Il rock & roll è nato in Abruzzo

Chitarrista di straordinario talento, ha saputo raccontare come pochi la provincia italiana, con tutta la sua umanità dolente ed irrisolta

di Gianpaolo Brusini

Ivan Graziani nasce il 6 ottobre 1945 a Teramo, nel cuore di un Abruzzo i cui paesaggi e la cui gente costituiscono in larga misura “la forza del mio lavoro, l’essenza di quello che ho messo nelle mie canzoni” ino al punto di farlo a ermare: «Il rock è nato in Abruzzo, non perché io sia abruzzese, ma perché nella seconda metà dell’Ottocento in America c’erano più abruzzesi che indiani. Perché l’abruzzese ha una cosa importantissima musicalmente parlando, che è il “saltarello”, che ha le basi di una chitarra battente, un ritmo tipicamente rock. E allora, siccome gli americani non hanno mai inventato niente e mai lo inventeranno, la parte nera l’hanno presa dagli afroamericani e quella bianca l’hanno presa da noi abruzzesi. Per questo, quando qualcuno mi attacca e dice: ma tu tratti male gli americani e gli inglesi, però suoni il rock & roll; io rispondo che sto semplicemente suonando la mia musica. Terminate le scuole superiori si trasferisce a Urbino dove completa gli studi in arti graiche, conosce la moglie, Anna Bischi, e inizia la carriera di rocker con l’Anonima Sound. Un artigiano della musica che decide di non vivere a Roma o Milano ma a Novefeltria, nell’appenino marchigiano, e partire da lì per di ondere la sua arte. Chitarrista di straordinario talento sa narrare come pochi la provincia italiana, con tutta la sua umanità dolente e irrisolta, utilizzando le cadenze del rock and roll e non il tono salmodiante del cantautorato classico. In anni in cui schierarsi politicamente è considerato quasi un obbligo, le canzoni di Graziani non toccano quasi mai, almeno direttamente, tematiche sociali o politiche, ma raccontano piuttosto piccole storie che ha vissuto, o immaginato di vivere, per le quali il polveroso mondo della provincia e l’ininita galleria di personaggi che la abitano costituiscono inesauribile fonte di ispirazione. Sul inire degli anni ‘70, con la crisi d’ideali che comincia a fare capolino nella società, Graziani approfondisce la vena malinconica e intimista producendo canzoni profonde e struggenti che trasmettono il senso di rimpianto per qualcosa che si è perso, senza tuttavia rinunciare all’ironia, tra il canzonatorio e il velenoso, che ora si estende oltre l’orizzonte della provincia con lucide provocazioni verso i comportamenti intellettualistici. Nel 1978 esce Pigro, annunciato dalla irriverente copertina di Mario Convertino (un maiale dal sorriso be ardo e i caratteristici occhiali rossi indossati da Graziani). Nel brano che dà il titolo al disco un indiavolato ri di chitarra è spezzato da pochi, taglienti versi che scherniscono apertamente la igura dell’intellettuale “duro e puro” ma sconsolata mente distante dalla realtà: «Tu sai citare i classici a memoria, ma non distingui il ramo da una foglia: pigro!»


