La febbre della disco e certe mitiche notti

di Beppe Boni

Non vestivamo alla marinara. Vestivamo scanzonati, ma con maliziosa attenzione. Quasi di rigore i jeans ascellari di Fiorucci impreziositi da bottoni dimetallo istoriato, i primi si compravano a Milano, (treno andata e ritorno in seconda classe), poi arrivarono anche a Bologna. Le scarpe dovevano essere rigorosamente a punta con tacco alto, le camicie attillate, il giubbetto stile bomber. Erano gli anni Settanta, non c’era internet, il telefono cellulare era un oggetto da filmfantasy, la politica era violenta, con la piazza divisa fra rossi e neri e l’Italia entrava nella notte della Repubblica attraverso il tunnel del terrorismo. La Dc era la Balena bianca, potente e onnipresente, il Pci era monolitico, il mondo diviso fra Est e Ovest. L’Italia inmu- Quest’Italia forse distratta ma non qualsiasi ballava nelle discoteche, grandi, immense sempre aperte. Furono luoghi di incontro collettivo per chi aveva tra i venti e trent’anni soprattutto, dove nascevano amori, amicizie, passioni, sogni di gioventù fra un Gin tonic e un Negroni. Ricordo che era molto cult frequentarle al lunedì. Le più alla moda non chiudevano mai, domenica pomeriggio compresa (per i giovanissimi) come gli ospedali. L’Emilia Romagna, terra di professionisti del tempo libero e del divertimento, divenne la capitale delle maxi discoteche dalle quali passarono i grandi artisti italiani e stranieri e dove si fecero le ossa i cantautori Made in Italy. Nei palazzi dello sport si esibivano solo i gruppi rock, i solisti con le loro band amavano le discoteche che contenevano fino a 3mila persone. Forse per caso o forse per intuito fiorirono nomi mitici dei locali spesso dedicati ai volatili: Il Kiwi di Piumazzo (Modena) con Kiwino all’interno che fu l’antesignano, il Marabù di Reggio Emilia, il Picchio Verde di Carpi (Modena), il Picchio rosso di Formigine (Modena), il Mac 2 di San Cesario (Modena), il Cenerentola di Rubiera (Reggio Emilia). Un’epoca d’oro che ha attraversato la storia d’Italia fra rock, cantautori e disco music. Presto o tardi alla sera tutti si passava in discoteca dove intanto negli anni Settanta i Dj con le loro consolle sostituirono le band dal vivo e divennero idoli della notte. Le serate live da allora furono riservate per i concerti dei gruppi e dei cantautori. Un fenomeno che si aggiunse alla Romagna, già terra di locali e musica per esigenze turistiche. Tra l’anno scorso e quest’anno se ne sono andati due personaggi che furono tra gli inventori di quel mondo. A novembre ha salutato tutti per sempre Ivo Callegari, che fece sorgere il Marabù su una pista da Go kart (1976) e nel 2018 ha lasciato Rino Giugni, il visionario ingegnere di Sassuolo che ebbe la prima rivoluzionaria idea (1970) di costruire una maxi discoteca , il Kiwi, in aperta campagna «per non disturbare nessuno ». Fu l’inizio di un’epoca che si declinò nei decenni successivi fino a quando cambiò l’aria del divertimento. Oggi i maxi locali sono diventati supermercati o sono strutture in rovina. Scommessa: di¢icile trovare un giovane di allora che nelle zingarate notturne degli anni Settanta – Ottanta non sia passato per il Kiwi di Piumazzo. Mio papà Angelo era un ispettore della Siae e quindi per me era sempre festa. Ingresso gratuito e permanente di cortesia spesso con codazzo di amici. Quante sere, quante notti più tenere di quelle di John Fitzgerald, passate da una discoteca all’altra con gli amici di allora, Paolo che non c’è più ed era un giovane imprenditore sempre dotato di auto di lusso, Claudio, Fabrizio, Maurizio, tutti studenti di giorno e gaudenti di sera. Ritrovo al Bar Sport (palestra di vita) poi si partiva verso il Kiwi e poi al Picchio rosso e poi chissà dove ancora come se le parole del brano di Ligabue le avessimo già in testa: «Certe notti la macchina è caldae dove ti porta lo decide lei, certe notti la strada non conta e quello che conta è sentire che vai…». Certe notti, già. Al Kiwi come negli altri maxi locali tra i Settanta e gli Ottanta passarono tutti i big che stavano per diventare big e quelli che lo erano già. Barry White con suo vocione si fermava al bar prima di cantare, Renato Zero una sera ricoprì tutta la platea con un telo azzurro (e io baciai lei) , Andrea Mingardi con la sua band dopo la musica affidava la vociona roca al cabaret con battute, gag, saluti agli amici, Adriano Celentano stava ore a chiacchierare con Rino Giugni sui divanetti rossi. Fecero tappa più o meno tutti da quelle parti, al Picchio Rosso, al Marabù, da Lucio Dalla a Vasco Rossi che arrivava direttamente da Zocca, Claudio Baglioni che già alle prime note innescava baci in apnea tra fidanzati e non, James Brown, Gloria Gaynor, Julio Iglesias, perfino Charles Aznavour. Al Kiwi li presentava il mitico direttore di sala Fabio, nel mondo della notte allora più conosciuto di Luciano Pavarotti. Che tempi. Nei locali vivevano come in una sceneggiatura teatrale figure mitiche. Come i corteggiatori della barista. Stavano ore col gomito appoggiato discretamente al bancone fino a fine serata. Mai un ballo. Fissi lì. Non si è mai saputo se la barista abbia detto sì. Poi c’erano i girovaghi. Camminavano tutta la sera intorno alla pista, occhio attento, sempre in circolo, a passo lento. Nel nastro della memoria che si riavvolge sembra preistoria. Eppure le grandi di- La febbre della disco e certe mitiche notti NONERANOSOLOCANZONETTE scoteche, un po’ trash e un po’ trendy, segnarono un’epoca, furono costume e palestra giovanile di relazioni dove se volevi conoscere una ragazza dovevi puntarla, corteggiarla, inseguirla, parlare con lei. A volte era un lop a volte un successo. Chat, internet, instagram, messenger, che sono le principali vie di un certo corteggiamento di oggi, certo non esistevano. Meglio allora? Non c’è risposta, è l’evoluzione della specie.


