Note autentiche di un’epoca
Così l’arte diventa Storia

Uno dei miei film porta il titolo di una canzone. La meglio gioventù, prima di essere una raccolta di poesie friulane di Pasolini, fu un canto degli alpini nella prima guerra mondiale ripreso e corretto nella seconda. La musica è entrata molto presto nella mia vita, in casa c’era un pianoforte sul quale i fratelli maggiori si esercitavano di malavoglia preferendo tapparsi nelle loro stanze a sentire i Platters, Paul Anka, Fat’s Domino, Ella Fitzgerald. Di conseguenza un po’ del loro snobismo verso le canzoni italiane devo averlo assorbito anch’io: Nilla Pizzi, Claudio Villa, Luciano Tajoli mi sembravano reliquati antichi come i canti delle mondine. Modugno però mi piaceva (Il vecchio frac , La strada n’fosa, Lazzarella ) e soprattutto Mina, l’urlatrice, che aveva un’aria così sensuale e allegra da conturbare la mia adolescenza insieme a un’altra femme fatale avvolta nel fumo di una sigaretta: Jula de Palma, fascinosissima. Celentano mi faceva molto ridere (sembrava un mattacchione), ma quello che mi piaceva più di tutti era Fred Buscaglione, torvo e pericoloso quanto Renato Carosone era invece allegro. Buscaglione però non mi sembrava un cantante: forse per averlo visto in televisione, mi sembrava piuttosto un gangster che cantava, mischiando due generi cinematograici che avrei poi amato molto: il noir e il musical, Howard Hawks e Jacques Demy. Poi, facendo irruzione l’adolescenza e i suoi languori, subentreranno tanti amori eterogenei e quasi sempre stranieri, dai Beatles a Françoise Hardy, senza però trascurare alcune straordinarie voci nostre come Donatella Moretti – e più tardi – Antonella Ruggiero o Giuni Russo. Bistrattate e amate di nascosto, cantate sottovoce o a piena gola, in solitudine o in compagnia, rivalutate, dileggiate, messe sul trono, queste canzoni compongono la colonna sonora della nostra vita, mischiate come sono ai nostri alti e bassi, al mare aperto o alla montagna contro cui ci siamo schiantati. Se ci viene naturale scansionare le nostre stagioni, il nostro piccolo evo, col titolo di una canzone, ecco che prende corpo un’idea della Storia tutt’altro che “leggera”. La Musica, come la Moda, anticipa, sente, ruba al suo tempo e mette in forma col vantaggio di trovare una formula altrettanto popolare delle suggestioni che l’hanno originata. E tornare quindi là dov’era nata come un feedback immediato. Anche il cinema si comporta così, infatti si somigliano molto. La sociologia più pertinente, quella esatta al millimetro, la fanno gli artisti di strada meglio dei professori, ma questo diciamocelo all’orecchio, sussurriamolo a bassa voce.


Ennio Morricone, l’uomo delle sfide

La musica deve molto al Signore delle colonne sonore, il compositore che ha rivoluzionato la discografia italiana: dagli arrangiamenti di pezzi iconici ai ‘musicarelli’ che hanno indelebilmente segnato un’epoca