LUCIO SALVINI

Così è nato Bobby Solo
Un sogno diventato realtà

Milano, 1963 primavera appena iniziata. Attorno a via Berchet, la sede della Ricordi, si aggirano titubanti due ragazzi. Si fermano davanti al portone, guardano in alto poi quasi prendendo coraggio entrano di slancio. Sono Andrea Lo Vecchio e Roberto Satti. Il primo vive a Milano, il secondo a Roma. Sono amici da tempo e coltivano la passione per la musica. Roberto sta accompagnando Andrea che deve consegnare un proprio provino all’uicio artistico. Salgono al secondo piano e vengono fatti attendere in un uicio vuoto. C’era un divanetto, un pianoforte verticale appoggiato al muro, delle sedie e una poltrona con una chitarra. Era dove Enzo Micocci, direttore artistico, e Iller Pattaccini, suo assistente, ascoltavano e spesso frantumavano le speranze di giovani aspiranti cantanti. L’attesa si protrae, i due si annoiano e Roberto prende la chitarra e si mette a cantare Love me tender. Nello stesso momento termina in un uicio poco distante una riunione e i partecipanti si stanno disperdendo verso i proprio uici. Io giovane giornalista da poco assunto all’uicio stampa mi avvio con Micocci e Pattacini passando davanti alla sala d’attesa e veniamo attratti da una voce. «Una canzone di Elvis», faccio io mentre tutti e tre ci fermiamo davanti ad una porta a vetri ad ascoltare. Entriamo nella stanza, l’imbarazzo dei due è palese e Roberto smette subito di cantare mentre Andrea si scusa. «No no – fa Micocci rivolto a Roberto che aveva ancora la chitarra in mano – continua a cantare, facci sentire qualche altra canzone ». «So solo roba de Elvis», risponde Roberto. «Canta quello che ti pare», gli fa Pattaccini. Non se lo fece ripetere due volte e per una ventina di minuti cantò. «Quanti anni hai», gli chiese Micocci. «Diciotto appena compiuti », rispose. «Hai un bel timbro – gli fa Pattaccini – possiamo fare un contratto preliminare e registriamo dei provini seri ». «Ma non sai proprio niente in italiano? E’ minorenne – intervengo – bisogna parlare col padre ». «Pe’ carità mi padre, quello me mena – interrompe Roberto – non possiamo fa’ tutto de nascosto? ». «Ci parlo io con tuo padre – dissi convinto – intanto scendi in saletta registrazioni con Iller che incidiamo un po’ la tua voce». Il padre di Roberto era il severissimo comandante Bruno Satti, pilota Alitalia che non ne poteva più di un figlio che non studiava e se ne stava tutto il giorno chiuso in camera a cantare le canzoni di Elvis Presley, si pettinava come lui e il suo massimo sogno era di vestirsi come lui. Fu durama lo convincemmo e firmò il contratto del figlio. «Ma come ti chiamiamo? Satti – dissi – suona troppo comune». «Bobby – rispose – il diminutivo inglese di Robert. «Solo Bobby? », intervenne Micocci. «No – dissi io – Bobby di nome e Solo di cognome». E così fu. Novemesi più tardi sul palco del teatro nel salone delle feste del Casinò di Sanremo Bobby Solo si presentava al Festival sbancando con Una lacrima sul viso scritta da lui e da Mogolma firmata Pattaccini perché allora Bobby Solo non aveva fatto l’esame alla Siae. La sua voce bassa e rotonda su quella faccia di ragazzino stupito col ciuo alla Elvis, conquistò gli italiani in tre minuti. Era nata una stella nel panorama musicale. Non ancora diciannovenne Bobby Solo stabiliva il record assoluto di vendita (tutt’ora imbattuto) per un disco 45 giri, oltre un milione e mezzo di copie vendute in tre mesi iniziando da Sanremo. Nel maggio Sur ton visage une larme raggiungeva il primo posto nelle classifiche francesi. Non è vero che non esistono le favole.


