazione che avrebbe potuto ucciderlo se non governata e cavalcata. La rivoluzione digitale ha infatti segnato una fase particolarmente complessa per l’industria musicale, che ha comportato una totale modiica di parametri consolidati per decenni, ma allo stesso tempo è stata un’enorme opportunità, dando ad artisti e fan la possibilità di accedere alla musica in ogni luogo e in ogni istante, consentendo allo stesso tempo di disporre di cataloghi ininiti e sempre aggiornati. Ed ecco così raggiunta quella grande fusione di generi e artisti che mi ha sempre appassionato in un’unica grande playlist, sempre accessibile e con quel nuovo e particolare mangiadischi portatile che oggi chiamiamo smartphone.

*Presidente FIMI


LORETTA GOGGI

Le feste a casa degli amici e l’indimenticabile primo lento

Come riassumere in una sola emozionemusicale i miei ricordi più lontani (quelli più teneri) senza che salga alle labbra quella dei momenti gioiosi o l’aacciarsi nel cuore di quelle melodie che hanno accompagnato i giorni più duri? Sono tante le canzoni che ho dentro! Tante quante le mie primavere che posso dire di aver vissuto intensamente in un saliscendi di emozioni tanto forti da evocare le montagne russe quanto pacate come una tranquilla navigazione notturna sotto le stelle, «le tacite stelle…». Stelle sotto le quali, una lontana sera, ho provato il fremito del mio primo ballo lento! E con il ragazzino chemi piaceva per giunta! E che fino a quel momento sembrava non essersi accorto nemmeno che esistessi. Dio, l’emozione di ballare il primo lento della mia vita proprio con lui, che del tutto ignaro dell’agitazione che si era impossessata di me, mi canticchiava all’orecchio: «A mezzanotte sai che io ti penserò, ovunque tu sarai sei miaaaaa…». Non potevo crederci, non stava succedendo a me! Poi, all’improvviso, un tuo al cuore: la speranza di essere stata finalmente notata lasciava il posto al pensiero che di lì a pochi giorni sarei dovuta partire per quegli impegni di lavoro che già da tempo, come attrice, riempivano la mia vita di adolescente, ma non il mio cuore, che era invece ansioso di vivere i turbamenti e le sensazioni che quell’estate stava scatenando in me. Rivedo come fosse ora il giradischi suonare il successo di Celentano, Una carezza in un pugno (il brano di Gino Santercole) e quella festa a casa di amici: alcuni tentavano timidamente di scambiarsi un bacio, ma io non pensavo che al “mio” lento sentendomi, con i miei calzettoni bianchi e la fascia nei capelli, al centro del mondo, con le guance infuocate dall’emozione e il terrore che il cuoremi scoppiasse in petto dalla gioia. Immaginavo che, da quel momento in poi, ogni notte a mezzanotte il mio lui mi avrebbe pensato e, come diceva la canzone, i nostri cuori si sarebbero incontrati a dispetto dei chilometri che ci avrebbero separato. Questa speranza ha alimentato per molti mesi la mia parte romantica, a dispetto di ogni disincanto, facendomi vibrare di quelle inquietudini e quelle fragilità a cui oggi guardo con nostalgia e grande tenerezza. La lontananza, ne ero certa allora, non avrebbe mai potuto rappresentare un ostacolo per un grande amore! Solo col tempo ho capito che quell’amore sarebbe dovuto essere ben grande! La via che porta all’incontro con il vero amore è lunga e piena di curve, ha bisogno di una guida attenta e di chi, davanti ad un incrocio, la sappia riconoscere e, in caso di errore, sia pronto a fare marcia indietro . «The long and winding road that leads to your door…», tra i brani dello straordinario repertorio (Let It Be, HeyJude, Strawberry Fields Forever , Penny Lane, Yesterday , Michelle …)da “Beatlessiana”, non so bene perché, o forse sì, questa canzone riaiora spesso nei miei pensieri. Ho sempre avuto una particolare predilezione per i quattro di Liverpool e per i loro brani; le loro liriche e musiche sono state e sono tuttora in linea con il mio essere sì romantica, ma a tratti inquieta. The Long and Winding Road,uno dei loro ultimi brani che in qualche modo sancì la fine della loro storia artistica e umana, è malinconicamente struggente: aronta la fine di un qualcosa (un’amicizia, un amore?) e la speranza che quel qualcosa possa ricominciare, un domani, ripercorrendo – magari a ritroso – quella stessa lunga e tortuosa strada che, invece, ha portato i protagonisti del brano ad allontanarsi. Saper tornare sui propri passi, non temere di farlo: certo non è stato soltanto il significato del brano ad avermelo reso così caro, molto ha contribuito la sua melodia, vagamente evocativa, e quelle sfumature così uniche che rendono le canzoni dei Beatles terribilmente capaci di riportare alla mente parte di emozioni e sensazioni non solo della mia vita, ma di un’intera epoca. È questo il bello.