Quegli anni felici e i sogni infranti

Nel ’58 Modugno vinceva Sanremo cantando «Nel blu dipinto di blu» inno vitale alla gioia e alla speranza. Gli italiani erano certi che il futuro sarebbe stato migliore, ma presto l’incantesimo si sarebbe spezzato

di Michele Francesco Brambilla

Sono nato nel 1958, l’anno in cui al festival di Sanremo Domenico Modugno vince a sorpresa con una canzone che comincia con queste parole: «Penso che un sogno così non ritorni mai più». L’Italia stava entrando in quelli che uno scrittore milanese, Carlo Castellaneta, chiamò gli «Anni beati». Era quello il sogno che si stava avverando, era quello il nostro volare dopo una dittatura e una guerra, dopo un lunghissimo dopoguerra, dopo la miseria e la fame. Secondo molti storici dell’economia è proprio il 1958 l’anno in cui si inverte il trend – come si dice adesso – e iniziamo a scoprire la bistecca, la lavatrice, la televisione, il mare. Ma la narrazione ama le cifre tonde ed è il 1960 l’anno che simbolicamente segna l’inizio del Boom. Anche lo sport arriva in aiuto, nel 1960, con due formidabili coincidenze. Quell’anno si apre, il 2 gennaio, con la morte di Fausto Coppi. L’addio del Campionissimo chiude idealmente gli ancora di icili anni Cinquanta. Il volto segnato dalla fatica, le gambe sporche di fango, le spalle che reggono i copertoni, la bicicletta pesante su strade sterrate, le dure salite e perfino la causa della morte – malaria, una malattia che sarebbe stata debellata dal Ddt – appartengono a un’Italia che stava andando in archivio. Pochimesi dopo, le Olimpiadi di Roma ci consegnano un’altra immagine, felice e vincente: quella di uno studente torinese ventunenne che taglia per primo il traguardo dei duecento metri. Si chiama Livio Berruti, porta gli occhiali e il suo fisico sembra ancora figlio di un’Italia malnutrita: eppure batte i giganti americani e russi. La sua medaglia d’oro pare il riscatto di un popolo sconfitto. Scrisse anni dopo Enzo Biagi: «Chissà se è un’impressione, ma guardando l’immagine dell’inaugurazione, il 25 agosto, dei Giochi della XVII Olimpiade di Roma o quella di Livio Berruti che trionfa nei duecento, sembra che fossimo tutti più felici. O più sereni, forse speranzosi». La musica leggera di quel tempo riflette in pieno quella felicità, quella serenità e soprattutto quella speranza. Gli anni Sessanta sono stati l’ultima stagione in cui gli italiani si sono sentiti certi che il futuro sarebbe stato migliore del passato e del presente. Davvero un sogno così non sarebbe ritornato mai più. Gli anni beati si chiudono idealmente, e tragicamente, il 12 dicembre 1969, con la strage di piazza Fontana e la nostra innocenza perduta. Pochi giorni dopo la strage, il 20 dicembre 1969, Gianni Morandi deve esibirsi a Canzonissima con una canzone che si intitola «Ma chi se ne importa» e avverte come un senso di vergogna, sicuramente di disagio. Penso che un sogno così non ritorni mai più: e infatti gli anni Settanta sono segnati dal terrorismo, i Novanta dalla corruzione e dall’incattivirsi di una politica divenuta rissa continua; i Duemila dalla sfiducia, dal pessimismo, dalla preoccupazione per il domani. Solo gli anni Ottanta hanno portato qualche sorriso, ma a un Paese ancora ferito dagli anni di piombo e ormai disilluso. La musica leggera segue fedelmente, o meglio testimonia il mutare dello stato d’animo del nostro Paese: dal gioioso ye-ye ai cantautori arrabbiati. È la colonna sonora della nostra storia, perché non sono solo canzonette.