ANDREA SASDELLI / GIUSEPPE GIACOBAZZI

Io, cantautore mancanto
nonostante gli Skiantos

Fin dalla mia adolescenza la musica ha avuto un ruolo predominante nella mia vita: sempre, comunque e dappertutto. Ogni canzone è un ricordo e un attimo di vita pieno di emozioni. Ascoltavo le cassette con il mangianastri e usavo le Bic per riavvolgerle, l’abbiamo fatto tutti! Il primo amore musicale fu Renato Zero (che ho avuto anche la fortuna di vedere tre volte dal vivo) e scoppiò dopo aver ascoltato Il cielo . Suonavo, anzi strimpellavo la chitarra classica, regalo di mio zio, quando facevo fuga ai giardini Margherita. Invece di iniziare come tutti da La canzone del sole di Battisti, imparai Wonderful tonight di Eric Clapton. Con la mitica Eko a 6 corde del mio amico Panki, era un continuo concerto. Quante volte abbiamo suonato e cantato, in spiaggia di notte, mentre gli altri limonavano. Allora, con la scusa dell’umidità che rovinava la chitarra, passai al registratore. Scelta più intelligente: pagavo le pile ma almeno limonavo pure io! Canzoni immortali di autori straordinari, partendo da Odio l’estate di Bruno Martino passando da Celentano, Morandi, sino ad arrivare a Vasco, sono legato da sempre alle canzoni e quelle che faranno parte della mostra ‘NOI – non erano solo canzonette’ le conosco praticamente tutte. I cantautori erano il nostro pane, a partire da Fabrizio De Andrè: impossibile scartare qualcosa dal suo repertorio. E la passione per un cantante che non era neanche un cantante: Giorgio Gaber. Polli d’allevamento penso d’averlo frustato, Io se fossi Dio pure… Amo Francesco Guccini e in particolare l’album Metropolis (quello che conteneva Bologna, Venezia) del quale ho imparato tutte le canzoni con la chitarra A proposito di Bologna… Bologna era un crogiuolo di musicisti e musica, io stesso pensavo di diventare un cantante. Quanti ne ho visti e conosciuti! Luca Carboni, lo vidi al bar Student che frequentavo anche io. Quando ascoltai per la prima volta Ci stiamo sbagliando rimasi colpito. Qualche anno dopo scrisse quella che considero una poesia assoluta, Gli autobus di notte . Poi Lucio Dalla, cazzo. Nuvolari , La settima luna con lo stereo a palla, un crescendo straordinario. Anna e Marco , L’anno che verrà . Che pezzi ha scritto Lucio, dove tocchi, tocchi. Gli Skiantos hanno fatto parte della mia adolescenza! Quando sentii per la prima volta Ti rullo di cartoni e Eptadone, sono impazzito! Vortice con quel verso «se c’è la luna in cielo io ti penso sotto il melo» e Bau bau baby , la canzone dal testo facile. E c’ero a Bologna rock al Palasport sul finire degli anni ’70, in attesa come tutti degli Skiantos. Quando salirono sul palco ci chiesero se avessimo già mangiato. E cucinarono gli spaghetti senza suonare mentre il pubblico naturalmente tirò di tutto. Poi ho conosciuto il mio mito, Freak Antoni e abbiamo anche avuto modo di lavorare insieme. Persona squisita e gentile, un signore. Un signore geniale. Decisi che la mia vita era quella e misi su un gruppettino. Inevitabilmente uno andò a lavorare in banca, quell’altro aveva la fidanzata… in breve, mi sono ritrovato solo, e allora mi sono detto «farò il cantautore». Ho scritto due o tre canzoni. Rimaste, per fortuna, su un quadernino. Però mai dire mai, magari un giorno… PS: il titolo della mostra “Noinon erano solo canzonette” è clamorosamente simile al titolo del mio ultimo spettacolo teatrale «Noi – mille volti e una bugia». Una simpatica coincidenza. Forse.


Muscisa d’autore, “oblò” sulla storia

A Palazzo Mosca – Musei Civici le canzoni che hanno segnato il periodo compreso fra gli anni ’50 ed ’80 sono protagoniste di un percorso capace di risvegliare ricordi ed emozioni