Le Orme del prog portano a Roma

I Genesismi aprirono un mondo. In Italia la svolta è fra le rovine delle terme di Caracalla nel 1970: nella due giorni di festival anche Premiata Forneria Marconi e Banco di Mutuo Soccorso

di Sandro Neri

Un noto criticomusicale, cresciuto alla leva del jazz, diceva: «Il mondo si divide in due parti: quelli che ascoltano i Genesis e quelli che non lo fanno». Lo confesso: io appartengo alla prima schiera. Almeno da quando, giovanissimo, restai bloccato come per incantesimo – davanti al piatto che girava – sulle note del mellotron che apre Foxtrot. Mi aascinavano allora, continuano a farlo adesso che i Genesis non esistono più, certi dischi sono diventati pezzi di modernariato e il prog, lamusica cui Peter Gabriel e compagnimi schiusero le porte, è diventato materia per gli storici. Ho provato a occuparmene anch’io, ovviamente da cronista, con l’obiettivo di fissare in libri e monografie le istantanee che da adolescente vedevo scorrere troppo velocemente per poterne carpire i misteri. Compreso il primo, che tutti li comprende: chi ha inventato il rock progressivo? La disputa è aperta, specie per quel che riguarda la scena inglese. Più facile, forse, dare una risposta in ambito italiano, dove il prog inizialmente si chiamava pop. La paternità della nuova musica, inizialmente figlia della psichedelia, è attribuita alle Orme. Merito, vuole la vulgata, della registrazione di due brani: una rielaborazione del terzo Concerto Branderburgese di Bach e un’altra di Blue Rondò A’La Turk, di Dave Brubeck. Se pubblicati subito, nel 1971, i due brani avrebbero oggi rappresentato il primo singolo di progressive italiano. Ma l’uscita avverrà solo nel 1973, quando la band di Aldo Tagliapietra, Tony Pagliuca e Michi Dei Rossi avrà già tempo ottenuto la patente, insieme ad altre celebri formazioni. Dai New Trolls – il cui Concerto Grosso segna il «momento commercialmente più alto» del progressive italiano – ai gruppi nati agli albori del nuovo decennio. Due su tutti: Premiata Forneria Marconi e Banco del Mutuo Soccorso. I cui nomi evocano, per cominciare, l’aollata stagione dei raduni pop. Vera linea di demarcazione tra gli anni colorati del Beat e la nuova frontiera. La svolta avviene a Roma – fra le rovine delle terme di Caracalla, luogo storicamente deputato alla musica lirica – già nell’ottobre del 1970. In cartellone, nella due giorni di festival, tutti i gruppi del momento. Ma a trionfare saranno i trip e la formula mutuata dal leggendario festival di Woodstock. «Dopo vent’anni di abitudine a Sanremo – annoterà Eddie Ponti, già animatore del Piper Club e presentatore del raduno – questa musica inedita e il nuovo modo di farla costituivano un trauma insormontabile». E anche, più prosaicamente, l’autostrada per il successo. Sarà proprio la seconda edizione di Caracalla a consacrare la ricetta rock del Banco del Mutuo Soccorso. E un altro festival, quello della Musica di Avanguardia e delle Nuove Tendenze (Viareggio 27 maggio-2 giugno 1971) a incoronare la Premiata Forneria Marconi, la più internazionale delle formazioni rock di casa nostra. La sua «musica immaginifica», come Franz Di Cioccio ribattezzerà il prog, la porterà a scalare le classifiche nglesi e americane, aprendo la porta a inedite e raffinate contaminazioni. Per un amico, Photos Of Ghosts o, nel caso del Banco, Darwin e Io sono nato libero colonna sonora dei ragazzi degli anni Settanta, sono stati – un po’ dopo – anche quelli della mia adolescenza. Proprio il momento in cui il prog – anche quello nobile di King Crimson, Elp e Yes – si trovò a lasciare il campo ad altri eroi della Terra Promessa. Grandioso l’epitaio (di un genere e di un’epoca) lasciato dal Banco: «Fuori nasce il giorno e noi si muore». Ma solo per un attimo, fortunatamente. A dispetto del tempo e delle mode, il popolo del prog non ha mai mollato.