di Massimo Cutò

«Sono andato a salutarlo in camerino alla Scala a fine concerto, tre anni fa. Ero in soggezione, malgrado ci conoscessimo dal ‘59 e fosse stato il mio testimone di nozze. Mi guardò rimproverandomi: mi hai fregato il salto di ottava per fare A-A bbronzatissima, l’hai copiato da me. Sorrisi, senza ammettere il plagio. E lui aggiunse: comunque ti perdono». Che cosa sarebbe stato Edoardo Vianello senza Ennio Morricone? Senza i tormentoni, le trovate acustiche, le sonorità mai ascoltate prima. E che cosa sarebbe stata la nostra musica leggera a partire dagli anni Sessanta se la Rca non avesse ingaggiato (novità assoluta) un compositore proveniente dalla classica, che rivoltò come un calzino la discografia italiana. Il tocco del maestro trasformò in oro – letteralmente: basta guardare le vendite – brani che pochi avrebbero comprato. Il suo metodo lasciò il segno. «Cercavo sempre di arricchire una canzone per quanto bella o modesta fosse. Volevo darle una struttura musicale autonoma, che avesse un fascino anche da sola e malgrado una melodia spesso povera. Insomma non volevo rifugiarmi in un lavoro standard, passivo». Nessuno prima si era curato più di tanto degli arrangiamenti, l’orchestratore si limitava a un accompagnamento. Morricone fu la rivoluzione. Tutti gli devono qualcosa, alcuni un successo altrimenti irraggiungibile. Rita Pavone, Tenco, Paul Anka, Endrigo, perfino Joan Baez: il prestigiatore regalò a ciascuno quei particolari che facevano la differenza. Paoli, per esempio. Sapore di sale e Il cielo in una stanza sono diventate il tema dei nostri batticuori con il contributo di Morricone. Per non parlare di Che cosa c’è, dichiarazione d’amore di Gino a Ornella. Lì il pianoforte fa da contrappunto alla voce, sostenendone le debolezze e valorizzandole. «Paoli – raccontava il compositore – non era sempre intonatissimo, mi è capitato di correggerlo. Senza toccare però la voce ruvida: era la sua caratteristica e andava bene così». Il capolavoro è Se telefonando, 1966, singolo numero 76 di Mina. Appoggiandosi a due autori occasionali come Maurizio Costanzo e il commediografo Ghigo De Chiara, Ennio scrisse la musica. «Ero in fila alla Posta con mia moglie – racconterà anni dopo – e mi venne in mente di getto: non mi resi conto che sarebbe stato un successo sconfinato. Avevo usato un trombone basso che consentiva un attacco molto forte. Funzionò». È un caso se la malìa di quella canzone è rimasta intatta, stregando interpreti di oggi come Arisa, Giorgia, Elisa e Nek?
Da una sfida all’altra. Eccolo entrare nel mondo dei musicarelli, i film che nascevano come sceneggiature di canzonissime da hit parade. A partire dalla trilogia di Gianni Morandi, 1964-66: In ginocchio da te, Non son degno di te e Se non avessi più te. Una cavalcata trionfale per il ragazzo di Monghidoro. Tra un ciak e l’altro iniziò la storia d’amore con Laura Efrikian, mandando in delirio le ammiratrici che attaccavano in camera i poster sfilati da Big e Giovani. Quel lavoro fu determinante nel viaggio di Morricone «Tutti i buoni autori di musica per il cinema – spiegava – hanno fatto gli arrangiatori, da Bacalov a Piovani. Quando accompagni le immagini, se devi inventarti un brano strumentale come se fosse una canzone senza esserlo, cioè un tema orecchiabile che abbia una possibile dignità sinfonica, devi avere un’esperienza completa. Devi aver battuto i bassifondi e i retrobottega dove si incide musica». Per questo mise il naso in ogni anfratto delle partiture, nell’epoca aurea in cui i talenti si intrecciavano. Salce, regista del primo film musicato da Ennio, scrisse per Tenco nel ‘61 il testo di Quello che conta sulle note di Morricone. E due anni dopo il Signore delle colonne sonore compose il tema dei Basilischi, regia di Lina Wertmuller, che nel frattempo scriveva il testo di Nel corso per Paoli. Gianni Meccia, che con il Barattolo aveva sbancato le classifiche grazie a una magia di Morricone, scrisse per Jimmy Fontana le parole del Mondo, che sfondò in 150 Paesi sulla musica del maestro romano. Un miracolo italiano. Un’estate infinita. I migliori anni della nostra vita. E nessuno dica che erano solo canzonette.