Una canzone, non meno di un libro o di un dipinto, sa rilettere il momento storico in cui è stata immaginata, scritta e cantata. Non esistono canzonette, infatti, solo canzoni: contributi culturali di importanza critica per il passato, il presente e il futuro della nostra società. Nei grandi avvenimenti come in quelli di minor rilievo, la musica narra, descrive, talvolta preconizza e, inine, issa nella memoria. A Palazzo Mosca – Musei Civici si comincia da “Volare” penso che un sogno così non ritorni mai più e “Il Treno del sole” come è bella la città come è viva la città. Quindi “Il Boom”: gli italiani si comprano il frigorifero, la televisione e la Seicento, che usano per correre sull’appena inaugurata Autostrada del Sole. “Carosello”: rigidamente in bianco e nero, la TV diviene un potente strumento di omogeneizzazione culturale e di di usione di stili di vita, “il nuovo focolare”. “Abbronzatissimi”: l’a rancamento dai lavori domestici grazie agli elettrodomestici, porta ad una maggiore disponibilità di tempo libero e la Fiat 600 inizia a condurre gli italiani verso le mete balneari per le cosiddette “vacanze di massa”. “L’Esercito del Surf”: il benessere sempre più di uso si traduce anche nel desiderio di una vita migliore per le generazioni future. Si plasma una nuova realtà giovanile, che si presenta come una massa compatta, dotata di forte potere d’acquisto e in grado di star dietro alla continua innovazione tecnologica. “Pensiero Stupendo”: la donna del mondo contadino arriva in città e si misura con il mondo del lavoro e della scuola. La visibilità pubblica delle donne si accompagna ad un’accentuazione di tutti i valori legati alla “di erenza” dagli uomini, a partire dalla valorizzazione del proprio corpo per allargarsi poi a tutti i temi dei diritti civili. Si prosegue al Museo Nazionale Rossini: “C’era un ragazzo che come me”: la protesta studentesca esordisce nel 1964 in California e, come in una reazione a catena, ben presto si estende al mondo. In Italia, in Germania, in Francia dove – nel maggio 1968 – il movimento sembra addirittura siorare la conquista del potere. “Contessa”: il “miracolo economico” prosegue ino al 1963 quando l’Italia entra in una fase depressiva, prolungatasi per circa un decennio. I meccanismi imprenditoriali usati per rispondere alla crisi, suscitano lunghe ed aspre lotte operaie a partire dal cosiddetto “autunno caldo” del 1969. “La locomotiva”: nel decennio 19701980, in una fase di acuta crisi sociale e di instabilità politica, sia a destra che a sinistra si aprono due fronti, caratterizzati entrambi dall’uso della violenza terroristica come unica linea strategica. Ma quella strategia fallirà, la democrazia italiana resta indenne e, anzi, proprio da allora, la prospettiva di una dittatura inizia a sparire dagli orizzonti del nostro sistema politico. “Musica ribelle”: gli anni Settanta sono anche anni di battaglie per la conquista di importanti diritti civili. L’eco del ’68 non si è spenta e molti si avvicinano alla politica attiva, organizzandosi in movimenti e comitati (l’esempio più famoso è il cosiddetto “Movimento del ’77”). “La febbre del sabato sera le discoteche”: il 13 marzo 1978, tre giorni prima del rapimento di Aldo Moro, esce in tutte le sale italiane La febbre del sabato sera, ilm che lancia l’attore John Travolta e diventa un vero e proprio fenomeno di costume. Nel 1979, l’anno con il maggior numero di eventi terroristici, la Siae registra oltre cinquemila “locali da ballo” con un aumento pari al 50% rispetto all’anno precedente. Le discoteche rappresentano i “nuovi luoghi di aggregazione”, simbolo di un atteggiamento evasivo e individualistico. “Splendido Splendente”: verso la ine degli anni ‘70, alla tradizionale contrapposizione tra Nord industriale e Sud sottosviluppato, si a ianca ora una “terza Italia”, itta di medie e piccole imprese industriali, collocate nelle regioni del Nord-Est e del Centro. L’incremento vertiginoso della dimensione quantitativa delle classi medie porta alla ine della “centralità operaia” e l’inizio del fragore degli anni Ottanta. Inine “Il Mundial”: l’estate dell’82 è poi quella del Mondiale di Spagna. Un campionato di football epico, irripetibile, inaspettato padrone dei sentimenti comuni e privati, scaraventati in un centro di gravità permanente da cui la memoria collettiva (non soltanto calcistica) non uscirà più.