Noi, Pfm, dal Lambro a Central Park

di Franz Di Cioccio

In Italia, negli anni Settanta, i festival arrivarono sulla scia di quelli americani e l’idea di creare uno spazio in cui riunire le diverse espressioni della cultura di quei tempi ebbe successo tanto tra il pubblico che tra i musicisti, confinati fino a quel momento nei club. Ricordo innanzitutto il Festival d’Avanguardia e di Nuove Tendenze di Viareggio, contest a cui la Pfm partecipò assieme ad altri protagonisti di allora come Osanna, Rovescio della Medaglia, Delirium, New Trolls, Formula Tre. Vincemmo noi, assieme alla Mia Martini di Padre davvero. Poi vennero eventi come quelli al Parco Lambro, dove c’era musica tutto il giorno, ma anche momenti d’incontro e di confronto con le realtà più diverse, dagli Hare Krishna al Fuori. A legare fra loro queste nuove energie c’era il tam tam le radio libere «veramente», come cantava Finardi. Emittenti dalla grande vitalità, capaci di orire una divulgazione musicale che fino a quel momento sulle reti nazionali, salvo casi specifici molto circostanziati come “Rai StereoNotte”, non c’era. La loro forza era quella di aprirti il microfono e lasciarti libero di raccontare tutto quello che c’era dietro a un tuo disco. Alla BBC di Londra scoprimmo poi la forza dei concerti dal vivo in radio; negli studi, infatti, c’era una strumentazione di tale qualità che i pezzi venivano addirittura meglio di come li avevamo incisi. Questo, anche se il cuore della musica rimanevano i concerti. Proprio il giorno dopo la nostra partecipazione al Festival di Parco Lambro del ‘74 partimmo per gli Stati Uniti. Ci aspettava, infatti, il tour con tappa al Central Park in cui avremmo registrato Live in Usa. Fu proprio in quell’occasione che nel Nord Carolina prendemmo parte, con Allman Brothers Band, Emerson Lake & Palmer ed altri, all’August Jam di Charlotte. L’area del Motor Speedway era invasa da oltre 200mila spettatori e, nell’impossibilità di farlo via terra, raggiungemmo il palco in elicottero. Una dimostrazione di eicienza incredibile per noi che venivamo da un Lambro all’insegna del volontariato dove tutto era alternativo e molto, molto, artigianale. Con tutte le diicoltà organizzative che eravamo abituati a risolvere in Italia, i festival americani ci sembrarono una passeggiata. Ma da noi ai concerti si respirava un’altra aria. Il pubblico era molto coinvolto dalla politica e dal sociale, così le idee che giravano in certi raduni erano condivise da tutti, o quasi, trasformandoli in un momento d’identità, in uno spazio in cui ritrovarsi senza divisioni, anche se con alcune estremizzazioni come i blitz degli autoriduttori che, fedeli allo slogan «la musica è di tutti», ritenevano giusto non pagare un biglietto per ascoltarla. Una sera al Palalido di Milano, ad esempio, ci trovammo davanti un gruppo di indiani metropolitani intenzionati a irrompere in scena per imporre il loro comizio nel bel mezzo dello spettacolo, ma non ci facemmo prendere alla sprovvista attaccando a bruciapelo Celebration e scatenando la folla che iniziò a cantare e a ballare mandando in fumo il tentativo.