GIANNI MORANDI

Quella sera del ’58 al bar
per vedere Modugno in tv

Ci sono eventi che cambiano le regole del gioco e la vita delle persone. Uno di questi è sicuramente il famoso Festival di Sanremo del 1958, quando Domenico Modugno cantò per la prima volta Nel blu dipinto di blu, la canzone che ha rivoluzionato la musica italiana. Il mio ricordo è legato proprio a ‘Volare’, perché quella fredda sera di tanti anni fa io, mio padre Renato e la mia sorellina Nadia andammo al bar Marchioni l’unico bar di Monghidoro che aveva la televisione, per vedere il Festival. A quel tempo infatti pochissimi avevano la tv e noi Sanremo l’avevamo sempre sentito per radio. Ma quella volta mio padre, che faceva il ciabattino, ci portò al bar per vederlo in televisione e io mi resi subito conto che stava succedendo qualcosa, ci fu un’esplosione di emozione in un ragazzo che allora aveva solo 13 anni come me. Stava davvero succedendo qualcosa di eccezionale e lo percepii con chiarezza. Prima infatti eravamo abituati ad avere una serie di grandi cantanti melodici come Luciano Tajoli, Claudio Villa, Giorgio Consolini, Giacomo Rondinella, la nostra Nilla Pizzi. Insomma, tutto quel mondo che aveva dominato la scena prima di ‘Volare’. Ma Modugno, cantando quella canzone, cambiò tutto, creò un fronte nuovo, diede vita a un nuovo modo di cantare e di fare musica. Al punto che dopo di lui nulla fu più lo stesso. E venne spianata la strada all’arrivo dei cantautori. Quella sera d’inverno del ’58 quando finì il Festival e tornai a casa dal bar Marchioni, andai subito da mia madre per parlarne con lei, visto che non era venuta. Ero entusiasta: «Guarda mamma che stasera ho visto un grande personaggio – le dissi – un cantante che ci ha fatto emozionare tutti». Lei però, che era una fanatica di Claudio Villa, non si scompose più di tanto. «Ma no, Claudio Villa è più forte», rispose. Non si rendeva ancora conto di quello che avrebbero significato Modugno e il suo pezzo. Io invece, avendo visto assieme a mio padre e alla mia sorellina quel momento incredibile, fui colpito al cuore. Forse proprio da lì cominciò la mia passione per la musica. Perciò ‘Volare’ segnò in qualchemodo anche il mio destino. Il destino di un ragazzo che allora era pieno di sogni e di speranze. In seguito venni a Bologna e incontrai la maestra Alda Scaglioni, che mi diede lezioni di canto e lì iniziò il mio viaggio. Un viaggio che, senza la magia di Domenico Modugno e di quel Festival di Sanremo, forse non sarebbe stato lo stesso.


PUPI AVATI

Volevo girare un film su Tenco
Le sue canzoni funzionavano

La musica che mi scorre nelle vene è il jazz, parlare di Lucio Dalla sarebbe fin troppo prevedibile, quindi se devo pensare al nome di un cantautore penso subito a lui: Luigi Tenco. Innanzitutto Tenco era quello che si può definire un personaggio ‘musicale’ a tutto tondo: a una indubbia capacità autoriale si collegava anche il non secondario particolare che sapeva suonare il sax tenore e per queste ragioni era uno che non dispiaceva a quelli del jazz. Il primo film della mia vita doveva essere proprio su di lui. Mi aveva colpito molto quel suo brano, Ciao amore ciao : questa storia di una struggente storia d’amore, in dissoluzione, con Dalida. Ma soprattutto mi aveva colpito in profondità questo rinunciare alla propria vita in un modo così drammatico, in un contesto così plateale come il Festival di Sanremo, con una denuncia così esplicita nei riguardi di quel mondo discografico… E ancora un altro elemento non secondario che appartiene in qualche modo a una mia sfera ‘familiare’: quando Tenco si suicidò lo fece in una stanza d’albergo sanremese che divideva con il mio grande amico Lucio Dalla. Non ricordo bene, ma forse fu proprio Lucio a dare l’allarme… Per questo insieme di ragioni pensai che proprio come primo film della mia vita, se avessi avuto l’occasione di farlo, la storia di Luigi Tenco sarebbe stata perfetta. Scrissi un soggetto e non fu facile esplorare lamente e il cuore di Tenco. Non fu facile per tutto quello che entrava in gioco, e tant’è vero che il film non si fece. Comunque, attraverso un’amicizia con Romano Mussolini – che oltre a essere jazzista era il genero di Sofia Loren e quindi collegato in qualche modo al grande produttore Carlo Ponti – entrai in contatto con Piero Vivarelli, un regista appassionato di jazz ma anche autore di canzoni e molto introdotto alla Rca. Con il mio amico Cicci Foresti partimmo da Bologna e arrivammo a Roma per incontrarlo. E alla Rca si combinò un incontro con il fratello di Tenco che ricordo molto gentile e disponibile. Poi naturalmente, come vanno le cose in questo campo, il film non andò in porto ma io rimasi in contatto con Mussolini e Vivarelli che mi assunse come assistente alla regia in ‘Satanik’: il mio ingresso ufficiale nel mondo del cinema. Ma c’è un’altra canzone di Tenco chemi frulla nella testa, Se stasera sono qui, la canzone che ballavo spesso con le ragazze di allora: era una canzone che funzionava…