In tre minuti è cambiata la vita

Nel gennaio del ’66 ero un bambinetto che amava giocare a pallone in cortile e scorrazzare in giro con lamia bici Legnano. Poi, un sabato pomeriggio, sentii per radio ‘Day Tripper’ dei Beatles

di Massimo Bernardini

C’è un prima, ed è quello di tutti, di tutti noi che abbiamo l’età della televisione e siamo cresciuti ascoltando alla radio ‘Bandiera gialla’ e ‘Hit parade’. E c’è un dopo, ed è il mio mestiere di giornalista iniziato soprattutto per stare vicino alla musica e a chi la faceva, visto che dopo qualche tentativo mi divenne chiaro che non sarei mai appartenuto a quella razza. Ma voglio raccontare il prima, perché fu banale e insieme speciale, una specie di “corso casalingo” di introduzione solitaria alla musica… per acqua. Il sabato, il sabato pomeriggio di un ragazzo delle medie negli anni Sessanta, cominciava di rigore col bagno settimanale tornato da scuola, senza il quale la mamma ti impediva di uscire con gli amici. Eccomi lì, immerso nell’acqua calda, a mollo, con la radio a tutto volume. C’è Gianni Boncompagni che lancia le novità della settimana, è il gennaio del 1966. Mentre mi faccio lo shampoo parte il ri di Day tripper dei Beatles: riemergo dall’acqua del bagno colpito nel segno. Niente sarà più come prima. È più del pallone, dei compiti a casa, delle figurine dei calciatori, della partita nel campetto sotto casa, persino più della mia fiammante Legnano con cui scorrazzo fra le rogge della periferia sud di Milano o verso il centro fino alle colonne di San Lorenzo. È la musica: neanche 3 minuti di assoluta perfezione, chitarre, basso, tamburello e batteria che partono uno dopo l’altro, il chorus a tre voci, gli stop della batteria quando riparte il ri , il finale coi controtempi… Capisco che ‘io’ ci sono, ci sono attraverso quel ri , quelle chitarre, quelle voci, quella musica. Sono la mia voce, la mia lingua anche se non ho la più pallida idea di cosa significhino quelle parole cantate in inglese. So che sono il mio tempo, la mia identità, la mia idea di bellezza e di giovinezza; e il bello è che quando parte quel ri mi fa lo stesso effetto anche oggi, a distanza di più di cinquant’anni. E poi c’è un altro bagno e un altro pomeriggio del 1966, ma questa volta capisco persino le parole. L’anno è lo stessoma la rivoluzione è ancora più totale. “Prendo il giornale e leggo che/di giusti al mondo non ce n’è…”. È il ‘Mondo in MI Settima’ di Adriano Celentano, dura più di 6 minuti, parla della crisi del pianeta e ha dentro una chitarra elettrica libera, sporca e cattiva che non ho mai sentito prima, neanche dai Beatles. Un solo accordo fisso, il beat della batteria, i fiati, l’armonica, la voce disordinata e bellissima, che ride, canta, spiega, parla, fa quello che vuole e dice che il mondo è un casino: “Questa terra è il monopolio delle idee sbagliate… E se noi tutti insieme in un clan ci uniremo cambierà questo mondo… se noi daremo una mano a chi ha più bisogno ci sarà solo amore”. Il tutto si chiude su una loop infinita, che sembra non interrompersi mai, in totale libertà. Ecco: la canzone italiana può essere totale libertà: messaggio, gioco, pensiero. I cantanti non sono solo cantanti, la canzone non è solo canzone. Quei bagni del sabato alla radio sono stati il mio corso segreto di formazione, lì ho scoperto gli archi di Eleanor Rigby che qualche anno dopomi faranno innamorare dei Quartetti per archi di Beethoven, e poi Good vibrations dei Beach Boys con Il cielo di Lucio Dalla, Mogol/Battisti e al ginnasio Venditti che manda i suoi primi nastri a ‘Per voi giovani’ con La buona novella di De André più amata delle versioni di greco. E poi Gaber, De Gregori, Paolo Conte, Francesco Guccini, Ivano Fossati… La canzone fa storia involontariamente, mentre si diverte a giocare e persino a far soldi. È arte imprevista, storia a posteriori, non ha certezze di scopo e di successo, anche se tutti lo credono. Io le devo molto, persino un mestiere tutto fatto di parole su di lei, ma sempre partendo da un amore appassionato. Per questo ringrazio tutti coloro che l’hanno cantata, creata, diffusa. La nostra vita senza di lei sarebbe stata un’altra, e forse anche il nostro Paese.