CLAUDIO SANTAMARIA

Poetico, fragile, ribelle lo e Rino come fratelli

Sono nato nel luglio 1974, lo stesso giorno in cui Rino Gaetano usciva con il suo primo album ‘Ingresso libero’. Due esordi paralleli, il mio alla vita, il suo alla musica, in un cammino comune che ci avrebbe fatto incontrare tante volte. Gli anni settanta per me non sono stati quelli cupi e bui del terrorismo o quelli chiari e limpidi delle grandi conquiste civili, li ho attraversati con occhi da bambino, avidi di vita e pronti a riempirsi di stupore divertito ogni qualvolta compariva Rino, nei suoi vestiti da clown, divertente e pazzerello. Non coglievo il senso di quello che cantava, la dissacrazione, ma era divertentissimo e tanto bastava. La comprensione sarebbe venuta solo molto dopo,ma Rino c’era già. E poi le stagioni si susseguono (…fiorivi, sfiorivano le viole…), nuove cose ci appassionano, vecchie cose si dimenticano per poi, inaspettatamente ritrovarcele davanti piene di un nuovo significato. Avevo sedici anni quando il mio primo insegnante mi disse: «Ma tu cosa vuoi fare nella vita?». Risposi che non lo sapevo, che non ci avevo mai pensato. «Secondo me – aggiunse – hai talento per fare l’attore». Cominciai a frequentare le lezioni per gioco e perché mi divertiva. Inventavo personaggi, imitavo le persone, amavo modulare la mia voce. E poi la musica, altra mia grande passione, che ho sempre legato a periodi della mia vita, a particolari stati d’animo, al mio lato più intimo e dolorante. All’inizio era quella dei furori giovanili intrisi di aspirazioni artistiche e rivendicazioni sociali. Ascoltavo tantissimo Prince, Depeche Mode, Radiohead, insomma musica straniera. Poi, crescendo, mi sono avvicinato a sonorità più italiane, dalla PFM ai cantautori, fino al reincontro fatale, al chiudersi del cerchio. Da anni sognavo di interpretare la vita di un cantante e quando il regista Marco Turco mi propose di interpretarne uno per una fiction saltai sulla sedia: Rino Gaetano! Il compagno di giochi della mia infanzia, quello nato insieme a me. E ora ero anche più grande per capire, davvero, cosa sia stato Rino. Dal gioco di parole all’invettiva, dallo sberle•o alla riduzione della struttura melodica e armonica a scarno supporto ritmico. Un giullare che canta per sferzare la superficialità quotidiana di un Paese che aveva ormai perso la sua mejo identità, scandendone il passo verso il declino etico e sociale. Uno che, fosse nato in America, oggi sarebbe un’icona del rock. Ero solo perplesso: per la mia poca somiglianza fisicama lo volevo fare ad ogni costo. Mi misi a dieta, lessi tutte le sue biografie e visionai tutti i suoi filmati. A casa mi riprendevo con la videocamera cercando di imitarne il suo modo di muoversi e gesticolare. E, ovviamente ho imparato le sue canzoni, forse l’unica cosa in cui mi sentivo davvero sicuro. Volevo tirare fuori un lato di lui che non si era mai visto, la sua parte più poetica e fragile. Studiare (vivere con) Gaetano è stata una continua scoperta, un andare avanti e indietro tra lo scorrere del tempo italiano, dall’allegria bambina alle disincantate riflessioni sulla nostra misura infinitesima di uomini persi dietro alle piccole lotte di potere e sopravvivenza. Il suo incedere ossessivo per contrapposizioni tra bello e brutto, tra ricco e povero, tra dolore e gioia, sempre riportati alla misura di una quotidianità ordinaria dove c’è “chi ama la zia” e anche “chi va a Porta Pia”. Si dice che la principale di•icoltà degli attori sia entrare (o uscire) dai personaggi che interpretano, ma con Gaetano è stato diverso, non c’è stato alcun bisogno di entrare o uscire perché in fondo lui ha sempre camminato di fianco a me. Ciao Rino, al prossimo incontro!