La musica ribelle?
È nata in cantina

Come nelle catacombe, si scendeva in questi luoghi per non irritare i genitori e non disturbare la nonna, quindi si armeggiava sulla radio sperando di captare l’ultimo singolo dei Rolling Stones

di Leo Turrini

Formidabili quegli anni. E davvero formidabile fu l’impatto che ebbe, su un’intera generazione, la liberazione dell’etere, la scoperta della modulazione di frequenza, insomma l’improvvisa consapevolezza che il suono di una canzone non era più governato dal Potere, dal Sistema, da un misterioso e occulto Censore… In verità, la nascita delle radio libere (ma libere veramente, per citare Eugenio Finardi) era stata preceduta da un movimento carsico nel sottosuolo, dal borbottio che saliva dalle cantine, un gorgoglio che rimbalzava contro le pareti ammuite che ospitavano damigiane e bottiglie. Perché lì, in quei luoghi segreti, prima del 1975 si radunavano gli adepti della musica rock, pop, jazz, eccetera. In Italia c’era solo la Rai, che più in là della Hit Parade di Lelio Luttazzi e dei programmi audaci di Arbore e Boncompagni non andava. Medie erano le onde della radio e mediocre era l’approccio alla cultura musicale più innovativa. Inoltre, in quei tempi la distribuzione dei dischi, rigorosamente in vinile, non avveniva in contemporanea, per trovare l’ultimo album di Dylan dovevi aspettare mesi. Come reazione, negli anni Sessanta era nata la moda delle cantine. Si scendeva per non irritare i genitori e non disturbare la pennichella della nonna, quindi si armeggiava sull’apparecchio radiofonico. Sposta di qua, sistema di là, infine se il Dio del soul ti assisteva captavi Radio Lussemburgo e ti si apriva un mondo, ecco l’ultimo singolo dei Rolling Stones, attenzione, dopo vi faremo sentire un brano di una band emergente, i Pink Floyd, per caso li avete già sentiti nominare? E la chitarra di Jimi Hendrix, su, non vi dice forse qualcosa? Formidabili, quegli anni. Ma non potevano durare e non durarono, perché un popolo non può vivere in eterno nelle catacombe, pardon, nelle cantine. Arrivò dunque il 1975, periodo turbolento e violento per un’Italia squassata da contraddizioni feroci. Ma si intuiva che una ansia di libertà doveva essere appagata, riguardasse i diritti civili o le forme più immediate di comunicazione. Sul potere della Radio, con la maiuscola, su come incise sui cambiamenti della società, talvolta anticipandoli e talvolta intercettandoli, talvolta decifrandoli e talvolta fallendo nella interpretazione, ecco, su potere e ruolo della della Radio, in quella Italia, sono stati scritti volumi, in un deliro di tesi non sempre conciliabili. Ma, in chi c’era, in chi ha l’età per ricordare, la musica ribelle che sgorgava dalla modulazione di frequenza fu come un lampo in un cielo buio.
Finalmente eravamo liberi di ascoltare quello che ci pareva e quando ci pareva. Finalmente (anche se fu un fenomeno di breve durata) non eravamo più oppressi dalle esoteriche logiche dei “programmisti”. Per un po’, andò in onda di tutto. Senza freni e senza limiti. In un poetico prologo di carriere straordinarie, da una stazione di Zocca un certo Vasco Rossi e un certo Gaetano Curreri inondavano l’etere di note memorabili. Comprese quelle delle loro prime sperimentazioni.
La musica ribelle delle radio libere ci aprì le menti spalancò i cuori. Con ovvie positive ripercussioni
anche sulle cantine, finalmente restituite alla naturale dimensione di santuario dei vini. Non per caso in quella fase impazzano gli artistici rumori della PFM, delle Orme, del Banco. Non per caso là creatività di Lucio Battisti, anche lui reduce da frequentazioni nel sottoscala a cercare frequenza di Radio Lussemburgo, raggiunge l’apice Eravamo schiavi senza catene. Fu breve, fu bello. E chissà,magari non fu inutile. Forse.