CINZIA TH TORRINI

Un sogno diventato realtà
E devo ringraziare Lilly

Lilly… Lilly… Lilly… di Antonello Venditti. Questa canzone ha un valore importantissimo nella mia vita. Se sono diventata regista tutto è partito da questa canzone… Per il mio secondo anno di Università, 1975/76, visto che studiavo lingue e letterature straniere, avevo convinto i miei genitori a lasciarmi iscrivere all’Università di Monaco di Baviera e in seguito anche i professori italiani a riconoscermi l’anno che avrei studiato in Germania. In mente avevo un disegno ben preciso. La mia vera aspirazione era presentarmi agli esami per essere ammessa nella stessa città alla prestigiosa Accademia di Cinema e televisione (Hochschule für Film und Fernsehen). A Firenze, ad una rassegna sul cinema tedesco, avevo visto dei film di registi tedeschi come Fassbinder, Herzog e Schlöndor’che mi erano piaciuti e avevo scoperto che loro insegnavano là. Per essere ammessa c’erano 4 prove da superare, su 800 richieste ne ammettevano solo 40 per un percorso di studi di 5 anni. Ricordo che feci firmare un contratto a mio padre, dove, se mi avessero ammessa, mi avrebbe mantenuto durante gli studi. Lo firmò, perchè era convinto che mai mi avrebbero preso. Una delle prove era saper raccontare una storia che avesse una tematica sociale e che raccontasse un percorso drammaticamente forte. Avrei potuto raccontarla con un filmato in super 8 o con un racconto fotografico. A quei tempi la video-camera non era alla portata di tutti e meno che mai esistevano i telefonini! Essendo sempre stata la fotografia la mia passione, a casa avevo addirittura in so’itta un posto attrezzato a stampare le foto, pensai che l’avrei raccontata con una serie di fotografie. Avevo tremila idee, ma nessuna mi sembrava abbastanza forte. Fu mio padre che al telefono mi disse di aver ascoltato una canzone alla radio che mi avrebbe ispirato. Era “Lilly” di Antonello Venditti. Me la mandò in una audio cassetta con la posta. Non so quante volte l’ho ascoltata… Alla fine uscì fuori dalla mia penna una sceneggiatura ispirata dalle emozioni chemi trasmetteva ogni volta che la facevo suonare. Decisi di ambientarla a Firenze, la mia città, sarebbe stata più particolare pensai. Dovevo fare il mio casting. Dal momento che vivevo a Monaco e i miei protagonisti dovevano essere stranieri, fermai all’università una ragazza che poteva avere le caratteristiche di Lilly e un bel ragazzo conosciuto in un parco che pur di farsi un viaggio a Firenze accettò volentieri. Per due giorni scattai loro tantissime fotografie. Tornata a Monacomi rinchiusi nel laboratorio fotografico dell’università dove sviluppai e stampai le foto. Per rendere la storia più cinematografica ad ogni foto in sovrimpressione misi sopra e sotto “i denti” della pellicola così che sembrasse un film. Ero riuscita a superare le prime prove e mancava soltanto l’ultimo esame, quella decisivo! Ricordo che quando qualcuno mi chiedeva cosa facessi in Germania, per l’emozione, tremandomi la voce dicevo che stavo facendo gli esami di ammissione per diventare regista. Era assolutamente quello che avrei voluto fare nella vita! Finalmente lo sapevo! Consegnai l’album con le foto che raccontavano la mia storia ispirata a Lilly e per dare un’emozione in più agli esaminandi, come colonna sonora, acclusi anche la cassettina audio della canzone consigliando loro di ascoltare guardando le foto! Dopo mesi di attesa arrivò la lettera. Ero stata scelta! Mio padre con una lettera tentò di farmi tornare a casa, di ricordarmi che ero una donna, avrei dovuto pensare a creare una famiglia. Con una lettera infuocata gli risposi che luimi aveva insegnato ad inseguire la mia propria realizzazione e non mancava un accenno al nostro contratto. Io avrei iniziato a studiare regia e nessuno mi avrebbe fermato. La canzone “Lilly” di Francesco Venditti è stata quindi un elemento decisivo ad un bivio importante della mia vita!