Gli anni Ottanta
Stelle e meteore

Accanto a realtà rock e new-wave eredi dell’impegno politico
del decennio precedente a iorano nuovi protagonisti
E nella hit parade convivono Sabrina Salerno e Franco Battiato

di Andrea Spinelli

È una sostenibile leggerezza dell’essere quella che, allo scavallare del decennio, inizia a so iare sulla musica italiana smussando molti spigoli acuti della canzone d’autore anni Settanta e spalancando le classifiche, complici la conversione delle radio libere in network e l’avvento della tv commerciale, a motivi emotivetti più rispondenti al narcisismo di una generazione, talora a corto di valori, per cui l’esteriorità, la felicità individuale e l’a ermazione personale diventano l’obiettivo assoluto. Il consumismo eretto a status symbol, ma anche la bellezza stereotipata di centri fitness e trattamenti estetici usata come strumento per sentirsi accettati in società, sono figli di un edonismo che trova nell’America repubblicana di Ronald Reagan un significativo riferimento. È il momento degli Yuppies, dei rampanti “Young Urban Professional” decisi a ritagliarsi un ruolo nella comunità economica capitalista, ma è pure il momento della nascita di fenomeni sociologici come i “paninari” in Moncler, con le Timberland ai piedi e lo Swatch al polso, lì a ridefinire con le loro scelte i canoni della musica che gira intorno. A mescolare le carte, a conciliare l’alto e il basso, la qualità e la quantità di quegli anni, ci pensano analisi abituate a battere sul tasto dell’ironia come quelle di Roberto D’Agostino quando parla del passaggio dal Noi all’Io, dal sinistrismo al narcisismo, dalle Bierre alle Pierre, dai cellulari della polizia a quelli Motorola, dal significato al significante, dalla rivolta a John Travolta. «Gli Anni ’80 sono stati di rottura rispetto ai ’70, ma anche rispetto ai ’90», spiega Vittorio Nocenzi del Banco del Mutuo Soccorso. «Sono stati la negazione di quell’intento sociale, esistenziale, poetico, culturale, che aveva caratterizzato il decennio precedente. Negli ’80 arrivarono il playback e la presenza in tv come elemento fondante dell’attività d’artista. Era il tempo in cui bisognava apparire per esistere, trasformando il ‘cogito ergo sum’ di Cartesio nel ‘vado in tv quindi sono’ di stelle e starlette. D’altronde ogni epoca esprime la musica che la rappresenta, perché le canzoni non stanno in un iperuranio estraneo alla vita di tutti i giorni, ma tra la gente». Tra la fine degli anni Settanta e l’avvento degli Ottanta la musica rimane un fattore determinante di appartenenza, ma si polarizza guardando da un lato all’impegno di una canzone che inizia a mitigare la sua militanza e dall’altro allo svelarsi di una generazione più legata a tematiche “soft” e dance di nuove realtà del pop. Così accanto a realtà rock e new-wave eredi dell’impegno politico-sociale del decennio precedente come Littiba, Diaframma, Denovo, Cccp Fedeli alla linea, Negazione, Moda (senza accento sulla a) a iorano nuovi protagonisti come Sabrina Salerno, Spagna, Sandy Marton. Un Big Bang da hit-parade che riempie le classiiche di stelle e di meteore. C’è pure una maggior convergenza verso le hit-parade internazionali del tempo, basta pensare alle sperimentazioni elettropop dei Matia Bazar di Vacanze romane, allo ska della Rettore di Donatella o alla disco music dell’Alan Sorrenti di Figli delle stelle. Pure il punk, delagrato a metà degli anni Settanta sulle due rive dell’Atlantico grazie a gruppi come Ramones, Clash, Stoogies o Sex Pistols, trova adepti nei Decibel e nei Gaznevada. Da registrare il ritorno della canzone balneare con Vamos a la playa dei Righeira, Un’estate al mare di Giuni Russo (e Battiato) o Tropicana del Gruppo Italiano. Mondi lontanissimi che talora però si trovano ad orbitare sullo stesso asse, o quasi. Emblematico, a tal proposito, il percorso di Franco Battiato, passato dalle sperimentazioni elettroniche di Clic o a due pianoforti de L’Egitto prima delle sabbie alle tentazioni pop de L’era del cinghiale bianco, di Patriots, de La voce del padrone, primo album italiano della storia a raggiungere il milione di copie vendute a dimostrazione che l’aggancio della canzone di sangue blu col grande pubblico era cosa fattibile. Anzi, fatta. L’apertura dei cantautori ad una comunicazione più larga della nicchia in cui avevano mosso i primi passi era comunque in atto già da tempo, come testimoniato dai crescenti successi di Edoardo Bennato, primo italiano a riempire San Siro in un concerto da solista, De Gregori, Dalla o Venditti, passato nel ‘78 da un album irrisolto come Ullàlla al trionfo pieno di quel Sotto il segno dei Pesci che ancora oggi trionfa nei palazzi dello sport.